martedì 12 settembre 2017

COSMOPOINTS Vol. 01 is: Mac DeMarco (Writer: Roberto Bolaño)


Da un'idea di Nelly Simone e la manovalanza di Luca Tanchis: Compilations as neorealism.
Una monoalternanza intorno a un artista che resiste e poi non resiste alle interferenze dei satelliti. E, sorpresa, a volte succedono rivoluzioni compatibili.
A corredo, i libri che, in tutta questa cosmofonia, si nascondono ma, come "radiazioni fossili", suggeriscono le scelte musicali.
***
List of songs selected and compiled by Nelly Simone (www.instagram.com/theholdengirl/)
mixed, edited and sound effects by Luca Tanchis (www.mixcloud.com/LucaMrT )
Cover by Weisstub (www.instagram.com/weisstub/)



1 Magnolia - Playboi Carti
2 Baby You're Out - Mac DeMarco
3 blkswn - Smino
4 Salad Days - Mac DeMarco
5 All I Need - Noname feat. Xavier Omär
6 Moonlight On The River - Mac DeMarco
7 This Girl I Know - Oddisee
8 Another One - Mac Demarco
9 That's Just Me - Blackwave.
10 Chamber Of Reflection - Mac DeMarco





***
Associated Press (Nelly's choice):


Non si tocca mai il fondo e io non sono l'eccezione.
L'intervento della polizia era stato un colpo duro; anche se eravamo riusciti a fuggire, psicologicamente si trasformò in qualcosa di reale, il pericolo in agguato, che non era ancora stato capace di trovarci ma che era stato sul punto di farcela e che avrebbe continuato a provarci. La paura divenne tangibile, ero solo, avevo gli sbirri alle calcagna, mi consideravo innocente (non avevo fatto fuori nessuno, il resto era un gioco), dovevo cominciare a stare attento.
Se quella figlia di puttana di Ana non spuntava non era colpa mia, non era neppure perché avesse dimenticato l'indirizzo o perché credesse che lo studio fosse controllato. Semplicemente mi lasciava solo e se ne stava alla larga. Cominciai dalle solite cose: riordinai lo studio, spazzai, fregai, lavai e poi scesi e portai la roba sporca in lavanderia. Mi tirò su il morale. Mentre lavavano la roba comprai da mangiare e libri in un supermercato. Poi comprai un mangianastri e cassette dei Doors.
Rincasai carico e soddisfatto, mi preparai una cena abbastanza accettabile e per dessert me ne andai all'Arenas a vedere un paio di riproposte proprio accanto al commissariato di polizia. Mi addormentai ascoltando Plastic People, Camarillo Brillo, Hungry Freaks, The End, Twentieth Century Fox, Horse Latitudes.
Sognai che ero seduto su una sedia, senza fare niente, con le mani luccicanti. Poi mi rendevo conto di essere in un teatro e che vedevo Jim Morrison sulla scena. Sta per scoparsi il microfono!, pensavo. Sta per masturbarsi sulle nostre teste! Ma non faceva niente di tutto questo. Girava sul palco, evitava di guardare la platea, sembrava preoccupato. E non si sentiva nessun suono. Pensai allora che dal momento che Jim era morto doveva trattarsi di un film.
Il mattino dopo la prima cosa che feci fu ricordare il sogno. Mi sembrò triste. Poi pensai a quel "colpo al cuore" del 1971 in un albergo di Parigi. Era quella la cultura della nostra epoca: Morrison e gli altri cardiopatici. E Joyce. Era difficile pensare a due storie più opposte. La merda e la fantascienza. Vanno sempre insieme.
Ah, ero un sentimentale, non c'era niente da fare. Non avrei mai dovuto amare, nessuna statua, nessun mito. A che cazzo servivano?, mi domandai mentre davo un morso al mio toast; per esempio, adesso: avevo un mucchio di problemi e non me ne avrebbero risolto nessuno. Insomma, non dovevo neppure prenderla così, la realtà era in loro funzione.
Non mi piaceva leggere o ascoltare musica? La faccenda doveva finire lì. Il brutto era che lì non finiva.

(Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, di A. G. Porta e Roberto Bolaño - Sellerio, 2007)

lunedì 11 settembre 2017

OLIVIER ASSAYAS, LE AUDIOÉSTHÈTE - Due playlists del regista francese


PLAYLIST N° 01
3 settembre, 2015 - Parigi
  1. FELIX DA HOUSECAT - Candy Talk
  2. FUTURE - Thought It Was A Drought
  3. IGGY POP - Lust For Life
  4. RATATAT - Countach
  5. DOUG HREAM BLUNT - Fly Guy
  6. JACNO - Rectangle
  7. SYD BARRETT - Dark Globe
  8. THE KINKS - MoneyGoround
  9. THE FLAMIN' GROOVIES - Teenage Head
  10. THE FEELIES - Raised Eyebrows
  11. SHANE MAC GOWAN & THE POPES - The Chruch Of The Holy Spook
  12. ETIENNE DAHO - Soleil de Minuit





***

PLAYLIST N° 02
13 dicembre, 2016 - New York
  1. ROZZMA - Baby
  2. ISAAC HAYES - Going In Circles
  3. LITTLE SIMZ - Poison Ivy
  4. EQUIKNOXX MUSIC - Bubble feat. DEVON DI DAKTA
  5. GUCCI MANE - 1st Day Out Tha Feds
  6. KATE TEMPEST - Lionmouth Door Knocker
  7. CHILDISH GAMBINO - Stand Tall
  8. JEAN-MICHEL JARRE - Oxygene PT 17
  9. CAKES DA KILLA - New Phone
  10. SWEELY - Take Me To My House
  11. DONATO DOZZY & RETINA.IT - Automa Talos (DONATO DOZZY version)
  12. NADIA ROSE - Tight Up
  13. GREGORY ISAACS - Night Nurse
  14. BLACK UHURU - Emotional Slaughters
  15. JOHN LEGEND - Penthouse Floor feat. CHANCE THE RAPPER
  16. HAPPY MONDAYS - Wrote For Luck
  17. ANNA VON HAUSSWOLFF - Track of Time
  18. BEE GEES - With the Sun In My Eyes
  19. JONATHAN RICHMAN - I was Dancing in a Lesbian’s Bar
  20. KEVIN AYERS - Stranger in Blue Suede Shoes




(Le playlists sono scelte musicali di Olivier Assayas e sono tratte da due interviste con Radio Nova Paris. I link originali: Playlist N° 01  / Playlist N° 02 )

Bio:
Olivier Assayas nasce nel XV arrondissement di Parigi il 25 gennaio del 1955, figlio di Jacques Rémy (nome d'arte di Raymond Assayas), uno sceneggiatore francese, nato a Costantinopoli (l'odierna Istanbul, in Turchia[1]) da una famiglia ebraica di origine greca, e di Catherine de Károlyi (nata Katalin Polya), una stilista ungherese di religione protestante, ascesa allo status di aristocratica grazie alle nozze convolate col conte Etienne Károlyi, suo primo marito. Il giovane Olivier eredita la passione per il cinema dal padre («Il mio gusto per il cinema è associato ad una sorta di mitologia familiare perché mio padre è stato assistente di alcuni grandi cineasti dell'epoca: Ophuls, Pabst, L'Herbier [...] fin dall'infanzia avevo ben chiaro in mente che volevo fare dei film, anche se non avevo la minima idea di come sarei arrivato a farli»), iniziando poi ad affiancarlo, quando questi è ormai vecchio e malato, nel suo lavoro di sceneggiatore, facendo in seguito anche l'assistente sui set francesi di grosse produzioni americane (Il principe e il povero di Richard Fleischer e Superman di Richard Donner).

