venerdì 8 aprile 2016

Knight Of Cups, di Terrence Malick (2015) Eyeglass prescription - Best Film 2014/2015



1. Knight Of Cups (2015)

Rick è un uomo in crisi e in cerca di un senso. Sceneggiatore a Los Angeles, ha perduto il contatto con la realtà e cerca la sua interpretazione nei tarocchi. Sospeso tra i set di Hollywood e le strade di L.A., Rick passa da un party all'altro e da una donna all'altra, dai conflitti con suo padre alle dolorose memorie del fratello morto. Risvegliato nel profondo da un terremoto, Rick riprende la "strada per l'oriente" alla ricerca della Perla. (118 min.)

Director: Terrence Malick
Stars: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Brian Dennehy

Posta all'inizio del film la didascalia “Per un ottimale riproduzione del suono i produttori suggeriscono che il volume sia molto alto”, non sembra solo una semplice indicazione, ma un esortazione a entrare nella vera natura armonica dell'opera, a predisporsi sensualmente a quello che considero uno dei migliori film di Terrence Malick.
Più di ogni altro suo lavoro precedente, anche di quelli che fanno parte del suo “nuovo avvento”, si percepisce una compiutezza, una circolarità costante tra le parti - la conduzione del sonoro, il ritmo morale, la danza delle inquadrature - che complessivamente è propria più di una riuscita sinfonia musicale che di un dispositivo cinematografico (o almeno per come siamo abituati alla sua normale percezione).
Questa è un'opera che, paradossalmente, si potrebbe solamente ascoltare: un audio-film.



Non si tratta esclusivamente dell'assoluto controllo e pignoleria in fase di montaggio sonoro - ricordiamo come in The New World, Malick si adoperò nella ricreazione del canto di uccelli oramai estinti, predisponendo i richiami d'amore e i versi per marcare il territorio, a seconda del tono della scena - e neppure consiste nell'indurre questa musica “concreta” (insieme alle musiche colte e popolari, più quelle originali di Morricone, Zimmer, Horner, Desplat e Townshend) a non decantare sul fondo dell'immagine, aderendo passivamente per durata e ritmo, ma lasciandole spesso compiere l'inverso: partiture ambientali e musicali che perdurano e colonizzano stacchi e scena successiva.
Qui si ha a che fare con una sinfonia mitologica, dove tutti gli elementi e i mitologemi Malickiani vengono ammaestrati a un flusso sensuale, come un fiume "che pronunci da sé il proprio senso".


«Il paragone più appropriato - che io devo sempre ripetere per illustrare quest'aspetto della mitologia - è quello con la musica. Mitologia in quanto arte e mitologia in quanto materiale sono fuse in un unico e identico fenomeno, nella stessa maniera in cui lo sono l'arte del compositore e il suo materiale, il mondo sonoro. L'opera musicale ci mostra l'artista quale plasmatore e nello stesso tempo ci fa vedere il mondo sonoro nell'atto di plasmare se stesso. Nei casi in cui non ci sia in primo piano nessun modellatore di spirito particolarmente eccezionale, come nelle grandi mitologie degli Indi, dei Finni e degli Oceaniani, si può parlare con ancor maggiore ragione di una siffatta relazione: di un'arte cioè che si manifesta nel plasmare e di un particolare materiale che si plasma, come di unità inscindibile di un unico e identico fenomeno.
Il modellamento, nella mitologia, è immaginifico. Scaturisce un fiume di immagini mitologiche. Uno scaturire che nello stesso tempo è un esplicarsi: fissato, come i mitologemi sono fissati nelle sacre tradizioni, esso è una specie di opera d'arte. Vi possono essere diversi sviluppi dello stesso tema fondamentale, uno accanto all'altro o uno dopo l'altro, simili alle diverse variazioni di un tema musicale. Benché, infatti, il flusso stesso si presenti sempre in immagini, il paragone con le opere musicali conserva la sua validità. Sempre, intanto, con opere: vale a dire con qualcosa di obiettivato, qualcosa che è già diventato oggetto autonomo che parla da sé, qualcosa a cui non si rende giustizia con interpretazioni e spiegazioni, bensì tenendolo presente e lasciando che pronunci da sé il proprio senso ».
(Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Károly Kerényi)






