sabato 23 marzo 2013

La moglie dell'astronauta: Tom Wolfe, La stoffa giusta


Annie riusciva a scorgere abbastanza facilmente l’imminente catastrofe. Tutto ciò che doveva fare era guardare lo schermo della televisione. Qualsiasi canale... non aveva importanza... lei poteva fare assegnamento sul fatto di vedere una donna che reggeva un microfono ricoperto di gommapiuma nera e che pronunciava un discorso retorico di questo tipo: 
«Dentro questa modesta casa di periferia ben tenuta c’è Annie Glenn, moglie dell’astronauta John Glenn, che partecipa all’ansia e all’orgoglio del mondo intero in questo momento di tensione, ma in un modo assai riservato e assai cruciale che lei sola può comprendere. Un’unica cosa ha preparato Annie Glenn a questa messa alla prova del suo stesso coraggio e la sosterrà attraverso questo esame, e quest’unica cosa è la sua fede: la sua fede nelle capacità del marito, la sua fede nell’efficienza e nella dedizione delle migliaia di ingegneri e altro personale che si sono occupati del suo sistema di controllo.., e la sua fede in Dio Onnipotente...».
Nell’immagine sul teleschermo tutto quello che potevi vedere era quella donna della televisione, con il microfono in mano, che stava in piedi tutta sola davanti alla casa di Annie. Le tende erano tirate, un po’ inspiegabilmente, in quanto erano le nove del mattino, ma tutto appariva molto accogliente. In realtà, il prato, o ciò che ne era rimasto, pareva la Città della Follia. C’erano tre o quattro unità mobili delle reti televisive con cavi che passavano in mezzo all’erba. Era come se Arlington fosse stata invasa da tostapane giganti. Quelli della televisione, con tutti i loro capoelettricisti, fattorini, puttanelle al seguito, cameraman, accompagnatori, tecnici ed elettricisti, facevano avvampare bulbi oculari da duecento watt e rimbalzavano l’uno sull’altro e sulla calca riunitasi di reporter, corrispondenti radio occasionali, turisti, sfaccendati, poliziotti e curiosi idioti freelance. Tutti si sporgevano e si dimenavano e roteavano gli occhi e gesticolavano e brontolavano nell’eccitazione dell’evento. Un’esecuzione capitale pubblica non avrebbe attratto una massa di gente più fuori di testa. Era il genere di folla che avrebbe fatto abbassare il randello al Pazzo Omicida e scuotere la testa e andarsene via, deluso dalle troppe opportunità. 
Nel frattempo, John si trova in cima al razzo, l’Atlas, una bestia tarchiata, il doppio del diametro del Restone. È disteso sulla schiena nella fondina umana della capsula Mercury. Il conto seguita a scorrere lentamente. Le sospensioni si susseguono a causa del tempo. Le nuvole sono così pesanti da rendere impossibile controllare adeguatamente il lancio. Ogni giorno, per cinque giorni, Glenn si era concentrato per il grande evento, solo per ottenere una cancellazione a causa del tempo. Adesso si trovava là sopra da quattro ore, quattro ore e mezzo, cinque ore... stava ficcato dentro la capsula, sdraiato sulla schiena, da cinque ore, e gli ingegneri decidono di cancellare il volo a causa della pesante coperta di nubi. 
È spossato. Fa ritorno all’Hangar 5, e cominciano a togliergli la tuta di dosso e a liberarlo dai fili. John siede là nello spogliatoio con soltanto il rivestimento esterno della tuta tirato giù - ha ancora sotto la maglia isolante e tuffi i sensori attaccati allo sterno, alla gabbia toracica e alle braccia — mentre una delegazione della Nasa fa il suo ingresso camminando all’unisono per metterlo di fronte al seguente messaggio proveniente dall’alto: 
John, odiamo disturbarti per questo, ma abbiamo un problema con tua moglie. 
Mia moglie? 
Sì. Non vuole collaborare, John. Forse potresti farle una telefonata. C’è un telefono collegato proprio qui. 
Una telefonata? 
Del tutto in confusione, John chiama Annie. Lei si trova nella loro casa di Arlington con alcune delle mogli, alcuni amici e Loudon Wainwright, il giornalista di «Life», per assistere al conto alla rovescia e, infine, alla cancellazione in televisione. Fuori c’è la baraonda dei reporter che latrano per avere rimasugli di informazioni sull’ordalia di Annie Glenn e risentiti per il fatto che «Life» abbia l’accesso esclusivo al toccante dramma. Qualche isolato più in là, in una pittoresca via laterale di Arlington, dentro una limousine attende Lyndon Johnson, vicepresidente degli Stati Uniti. Kennedy aveva nominato Johnson suo sovrintendente straordinario al programma spaziale. Era il genere di incarico insignificante che i presidenti affidano ai vicepresidenti, ma aveva un significato simbolico ora che Kennedy presentava il volo spaziale con equipaggio umano come l’autentica avanguardia della sua Nuova Frontiera (versione numero due). Johnson, come molti uomini che avevano ricoperto la carica di vicepresidente prima di lui, aveva cominciato a soffrire la carenza di pubblicità. Stabilisce dunque di entrare nella vita domestica dei Glenn e consolare Annie Clenn per l’ordalia, la tormentosa pressione delle cinque ore di attesa e la frustrante cancellazione. Per rendere quella visita di solidarietà ancor più memorabile, Johnson decide che sarebbe simpatico portarsi dietro la Nbc, la Cbs e l’Abc, sotto forma di un’unica équipe che trasmetterà la scena commovente su tutti e tre i network per milioni di telespettatori. La sola difficoltà — la sola difficoltà per il modo di pensare di Johnson — è che desidera che il reporter di «Life», Wainwright, esca dalla casa, perché la sua presenza provocherebbe l’ostilità degli altri giornalisti della carta stampata impossibilitati a entrare, che non ne ricaverebbero una buona opinione sul vicepresidente. 
Ciò di cui non si rende conto è che l’unica ordalia alla quale Annie Glenn è dovuta sottostare riguardava la possibilità che dovesse uscire fuori a un certo punto e impiegare sessanta secondi o roba del genere per balbettare qualche frase. E adesso... diversi funzionari e agenti del servizio segreto chiamano al telefono e bussano alla porta per informarla che il vicepresidente si trova già ad Arlington, in una limousine della Casa Bianca, in attesa di fermare la macchina e lanciarsi in casa per riversarle addosso dieci minuti di orrendo spirito texano davanti a tutta la tv nazionale. Fatta eccezione per il razzo che esplode sotto John, quella è la cosa peggiore che lei possa immaginare che capiti nell’intero programma spaziale americano.




