venerdì 8 aprile 2016

Knight Of Cups, di Terrence Malick (2015) Eyeglass prescription - Best Film 2014/2015



1. Knight Of Cups (2015)

Rick è un uomo in crisi e in cerca di un senso. Sceneggiatore a Los Angeles, ha perduto il contatto con la realtà e cerca la sua interpretazione nei tarocchi. Sospeso tra i set di Hollywood e le strade di L.A., Rick passa da un party all'altro e da una donna all'altra, dai conflitti con suo padre alle dolorose memorie del fratello morto. Risvegliato nel profondo da un terremoto, Rick riprende la "strada per l'oriente" alla ricerca della Perla. (118 min.)

Director: Terrence Malick
Stars: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy

Posta all'inizio del film la didascalia “Per un ottimale riproduzione del suono i produttori suggeriscono che il volume sia molto alto”, non sembra solo una semplice indicazione, ma un esortazione a entrare nella vera natura armonica dell'opera, a predisporsi sensualmente a quello che considero uno dei migliori film di Terrence Malick.
Più di ogni altro suo lavoro precedente, anche di quelli che fanno parte del suo “nuovo avvento”, si percepisce una compiutezza, una circolarità costante tra le parti - la conduzione del sonoro, il ritmo morale, la danza delle inquadrature - che complessivamente è propria più di una riuscita sinfonia musicale che di un dispositivo cinematografico (o almeno per come siamo abituati alla sua normale percezione).
Questa è un'opera che, paradossalmente, si potrebbe solamente ascoltare: un audio-film.



Non si tratta esclusivamente dell'assoluto controllo e pignoleria in fase di montaggio sonoro - ricordiamo come in The New World, Malick si adoperò nella ricreazione del canto di uccelli oramai estinti, predisponendo i richiami d'amore e i versi per marcare il territorio, a seconda del tono della scena - e neppure consiste nell'indurre questa musica “concreta” (insieme alle musiche colte e popolari, più quelle originali di Morricone, Zimmer, Horner, Desplat e Townshend) a non decantare sul fondo dell'immagine, aderendo passivamente per durata e ritmo, ma lasciandole spesso compiere l'inverso: partiture ambientali e musicali che perdurano e colonizzano stacchi e scena successiva.
Qui si ha a che fare con una sinfonia mitologica, dove tutti gli elementi e i mitologemi Malickiani vengono ammaestrati a un flusso sensuale, come un fiume "che pronunci da sé il proprio senso".


«Il paragone più appropriato - che io devo sempre ripetere per illustrare quest'aspetto della mitologia - è quello con la musica. Mitologia in quanto arte e mitologia in quanto materiale sono fuse in un unico e identico fenomeno, nella stessa maniera in cui lo sono l'arte del compositore e il suo materiale, il mondo sonoro. L'opera musicale ci mostra l'artista quale plasmatore e nello stesso tempo ci fa vedere il mondo sonoro nell'atto di plasmare se stesso. Nei casi in cui non ci sia in primo piano nessun modellatore di spirito particolarmente eccezionale, come nelle grandi mitologie degli Indi, dei Finni e degli Oceaniani, si può parlare con ancor maggiore ragione di una siffatta relazione: di un'arte cioè che si manifesta nel plasmare e di un particolare materiale che si plasma, come di unità inscindibile di un unico e identico fenomeno.Il modellamento, nella mitologia, è immaginifico. Scaturisce un fiume di immagini mitologiche. Uno scaturire che nello stesso tempo è un esplicarsi: fissato, come i mitologemi sono fissati nelle sacre tradizioni, esso è una specie di opera d'arte. Vi possono essere diversi sviluppi dello stesso tema fondamentale, uno accanto all'altro o uno dopo l'altro, simili alle diverse variazioni di un tema musicale. Benché, infatti, il flusso stesso si presenti sempre in immagini, il paragone con le opere musicali conserva la sua validità. Sempre, intanto, con opere: vale a dire con qualcosa di obiettivato, qualcosa che è già diventato oggetto autonomo che parla da sé, qualcosa a cui non si rende giustizia con interpretazioni e spiegazioni, bensì tenendolo presente e lasciando che pronunci da sé il proprio senso ».
(Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Károly Kerényi)






Prodigiosamente questa riunione di elementi creativi e tecnici, si armonizza come tono e gesto con lo stesso motivo spirituale che - subito dopo l'introduzione di John Bunyan da Il pellegrinaggio del cristiano - apre il film e ne guida l'ispirazione: l' “Inno della Perla” dal vangelo apocrifo dell'apostolo Tommaso, chiamato originariamente “Canto dell'apostolo Giuda Tommaso nella terra degli Indiani”:
(raccontato qui da Pietro Citati)
In molte dottrine gnostiche, la “Perla” rappresenta la nostra anima, quella che abita in ogni uomo.
È attraverso il Figlio, il pellegrino, il cavaliere Rick che essa deve essere riconquistata. Soggetto e oggetto della parabola sono reciproci, interscambiabili: l'anima è quella di Rick che si salva nella ricerca della Perla. Il soffio divino che è in lui deve attraversare la materia per guadagnarsi il risveglio, deve vincere il potere del mondo dall'interno dello stesso: non ci può essere rivoluzione che non sia quella interiore.