Prodigiosamente questa riunione di elementi creativi e tecnici, si armonizza come tono e gesto con lo stesso motivo spirituale che - subito dopo l'introduzione di John Bunyan da Il pellegrinaggio del cristiano - apre il film e ne guida l'ispirazione: l' “Inno della Perla” dal vangelo apocrifo dell'apostolo Tommaso, chiamato originariamente “Canto dell'apostolo Giuda Tommaso nella terra degli Indiani”:
(raccontato qui da Pietro Citati)
In molte dottrine gnostiche, la “Perla” rappresenta la nostra anima, quella che abita in ogni uomo.
È attraverso il Figlio, il pellegrino, il cavaliere Rick che essa deve essere riconquistata. Soggetto e oggetto della parabola sono reciproci, interscambiabili: l'anima è quella di Rick che si salva nella ricerca della Perla. Il soffio divino che è in lui deve attraversare la materia per guadagnarsi il risveglio, deve vincere il potere del mondo dall'interno dello stesso: non ci può essere rivoluzione che non sia quella interiore.


Dalla ricchezza dell'opera, a cui la disinvoltura formale non permette ridondanza, eccede un precipitato organico, per certi versi illuminante. Una speculazione attorno al proprio ordinamento filosofico, letterario e religioso (Emerson, Heiddeger, Jung, la mistica di Jacob Böhme e il suo linguaggio simbolico così funzionalmente ricco, l'influenza, mai troppo indagata, di Flannery O'Connor) e una teosofica ricerca nella sovrabbondanza di allegorie. 
Queste falde si rivelano partendo dall'indagine minuziosa sul significato della carta dei tarocchi del Cavaliere di Coppe e dalle carte che successivamente intitolano tutti i capitoli in cui è suddiviso il film - Il cavaliere di coppe/La luna/L'impiccato/L'eremita/Il giudizio/La torre/la papessa/La morte/La libertà - ma anche dalla locandina con l'illustrazione di Dionysius Andreas Freher (che Calasso usò per la copertina di Inquisizioni di J.L. Borges, scrittore profondamente influenzato da Swedenborg) che riporta i tre principi/mondi della teosofia di Bohme.


"L'immagine rappresenta un individuo già ben avviato sul suo percorso di crescita, che non è tuttavia ancora concluso. Egli dispone già del dominio su molte qualità del suo essere collegate all'elemento Acqua: fantasia, amorevolezza, gentilezza, capacità di ascoltare gli altri, altruismo. La vera forza di questo Cavaliere consiste nell'essere in contatto col suo cuore e i suoi sentimenti, che sono la porta attraverso cui riceve ispirazione e guida da altri piani di esistenza. La sua crescita tuttavia non è ancora esente da rischi: a volte può perdersi nei sogni senza tradurli in pratica, essere troppo debole e insicuro. La grande sensibilità di cui è capace può renderlo vulnerabile agli attacchi e alle critiche altrui, e renderlo soggetto a tristezza e sbalzi d'umore." (Le Arti Divinatorie, di François Arnaud e Malika Lakon-Tay)

Si potrebbe proseguire ulteriormente l'indagine attraverso i quattro semi dei tarocchi: Spade, Denari, Bastoni, Coppe, per poi seguirne l'iconografia, spesso rappresentata o evocata nel film; come d'altronde altri significati paleserebbero i simboli e le metafore richiamate dalle apocalissi gnostiche e dal vangelo di Tommaso.

Tutto questo denota e guida attraverso una corrispondenza di motivazioni intime e strutturali in fase di stesura del lavoro da parte del regista, ma non spiega completamente la sua quintessenza, nè restituisce dinamicamente la permeabilità di senso dell'opera.
Un conto è lo studioso e l'uomo di fede, un altro è il cinema che esce dal suo prisma (e da quello di Emmanuel Lubezki).