Dapprima Annie tenta di cavarsela con gentilezza, dicendo che non può assolutamente chiedere a «Life» di andarsene, non solo a causa del contratto, ma anche per via dei loro buoni rapporti personali. Wainwright, non essendo uno sciocco, non ci teneva particolarmente a essere coinvolto in tutta quella storia e perciò si offre di mettersi fuori gioco, di andarsene. Ma a quel punto Annie non è disposta a rinunciare allo scudo di «Life». La sua idea se la è fatta. Sta andando in collera. Dice a Wainwright: «Non lasci questa casa!». La rabbia fa mirabilie per la sua balbuzie. La elimina del tutto, temporaneamente. In pratica, gli sta ordinando di restare. La balbuzie di Annie spesso fa sì che la gente la sottovaluti, e gli uomini di Johnson non si erano resi conto che lei era la moglie di un pioniere presbiteriano che viveva piena di energia nel ventesimo secolo. Quando era furibonda, era in grado di tener testa anche a cinque di loro con soltanto l’aiuto di alcuni amplificatori provenienti dalla collera di Dio. Alla fine, quelli capiscono come stanno le cose. Lei è troppo per loro. Perciò provano a tendere le braccia alla Nasa per cercare qualcuno che le ordini di collaborare. Ma ciò deve essere fatto molto rapidamente. Johnson se ne sta là fuori a qualche isolato di distanza nella sua limousine, fumando di rabbia, imprecando e rendendo un inferno la vita a tutti coloro che si trovano a portata di voce, chiedendosi, esplicitamente, perché cazzo non c’è nessuno nel suo staff che sia in grado di affrontare una casalinga, per l’amor di Dio, e il suo staff chiede aiuto alla Nasa, e la Nasa investe del problema un anello superiore della catena, fino a che nel giro di qualche minuto si arriva al vertice, e la delegazione fa il suo ingresso camminando all’unisono nell’Hangar 5 per incontrare personalmente l’astronauta. 
Dunque, ecco John, che si sta tirando su la maglia imbottita, con i fili dei biosensori che gli spuntano fuori dalla gabbia toracica... ecco John, ricoperto di sudore, tirato, scarico, che comincia a sentirsi molto stanco dopo aver atteso per cinque ore che un centinaio di tonnellate di ossigeno liquido e cherosene RP-1 gli esplodano sotto al sedere… e la gerarchia della Nasa ha una sola cosa in mente: fare felice Lyndon Johnson. Quindi John fa la sua chiamata a Annie e le dice: «Senti, se non vuoi che il vicepresidente o le reti televisive o chiunque altro entrino in casa, allora, per quanto mi riguarda, così sarà, non entreranno.., e ti appoggerò dall’inizio alla fine, al cento per cento, tu digli questo. Non voglio che Johnson o chiunque altro di loro metta un solo alluce in casa nostra!». 
Quello era tutto ciò di cui Annie aveva bisogno, e divenne semplicemente un muro. Non volle neanche più discutere ulteriormente la cosa, e la questione che Johnson entrasse non si poneva più. Johnson, naturalmente, era furibondo. Lo si poteva sentire urlare rabbiosamente e strillare per mezza Arlington, Virginia. Si riferiva ai suoi assistenti. Finocchi! Puttane! Culattoni! Webb a stento riusciva a credere a quello che era successo. L’astronauta e sua moglie avevano sbattuto la porta in faccia al vicepresidente. Webb fece due chiacchiere con Glenn. Questi non volle fare marcia indietro neanche di un centimetro. Fece intendere che Webb aveva passato il limite. 
Passato il limite! Di che diavolo si trattava? Webb non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Come poteva lo stesso numero uno, l’amministratore della Nasa, avere passato il limite? Webb convocò alcuni dei suoi assistenti di più alto grado e descrisse la situazione. Disse che stava considerando la possibilità di cambiare l’ordine delle assegnazioni ai voli — cioè, di mettere un altro astronauta al posto di Glenn. Quel volo richiedeva un uomo che fosse in grado di comprendere meglio gli interessi più generali del programma. I suoi assistenti lo guardarono come fosse pazzo. Non l’avrebbe mai fatta franca. Gli astronauti non l’avrebbero sostituito!... Avevano le loro divergenze, ma su una questione come quella i sette sarebbero stati uniti come un’armata... Webb cominciava a capire qualcosa che fino a quel momento gli era sempre piuttosto sfuggito. Gli astronauti non erano i suoi uomini. Appartenevano a una categoria nuova per la vita americana. Erano guerrieri da duello. Semmai, era lui il loro uomo. 