Il suo primo cortometraggio, Copyright (1979), gli vale la proposta da parte di Serge Toubiana e Serge Daney di collaborare ai Cahiers du cinéma, rivista per la quale scrive dal 1980 al 1985, rivelando una particolare attenzione nei confronti del cinema orientale. Nel frattempo, appassionato di musica rock scrive anche per Rock & Folk, collabora come sceneggiatore con Laurent Perrin e André Téchiné e gira altri cortometraggi.
Nel 1986 debutta alla regia con un lungometraggio ambientato tra le bande giovanili parigine, Désordre - Disordine. I conflitti generazionali e le difficoltà di relazione interpersonale sono al centro dei suoi film successivi: Il bambino d'inverno (1989), Contro il destino (1991), interpretato da uno degli attori simbolo della Nouvelle Vague, Jean-Pierre Léaud, e soprattutto L'eau froide - L'acqua fredda (1994), versione lunga del televisivo La page blanche (per la serie Tous les garçons et les filles de leur âge), che rivela il talento dell'attrice Virginie Ledoyen.
Nel 1996 dirige la sua opera più celebrata, Irma Vep, omaggio al pioniere della cinematografia francese Louis Feuillade e al cinema di Hong Kong: protagonista del film è l'attrice Maggie Cheung, che sarà sua moglie dal 1998 al 2001. La passione di Assayas verso il cinema asiatico si manifesta anche nel 1997 in un documentario-tributo al regista taiwanese Hou Hsiao-Hsien.
Nel 2000 Assayas dirige una grossa produzione in costume, Les Destinées sentimentales, tratto da un romanzo di Jacques Chardonne, con Emmanuelle Béart e Isabelle Huppert. Nei successivi Demonlover (2002), ambientato nel mondo della produzione dei manga, e Clean (2004), sull'ambiente del punk, quest'ultimo di nuovo con Maggie Cheung protagonista, Assayas torna alla forma cinematografica sperimentale e ad una narrazione più intimista.
Nel 2005 dirige un episodio del film collettivo Paris, je t'aime, dedicato al III arrondissement di Parigi e nel 2007 partecipa a Chacun son cinéma, film celebrativo prodotto per il Festival di Cannes da Gilles Jacob, composto da 33 brevi cortometraggi d'autore.








giovedì 7 settembre 2017

David Sylvian, Made in Japan - intervista di Enrico Sisti


Mi fa pensare ad un attore di prima grandezza che esegue la parte di un eroe destinato a salvare dalla distruzione tutto quel vasto repertorio della cultura musicale contemporanea che si può racchiudere con un “ascoltabile” e contrapporre al “passabile”. L”ascoltabile” è frutto della creatività umana, dell’eros realizzato o tradito della ricerca e dei pensiero positivo. Il “passabile” è il tradimento delle emozioni, la rovina della psiche, la somma dei tanti Giuda che hanno conquistato gli avamposti dell’industria del consumo di massa, i molti sovversivi che spacciano gas tossici per olezzi afrodisiaci.
Ed è un grande uomo di scena, il Sylvian che mi presenta lo scenario devastato dalle sue percezioni. La sua vita è stata un continuo sbattere porte in faccia a traguardi ottenuti troppo facilmente, a scontatezze che improvvisamente hanno preso il posto di faticose conquiste estetiche. 
Sembrerebbe uno che si piange addosso, ma le cose stanno diversamente. Sylvian parla come uno che in un certo senso l’ha pagata tutta, la sua voglia di andare oltre. Un Herman Hesse dei nostri giorni, che a malincuore ha accettato il ricatto del mercato e che adesso vende la sua mercanzia benché non riesca mai a far proprio quello spirito entusiasta di chi sa che al tramonto tornerà a casa con le tasche piene. Lui magari è tornato qualche volta con le palle piene. Di cosa? Forse di disprezzo, e forse anche per se stesso. Forse di cattiveria, accesa come un fuoco dalle troppe inibizioni provocate da quello che lui definisce “despicable environment. Il fatto è che Sylvian si espone comunque ad un giudizio costante, e questo lo ripaga delle molte curve percorse a velocità supersonica col rischio di finire nel fosso, o contro un albero. Il giudizio costante di chi lo ha seguito da anni si sgretola però davanti al mistero dei Rain Tree Crow. Perché sono un’altra cosa rispetto ai Japan? Ecco il punto che rimane punto. La discussione si apre alla delicata, pericolosa fase in cui bisogna stabilire la legittimità di una mutazione apparente, e se vogliamo essere ottimisti, di uno spostamento impercettibile. 
Prima di incontrarlo, ho tirato fuori tutto quello che avevo dentro dei Japan e del Sylvian solista: mi si è presentato un mare che sembrava quieto e che invece sotto era percorso da correnti che non hanno nulla da invidiare a quelle che tenevano Ulisse lontano da Itaca. Gli sono affezionato a questo mare, perché in qualche modo mi ha sempre sbattuto dove voleva lui, magari in una spiaggia deserta, e deve c’era pericolo. Eppure era affascinante proprio questo misto di incertezza e avventura, di smarrimento e dubbio. Sylvian era la prova che qualche volta possiamo affidarci ad “altre ragioni”, che non siano necessariamente la risposta ad un interrogativo sociale o il venire incontro ad una richiesta ecologica. Mentre altri impazzivano in cerca di un’identità, e spesso dicevano di trovarla in quella specie di Dio allungato che è la chitarra, lui aveva tempo e modo di avanzare qualche perplessità, stringendosi dove tutti si allargavano, contraendosi in un atto di estrema interiorizzazione dove tutti si divertivano a rivelarsi estroversi, ma in realtà la loro era soltanto una fottuta paura di restare soli e senza un quattrino. 
Le linee dei suono di Sylvian sono state sempre come le sue parole. Scelte rare, preziose, analizzate sempre con esuberanza controllata, fino a ridurle allo stato gassoso (in effetti, una parola è aria che “frica” tra le corde vocali). Sylvian è la vaporizzazione di alcune certezze. Valore negativo? Non direi, non direi proprio. Quell’essere impalpabili ha fatto dei suoi discorsi un’appendice al vangelo privato di ognuno di noi. Un vademecum che prevede la cartesiana accettazione dell’essere, cioè del vivere e, in questo caso, anche, del produrre. Un baedeker che ci insegna a visitare i mondi possibili secondo il principio per cui “la possibilità è la sola giustificazione delle cose che siamo in grado di vivere e di assimilare”. La musica di Sylvian è la riduzione in “evento armonico di frazioni d’arte”. 