Dalla ricchezza dell'opera, a cui la disinvoltura formale non permette ridondanza, eccede un precipitato organico, per certi versi illuminante. Una speculazione attorno al proprio ordinamento filosofico, letterario e religioso (Emerson, Heiddeger, Jung, la mistica di Jacob Böhme e il suo linguaggio simbolico così funzionalmente ricco, l'influenza, mai troppo indagata, di Flannery O'Connor) e una teosofica ricerca nella sovrabbondanza di allegorie. 
Queste falde si rivelano partendo dall'indagine minuziosa sul significato della carta dei tarocchi del Cavaliere di Coppe e dalle carte che successivamente intitolano tutti i capitoli in cui è suddiviso il film - Il cavaliere di coppe/La luna/L'impiccato/L'eremita/Il giudizio/La torre/la papessa/La morte/La libertà - ma anche dalla locandina con l'illustrazione di Dionysius Andreas Freher (che Calasso usò per la copertina di Inquisizioni di J.L. Borges, scrittore profondamente influenzato da Swedenborg) che riporta i tre principi/mondi della teosofia di Bohme.


"L'immagine rappresenta un individuo già ben avviato sul suo percorso di crescita, che non è tuttavia ancora concluso. Egli dispone già del dominio su molte qualità del suo essere collegate all'elemento Acqua: fantasia, amorevolezza, gentilezza, capacità di ascoltare gli altri, altruismo. La vera forza di questo Cavaliere consiste nell'essere in contatto col suo cuore e i suoi sentimenti, che sono la porta attraverso cui riceve ispirazione e guida da altri piani di esistenza. La sua crescita tuttavia non è ancora esente da rischi: a volte può perdersi nei sogni senza tradurli in pratica, essere troppo debole e insicuro. La grande sensibilità di cui è capace può renderlo vulnerabile agli attacchi e alle critiche altrui, e renderlo soggetto a tristezza e sbalzi d'umore." (Le Arti Divinatorie, di François Arnaud e Malika Lakon-Tay)

Si potrebbe proseguire ulteriormente l'indagine attraverso i quattro semi dei tarocchi: Spade, Denari, Bastoni, Coppe, per poi seguirne l'iconografia, spesso rappresentata o evocata nel film; come d'altronde altri significati paleserebbero i simboli e le metafore richiamate dalle apocalissi gnostiche e dal vangelo di Tommaso.

Tutto questo denota e guida attraverso una corrispondenza di motivazioni intime e strutturali in fase di stesura del lavoro da parte del regista, ma non spiega completamente la sua quintessenza, nè restituisce dinamicamente la permeabilità di senso dell'opera.
Un conto è lo studioso e l'uomo di fede, un altro è il cinema che esce dal suo prisma (e da quello di Emmanuel Lubezki).

Quella di Malick è la radice di nuova metafisica del cinema, da intendere attraverso Bergson. 


"Ci sono due percorsi possibili alla sua fruizione: “una che porta all'assoluto e l'altra al relativo. Il relativo si scopre attraverso l'intelligenza, e non ha mai fine perchè è un percorso che va avanti all'infinito. L'assoluto si scopre solo attraverso l'intuizione, con un percorso di “sun pathos”, con la realtà. E' solo tuffandosi nell'acqua che si percepisce l'acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa: la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell'intelligenza.”¹

Guardare quindi Malick in originale, nel suo "russo" primitivo, immergersi nelle acque di questo fiume e soffermarsi su altri aspetti più istintivi di quelli esplicitamente speculativi.
Considerare come quest'ultima opera si inserisca e agisca come uno splendido fenomeno naturale nella biologia generale suscitata dalla filmografia del regista texano.
Come si sia partiti dalla nascita della wilderness americana e i suoi paradisi perduti (Badlands, I giorni del cielo, La sottile linea rossa, The new world) e successivamente, da quelle rovine, si sia intrapreso il viaggio alla ricerca della Perla: nella memoria in The tree of life, nell'amore verso un'altro essere o verso dio in To the wonder, nel senso di una vita e chiusura del cerchio, in Knight of cups.
Come questa partitura complessiva abbia lentamente spostato il suo tema natale dal Fuoco, i grandi conflitti, all'acqua, l'accettazione.


(Video di Kogonada, kogonada.com)




"Basterebbe osservare la natura per capire che la vita è semplice. E che bisogna tornare al punto di prima. In quel punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata. Bisogna tornare alle basi principali della vita. Senza sporcare l’acqua." (Tarkovskij, Nostalghia)
Lo stesso Rick è un fiume: ed è come tutti i personaggi principali di Malick.
Non si caratterizza, è come un fantasma sospeso tra cielo e terra, mai veramente nel racconto e nella Storia, esce continuamente dall'inquadratura: è l'Intrus nel Tempo della scienza (per richiamare il titolo di un film di un'altra regista che riesce a sopendere il tramico e cronologico a favore di un flusso più intuitivo e coscienziale, Claire Denis).
“La mia vita, come l’ho vissuta, m’è sembrata spesso come una storia senza un inizio e senza una fine. Ho avuto sempre la sensazione di essere un frammento storico, un brano di cui mancasse il testo che veniva prima e quello che veniva dopo. Potrei anche immaginare che sono vissuto in secoli precedenti, dove mi sono imbattuto in quesiti cui non sono stato capace di rispondere; e che son dovuto rinascere perché non avevo portato a termine il compito che mi era stato assegnato.” (Carl Gustav Jung)
Terrence Malick, insieme al suo cavaliere Christian Bale, ha probabilmente raggiunto la propria Perla cinematografica.
Con un genio lento e sensibile, in un arco di tempo (e luce impressa) lungo quasi una vita.
Un fare cinema come risposta ad una necessità espressiva e spirituale.
Al contrario di quel cane furioso che, immergendosi nella piscina, cerca di mordere, senza riuscirvi, l'esca. 