Quella di Malick è la radice di nuova metafisica del cinema, da intendere attraverso Bergson. Ci sono due percorsi possibili alla sua fruizione: “una che porta all'assoluto e l'altra al relativo. Il relativo si scopre attraverso l'intelligenza, e non ha mai fine perchè è un percorso che va avanti all'infinito. L'assoluto si scopre solo attraverso l'intuizione, con un percorso di “sun pathos”, con la realtà. E' solo tuffandosi nell'acqua che si percepisce l'acqua, è solo leggendo una poesia in russo che si può capire una poesia russa: la poesia tradotta in francese sarebbe un percorso dell'intelligenza.”¹
Guardare quindi Malick in originale, nel suo "russo" primitivo, immergersi nelle acque di questo fiume e soffermarsi su altri aspetti più istintivi di quelli esplicitamente speculativi.
Considerare come quest'ultima opera si inserisca e agisca come uno splendido fenomeno naturale nella biologia generale suscitata dalla filmografia del regista texano.
Come si sia partiti dalla nascita della wilderness americana e i suoi paradisi perduti (Badlands, I giorni del cielo, La sottile linea rossa, The new world) e successivamente, da quelle rovine, si sia intrapreso il viaggio alla ricerca della Perla: nella memoria in The tree of life, nell'amore verso un'altro essere o verso dio in To the wonder, nel senso di una vita e chiusura del cerchio, in Knight of cups.
Come questa partitura complessiva abbia lentamente spostato il suo tema natale dal Fuoco, i grandi conflitti, all'acqua, l'accettazione.


(Video di Kogonada, kogonada.com)




"Basterebbe osservare la natura per capire che la vita è semplice. E che bisogna tornare al punto di prima. In quel punto dove voi avete imboccato la strada sbagliata. Bisogna tornare alle basi principali della vita. Senza sporcare l’acqua." (Tarkovskij, Nostalghia)
Lo stesso Rick è un fiume: ed è come tutti i personaggi principali di Malick.
Non si caratterizza, è come un fantasma sospeso tra cielo e terra, mai veramente nel racconto e nella Storia, esce continuamente dall'inquadratura: è l'Intrus nel Tempo della scienza (per richiamare il titolo di un film di un'altra regista che riesce a sopendere il tramico e cronologico a favore di un flusso più intuitivo e coscienziale, Claire Denis).
“La mia vita, come l’ho vissuta, m’è sembrata spesso come una storia senza un inizio e senza una fine. Ho avuto sempre la sensazione di essere un frammento storico, un brano di cui mancasse il testo che veniva prima e quello che veniva dopo. Potrei anche immaginare che sono vissuto in secoli precedenti, dove mi sono imbattuto in quesiti cui non sono stato capace di rispondere; e che son dovuto rinascere perché non avevo portato a termine il compito che mi era stato assegnato.” (Carl Gustav Jung)
Terrence Malick, insieme al suo cavaliere Christian Bale, ha probabilmente raggiunto la propria Perla cinematografica.
Con un genio lento e sensibile, in un arco di tempo (e luce impressa) lungo quasi una vita.
Un fare cinema come risposta ad una necessità espressiva e spirituale.
Al contrario di quel cane furioso che, immergendosi nella piscina, cerca di mordere, senza riuscirvi, l'esca. 

Qui non abita nessuna brama oltre a quella di comunicarci per immagini, la possibilità di un'altra via, di un altro sguardo al Mistero; consegnarci, dunque, un film sapienziale.
Quasi come volesse lasciarci un Canto del regista Terrence nella terra degli Indiani (d'America).

“Gli uomini seguono le leggi, per evitare di scegliere”
(To The Wonder)


“Chi è l'uomo?
No, è tutto perfetto. Lascia che io mi perda. Che sia sincera.
Tu scorri attraverso me come un fiume. Vieni. Seguimi.”
(The New World)
«Sono salito alla luce come portato sul carro della Verità,
la verità mi ha guidato e condotto.
Essa mi ha portato al di sopra di crepacci e abissi
e mi ha trasportato in alto al di là di gole e vallate.
E' divenuta per me un porto di salvezza
e mi ha messo nelle braccia della vita eterna»
(Odi di Salomone , apocrifi del Vecchio Testamento 38, 1-3)
"O giovane di buoni pensieri, buone parole, buone azioni, buona coscienza,
io non sono altro che la tua propria coscienza personale.
Tu mi hai amato: in questa sublimità, bontà, bellezza, nella quale ora ti appaio"
(Avesta, Fragments, "Hadokht Nask"/Volume of the scriptures" )
"Chi cerca, non smetta di cercare finché non avrà trovato. Quando avrà trovato, si turberà. Quando sarà turbato, si meraviglierà e regnerà su tutte le cose. "
(Vangelo di Tommaso)

