venerdì 6 maggio 2011

I ritratti di Wang Bing

Wang Bing è uno dei più grandi registi cinesi della nuova generazione, dopo essersi laureato nel 1996 alla Film Accademy di Pechino, realizza una serie televisiva in 18 puntate, Campus Affairs, e il documentario Common People’s Homestead. Ma il vero successo arriva nel 2003 quando vince il Festival internazionale di Marsiglia con il film 'Tie Xi Qu: West of the Tracks':


Successivamente vince anche il Festival internazionale del documentario di Yamagata nel 2007 con 'He Fengming'. Nel 2010 con The Ditch (Il fossato), il suo primo titolo di finzione, sorprende alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia: Alla fine degli anni cinquanta, il governo cinese condanna ai campi di lavoro forzato migliaia di cittadini considerati “dissidenti di destra” a causa delle loro attività passate, di critiche contro il Partito Comunista o semplicemente a causa della loro provenienza sociale e famigliare. Deportati per essere rieducati nel campo di Jiabiangou nella Cina Occidentale, nel cuore del Deserto del Gobi, lontani migliaia di chilometri dalle loro famiglie e dai propri cari, circa tremila “intellettuali” di estrazione basso o medio borghese dalla provincia di Gansu furono costretti a sopportare condizioni di assoluta povertà. A causa delle fatiche disumane a cui venivano sottoposti, delle condizioni climatiche estreme e incessanti e delle terribili penurie di cibo, molti morirono ogni notte nei fossi dove dormivano. Il fossato racconta il loro destino: un resoconto coraggioso di un’umanità spinta ai limiti più estremi. 


   


LO SGUARDO

Non mi pongo il problema di analizzare se i soggetti che filmo siano buoni o cattivi: ho fiducia nell’umanità e non credo di avere il diritto di giudicare. La mia videocamera cerca solo di essere il più rispettosa possibile nel ritrarli e di riprendere la realtà in maniera equanime. Anche perché quello che sono in grado di raccontare della loro esistenza è un segmento talmente piccolo che difficilmente può servire a comprendere tutta la complessità dell’individuo o a dirmi che tipo di persona ho davanti, se nella vita si sia comportata in maniera giusta o sbagliata. Credo inoltre che la differenza tra il Bene e il Male sia spesso impossibile da cogliere con precisione. La mia videocamera è uno strumento neutro, apre la sua lente sulla gente e raccoglie tutto quello che ha da dare.

PAESAGGI INTERIORI

È semplice raccontare come un evento conduca a un altro, ma un vero film non dovrebbe essere fatto di un susseguirsi di avvenimenti. È molto più complesso mostrare i movimenti interiori di un individuo che, certo, possono anche esprimersi attraverso accadimenti concreti. A prescindere dalla cultura di appartenenza, ciascuno può comprendere ciò che si agita nel cuore di una persona. Non esistono barriere: tutti gli esseri umani avvertono emozioni comparabili. La maniera in cui vengono espresse può differire, ma la sostanza è la stessa. Non sono sensibile verso ciò che succede all’esterno, mi interessano i moti dell’animo che gli altri fanno nascere in noi. È per questo che le mie opere hanno bisogno di tempo e sono così lunghe, lente. Ogni persona ci insegna qualcosa e, un po’ alla volta, perdiamo consapevolezza della distanza che separa la pellicola dalla realtà.


(Parte di un intervista tratta dalla rivista "Duellanti", novembre 2010, di Daniela Persico)

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