Qui non abita nessuna brama oltre a quella di comunicarci per immagini, la possibilità di un'altra via, di un altro sguardo al Mistero; consegnarci, dunque, un film sapienziale.
Quasi come volesse lasciarci un Canto del regista Terrence nella terra degli Indiani (d'America).

“Gli uomini seguono le leggi, per evitare di scegliere”
(To The Wonder)


“Chi è l'uomo?
No, è tutto perfetto. Lascia che io mi perda. Che sia sincera.
Tu scorri attraverso me come un fiume. Vieni. Seguimi.”
(The New World)
«Sono salito alla luce come portato sul carro della Verità,
la verità mi ha guidato e condotto.
Essa mi ha portato al di sopra di crepacci e abissi
e mi ha trasportato in alto al di là di gole e vallate.
E' divenuta per me un porto di salvezza
e mi ha messo nelle braccia della vita eterna»
(Odi di Salomone , apocrifi del Vecchio Testamento 38, 1-3)
"O giovane di buoni pensieri, buone parole, buone azioni, buona coscienza,
io non sono altro che la tua propria coscienza personale.
Tu mi hai amato: in questa sublimità, bontà, bellezza, nella quale ora ti appaio"
(Avesta, Fragments, "Hadokht Nask"/Volume of the scriptures" )
"Chi cerca, non smetta di cercare finché non avrà trovato. Quando avrà trovato, si turberà. Quando sarà turbato, si meraviglierà e regnerà su tutte le cose. "
(Vangelo di Tommaso)

«Quando, nell’ottobre 1913, ebbi la visione dell’alluvione, mi trovavo in un periodo per me importante sul piano personale. Allora, all’età di quarant’anni, avevo ottenuto tutto ciò che mi ero augurato. Avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere e ogni felicità umana. Cessò dunque in me il desiderio di accrescere ancora quei beni, mi venne a mancare il desiderio e fui colmo d’orrore. La visione dell’alluvione mi sopraffece e percepii lo spirito del profondo, senza tuttavia comprenderlo. Esso però mi forzò facendomi provare un insopportabile, intimo struggimento, e io dissi:

«Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino;dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c’è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com’è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine».

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l’aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all’anima umana. Pensavo e parlavo molto dell’anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l’avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima. Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l’anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l’anima è una cosa dipendente dall’uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un’inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all’anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo. Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori.

Se non la trova, viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più. Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini. Nulla sa dell’anima sua. Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose? La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione. Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L’immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l’anima sua è povera e indigente.

La ricchezza dell’anima è fatta di immagini. Chi possiede l’immagine del mondo, possiede la metà del mondo, anche se il suo lato umano è povero e indigente. Ma la fame trasforma l’anima in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore ».

(Il libro rosso, Carl Gustav Jung)


Note:
¹ Philippe Daverio, Noi non siamo una macchina fotografica, 2008

Luca Tanchis

IL CANTO DELLA PERLA, raccontato da Pietro Citati


IL CANTO DELLA PERLA

Un giovanissimo principe viveva in un lontano regno d'Oriente. Il «re dei re» era suo padre, la regina sua madre, il fratello maggiore primo ministro; e una folla di principi e di dignitari si affollava nelle sale dei grandi palazzi, colmi di ricchezza e di gioia. Per qualche tempo, il giovane principe soggiornò nella «casa del padre». Di quel primo periodo della sua esistenza conosciamo pochissimo. Sappiamo soltanto che il padre e la madre gli avevano tessuto una veste colorata e splendente, ornata d'oro e di berilli, di calcedonii e di sardonii, con le giunture unite da fermagli di diamante, nella quale era dipinta l'immagine del «re dei re». Questa veste non era un semplice abito. Era il suo doppio celeste, il suo io permanente ed essenziale, che stava al di là dei fenomeni e delle apparenze: insieme diverso e identico a lui, come sono diverse e identiche una figura e la sua immagine riflessa allo specchio. Ma il principe era ancora troppo giovane e ingenuo, per conoscere il vero significato dell'abito che gli avvolgeva le membra.

Un giorno, questa vita inconscia e beata si interruppe. Il padre e la madre tolsero al figlio la veste splendente; e conclusero un patto con lui, che scrissero nel suo cuore, perché egli non lo dimenticasse: come nel cuore di ognuno di noi sta inciso il segno del nostro destino. Egli doveva discendere nell'Egitto, e liberare una perla, l'unica degna di questo no-me, che stava nel mezzo del mare, custodita da un serpente schiumante di veleno e di rabbia.

Ogni lettore del Canto della perla comprende che esso nasconde delle verità segrete, dietro la lettera del racconto.

Qualcuna di queste verità ci è subito chiara. Il regno d'Oriente non è altro che il regno dei cieli: l'Egitto il mondo della materia, e il serpente è il sovrano di questo mondo. Chi è il giovane principe? E la perla? Come nei grandi simboli, le verità parallele o contradittorie si intrecciano l'una nell'altra, si dispongono fraternamente l'una sull'altra. Il principe che compie il viaggio nella materia è il Redentore; e la perla l'anima umana, questa goccia di sole o di rugiada celeste, chiusa nella prigione del corpo. Ma il principe è anche l'immagine di tutti gli uomini, che scendono sulla terra per conquistare il regno di Dio, l'unica perla degna di questo nome.