Pezzi, scaglie, frammenti, briciole tenute insieme da una forza soprannaturale che governa tanto il suo modo di scrivere quanto il nostro modo di recepire. Non esiste melodia in Sylvian in grado di determinare un ritornello. Il “vero e proprio” è un concetto estraneo al suo stile. Niente strofe, dunque, niente refrain, niente code, niente canzoni, niente sinfonie, niente “larghi” o “minuetti”. Il suo codice è una barra che nega la tradizione. 
Tutto dolcemente sfibrato, quasi una parodia della convenzione. Tutto destinato a descrivere il senso di legami sottili o apparentemente impossibili come per esempio quello tra pioggia, albero e corvo. Ma la gente si chiede anche se per caso non ci sia anche qualche caduta nell’autocompiacimento, se per caso la ricerca non invada talora il territorio del decadente gusto dell’arte per l’arte, se per caso tutto questo guardarsi non serva altro che ad arricchire i costruttori di specchi e ad ammalare qualche nostalgico dandy invaso dai libri di Oscar Wilde e dalle strazianti melodie senza fine di Gustav Mahler. «Se smetto di guardare me stesso, smetto di vivere» potrebbe precisare Sylvian. E avrebbe anche ragione, ma secondo me certe cose è meglio non dirle, meglio limitarsi a pensarle. Lui però ama se stesso come il prossimo suo, rovesciando il senso di una delle regole dei buon cristiano. Tutto sommato sono contento: la “norma” non ha mai prodotto grandi artisti, se non quelli che ad un certo punto lo sono diventati ricusando quello che avevano accettato in passato e che li aveva irregimentati al punto da perdere la propria autonomia creativa. 
E tutto sommato deve esserne contento anche lui, che per esempio afferma di aver capito che i Japan erano il risultato dell’insicurezza giovanile e dei tentativi, «spesso goffi» di superarla. Fondamentale a questo punto capire in che modo un artista cosi “mal” posizionato per avere un riscontro popolare ai suoi sforzi e per intuire attraverso le vendite discografiche i progressi compiuti, riesca a dirigere la propria esistenza pubblica e a governare i propri istinti anarchici. 

«Dipende dall’educazione, da come uno cresce, ma forse è meglio dire da come uno si trova suo malgrado a trascorrere quel periodo cruciale della propria esistenza che è l’adolescenza, il momento di massima ricettività, il punto nodale di tutta l’attività della memoria intesa come bagaglio culturale cui si attinge e come ricordo. E’ qui che si capisce che un uomo sarà destinato a vivere la crisi delle sue percezioni e a lavorarci sopra, o se invece più semplicemente vivrà sempre di pari passo con la propria coscienza, sempre in linea con tutto, sempre capace di rivedere fuori, all’esterno, nel mondo che lo circonda, ciò che ha dentro e ciò di cui è fermamente, filosoficamente convinto. Dall’adolescenza si vede insomma se un uomo sarà dubbioso o arrogante e sicuro». 




Cosi scopriamo il Sylvian del Duemila: un uomo che ha lottato col mondo quando era giovanissimo, che quando ha smesso si è trovato le mani sporche di terra, i vestiti macchiati, e tutto senza neppure ricordarsi bene perché aveva fatto a pugni con la vita. 

«L'ambiente in cui vivevo era insensibile. Mi sembrava un muto al quale stupidamente ogni giorno chiedevo di dirmi due parole, così per non sentirmi troppo isolato. Sono venuto su costretto ad erigere delle barriere psicologiche contro tutto. La cosa più naturale che mi veniva in mente era che la vita poteva farmi del male. Mi sentivo programmato per esistere in una data maniera, sulla quale non potevo assolutamente avere un parere determinante. Ho cercato di esorcizzare quest’impotenza attraverso la musica. E’ stata la musica a gettarmi fuori dal mio ambiente, ma era un palliativo e lo sapevo. La fuga forzata mi è costata moltissimo. Sia come ascoltatore che come musicista ho vissuto questo approccio all’arte con estrema passione, perché era l’unica via che avevo per sfuggire alle costrizioni del mio passato. Soltanto dopo un paio di dischi ho capito effettivamente quello che stava accadendo, Il musicista aveva preso possesso dell’uomo e cercava di integrarlo nella sua dimensione, sicuramente più confortevole. Ed è stato allora che ho avuto per la prima volta in vita mia la possibilità di cercare me stesso».

Eppure tra Sylvian e i Japan c’è un muro. 

«Ma non cerco di fingere che quel periodo non sia mai esistito. Anzi, la luce attuale illumina molto nitidamente quanto è accaduto, e non rimpiango assolutamente di aver fatto e detto quanto è servito a realizzare il progetto Japan. Ma i Japan non erano altro che un periodo di apprendimento, una scuola d’arte e di vita, frequentando la quale ho conosciuto ancor di più me stesso e il mondo. Presto sono diventati una concentrazione di pressioni eccessive, un insieme di responsabilità che non aveva più alcun senso accettare». 

I Japan sono per Sylvian quello che sono i Genesis per Peter Gabriel, Late For The Sky per Jackson Browne, gli arrangiamenti di The Wild, The Innocent... per Bruce Springsteen, i King Crimson per Robert Fripp, “Glad” per Stevie Winwood: qualcosa di superato ideologicamente e di fatto.



Per il pubblico invece la lettura di una parabola prende solitamente in considerazione tutto l’operato di un artista. Non si tralascia mai niente: si compra tutto il pacchetto e, anzi, ci si rallegra delle varie fasi, dei diversi approcci e delle innovazioni perché non c’è passaggio che possa escluderne un altro, agli occhi innamorati dell’appassionato. Quando parli con Peter Gabriel invece è quasi proibito menzionare i Genesis. E anche con Phil Collins non è che l’argomento sia così semplice da affrontare, Il Lou Reed di Drella è nemico dichiarato del suo periodo “animale”, mentre con grande correttezza Stevie Winwood esprime tutto il suo disappunto su alcuni Traffic di sua conoscenza, ma senza il disprezzo isterico dell’uomo che non se la sente più di riconoscersi in una vecchia fototessera. Poi ci sono i riciclatori, quelli autentici come David Crosby che non ha mai negato a se stesso la speranza di poter vedere riformati i Byrds primo organico (a parte la dolorosa scomparsa di Gene Clark, l’addio più brutto di quest’anno), e quelli dissimulati come David Sylvian, che schiaccia il ricordo dei Japan sotto un caterpillar freudiano, ma poi regala 
alle scene un gruppo formato per “puro caso” da Steve Jansen, Richard Barbieri e Mick Karn. 