Si poteva immaginare che cosa sarebbe successo se Webb avesse provato a esercitare la sua autorità nonostante tutto... Arriva la resa dei conti... i sette astronauti Mercury alla televisione... che spiegano che proprio nel momento in cui le loro vite sono messe a repentaglio, lui, Webb, si intromette, cerca di ingraziarsi Lyndon Johnson con le lusinghe, mosso dalla vendetta perché la moglie di John Glenn, Annie, non aveva permesso che l’orrendo strizzamani texano entrasse nel suo salotto a farla reagire emotivamente in modo enfatico sotto l’occhio della televisione a diffusione nazionale... Lui siede nei suoi uffici a Washington mentre le loro pelli stanno appese sulla punta del razzo... Si poteva capire che la faccenda si sarebbe profilata in questo modo. Webb avrebbe smentito, furiosamente... Kennedy avrebbe fatto da arbitro — e non era difficile capire che direzione avrebbe preso la decisione. Il cambio degli incarichi non fu mai più menzionato. 
Non molto tempo dopo, un vecchio amico andò a trovare Webb nel suo ufficio principale, e quest’ultimo si sfogò. 
«Guarda questo ufficio» disse, facendo un ampio gesto a ricomprendere l’intera stanza che conteneva tutti gli status symbol di livello ministeriale annoverati nel corso di studi della General Services Administration. «E io... non riesco… a ottenere che... un... semplice… ordine… venga eseguito! ».

(La stoffa giusta, Tom Wolfe - Ed. Mondadori)
(Un articolo consigliato:The Historic Flight of Mercury 6 )



John Glenn e Annie Castor, 2013

lunedì 4 marzo 2013

La Fièvre en Février - Playlist Febbraio 2013


         

#1   Feeling You - Omar (Henrik Schwarz Remix)
#2   Tomorrow Night We'll Go Anywhere - Evan Voytas
#3   Howls - Hammock
#4   Clap Your Hands - Kabanjak
#5   If We Could - Tribeqa
#6   A Town Called Obsolete - Andreya Triana
#7   Zibeline Tang - J.L. Murat
#8   Without Reasons - Pegase
#9   Borders - Milkymee

#10 Lazy Calm - Cocteau Twins

sabato 2 marzo 2013

Coriolanus, di Ralph Fiennes (2011)