Insieme a due compagni, il principe attraversa le frontiere del proprio dominio e le mura di Babilonia, abitate da malvagi e da demoni. 
Quando giunge in Egitto, i compagni lo abbandonano. Allora egli resta solo, doppiamente straniero: lontano dai suoi, perduti nelle profondità del m o n d o celeste, ed estraneo agli Egiziani, che non potrebbero mai amarlo e comprenderlo. Egli li teme e, per nascondersi agli occhi indifferenti ed ostili, indossa il loro abito impuro, il loro corpo d'acqua e di terra, come Cristo aveva indossato un corpo umano. Ignoriamo quanto duri questa vita nascosta: forse qualche mese, forse il tempo di una intera esistenza. Finché in un momento di disattenzione e di distrazione, il principe rivela il proprio segreto agli Egiziani, i quali si accorgono che è un «orientale», un uomo di luce, e gli danno da mangiare il loro cibo. Allora egli cade in un profondissimo sonno: non il sonno ristoratore, che riposa le membra e la mente affrante, ma quello tremendo, che ci fa perdere la nostra identità, ci fa dimenticare il nostro io, e commettere in sogno azioni nelle quali non ci riconosciamo. Dimentica la propria origine regale, la veste luminosa, e la perla che avrebbe dovuto liberare.

Mentre Cristo aveva conservato la natura divina scendendo attraverso le sfere celesti, l'ignoto Redentore fallisce nella sua impresa: simile a ciascuno di noi, che non può conquistare il regno di Dio soltanto con le proprie forze.

Chissà quanto a lungo egli avrebbe vissuto così, sopraffatto dall'oppio della dimenticanza, se lo sguardo amoroso del cielo non l'avesse soccorso. Il «re dei re», la regina, il fratello, i principi e i dignitari della corte d'Oriente gli scrivono una lettera, invitandolo a ricordare la propria origine. Ci immagineremmo che qualche messo scenda in Egitto a portargliela, oppure che una visione gliela riveli in sogno. Scritta su seta di Seleucia o di Cina, la lettera si trasforma invece in una creatura vivente, come tutti i concetti astratti, i simboli, i pensieri e i sentimenti di questo mito, che assumono un corpo animato. La lettera attraversa il cielo nella forma di un'aquila; e l'aquila, appena scesa sulla terra d'Egitto, diventa una voce, una parola, un altissimo grido, che risuona nelle tremende profondità del sonno. Questa voce è identica al patto che il «re dei re» aveva scritto nel cuore del principe al momento della discesa: è il suo destino, che gli viene ricordato dall'alto dei cieli.

Il principe si risveglia. Afferra la lettera, che ora è di nuovo soltanto un foglio di seta, la stringe al petto, la bacia, la legge; e subito la memoria ricrea nella sua mente l'immagine della patria e della perla dimenticate. Il Redentore sconfitto viene redento: l'anima perduta viene liberata dall'incantesimo che la teneva avvinta. Il principe non ha alcun merito in questo risveglio: ma vince in sé ogni debolezza, ogni esita-zione, ogni distrazione colpevole, rafforza la propria volontà, e si muove per liberare la perla. Raggiunge il serpente che soggiorna sulle rive del mare, lo incanta e lo addormenta, pronunciando i nomi magici del Padre, della Madre e del Figlio. Apre la conchiglia, libera la perla dalla doppia schiavitù del sovrano di questo m o n d o e del rigido involucro; e la espone alla luce d'Oriente. L'anima prigioniera può finalmente tornare nella sua vera patria, insieme al Redentore che l'ha salvata.

Nessun impedimento, nessuna forza terrena cercano di ostacolare il ritorno. Il principe lascia il corpo di terra sulle sabbie d'Egitto, e comincia il viaggio - quel viaggio che avviene sia dopo la nostra morte, sia nei momenti estatici della visione - verso la casa del padre. Il cammino è lungo e difficile; e questa volta ad accompagnare il principe è il suo destino compiuto, che gli viene incontro nella forma della lettera inviata dal cielo. Vivace come la più viva persona, nobile come la più eletta creatura angelica, la lettera è ancora davanti a lui: la superficie di finissima seta irradia luce quanto la lampada che illumina le strade della notte, la voce miracolosa rianima lo slancio, l'intensità dell'amore lo attira verso l'alto. Il Redentore percorre un'altra volta le piste carovaniere: attraversa i fiumi, i deserti, le pianure fittamente coltivate, e le mura terrificanti di Babilonia.

Quando giunge ai confini del suo regno, trova ad attenderlo l'abito luminoso e colorato dell'infanzia. Mentre viveva sepolto nella prigione dell'oblìo, l'aveva dimenticato completamente. Ora si accorge che la veste, di cui da giovane non aveva compreso il significato, è divenuta il suo specchio vivente: essi sono due, persone divise e separate, eppure so-no la stessa persona, la stessa immagine, la stessa forma, dove si riflette la lontana immagine di Dio. Egli la ascolta parlare e capisce che la veste è animata dai movimenti della conoscenza più perfetta. Intanto essa si stende regalmente verso di lui, si precipita verso di lui perché la indossi, si affretta verso di lui perché la accolga per sempre. L'amore appena nato spinge il principe ad andarle incontro, a stendere le mani ed il corpo; e si avvolge interamente dentro di essa, adornandosi con la bellezza dei suoi colori. Così, dopo aver realizzato il proprio destino, il principe si identifica con il suo doppio celeste, lo comprende e ne viene compreso, lo ama e ne viene amato. La scissione dell'io è ricomposta: l'io apparente si riunisce all'io trascendente, la persona al suo specchio; e tanto il Redentore quanto ogni uomo «diventano quello che sono».