Facile a scriversi in copertina, una parola spiegarlo al pubblico febbricitante che invece non ha mai nascosto la propria devozione e, parallelamente ad essa, il bisogno inappellabile di rivedere i propri beniamini di nuovo on the road. Ed è anche facilissimo corredare le note introduttive dell’album con la “clausola” dell’improvvisazione. Trame e suoni che nascono dal nulla, per pura emanazione, per puro istinto orchestrale? Un altro dubbio, stavolta più antipatico, che non consegna al disco dei RTC la stessa forza descrittiva della copertina, la quale riporta uno scenario alla Kurosawa, un mondo libero ma sul punto di essere guastato da sguardi troppo interessati: un post-qualcosa che riesuma lo spirito affaticato delle strade di Wim Wenders, gli spettacoli e le attese che avevano il gusto di prendersi sul serio quando non erano altro che la parabola discendente dì un ideale ormai doomed, giustiziato, dal tempo e dai pensieri. 
In questo clima di condanna visuale, è agevole sistemare cronologicamente l’ottimismo conoscitivo dei Japan, la coraggiosa analisi spirituale della musica del Sylvian solista e il ritorno inconfessabile ad una logica di gruppo. Il Sylvian da solo esemplificava la ricerca dell’io che per sopravvivere si guarda dentro. Per questa operazione aveva invitato di volta in volta artisti con i quali il contatto umano è stato a volte anche difficile, ma non lo era mai lavorarci. 
Vicino a Czukay si scorgeva il Sylvian espanso della sinfonia retrattile, cioè di quei moduli elastici che hanno trasmesso alla musica contemporanea un po’ di vecchia scuola tedesca (da leggere come Bruckner ma anche come Klaus Schulze). 


Vicino a Sakamoto ronzava il Sylvian agile del pop appena tradito, appena offeso, ma non svergognato. Un lirismo che proprio dal piano acustico di Sakamoto prendeva forza da sbattere giù un albero. 



Singolari tensioni fruivano poi della cortese follia di Robert Fripp (“Upon This Earth”) per infilare le dita nel mondo degli strumentali come fosse pongo, o per donare proprio attraverso la riutilizzazione dei frippertronics un senso agli accostamenti Occidente-Oriente (“Steel Cathedrals”, colonna sonora del filmetto di Sylvian e Yamaguchi) che altrove non hanno mai convinto troppo e che fuori da Sylvian paiono accettabili nelle colonne sonore di Sakamoto e un po’ spregevoli in certe cineserie d’imitazione, probabilmente made in Sorrento. 



In ogni caso, il Sylvian degli attuali Japan-non-Japan o dei forse-Japan è un uomo che sa di aver compiuto il passo decisivo verso la maturazione. 

«La maturazione è anzitutto un evento interiore: più avanti si trasforma in una nuova consapevolezza artistica. La distanza tra Japan e Rain Tree Crow è infinita. La mia vita tra le due esperienze la vedo oggi come una fase di sviluppo a tratti interminabile e a volte difficile. Alla fine dei Japan ho trascorso due anni di grande intensità, durante i quali ho preso maggior coscienza di me e ho cambiato il modo di relazionarmi al mondo esterno. Uno dei punti cardine del mio rinnovamento spirituale è stato quello di approntare una più approfondita conoscenza psicologica di me stesso. E dall’84 posso dire che c’è effettivamente stata una continuità in ciò che ho fatto. Cosa che non accadeva prima, dove le mie attività spesso non avevano una logica che le raggruppasse e le facesse apparire per ciò che effettivamente erano: il prodotto di un’unica personalità». 

Casuale forse, ma non troppo, che il rifiuto di Sylvian di aderire a qualsivoglia progetto discografico di gruppo sia coinciso con il periodo più nero degli anni Ottanta. 

«E’ stata certamente una decade di rapacità e di materialismo, specie dall’83 in avanti. Tutti hanno lavorato per proprio conto, c’è stata, specie nella musica, un’espansione di quella che potremmo definire iniziativa artistica privata e ciò ha portato come conseguenza un inasprimento dei sentimenti, un bisogno di circoscrivere la propria zona, il proprio territorio d’influenza. Eppure credo che proprio per questi motivi è stato per me un periodo determinante, perchè ho potuto perfezionare un distacco dall’industria musicale che prima non avevo il coraggio di avviare. Ero conscio di quello che dovevo fare, ma non sapevo da dove cominciare, Il percorso abituale vita-lavoro-vita è diventato improvvisamente più agevole dopo che avevo capito come dovevo posizionarmi in rapporto ai disagi del mercato e alle inutilità che esso mi offriva dal punto di vista professionale». 

Forse è bene specificare a questo punto che cosa intenda Sylvian per materialistico. 

«Non una dimensione opposta al misticismo, ma qualcosa che piuttosto si bilancia con la spiritualità. In sostanza, sono convinto che esistano più realtà, e una di queste può essere considerata la realtà materialistica. Ci sono artisti che puntano alla realtà materialistica, non insomma in senso marxista, e altri che puntano alla realtà spirituale, non dunque in senso anti-marxista. Una ti proietta nella società per confonderti, l’altra ti permette di mettere a fuoco meglio te stesso e le cose». 

Ma naturalmente c’è da supporre che la spiritualità cui Sylvian allude non ha nulla a che vedere con la religione. 

«La parola religione ha diverse connotazioni, e ciò che ne complica l’analisi è che sono quasi tutte vere o, quanto meno, accettabili. Capisco il problema sociale della religione costituzionale, che segue liturgia e regole come un grande dopolavoro aperto a tutti, ma non lo vivo assolutamente. Diverso invece è quel concetto di religione che a livello popolare si lega all’idea di potere e di assenza di compassione. Ma, se proprio debbo usare l’espressione, per me la religione è la spiritualità in sé, collegata all’idea di connessione con tutto ciò che esiste. E tutto questo si aggancia a sua volta non tanto al senso di solitudine, la quale non implica una scelta ma diventa il risultato di una serie di fallimenti esistenziali. L'essere soli è invece un’esperienza totalmente positiva, assolutamente gratificante e vantaggiosa. E’ l’unico modo per entrare in contatto con quella parte di te che ti consente, quando l’hai conosciuta a fondo, di vedere la vita in un modo nuovo. Il risultato finale è che uno acquista più responsabilità nell’essere la parte singola di una collettività. Quando ero giovane non avevo la sensazione di far parte di una società, ma soprattutto non volevo affatto. Adesso non soltanto vedo la questione in modo diverso, non soltanto sento di appartenere ad un mondo, ma sento anche di condizionarlo. Che poi è la guerra dell’artista che intende incidere su quanto gli sta attorno, contrapposta a quella sterile combattuta con armi caricate a salve di chi pensa all’arte come prodotto che gira attorno a se stesso. L'arte ti aiuta a crescere e a sviluppare la tua sensibilità perchè la vera arte ha sempre uno scopo. Sono andato avanti con le mie idee sulla musica, forse qualche volta mi sono ripetuto, ma non ho mai avuto la sensazione di invecchiare dietro le mie cose. E nello stesso tempo non ho mai avuto paura di perdere l’innocenza della mia gioventù. Tutto sommato ciò che più mi terrorizza è che un giorno potrei anche accorgermi che tutti i passi avanti che ho compiuto non sono che apparenza e che invece sono rimasto fermo come un palo della luce. Ma anche in questo c’è qualcosa da imparare. Del resto la vita si ferma soltanto quando non hai più la forza di apprendere niente». 