"Cosa volete, cani, che non amate né la pace
Né la guerra? L’una vi atterrisce,
L’altra vi rende insolenti. Chi si fida
Di voi scopre, dove vorrebbe
Trovare leoni, che siete lepri;
Dove volpi, oche. Voi non siete più solidi,
No, del carbone che arde sul ghiaccio
O della grandine al sole. La virtù
Vostra sta nel considerare degno
L’uomo la cui colpa lo fa punire
E nel maledire la giustizia che l’ha fatto.
Chi merita grandezza merita il vostro odio
E le vostre inclinazioni sono come
L’appetito di un malato che desidera di più
Ciò che accresce il suo male. Chi dipende
Dai vostri favori nuota con pinne
Di piombo e abbatte querce con giunchi.
Impiccatevi! Fidarsi di voi?
Cambiate opinione ogni minuto,
Chiamate nobile ciò che un momento prima
Odiavate, e vile colui che era
La vostra ghirlanda. Per quale motivo,
Nei diversi luoghi della città gridate
Contro il nobile Senato, che, sotto l’egida degli dei,
Vi tiene a freno, voi che altrimenti
Vi divorereste l’un l’altro?"                                                 (Coriolano, W. Shakespeare)



Il Coriolano è l'ultima tragedia che Shakespeare scrisse e, probabilmente, anche una delle meno conosciute. 
Eppure è un dramma dalla fortissima connotazione emotiva e politica che, anche nelle nuove vesti regalategli da Ralph Fiennes, al suo esordio da regista, ben si presta a questi tempi di crisi morale ed economica.

Caio Marzio (il soprannome Coriolano arriverà più avanti) è un generale romano, un soldato valoroso e un uomo affetto da incomunicabilità, sconsiderato nel suo coraggio e dipendente dall’adrenalina del combattimento (che, al contrario dello sminatore di ‘The Hurt Locker’, film con cui condivide il direttore della fotografia Barry Ackroydinnesca la pugna). Detesta la plebe del suo impero, per la quale rischia la vita in ogni battaglia, e non sa gestire il minimo cerimoniale, l'ipocrisia dei rapporti umani e politici. Coriolano è un eroe e, al tempo stesso, un loser, un disadattato.

La prima impressione, quella più superficiale, ci racconta come, al primo colpo, Ralph Fiennes riesca a portare in scena Shakespeare liberandolo da ogni pericolo di logorio (nonostante i dialoghi mantengano la sintassi originale), anzi rivestendolo di nuovo lustro come mai ha saputo fare per esempio un Kenneth Branagh nelle sue numerose rielaborazioni, quasi tutte pervase da un irritante portamento ridondante e frou-frou. 
Il regista, nello scegliere la Belgrado post conflitto balcanico come luogo dove ambientare le riprese, utilizza lo stesso accorgimento di Shakespeare, che trascriveva Roma attraverso le letture classiche di Ovidio e Virgilio per rappresentare gli scontri sociali, la precarietà della monarchia, della Londra del XVII secolo. 


Ma il dato teatrale che traspare dalle coreografie spoglie (potrebbe essere interamente girato on the backlot, come uno dei primi Tarzan, come un film di Fellini costruito a Cinecittà, o come la Parigi completamente posticcia di Irma la Dolce), dichiara apertamente il vero protagonista: la potenza dei caratteri in scena e la grandezza degli attori. 

Dall’interpretazione straordinaria di Fiennes stesso, a quella miracolosa di Vanessa Redgrave nella parte della madre di Coriolano, Volumnia; da quella perfetta, nella sua trattenuta condiscendenza, della moglie Virgilia, di Jessica Chastain, al contributo prezioso, senza rumori di fondo, del sempreverde Brian Cox e del muscolare Gerard Butler, è una persistente manifestazione del talento attoriale.
Questo, Fiennes lo sa bene e ha l'accortezza di disidratare completamente ogni barocchismo scenografico e folcloristico, narrativo e retorico (grazie anche all'oculata sceneggiatura di John Logan).

Il racconto dei moti che si svolgono esternamente al palcoscenico, viene delegato alla televisione, ad una sorta di notiziario CNN, disegnando così una messa in scena solida e primitiva, una geografia con pochissimi meridiani e paralleli, la vicenda umana sopra qualsiasi tentazione di sfarzo pretestuoso.