Tornato nei palazzi d'Oriente, il principe adora suo padre, mentre i principi e i dignitari lo acclamano. Egli è d u n q u e tornato davanti al «re dei re», che aveva abbandonato bambino? Noi lo crediamo. Eppure, nel momento in cui giunge a casa, il Canto della perla ci informa che il padre dovrà condurlo davanti al trono del vero «re dei re». Se avesse raggiunto questo trono, certo avrebbe dovuto procedere verso un altro trono, dietro il quale sarebbe apparsa l'ombra di un altro trono. Il movimento verso Dio non può finire: perché egli si sposta, si allontana da noi, fugge in uno spazio sempre più alto e remoto, celato dietro una sempre nuova cortina, mentre qualcuno immagina di averlo raggiunto.


Il canto della perla è stato composto nel primo o nel secondo secolo dopo Cristo. Non sappiamo chi l'abbia scritto, né il luogo dove è stato scritto, sebbene il suo testo più antico sia siriaco. Gli studiosi moderni hanno rintracciato paralleli con le tarde apocalissi giudaiche, con i Vangeli e le lettere di san Paolo, con la tradizione giudeo-cristiana, con quella della Chiesa di Siria, con la gnosi pagana e cristiana, con la cultura zoroastriana, mandea e manichea; e perfino con gli antichi romanzi greci, ispirati al culto del sole. Nessuno di questi paralleli esclude l'altro. Tutti si compongono e si rafforzano l'uno con l'altro: perché questo canto meraviglioso è una perla, che raccoglie tutte le influenze e gli echi del mondo, tutte le gocce della rugiada celeste, le assorbe, le chiude nella perfezione della propria sfera, e le fa diventare invisibili, come il raggio di luce che si perde sempre più intimamente nel grembo compatto del mare.

Tratto da La luce della notte. I grandi miti nella storia del mondo, di Pietro Citati
Editore: Mondadori, 1996



«Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall'oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande, eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo. Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: 'Quando andrai in Egitto e ne riporterai l'Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra di esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede nel nostro regno'.
Lasciai l'Oriente e m'avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d'incontro dei mercanti dell'Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarburg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell'albergo. Pure vidi là uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re. Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Egli mi avvertii di guardarmi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia una bevanda, e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai che ero figlio di re e servii il loro re. Io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza del loro cibo caddi in un sonno profondo.
I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell'Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi.
"Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre, signora dell'Oriente, e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto, salute. Svegliati e sorgi dal tuo sonno, e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l'Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato, erede nel nostro regno". Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarburg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alati, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re e che la mia anima, nata libera, aspirava ai suoi simili. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai ad incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando su di lui il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre, la regina dell'Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l'Oriente.
Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti. I miei genitori mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino in casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati, eppure ancora uno per l'uguaglianza della forma. E l'immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso. E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa: "Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche". E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch'io ero mosso dall'amore a correre verso di esso per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salii alla porta della salvezza e dell'adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch'egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso. Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce di organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui».



Descrizione

Il "Canto della perla", compreso negli Atti apocrifi dell'apostolo Tomaso, è universalmente considerato il capolavoro della poesia religiosa gnostica; ma è anche un testo fondamentale della storia delle origini cristiane e l'essenziale anello di congiunzione fra il cristianesimo e la religione di Mani.

Bio:
Pietro Citati (Firenze, 20 febbraio 1930) è uno scrittore, saggista, critico letterario e biografo italiano.

Nato a Firenze da una nobile famiglia siciliana, trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Torino, dove frequenta l'Istituto Sociale e in seguito il liceo classico Massimo d'Azeglio. Nel 1942, durante la guerra, si trasferisce con la famiglia in Liguria. Si laurea nel 1951 in Lettere moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Incomincia la sua carriera di critico letterario collaborando a riviste come Il Punto - dove conosce, tra gli altri, il giovane Pasolini - L'approdo e Paragone.

Dal 1954 al 1959 insegna italiano nelle scuole professionali di Frascati e della periferia di Roma.
Negli anni Sessanta scrive per il quotidiano Il Giorno. Dal 1973 al 1988 è critico letterario del Corriere della Sera; dal 1988 al 2011 de la Repubblica; dal 2011 al giugno 2017 scrive recensioni letterarie per il Corriere della Sera. Il 28 luglio 2017 riprende a pubblicare su La Repubblica.