Ecco allora che nella musica di Sylvian si fa strada l’ipotesi che ogni canzone nasconda una preghiera, qualcosa di profondamente spirituale che possa anche magari per un solo attimo ridurre lo iato esistente tra l’uomo e le proprie aspirazioni, tra l’uomo e ciò che non può conoscere ma soltanto intuire. 


Eppure anche in questa operazione, che sembrerebbe attuabile in totale solitudine (per dirla alla Sylvian nell’”essere soli”), si può ricorrere all’ausilio di qualche compagno dì solitudine. Dunque qualche volta l’alleanza partorisce qualcosa, specie se l’alleanza matura nelle alte sfere creative che hanno accomunato spesso i destini di David Sylvian e di Ryuichi Sakamoto.

«Siamo molto vicini, ma non è sempre stato cosi. All’inizio, lavorare con Sakamoto era abbastanza straniante. Lui non capiva una parola d’inglese e ne parlava ancora meno. Così dovevamo ricorrere ad un interprete che, se da un lato ci permetteva di chiarire ogni punto oscuro e di approfondire quello che c’era da approfondire, certamente non dava ai colloqui un tono intimo e partecipato». 

Ero convinto però che Sylvian conoscesse il giapponese. «lo? Assolutamente no». Poi però correggere il tiro: «Non al punto da sostenere una conversazione». 
Ben altra cosa, e comunque è divertente pensare a questi due figuri, tutti presi dalle loro visioni, parlare animatamente col cuore in mano senza parlarsi affatto e costretti a ricorrere ad un estraneo. 

«Sakamoto mi stupisce ogni volta per la grande cultura che possiede. Credo che la sua cultura sia paradossalmente più vasta del suo talento. Ed è così che riesce senza artifici a passare da un genere all’altro. La sua naturalezza mi lascia di sasso, credo proprio di invidiarlo moltissimo. In ogni caso, la cosa che più mi colpisce sono i suoi assoli pianistici. Non ce n’è uno uguale all’altro. Ha un’immaginazione fertile come un campo di grano. Sono l’esatta combinazione di cultura e talento». 


Quanto agli altri? «Con Holger sono molto amico, la nostra collaborazione nasce da un’intesa maturata anche lontano dagli studi di registrazione». Ed è fuori di dubbio che l’armonia tra Holger Czukay e David Sylvian sia tutta nel modo di contaminare i generi proposti per esempio in Flux + Mutability. 


«Di Robert Fripp invece apprezzo moltissimo la sua capacità di disciplinare la creatività. Lui è un rigoroso che parte però dal presupposto opposto, cioè dal puro istinto melodico». 


Continuiamo a dirci soddisfatti dei cambiamenti del mondo che dopo aver accolto le innovazioni della world music, sta rapidamente mutando aspetto per consentire ulteriori progressi. Sylvian ha un’idea di world music che somiglia molto ad un furto collettivo su base anarchica: cioè si vive di continue incursioni in territori stranieri ma senza sapere a priori quale deve essere l’obiettivo da centrare. Quanto a cinismo, non è da bassa classifica. Non si sente una star della world music: il mondo comunica bene, ma secondo lui tutto questo è sempre accaduto, soltanto che ultimamente il mercato ci sta costruendo sopra una tendenza. Quanto al proprio vivere, alle proprie realtà “homemade”, si sente protetto dalla Londra di Chelsea dove abita senza condividerne l’agio borghese. Eppure Sylvian è il borghese per eccellenza. Dice di appartenere al suo tempo ma certo è che non starebbe affatto male a Parigi dopo la Comune del 1871, preda di qualche infatuazione “maledetta”. Non si svela il mistero dei Rain Tree Crow. Giusto così, dietro la patina del riflessivo, magari questa è l’unica cosa cui Sylvian non ha realmente pensato. Lui, che per definizione sa che un artista per arrivare al top non può privilegiare nè istinto né metodo, ma coniugarli, è in crisi nello spiegare la ragione di un “no!” tanto deciso all’impressione che in effetti i RTC siano dei Japan in maschera. Forse c’è da ridere, forse, come sente il Sylvian che invoca un Kundera per il rock, è una matassa da dipanare lentamente. Magari col prossimo appuntamento. che ci daremo esattamente a metà strada tra un “beehive”, le “Georgiche” di Virgilio e un film di Ozu.



(Enrico Sisti, Rockstar, agosto 1991)

sabato 17 giugno 2017

Richard Powers, Galatea 2.2, ovvero la singolarità e il suo Pigmalione


"Richard Powers, il protagonista, entra in contatto, dopo il ritorno dall’Olanda alla patria americana in veste di ricercatore umanista a contratto in una superuniversità di scienze cognitive, con il professor Lentz, autorità in fatto di neuroscienza, convinto che il meccanismo cognitivo ed emotivo del cervello umano sia teoricamente e praticamente replicabile artificialmente. Powers e Lentz, nel breve arco di due mesi iniziatici, giungono a programmare un cervello artificiale che sembra disporre di tutti i requisiti strutturali e reattivi di quello umano. Sullo sfondo c’è anche una struggente storia di amor perduto, che Powers fa convergere magistralmente nella tramatura del suo romanzo."
(Dalla recensione su Carmilla)


Le fornimmo un’immagine eidetica della Bibbia. Le opere complete di Shakespeare. Una piccola biblioteca su cd-rom, seicento volumi scannerizzati con cui avrebbe potuto trastullarsi. Anche quella, almeno suppongo, era una forma di inganno. Un esame con il libro aperto, quando invece il candidato umano doveva confidare solo sulla memoria. Ma del resto era proprio questo che volevamo verificare: se il silicio fosse una materia di cui potessero essere fatti i sogni. 
E oltre tutto, Helen non conosceva questi testi. Disponeva solo di una struttura digitale di tipo lineare, che poteva utilizzare per ritrovarli. Era come una bambina con computer incorporato. Un indice Hasher frontale la aiutava a localizzare quello che cercava. Poteva quindi trasferire l’intero testo sui suoi strati di input e avviare le proprie meditazioni. 
In questo modo poteva leggere anche di notte, senza nessuno intorno. E non aveva bisogno nemmeno di una lampadina. L’unica cosa che mancava alla sua educazione era il senso del pericolo. Del proibito. Il fattore di rischio. Qualcuno che potesse dirle di piantare tutto e andare a dormire. 
Con un salto di qualità prodigioso, Helen acquisì l’intero sistema di regole relative ai simboli della realtà fisica che era stato elaborato da Chen e Keluga, e lo fece in due diversi modi. A un livello elementare, inserimmo molte delle relazioni simboliche in vere e proprie strutture di dati, che poi connettemmo a una serie di giunture tra le reti che andavano a costituire la superrete unica, ottenendo che applicassero concretamente dei filtri semantici ai suoi pensieri. Ma Helen imparò il lavoro dei nostri colleghi anche provvedendo direttamente a raccogliere le loro conoscenze per poi incollarle, con dubbi risultati, alla sua riflessione platonica che, pesata e qualificata, si era già spinta ad altissimi livelli. 
La dimensione mondana era impressionante per proporzioni e più profonda di qualunque cavità marina. Alla fine, l’unico modo in cui si poteva tradurla era sotto forma di catalogo. 