È interessante la differente concezione geometrica che nell’arco del tempo quest’opera ha saputo evocare in due intellettuali come il poeta T.S. Eliot e il filosofo Zizek: il senso orizzontale di una trama che si muove decisa e compiuta tra due punti, superiore all’ambiguità dell’Amleto (secondo l’autore di ‘The Waste Land’) e quello circolare dell’ideologia politica del protagonista, che nasce come braccio armato del potere imperialista, per poi unirsi ai ribelli volsci seguendo l’impulso della vendetta e infine ritornare nell’alveo conservatore a seguito delle preghiere di madre e moglie (nell’analisi dello sloveno). 

Ma è tutto il film ad essere abitato da spostamenti di insiemi significativi. Oltre la cornice, una verità si muove armonicamente rispetto al narrare: tutte le rappresentazioni caratteriali dei personaggi non sono altro che i loro più manifesti tratti distintivi, nessun divenire o trasformazione in atto: la Plebe, il Guerriero, la Politica, la Madre e le parole stesse di Coriolano (così organiche da divenire animate). Proprio come è impossibile per Coriolano dire bugie, adulare e aggirare la plebe, il senato, il suo istinto e, per la proprietà transitiva, lo spettatore: nessun travisamento abita la messa in scena.

Caio Marzio è sempre e solo condannato ad essere stesso, una specie di Alessandro irascibile, violento, tuttavia irraggiungibile per forza d'animo e coraggio, senza mire espansionistiche se non quelle intrinseche, quelle che rispondono ad una battaglia con se stessi. 
Al contempo, dentro la cornice, c’è una ferita profonda, una gigantesca incongruenza tra quello che la plebe crede, di volta in volta, di desiderare, la sua volubilità luculliana, e lo spirito aristocratico e puro del generale romano, sublimato nell’atto eroico ed egotico del combattimento efferato (eppure quasi inconsapevolmente e involontariamente proteggendo quel popolo così disprezzato). 
Anche in questo caso Ralph Fiennes mette in sordina il resto e illumina due punti, che come due razzi traccianti si muovono parallelamente, si incrociano, si separano, per tutta la durata dell’opera: la volubilità dei media nel trasmettere i discorsi alla base e l’essenzialità furiosa dei caratteri portati in scena. Tutto spinge su questa dicotomia: l’arte della dialettica e l’arte della guerra, ragione e istinto. 

E’ l’unica fine possibile, quella di Coriolano. Morire per il tramare di una congiura e la ferocia di un gesto: una pugnalata. Essere o non essere; la purezza dell’istinto o il compromesso, la poesia o il discorsivo.


 Luca Tanchis

Ralph Fiennes parla del suo Coriolanus


«Coriolano mette in scena i conflitti del presente. Viviamo tempi in cui le autorità non sono credibili, ovunque il concetto di autorità si va ridefinendo, e così il concetto di democrazia: cosa è, cosa implica viverci. Cosa è diventata e cosa non è più. Le nostre economie sono crollate come un domino, il sistema capitalistico è in dubbio. Per me questa storia di Plutarco ripresa da Shakespeare è moderna, i temi sono il potere e la rappresentazione del potere, il potere militare. E sono temi che sento vivi intorno a me, riguardano America, Russia, Cina, l’Africa delle guerre tribali, il mondo arabo, il Medio Oriente».

Meglio, quindi, un’ambientazione contemporanea?


«Shakespeare è più accessibile per il grande pubblico se ci si può identificare: jeans, cellulari, pistole. Amo il “Romeo+Juliet” di Baz Lurhman, è riuscito a creare un mondo chiaro e vivido immediatamente comprensibile».

Coriolano è un eroe solitario incapace di comunicare con le masse.



«Sì. È un ragazzo dentro il corpo di un uomo e l’uniforme di un soldato. Un ragazzo che non è mai cresciuto, per lui il campo di battaglia è come un giardino di giochi. Si sente realizzato e completo solo quando combatte. Non ha vocabolario sociale. Ha antipatia per la gente, una profonda paura delle masse. Una figura tragica, per questo Shakespeare la chiama “La tragedia di Coriolano”. Il Bardo mostra la sua unica intimità con un altro uomo, Aufidio, una sorta di bizzarro amore omosessuale: sono come due wrestler. Coriolano è destinato alla sconfitta. Non ha l’abilità dei politici. È vulnerabile e non è attraente ma vuole essere se stesso. Questo non è possibile in società che funzionano su un certo grado di cortesia».

Spesso lei ha incarnato personaggi soli, diversi.

«Non so, credo perché mi ci identifico, non è una scelta consapevole».

Ama la solitudine?

«Mi piace stare solo, non mi piace essere solo. Ma a volte ne ho bisogno».