Scrittore poliedrico, si è cimentato con successo nella saggistica e nella biografia letteraria di grandi scrittori (Alessandro Manzoni, Kafka, Goethe, Tolstoj, Katherine Mansfield, Giacomo Leopardi ecc.). Varie sue pagine sono dedicate anche ai miti dei popoli antichi e della grecità (Omero innanzi tutto), alle dottrine religiose e filosofiche come l'Ermetismo.
Nel 2002 lo scrittore spagnolo Javier Marías, Re di Redonda, lo ha nominato Duca di Remonstranza. Nel 1984 vinse il Premio Strega con la biografia di Tolstoj, edita da Longanesi.

sabato 20 febbraio 2016

Protégées - Best Music 2015





MIGLIORI ALBUM 2015


  1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell 
  2. Doug Hream Blunt – My Name Is Doug Hream Blunt 
  3. Hanni El Khatib - Moonlight 
  4. Barbagallo – Amor De Lonh 
  5. Julia Holter – Have You In My Wilderness 
  6. Ryuichi Sakamoto – The Revenant Soundtrack 
  7. Chilly Gonzales - Chambers 
  8. The Weeknd – Beauty Behind The Madness 
  9. Disclosure - Caracal 
  10. Kurt Vile – B’lieve I’m Goin Down… 
  11. Bilal – In Another Life 
  12. St Germain – St Germain 
  13. Blur – The Magic Whip 
  14. LA Priest - Inji 
  15. Hot Chip – Why Make Sense? 
  16. Curtis Harding – Soul Power 
  17. Lil Dicky – Professional Rapper 
  18. Celso Fonseca – Like Nice 
  19. Kamasi Washington – The Epic 
  20. New Order – Music Complete 
  21. Van Hunt – The Fun Rises, The Fun Sets 
  22. Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly 
  23. Mocky - Key Change 
  24. Arthur H – Soleil Dedans 
  25. Jay Rock - 90059 
  26. Zak Abel – One Hand On The Future 
  27. Travis Scott - Rodeo 
  28. Mura Masa – Someday Somewhere
  29. Tame Impala - Currents
  30. Jim O'Rourke - Simple Songs

sabato 16 gennaio 2016

John Berger, Contro i nuovi tiranni - tratto da Il taccuino di Bento


Contro i nuovi tiranni

Studiate i volti dei nuovi tiranni. Esito a chiamarli plutocrati, perché il termine è troppo storico e questi uomini sono parte di un fenomeno che non ha precedenti.
Vada per profittatori. Le loro facce da profittatori hanno molti tratti in comune. Tale conformità dipende in parte dalle circostanze — possiedono talenti analoghi e vivono secondo routine simili — e in parte è una scelta di stile.
Il mio diagramma si basa su uomini del nord. Ovviamente il ritratto di un profittatore del sud sarebbe diverso, eppure ho il sospetto che si rileverebbero le stesse tendenze.
Hanno età diverse, ma lo stile è quello di uomini che vanno per i cinquanta. Sono vestiti in modo impeccabile e il toro abbigliamento è rassicurante, come la sagoma dei furgoni portavalori. Armor Mobile Security, veicoli blindati.
Se si esaminano i loro lineamenti, si ha l’impressione che non abbiano appetiti fisici pronunciati, e tanto meno eccessivi... a parte un’insaziabile brama di controllo. Tutt’altro che mostruosi, i loro volti, benché un po’ tesi, paiono quasi insipidi.
Sulla fronte hanno numerose rughe orizzontali. Non si tratta di solchi scavati dal pensiero, ma di linee che trasmettono informazioni non stop.
Occhi piccoli, pronti, che esaminano tutto e non contemplano nulla. Orecchie capienti come banche dati, ma incapaci di ascoltare.
Labbra che tremano di rado, e bocche che prendono implacabilmente decisioni.
Mani gesticolanti, che dimostrano formule e non toccano l’esperienza.
Capigliature meticolosamente ravviate come per un test di velocità aeronautica.
L’assoluta fiducia in se stessi che traspare dai loro volti è pari alla loro ignoranza, che è anch’essa evidente.
Tu hai spiegato che le forme del conoscere sono tre. Una forma confusa basata su dicerie e impressioni e mai riferita a una visione d’insieme. Una conoscenza, che si serve di idee adeguate, riguardante la proprietà delle cose. E, in terzo luogo, una conoscenza che concerne la sostanza delle cose riassunta in Dio.
I profittatori non sanno niente di niente, né delle proprietà né dell’essenza delle cose. Conoscono bene solo le loro impressioni sui loro racket. Da qui la paranoia e, generata dalla paranoia, la loro energia ripetitiva. Il loro reiterato articolo di fede è: Non c’è alternativa.


(tratto da Il taccuino di Bento, Neri Pozza, 2014)

Forse non tutti sanno che il filosofo Baruch Spinoza – detto Bento –, uno degli esponenti del razionalismo del XVII, antesignano dell’Illuminismo e sommo conoscitore dell’esegesi biblica, disegnava. Anzi, era intimamente ossessionato dal disegno. Dopo la scomunica e la cacciata dalla comunità ebraica di Amsterdam, si dedicò al disegno con un trasporto così assoluto che, quando non lavorava come tornitore di lenti, si rinchiudeva nel suo studio ad abbozzare figure o paesaggi, a tracciare centinaia di schizzi a matita e a china. Quando morì, i suoi amici recuperarono le sue lettere, i manoscritti, gli appunti, ma non trovarono nessuna traccia dei suoi disegni. Molti anni dopo, a John Berger viene regalato un vecchio taccuino da disegno e l’autore, mosso da un impulso segreto e convincente, sente che quel libricino è proprio quello di Baruch Spinoza. Inizia così un dialogo a due voci e a quattro mani in cui l’autore e saggista inglese – convinto che nella silenziosa pratica del disegno risieda la chiave per accedere al senso del mondo e delle cose – immagina di rileggere le parole del filosofo olandese, e di osservare il mondo con i suoi occhi. Il risultato è un libro che, con una prosa limpida e delicata, crea un ponte tra l’Olanda del XVII secolo e il tempo inquieto in cui viviamo. Una mappa stupefacente che aiuta a orientarsi nel nostro incerto presente, a indagare la sostanza profonda delle cose, e la relazione che ci lega a esse. (tratto dalla presentazione editoriale del libro)


giovedì 26 novembre 2015

The Rhythm di Robert Creeley, una poesia da Eden di Mia Hansen-Løve



It is all a rhythm,
from the shutting
door, to the window
opening,

the seasons, the sun's
light, the moon,
the oceans, the
growing of things,

the mind in men
personal, recurring
in them again,
thinking the end
is not the end, the
time returning,
themselves dead but
someone else coming.