Le parlammo dei biglietti per il parcheggio e delle offerte tre per due. Di forche, forchette, lingue biforcute e biforcazioni mai prese. Di resistenze e condensatori, di alteratori della verità, alternatori di corrente e stili di vita alternativi, dell’integrazione su larga scala e del fallimento del tentativo di salvare la società da se stessa grazie all’istruzione. 

Le parlammo della lana, del lino e del damasco. Le parlammo di frenuli e di freni, di banalità e banane, del sonar, dei semafori e di tutti i tipi di segnale che il corpo potesse produrre. Di moschee e mosche, di insettivori e insetticidi, di fusioni che durano una vita o un minuto solo. 

Le insegnammo cos’era la Commissione per le società e la borsa. Le parlammo dei collezionisti che si specializzano in oggetti di vetro risalenti agli anni Trenta. Del salto triplo e del bob a due. Di come i genitori si sforzassero da subito di insegnare ai figli la destra e la sinistra. Della defecazione, la respirazione, la circolazione. Degli appunti scritti su un post-it. Dei marchi registrati e della renitenza alla leva. Degli Oscar, i Grammy e gli Emmy. Della morte per infarto. Dell’esercizio divinatorio con una bacchetta di ontano. 

Le spiegammo come erano distribuite le note su un pianoforte. Le intestazioni delle lettere. I balli delle debuttanti. Le dirette radiofoniche e i docudrammi televisivi. I colpi di freddo e le febbri, con annesso un breve excursus su cinque secoli di cure. La Grande Muraglia e la Strada di Burma, la Cortina di Ferro e la Luce alla fine del Tunnel. L’aspetto della Terra vista dallo spazio. Un incendio che divampava da trent’anni sotto una cittadina della Pennsylvania, senza mai venire in superficie. 

Le mostrammo la differenza tra un triforium e un clerestorio. Rintracciammo nello spazio e nel tempo le famose rotte dei pellegrini. Le parlammo della conservazione e della refrigerazione dei cibi. Di come un tempo il sale valesse tanto oro quanto pesava. Di come le spezie avessero alimentato l’intera, tragica macchina dell’espansione umana. Di come l’invenzione della plastica avesse risolto uno degli incubi della nostra civiltà solo per crearne un altro. 

Le mostrammo Detroit, devastata da un’economia di tipo speculativo. Le mostrammo Saraievo nel 1911. Dresda e Londra nel 1937. Atlanta nel 1860. Bagdad, Tokyo, il Cairo, Johannesburg, Calcutta, Los Angeles. Subito prima e subito dopo. 
Le riferimmo barzellette dell’Africa orientale sui parenti acquisiti, o battute giavanesi su quanto sono stupidi gli abitanti di Sumatra. E ancora, barzellette da montanari sul rischio di vendere polpettine ebree senza licenza. La storiella del topo di campagna e del topo di città. Aneddoti su Tizio, Calo e Sempronio. Indovinelli con elefanti come protagonisti. Favole eschimesi in cui i pesci e gli orsi si fanno beffe della semplice idea che possa esistere un essere umano. 

Le parlammo di vendetta, perdono, contrizione. Le parlammo della vendita al dettaglio, delle tasse sul commercio, della noia, di un mondo nel quale senti parlare di tutto ma niente ti accade direttamente. Le dicemmo come la storia si svolgesse sempre in un luogo diverso da quello in cui ci si trovava. Le insegnammo a non procedere mai alla cieca e a non mandare mai un ragazzo a fare il lavoro di un uomo. Le raccontammo lo scandalo della collana della regina e l’embargo commerciale su Cuba. Il saccheggio di foreste grandi quanto un continente e la grande truffa della fusione fredda. Le parlammo dei codici a barre e della calvizie. Di lenti, lenticchie, lentezza. Delle speranze, vergogne, perversioni e dell’incerta sopravvivenza dell’umanesimo liberale. Della grazia, della disgrazia e delle seconde possibilità. Del suicidio. Dell’eutanasia. Del primo amore e dell’amore a prima vista. 



Helen doveva usare il linguaggio per creare i concetti. Le parole venivano per prime: era questo il principale ostacolo alla sua educazione. Il cervello faceva le cose esattamente al contrario. Manipolava i lessici della mente attraverso molteplici sotto- sistemi, e gli ultimi arrivati, i lobi più indispensabili, erano quelli che contenevano i nomi in sé. 
All’inizio dell’evoluzione non c’era la parola, ma il luogo su cui avevamo imparato a inchiodare la parola stessa. I lattanti registravano e trasmettevano dati sulle loro madri molto prima di aggiungere un nuovo elemento, cominciando a chiamarle ‘mamma’. Gli afasici, persino i sordomuti, tessevano sontuosi arazzi concettuali mediante i numerosi vettori dei loro corpi e in assenza anche di un solo verbo. 

Il sogno di Chen e Keluga mi sembrava sempre più disperato. Le regole lessicali del discorso non erano enumerabili. E ancor meno lo erano le regole dell’esistenza vissuta e provata. Leggevo a Helen frasi che potevano prestarsi almeno a una mezza dozzina di analisi, come a nessuna. Mi impietosivo per lei mentre snocciolavo le eccezioni alla categorizzazione di ‘albero’ effettuata da Chen e Keluga. Tutti gli alberi hanno le foglie verdi almeno in un periodo dell’anno, a meno che l’albero non sia un acero rosso, o un saguaro, o malato, quiescente, pietrificato, oppure allo stadio di pianticella, o visitato dalle locuste o dal fuoco o da una banda di bambini maligni, o ancora sia un albero genealogico, un albero della trasmissione, o ancora... Per stampare un dizionario che esaurisse le varie accezioni del termine sarebbe stato necessario abbattere tutti gli alberi del pianeta. 
Per non parlare degli alberi nella politica, nella religione, nel commercio o nella filosofia. Avrei potuto leggere a Helen la poesia nella quale si insisteva che nessuna poesia al mondo potesse eguagliare un qualsiasi albero. Ma non avrei mai potuto tracciare la differenza tra popolare e accademico, tra il significato terreno-e l’ermeneutica, tra la poesia e i versi, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, tra il termine ‘allora’ riferito al presente e al passato, tra una similitudine evocativa e la confusione più totale, tra il sentimentalismo prebellico e la poesiapaesaggio completamente spoglia d’alberi scritta subito prima della morte del poeta in una trincea francese. Le parole non sarebbero bastate a spiegare a Helen la differenza tra ‘poesia’ e ‘albero’. Poteva tracciare diagrammi, ma non affrontare la salita impervia verso un livello superiore. 

Le insegnai le componenti di un motore a combustione interna e come cambiare il denaro. Le dissi quanto mio fratello adorasse entrare nei negozi che vendevano ‘tutto a un dollaro’ e chiedere quanto costassero alcuni oggetti. Le dissi la barzelletta preferita di Taylor, quella del prete, dello scienziato e del critico letterario condannati tutti e tre a morte. Le parlai della WPA6 e del sistema di strade interstatali. Mi chiese perché ci fossero delle interstatali alle Hawaii. Non seppi cosa risponderle. 

