mercoledì 27 novembre 2013

Douglas Coupland, un'intervista sulle interviste


Ho intervistato soltanto una persona in vita mia. Morrissey, a Roma, nel gennaio 2006. 
Nel 2000 sono stato a un passo dall’intervistare Martin Amis, a Vancouver, in occasione del tour di presentazione della sua autobiografia Esperienza. Avevo accettato di farlo perché, beh, perché lui è Martin Amis. E perché così, per una volta, avrei capito che si prova a essere nei panni dell’inquisitore. In realtà ero dall’altra parte della barricata sin dal 1991, ma in quel caso avrei avuto io il coltello dalla parte del manico. Avevo letto la sua autobiografia e preparato un elenco di domande. Era stato più impegnativo di quanto pensassi, perché all’improvviso quello che era partito come un articolo si era trasformato in una specie di compito a casa, e..... io ho sempre odiato i compiti a casa. Il tempo passava. All’una avrei dovuto trovarmi seduto in una stanza con Martin Amis. Ero fottuto.
Ho messo insieme un paio di domande, e mi sono presentato in un ristorante giapponese del centro. Vancouver aveva appena approvato una legge molto restrittiva riguardo al fumo nei luoghi pubblici ma Amis aveva dato la propria disponibilità all’intervista soltanto a condizione di poter fumare. L’imbarazzante preludio all’intervista è dunque consistito nella creazione di una sala fumatori clandestina, il chè faceva molto rockstar, ma non abbastanza da superare il fattore seccatura. Avevamo messo delle vedette alla porta d’ingresso, e tutti si muovevano agitati come fossimo sotto minaccia di una prossima invasione aliena.

Infine Martin Amis è entrato nella stanza, stressato e scorbutico, e mi ha detto: «Non penserai davvero di andare fino in fondo con questa cosa, no?». «No», gli ho risposto, con la sensazione di essere appena scampato al peggio nel migliore dei modi. Dopodiché mi ha chiesto se sapevo dove poter comprare dell’erba, così siamo andati da un tizio che conoscevo, ed è finita che Mr. Amis ha trascorso un piacevolissimo e rilassante pomeriggio senza intervista, giù al porto. 

Con Morrissey le cose sono andate un po’ diversamente. L’incarico di intervistarlo mi era stato offerto da un settimanale inglese assieme a una vergognosa somma di denaro e a un biglietto di prima classe, destinazione Roma. Ora: tenendo presente che la vita raramente offre occasioni divine come questa, se proprio dovete fare un’intervista nella vostra vita, fate in modo che sia con qualcuno di fronte a cui vale la pena di essere intimiditi, che preveda un volo in prima classe fino a Roma e un soggiorno in un hotel a cinque stelle vicino a piazza del Popolo. 

Avevo deciso di accettare, e mi ero preparato al viaggio. La preparazione includeva chiedere al mio medico alcune pillole di sonnifero di nuova generazione che mi sprofondassero in un dolce sonno REM sopra nuvole a forma di gattino e cagnolino. Nessun problema. Ho preso una di queste pillole sull’aereo per Francoforte, e sono stato avvolto da un sonno leggero. Ne ho presa un’altra all’aeroporto Da Vinci, al mio arrivo a Roma, ma non ha fatto effetto: così ne ho presa un’altra ancora e alle nove di sera sono sprofondato nel sonno. Mi sono svegliato alle cinque del mattino, troppo presto per fare qualsiasi cosa. Ho inghiottito ancora un’altra pillola, e mi sono svegliato intorno alle 11 del mattino, lucido e fiducioso. 

Mancavano ancora otto ore all’intervista. Ho passeggiato per la città in preda a una meravigliosa sensazione di acutezza dei sensi, uno stato di oblio simile a quello che talvolta precede l’influenza, bevendo grandi quantità di caffè ristretto italiano per aumentare l’effetto complessivo. 

Tornato in hotel nel tardo pomeriggio, ho ricevuto una chiamata. Morrissey si annoiava, e si chiedeva se era possibile fare l’intervista subito. Annoiato? Che poteva esserci di più tipicamente Morrissey di un misto di irritazione e noia? Bene. Sono sceso al bar dell’hotel per incontrare l’uomo che ha scritto gran parte della musica che aveva definito la mia vita per oltre un decennio. Mi hanno portato in sala da pranzo ed eccolo, seduto a un tavolo, anche se l’unica cosa che sono riuscito a notare era la sua enorme testa. Non un po’ più grande: proprio clinicamente, antropologicamente sproporzionata. Due volte più grande di come avrebbe dovuta essere in base alle dimensioni del suo corpo. Mi ha chiesto di sedermi, e la cosa immediatamente successiva che ricordo sono io al telefono col mio agente, sei ore più tardi, che dico parole tipo: «Aspetta... Che ora è? Eh? Sul serio?». 