If in death I am dead,
then in life also
dying, dying...

And the women cry and die.

The little children
grown only to old men.
The grass dries,
the force goes.

But is met by another
returning, oh not mine,
not mine, and
in turn dies.

The rhythm which projects
from itself continuity
bending all to its force
from window to door,
from ceiling to floor,
light at the opening,
dark at the closing.

(The Rhythm, poem by Robert Creeley, from Words, 1967)


Tutto è ritmo,
dalla porta che si chiude,
alla finestra che si apre,
le stagioni, la luce del sole,
la luna, gli oceani,
la crescita di tutte le cose,

ricorrono ancora nella mente di ciascun uomo, pensando che la fine
non sia la fine, il tempo del ritorno, la loro stessa morte,
ma l'arrivo di qualcun altro

Se nella morte sono morto, allora anche nella vita sto morendo e morendo...
E le donne piangono e muoiono.

I bambini piccoli crescono fino a diventare vecchi uomini.
L'erba si secca, la forza svanisce

Ma si imbatte in un altro ritorno
oh non il mio, non il mio,
che a sua volta muore.

Il ritmo che si proietta dalla sua persistenza, piega tutto alla sua forza
da finestra a porta,
dal soffitto al pavimento,
luce in apertura,
buio alla chiusura.

lunedì 2 marzo 2015

Javier Marías, L'uomo sentimentale


«L'uomo sentimentale è una storia d'amore in cui l'amore non si vede né si vive, ma si annuncia e si ricorda». 
«Niente mi annoierebbe e mi dissuaderebbe quanto il sapere in anticipo, quando comincio un romanzo, ciò che questo sarà: quali personaggi lo popoleranno, quando e come appariranno o scompariranno, che cosa ne sarà delle loro vite o del frammento delle loro vite che racconterò. Tutto questo accade mentre il romanzo viene scritto, appartiene al regno dell'invenzione nel senso etimologico di scoperta, ritrovamento; e vi sono anche momenti in cui ci si ferma e si vedono aprirsi due possibilità di prosecuzione, totalmente opposte. Quando il libro è concluso [...], sembra impossibile che avrebbe potuto essere diverso da come è».
Javier Marías

Il Leone di Napoli. È cosí che gli appassionati chiamano il protagonista, un famoso tenore catalano. Quando inizia a raccontare, si trova a Madrid, e le sue giornate si dividono tra la solitudine di un albergo e la ripetitività delle prove al Teatro de la Zarzuela, dove interpreterà Cassio nell'Otello di Verdi. Ciò che racconta è una passione d'amore in qualche modo parallela a quella shakespeariana: non è solo in scena che si crea un triangolo amoroso; e non è solo in scena che il Leone di Napoli svolge il ruolo, tutto sommato, di comprimario - mentre il vero protagonista è il suo avversario nella lotta per la diafana, sfuggente, Natalia: il banchiere belga dagli occhi color cognac e dall'inverosimile cappello floscio.
Vincitore del Premio Flaiano 2000, L'uomo sentimentale mette in scena un gioco perverso di cui tutti i personaggi divengono, piú o meno inconsapevolmente, prigionieri; un gioco magistralmente condotto dalla scrittura ironica e suggestiva di uno degli autori piú acuti e affascinanti dei nostri tempi.


****
Quando morirai io ti piangerò per davvero. Io mi avvicinerò al tuo volto trasfigurato per baciarti con disperazione le labbra in un ultimo sforzo, pieno di presunzione e di fede, per restituirti al mondo che ti avrà bandita da sé. Io mi sentirò ferito nella mia stessa vita, e considererò la mia storia divisa in due da quel tuo momento definitivo. Io chiuderò i tuoi restii e sorpresi occhi con mano amica, e veglierò il tuo cadavere sbiancato e mutante per tutta la notte e l’inutile aurora che non ti avrà conosciuta. Io toglierò il tuo cuscino, io le tue lenzuola inumidite. Io, incapace di concepire l’esistenza senza la tua presenza d’ogni giorno, vorrò seguire senza rinvii i tuoi passi contemplandoti esanime. Io andrò a visitare la tua tomba, e ti parlerò senza testimoni nella parte più alta del cimitero dopo aver percorso la salita e dopo averti guardato con amore e fatica attraverso la pietra incisa. Io vedrò anticipata nella tua la mia stessa morte, io vedrò il mio ritratto e allora, riconoscendomi nelle tue fattezze rigide, cesserò di credere nell’autenticità della tua fine perché questa dia corpo e verosimiglianza alla mia. Perché nessuno è in grado di immaginare la propria morte.