Le raccontai come, da ragazzo, giocassi spesso a salvare dal diluvio universale i miei animaletti di plastica. Solo quando ero riuscito a guidarli tutti dentro una piccola scatola di cartone potevano considerarsi salvi. A quel punto cercavo un’arca di cartone ancora più piccola e le operazioni di salvataggio riprendevano, in condizioni più disperate. 
Le riferivo tutti questi dati, ricavandone un intreccio di frasi ben organizzate. Ma utilizzando solo quelle frasi non sarebbe mai arrivata all’essenza delle cose. Le dissi quale fosse il termine per la sensazione che proviamo quando un nome nel quale andiamo letteralmente a sbattere rinsalda il nostro legame con i concetti viventi sui quali è basato il nostro mondo. Ma appropriarsi di quel termine non le era di alcun aiuto che fosse anche remotamente paragonabile al sostegno che il nome stesso, piombando a cascata nei suoi circuiti, le garantiva. 
Seguire il flusso delle sensazioni mi condannava alla solitudine. Le immagini e i suoni si accumulavano. Un’immagine in bitmap, per quanto basata su algoritmi di compressione del tutto aleatori, valeva comunque molto più di un kilobyte di parole. Volevo costringerla a lavorare sui concetti. Costringerla a immergere le mani fino al gomito in quella pozza d’acqua di cui le parole erano meri sostituti.

Le feci ascoltare ancora Mozart. Anzi, una serie di Mozart di ogni natura e modello, da ogni epoca storica e da ogni continente. Lasciai che si soffermasse a meditare su una serie di rondò ripetuti all’infinito. Le restavo accanto e la guardavo mentre lottava con la canzone più banale trasmessa alla radio, lanciandosi nel tentativo di riprodurla e ricadendo sempre a un buon palmo di distanza dalla cadenza dolorosa del sentimento. 

(Galatea 2.2, Richard Powers, Fanucci 2003 - Trad. (straordinaria, ndr) di Luca Briasco
***
 Prima edizione: New York, 1995 - Editore: Farrar, Straus and Giroux

Richard Powers è un romanziere statunitense, da sempre interessato alle scienze e all'effetto che la sperimentazione scientifica estrema può avere sull'umanità. Laureato in Letteratura (che ha prediletto a Fisica, sua prima scelta), ha lavorato per tanti anni come programmatore, prima di fare della scrittura un lavoro a tempo pieno. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Tre contadini che vanno a ballare nel 1985 edito in Italia nel 1991, da Bollati Boringhieri), dedicandosi quindi alla carriera letteraria e accademica tra Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Vincitore di numerosi premi, tra cui il "MacArthur Fellowship" nel 1989 e il "Lannan Literary Award" nel 1999, in Italia ha pubblicato Il dilemma del prigioniero (Bollati Boringhieri, 1996), Galatea 2.2 (Fanucci, 2003) Sporco denaro (Fanucci, 2007), Il fabbricante di eco (Mondadori, 2008, che ha vinto il "National Book Award"), Il tempo di una canzone (Mondadori, 2010), Generosity (Mondadori, 2011) e Orfeo (Mondadori, 2014). Oltre a questi romanzi, è autore con Phillys Richardson anche di Modern Living. Guida alla casa contemporanea (L'Ippocampo, 2005).

Sito internet: www.richardpowers.net
Un'intervista: Intervista a Richard Powers su Galatea 2.2
Un articolo di Luca Sofri su Ray Kurzweil e le previsioni sull'intelligenza artificiale: Cosa mi aspetto dal domani


"Young Farmers", August Sander, 1914

martedì 6 giugno 2017

Karen Joy Fowler, Siamo tutti completamente fuori di noi


Prologo  

Chi mi conosce oggi sarà sorpreso di sapere che da piccola ero una gran chiacchierona. C’è un filmino girato quando avevo due anni, di quelli vecchi senza sonoro, e anche se dopo anni i colori sono sbiaditi — il cielo bianco, le mie scarpette rosse di un rosa esangue — tuttavia si può vedere quanto parlavo. 
Sto lavorando per abbellire il paesaggio, prendo un sasso alla volta dal vialetto del garage, lo porto in una grande tinozza, lo lascio cadere dentro, torno indietro a prenderne un altro. Lavoro sodo, ma con ostentazione. Spalanco gli occhi come una diva del muto. Tengo in mano un pezzo di quarzo per farlo ammirare, lo metto in bocca, lo spingo contro una guancia. 
Mia madre appare e lo toglie. Quindi fa un passo indietro fuori dall’inquadratura, ma ecco che parlo in modo enfatico — si può vedere da come gesticolo — e allora torna indietro, e fa cadere la pietra nella tinozza. L’intera azione dura circa cinque minuti durante i quali non smetto mai di parlare. 
Qualche anno dopo, mamma aveva l’abitudine di leggerci quella vecchia fiaba in cui una sorella (la maggiore) parla in rospi e serpenti e l’altra (la più piccola) in gioielli e fiori, e questa è l’immagine che mi evocava, quella scena da quel filmino, in cui mia madre mi infila una mano in bocca e ne tira fuori un diamante. 
Ero biondina all’epoca, una bambina più bella di come sarei risultata da grande, e agghindata per la cinepresa. La mia frangetta ribelle è pettinata con l’acqua e trattenuta di lato da una molletta con un fiocco di strass. Ogni volta che giro la testa, la molletta scintilla al sole. Le mie manine sono indaffarate sulla tinozza delle pietre. Tutto questo, sembro dire, tutto questo un giorno sarà vostro. O qualcosa di totalmente diverso. 
Il punto delle riprese non sono le parole in sé. Ciò che i miei genitori consideravano degno di nota era la loro stravagante abbondanza, il loro flusso inesauribile. 
Eppure c’erano momenti in cui dovevo essere arginata. Quando hai in mente due cose da dire, scegli la tua preferita e di’ solo quella, mi suggerì una volta mamma, piccola dritta per un comportamento sociale adeguato, e la regola venne in seguito modificata in una su tre. 
Mio padre si fermava ogni sera sulla porta della mia stanza per augurarmi la buonanotte e io parlavo senza riprendere fiato, cercando disperatamente di trattenerlo nella mia stanza col solo potere della voce. Vedevo la sua mano sulla maniglia, e la porta che cominciava ad accostarsi. Devo dirti una cosa! gli dicevo, e la porta si fermava a metà. 
Comincia dal centro, rispondeva allora, un’ombra contro la luce del corridoio, stanco della stanchezza serale che conoscono solo gli adulti. La luce si riverberava sulla finestra della mia stanza come una stella cadente. 
Salta l’inizio. Comincia dal centro.