Non ricordavo assolutamente niente dell’intervista con Morrissey, tranne (e non ho davvero idea di cosa questo significhi) che stavo parlando di mostri — in particolare del Mostro della laguna nera — e che... uh, oh, sì, avrei comunque dovuto in qualche modo scrivere l’articolo (cosa che ho fatto: l’equivalente giornalistico di guardare dentro a un frigo vuoto cercando un modo per mettere in tavola un’omelette dignitosa). 

Caro Morrissey, se stai leggendo queste righe ti prego di accettare le mie scuse, e — per favore — se le nostre strade dovessero incrociarsi ancora in futuro, dimmi di cosa diavolo ti stavo parlando quella sera a Roma. Oh, e ti prego anche di credere che normalmente non sono uno che parla a vanvera. E che lì era tutto un po’ andato per la tangente. Colpa del jet lag e dei sonniferi di nuova generazione. 



Del resto la maggior parte delle interviste funzionano sempre nello stesso modo. L’intervistato si siede lì, e in cambio di un numero imprecisato di benifici dalla natura incerta, consente a un estraneo di calargli le braghe e attaccare delle sonde al suo corpo, accettando tacitamente di rispondere educatamente a domande scortesi o sconsiderate, mettendo il silenziatore ai propri veri pensieri e sentimenti, e finendo — spesso — per uscirne come un povero scemo. 

Qualche anno fa ho insegnato per un semestre alla Emily Carr University of Art and Design di Vancouver. Tenevo un corso sui media cartacei, e in una lezione abbiamo trattato il tema della fama e di quel che rappresenta. Ho chiesto agli studenti quale fosse il vantaggio principale dell’essere famosi, e la loro risposta mi ha mandato al tappeto: «Il fatto di essere intervistati!». Il buon Dio ci protegga da ciò che desideriamo... Non c’è stato modo di convincerli che le interviste sono spesso un’esperienza disgustosa, sgradevole e brutale: una specie di stupro della mente dai benefici decisamente relativi (la “pubblicità”? Ugh!). 

La mia prima intervista in assoluto l’ho concessa al Los Angeles Times. Un buon inizio. Ma il mio editore era l’unico sulla faccia della Terra che, davanti all’aumento delle vendite dei miei libri, invece di capitalizzare ha detto: «Hmm, secondo me non dura. Smettete pure di organizzare interviste per questo Coupland. Chiunque lui sia». Così, nel momento della mia vita in cui le interviste potevano essere davvero utili, sono stato abbandonato a me stesso. Erano gli albori: registratori a nastro che morivano o non avevano batterie di ricambio; appuntamenti telefonici negli orari più assurdi del giorno e della notte; scarso, quando non inesistente, aiuto della casa editrice nel trattare con i fuori di testa…Ed era prima dei blog, prima dei fan- site, prima di qualsiasi cosa. Dio, non riesco a credere quanto fosse tutto primitivo, low tech e triste. 

(...) La mia politica nei riguardi delle interviste è di non leggere mai quello che scrivono su di me, nel bene e nel male, perché se si crede al bene allora è necessario credere anche al male — rischiando di perdersi in un labirinto di specchi come è accaduto a Courtney Love, che perlustra il pianeta inseguendo ogni molecola di stampa esistente su di lei. Io in genere chiedo a un paio di persone di cui mi fido di leggere tutto quel che esce, e se c’è qualcosa di insolito me lo passano. Fine. 

Una volta, nel 1995, ero in visita in Irlanda, dove vive mia cugina. Avevo dato un’intervista all’Irish Times, ma avevo bevuto troppo e mi ero dilungato in allarmanti dettagli sui demoni che abitavano dentro di me. Una settimana dopo mia cugina mi ha faxato (ebbene sì: faxato!) l’articolo e l’ho letto. Il giornalista si era semplicemente inventato l’intervista. Ogni singola citazione o aneddoto erano frutto di fantasia. Era come se non ci fossimo mai incontrati. È stato allora che ho deciso che non ne potevo più delle interviste vecchio stile — e nel 1995 mi sono iscritto al partito della tecnologia digitale. Sapevo che la svolta stava per arrivare. Usavo il servizio email di Aol e ho realizzato che con le interviste online non esistono citazioni errate: le risposte riflettono davvero la realtà, e il risultato è in genere migliore e più vero. Ho quindi cominciato a concedere solo interviste via mail, e stavo in effetti ottenendo qualche risultato quando i Duran Duran hanno mandato all’aria l’idea stessa dell’intervista via mail quando è venuto fuori che era il loro ufficio stampa a rispondere ai posto loro. Grazie ragazzi!

     

Se digitate su Google il mio nome e le lettere “Q” e “A” sarete sommersi da una quantità imbarazzante di interviste, in gran parte successive al 1998. Apprenderete qualcosa su di me? Sì. No. Sono un intervistato difficile, perché troppo consapevole del processo e troppo poco tollerante davanti a domande noiose o a cui ho risposto molte volte — o davanti alle persone incompetenti. Vai al punto. Non farmi perdere tempo.
Che tipo di persona sceglie di fare interviste? Una domanda che nessuno ti ha mai posto prima può essere molto interessante, e nei casi migliori può anche finire che tu diventi amico del tuo intervistatore: a me è capitato. Devo invece rilevare (con tristezza) che non sono mai finito a letto con qualcuno conosciuto durante un’intervista. Questo non perché manchino gli intervistatori attraenti, anzi: credo piuttosto abbia a che fare con la natura asessuata delle interviste. 