(tratto da El hombre sentimental (1986) / L'uomo sentimentale, Javier Marías - 2000, Einaudi)

Allan Gurganus, Non abbiate paura


"Quante strade per la gioia; per lo più, deviazioni." 
In questa frase sta tutta la luce sfolgorante della scrittura di Allan Gurganus, scrittore americano poco noto al pubblico italiano.
Nato in North Carolina nel 1947, dopo essere stato soldato in Vietnam, fu compagno di college di Grace Paley, e allievo prediletto di John Cheever all'Iowa Writers' Workshop.
Nel 1989 pubblica il suo primo romanzo, “Oldest living confederate widow tells all” (“L'ultima vedova sudista vuota il sacco”, nella traduzione italiana), versione dissacrante e iconoclasta della Guerra civile americana. Il romanzo viene tradotto in dodici lingue, e vende due milioni di copie.
Dopo alcune raccolte di racconti, esce nel 2013 “The local souls”, trittico di racconti, segnalato dal New York Times fra i migliori libri dell'anno.
Ora, su suggerimento dello stesso Gurganus, è arrivata in Italia la traduzione di uno dei tre racconti, "Non abbiate paura", occasione per avvicinarsi a questo scrittore, figlio della tradizione affabulatoria della letteratura del sud degli Stati Uniti.
La novella è divisa sostanzialmente in due parti: nella prima vediamo Gurganus stesso il quale, reduce dalla fatica della stesura del romanzo sulla guerra civile americana, per distrarsi si reca con un'amica a teatro per la recita scolastica del figlioccio, in una fredda sera di novembre.
Nell'attesa dello spettacolo, lo scrittore si guarda in giro, constatando la banalità dei cittadini della middle class del North Carolina lì convenuti, quando la sua attenzione viene attirata da una coppia di innamorati di eccezionale bellezza, alti, biondi, e magneticamente attratti l'uno dall'altra:“Sono così belli che potresti trovarli nelle pubblicità, o anche al cinema. Un'energia erotica inconfondibile. Scoppiettano come popcorn nel microonde”.
  

L'amica dello scrittore gli passa un bigliettino “Attento a quei due. Fatti un'idea. La storia dopo. E' buona.” Dopodichè, nella seconda parte, comincia la narrazione della storia vera e propria preceduta dalla premessa “Giuro su Dio che almeno l'81% della storia è vera”.
E la storia è il susseguirsi di eventi tragici e straordinari che si snodano nell'arco di venticinque anni. Alla protagonista, Maria, giovane ragazza dorata della buona società, soprannominata dai compagni di scuola “Non abbiate paura”, era successo di assistere, quattordicenne, alla morte del padre, investito e orrendamente decapitato dal motoscafo guidato dal suo migliore amico, mentre faceva sci nautico sulle acque di un lago. La giovane orfana, “adottata” dall'amico del padre, macerato dai sensi di colpa, rimane incinta di un di lui figlio in circostanze poco chiare.
Il bambino le viene tolto, e lei metabolizzata apparentemente la tragedia cresce, si sposa, e rientra nei binari dell'esistenza normale e banale di una quieta casalinga della middle class, covando la disperazione “dietro la lustra vernice crema dell'agiatezza”; fino a quando, grazie a una svolta fortunata del destino, riesce a trovare di nuovo (forse) la felicità.
Si rimane incantati di fronte allo stile molto originale di Gurganus, che prende in ostaggio il lettore, rapito dalla prosa e dallo svolgimento del racconto come di fronte al flauto di un ammaliatore di serpenti.
La lingua emana una luce sfolgorante; ed è la luce del mito.
Come dice Gurganus, “le stesse storie travolgenti delle tragedie greche si consumano in qualche traversa delle nostre cittadine dove si pagano le tasse.”
In poco più di 120 pagine, Gurganus costeggia i grandi tabù di una società perbenista: omosessualità, legame sentimentale di un adulto con una ragazzina, incesto, senza che nessuno di questi temi venga esplicitamente chiamato per nome, ma piuttosto evocato tramite allusioni e immagini che emanano la luce di un Icaro che si avvicina troppo al sole.
Non c'è psicologismo nella narrazione di Gurganus: i personaggi sono assoggettati alle forze ancestrali di Eros e Thanatos.
E, sembra dirci Gurganus, in questo modo di vivere che accetta ciò che di estremo e straordinario e anche terribile può accadere, c'è spazio prima o poi anche per la felicità.

Laura Anfossi

****
Sto quasi per chiederle perché gli adulti hanno sempre un’aria sciatta alle recite degli adolescenti, quando l’arrivo di una coppia strepitosa mi smentisce immediatamente. Salve! La mia esausta capacità narrativa avverte un fremito, se non proprio uno stimolo. 
Con un sorriso, chiedono se le poltrone accanto a noi sono libere. «Prego, tutte vostre.» Sono entrambi biondi, alti e atletici, con le sopracciglia scure; stesse giacche di montone, da sci. Il vento ha arrossato la carnagione di lui, acceso di rosa quella di lei. La bufera sembra studiata per esaltare il loro incarnato. Giuro che dovrebbero stare sul palco, non qui tra i nonni con gli zaini di Greenpeace e i sandali da cui sbucano orrendi calzettoni peruviani. 
Sono i giovani genitori “capobranco” che tutti i liceali desiderano, invece di, be’..., invece di noi: io e la mia deliziosa amica, che siamo seri, informati, sui cinquanta e più. 
Jemma fa un cenno ai nuovi arrivati, rivolge loro un vero sorriso ma poi, solo per i miei occhi, scribacchia un messaggio sul blocco. Indicandoli con la testa, nasconde loro le parole: 
ATTENTO A QUEI DUE. FATTI UN’IDEA. LA STORIA DOPO. È BUONA.

(tratto da Non abbiate paura, Allan Gurganus, Playground 2014 - Trad. Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)