«Quando, nell’ottobre 1913, ebbi la visione dell’alluvione, mi trovavo in un periodo per me importante sul piano personale. Allora, all’età di quarant’anni, avevo ottenuto tutto ciò che mi ero augurato. Avevo raggiunto fama, potere, ricchezza, sapere e ogni felicità umana. Cessò dunque in me il desiderio di accrescere ancora quei beni, mi venne a mancare il desiderio e fui colmo d’orrore. La visione dell’alluvione mi sopraffece e percepii lo spirito del profondo, senza tuttavia comprenderlo. Esso però mi forzò facendomi provare un insopportabile, intimo struggimento, e io dissi:

«Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino;dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c’è altra via. Ogni altra strada è sbagliata. Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Com’è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine».

Questo mi costrinse a dire lo spirito del profondo e al tempo stesso a viverlo contro la mia stessa volontà, perché non me l’aspettavo. In quel periodo ero ancora totalmente prigioniero dello spirito di questo tempo e nutrivo altri pensieri riguardo all’anima umana. Pensavo e parlavo molto dell’anima, conoscevo tante parole dotte in proposito, l’avevo giudicata e resa oggetto della scienza. Credevo che la mia anima potesse essere l’oggetto del mio giudizio e del mio sapere; il mio giudizio e il mio sapere sono invece proprio loro gli oggetti della mia anima. Perciò lo spirito del profondo mi costrinse a parlare all’anima mia, a rivolgermi a lei come a una creatura vivente, dotata di esistenza propria. Dovevo acquistare consapevolezza di aver perduto la mia anima. Da ciò impariamo in che modo lo spirito del profondo consideri l’anima: la vede come una creatura vivente, dotata di una propria esistenza, e con ciò contraddice lo spirito di questo tempo, per il quale l’anima è una cosa dipendente dall’uomo, che si può giudicare e classificare e di cui possiamo afferrare i confini. Ho dovuto capire che ciò che prima consideravo la mia anima, non era affatto la mia anima, bensì un’inerte costruzione dottrinale. Ho dovuto quindi parlare all’anima come se fosse qualcosa di distante e ignoto, che non esisteva grazie a me, ma grazie alla quale io stesso esistevo. Giunge al luogo dell’anima chi distoglie il proprio desiderio dalle cose esteriori.

Se non la trova, viene sopraffatto dall’orrore del vuoto. E, agitando più volte il suo flagello, l’angoscia lo spronerà a una ricerca disperata e a una cieca brama delle cose vacue di questo mondo. Diverrà folle per la sua insaziabile cupidigia e si allontanerà dalla sua anima, per non ritrovarla mai più. Correrà dietro a ogni cosa, se ne impadronirà, ma non ritroverà la sua anima, perché solo dentro di sé la potrebbe trovare. Essa si trovava certo nelle cose e negli uomini, tuttavia colui che è cieco coglie le cose e gli uomini, ma non la sua anima nelle cose e negli uomini. Nulla sa dell’anima sua. Come potrebbe distinguerla dagli uomini e dalle cose? La potrebbe trovare nel desiderio stesso, ma non negli oggetti del desiderio. Se lui fosse padrone del suo desiderio, e non fosse invece il suo desiderio a impadronirsi di lui, avrebbe toccato con mano la propria anima, perché il suo desiderio ne è immagine ed espressione. Se possediamo l’immagine di una cosa, possediamo la metà di quella cosa. L’immagine del mondo costituisce la metà del mondo. Chi possiede il mondo, ma non invece la sua immagine, possiede soltanto la metà del mondo, poiché l’anima sua è povera e indigente.

La ricchezza dell’anima è fatta di immagini. Chi possiede l’immagine del mondo, possiede la metà del mondo, anche se il suo lato umano è povero e indigente. Ma la fame trasforma l’anima in una belva che divora cose che non tollera e da cui resta avvelenata. Amici miei, saggio è nutrire l’anima, per non allevarvi draghi e diavoli in cuore ».

(Il libro rosso, Carl Gustav Jung)


Note:
¹ Philippe Daverio, Noi non siamo una macchina fotografica, 2008

Luca Tanchis

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