***
Il  pranzo per il Ringraziamento

Era il turno di nonna Dana di invitarci a pranzo per il Ringraziamento, assieme a zio Bob, sua moglie e i miei cugini più piccoli. Alternavamo i nonni per le feste comandate, perché bisogna essere imparziali, e perché poi solo una parte della famiglia doveva prendersi tutto il divertimento? Nonna Dana è la madre di mia madre, nonna Fredericka la madre di mio padre.
A casa di nonna Fredericka il cibo aveva la compattezza dei carboidrati umidi. Una porzione piccola durava tantissimo, e non c’erano mai porzioni piccole. La sua casa era zeppa di paccottiglia asiatica – ventagli decorati, statuine di giada, bacchette laccate. C’era un paio di lampade accoppiate – paralumi di seta rossa e basi di pietra scolpita nelle sagome di due vecchi saggi. I saggi avevano barbe lunghe e sottili, e nelle loro mani di pietra erano state incastonate delle unghie vere, con un effetto raccapricciante. Qualche anno fa, nonna Fredericka mi disse che il terzo piano della Rock and Roll Hall of Fame era il posto più bello che avesse mai visto. Ti fa venir voglia di essere migliore, aggiunse.
Nonna Fredericka era quel tipo di padrona di casa convinta che costringere gli ospiti a seconde e terze porzioni sia pura cortesia. Per contro, mangiavamo molto di più da nonna Dana, che ci lasciava liberi di riempirci i piatti oppure no, dove le crosticine delle torte erano croccanti e i muffin di arancia e mirtilli leggeri come nuvole; dove c’erano candele argentate in candelabri d’argento, un centrotavola di foglie secche autunnali, e tutto era condotto con un gusto ineccepibile.
Nonna Dana passò il ripieno di ostriche e chiese diretta a mio padre su cosa stesse lavorando, perché era evidente che i suoi pensieri erano molto lontani da noi. Lo fece come reprimenda. Lui fu l’unico al tavolo a non accorgersene, oppure fece solo finta. Rispose che stava portando avanti un processo markoviano di analisi sul condizionamento evitante. Si schiarì la gola. Aveva intenzione di dire qualcosa in più.
E allora ci muovemmo in gruppo per bloccare l’eventualità. Armoniosi come un banco di sardine, rodati, sincronizzati. Era suggestivo. Era pavloviano. Era una stronzissima esibizione di condizionamento evitante.

Siamo tutti completamente fuori di noi (We Are All Completely Beside Ourselves), di Karen Joy Fowler
Editore: Ponte alle Grazie, 2015 - Traduttore: L. Berna

***

Karen Joy Fowler è nata a Bloomington, Indiana, nel 1950. È autrice di romanzi e racconti realistici, di fantascienza e fantasy, spesso difficilmente riducibili a un unico genere. Il suo libro più celebre è Jane Austen book club (2005), da cui è stato tratto il film di Robin Swicord Il club di Jane Austen (2007). Siamo tutti completamente fuori di noi, ora nelle librerie italiane per Ponte alle Grazie, ha vinto nel 2014 uno dei più prestigiosi premi americani, il PeN/Faulkner (per la giuria «Fowler dà un nuovo significato al principio secondo cui “ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”»).

Karen Joy Fowler si racconta:

Sono nata a Bloomington, nell'Indiana. Ero prevista per San Valentino, ma sono arrivata una settimana prima; per questo, mia madre, ha incolpato una partita molto emozionante di basket universitario.
Mio padre era uno psicologo presso l'Università, ma non quel tipo di psicologo. Ha studiato il comportamento degli animali, e in particolare l'apprendimento. Faceva correre ratti attraverso labirinti. Mia madre era una sopravvissuta alla polio, un maestra di scuola, e un pioniere del movimento cooperativo per la scuola materna. Insieme al basket, la mia famiglia amava i libri. Il giorno in cui ho ottenuto la mia prima tessera bibliotecaria c'è stata una cena speciale di festeggiamento. E prima che imparassi a leggere, ricordo che mio padre mi lesse l'Iliade, anche se in realtà la stava leggendo a mio fratello maggiore, ero lì per caso. Un libro sconvolgente! E ricordo Mary Poppins e Winnie the Pooh con la voce di mio padre e un sacco di altre cose che non erano ancora dei film. I miei genitori disapprovavano fortemente la versione Disney. Pooh credeva in un cucchiaio di miele, ma Mary Poppins no.


Ho grandi ricordi di Bloomington. Il nostro isolato era pieno di bambini e insieme abbiamo compiuto giochi che si estendevano per interi quartieri, con dieci bambini per lato. Uno dei miei amici d'infanzia era Theodore Deppe, che ora è un poeta eccezionale. Da grande volevo diventare un'addestratrice di cani.

Entrambi i miei genitori sono stati allevati nel sud della California e così consideravano il ​​nostro tempo in Indiana come un esilio. Quando avevo 11 anni offrirono a mio padre un lavoro per l'Enciclopedia Britannica che rese necessario il nostro trasferimento a Palo Alto, in California. I miei genitori furono entusiasti di rientrare. Mio fratello maggiore, per ragioni che mi sfuggono, lo fu ugualmente. Per me è stato devastante.

Palo Alto era molto più sofisticata di Bloomington. Durante la ricreazione a Bloomington giocavamo a baseball, saltavamo la corda, sceglievamo i giochi a seconda della stagione. Le ragazze di Palo Alto della mia età si sistemavano continuamente i capelli, ascoltavano la radio, parlavano fisso di ragazzi. Lo ritenni uno scambio triste rispetto a Bloomington. La cosa migliore delle medie era che il mio insegnante, Miss Sarzin, ci fece leggere Lo Hobbit.

Dopo aver letto tanti altri libri, mi sono diplomata e, nel 1968, da Palo Alto mi sono trasferita a Berkeley. Ero studente in scienze politiche e attivista contro la guerra. Ero a Berkeley durante il People's Park , quando la città fu occupata e c'erano carri armati agli angoli delle strade, e io ero lì durante gli assassini e le sparatorie del Jackson State / Kent State. Qui ho incontrato mio marito. Faceva parte del movimento per la Libertà di Parola; che era la mia idea di glamour. Ci siamo sposati l'anno in cui mi sono laureata e siamo andati insieme alla specializzazione dell'Università della California a Davis .

Appena laureata mi sono interessata in particolare all'India e a Gandhi, e generalmente all'imperialismo. Trovo affascinante l'incrocio di culture, le incomprensioni che si verificano, gli errori che vengono fatti innocentemente. Non sono così affascinata dagli errori che non siano innocenti, anche se ce ne sono molti di più del secondo tipo. Negli studi mi sono poi concentrata sulla Cina e il Giappone. Non sono mai stati veramente chiari i miei obbiettivi di carriera – ma comunque, ho avuto il mio primo figlio durante le vacanze di primavera dell'ultimo anno del mio master. Dopo due anni meno sei giorni ho avuto un secondo figlio. Io e mio marito viviamo ancora a Davis, sebbene i nostri figli siano già andati via per il college e altri motivi.

Ho deciso di provare ad essere una scrittrice al mio trentesimo compleanno.


(dal suo sito internet: karenjoyfowler.com)

(trad. Luca Tanchis)