Andy Warhol l’aveva capito. La gente è noiosa. Le macchine sono sexy. Che camicia indossi? Cosa hai mangiato a colazione? Dopo 20 minuti le riposte diventano inevitabilmente stupide. È quello il momento in cui ti chiedono cosa hai mangiato a colazione. I particolari che distinguono una persona da un altra non sono per forza eccezionali, e il 21esimo minuto lo rende fin troppo evidente. Così negli ultimi tempi ho semplicemente smesso di preoccuparmi, e dico esattamente quello che ho in mente. Forse avrei dovuto farlo fin dall’inizio. Magari in questo modo negli articoli sembrerò più antipatico di quello che sono, ma che c’è di male? Essere gentile è noioso. Soffrire della sindrome di Tourette è parecchio più interessante. 

Questo testo è un estratto dalla prefazione al libro Interviews Vol. 2 di Hans Ulrich Obrist (Charta, 2010).

sabato 23 novembre 2013

Sydney Pollack, L'inventore di sogni

con Dustin Hoffman, Tootsie (1982)
In quasi 50 anni di cinema ha diretto capolavori (con due soldi o milioni di dollari), lanciato divi (da Robert Redford a Jane Fonda) e recitato per i più grandi (Kubrick vi basta?). Con “RS”, Sydney Pollack ha chiacchierato di Ferrari, musica country e aerei privati.
Un sabato di fine marzo, nella tranquilla Alba. L’elegante cittadina formalmente nota come la patria del tartufo, del cioccolato e di inebrianti vini rossi, ospita da sei anni un festival di cinema e ricerca spirituale. Intimamente legato alla città e sostenuto da un’importante famiglia di imprenditori locali, i Ferrero. La fondazione che porta il nome degli inventori della Nutella, attiguo alla fabbrica di famiglia, è un edificio solenne, discreto auditorium in pietra bianchissima. Stamattina accoglie il pluripremiato oscar Sydney Pollack per la tradizionale lezione di cinema cui sono invitati gli ospiti illustri dell’Alba Film Festival. Pollack è un disinvolto, gentilissimo signore di 72 anni, nel giro di un paio di giorni sfoggerà un completo all black alla Lou Reed e diverse paia di lucidi stivali da cowboy. Attore, prima che regista, produttore amatissimo dai divi, molti dei quali hanno guadagnato grazie a lui la statuetta dorata.

con Barbra Streisand, Come eravamo (The Way We Were) (1973)
con Robert Redford, Natalie Wood e Charles Bronson, Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned) (1966)
Dopo una mattinata passata a raccontare aneddoti sui suoi film (vi dicono niente I tre giorni deI condor, Come eravamo, La mia Africa, Tootsie, Il socio?) , trovare qualcosa da chiedergli che non lo costringa a ripetersi è dura. Pollack, oltre a essere un vero gentleman, è anche un accorto produttore, non solo di se stesso. Risponde con perizia consumata a tutte le domande. Ha una nonchalance invidiabile nel parlare un momento di budget miliardari e l’attimo dopo delle sue fonti d’ispirazione. «Ho imparato il ritmo da dare ai miei film ai corsi di danza di Martha Graham e Louis Horst». Mi viene in mente che la colonna sonora del suo primo film, La vita corre sul filo, del 1965, era di Quincy Jones. «Ho conosciuto Quincy a New York in un noto locale di musica nera, l’Apollo Theatre. È stata la prima volta in cui ho dovuto cercare di comunicare, da non musicista, con un musicista. È stata un’esperienza dura, non conoscevo il linguaggio, avevo solo sensazioni contrastanti. Quincy mi parlò molto, ho imparato tanto da lui, siamo ancora amici».
Il regista di La mia Africa ha prodotto anche due film con Willie Nelson. Che sia un fan del country? «Non lo ero prima di incontrarlo, quand’ero giovane non la sopportavo. Poi, a fine anni 70, Waylon Jennings, che era a contratto con la Capitol, si propose come attore e mi diede un paio di suoi vinili. Ne ascoltai uno e mi colpì molto un’altra voce che non conoscevo, quella di Willie. Circa due mesi dopo lo incontrai a Nashville. Sapeva che stavo per girare Il cavaliere elettrico e disse che gli sarebbe piaciuto esserci. Due mesi più tardi si presentò nel mio ufficio con una giacca di pelle scamosciata a frange, un paio di stivali da cowboy e le treccine. Chiamai la mia costumista e le dissi: “Guarda, questo è l’abbigliamento perfetto per un personaggio del Cavaliere elettrico!”. Gli diedi una piccola parte ma gli dissi: “Ok, Willie, ma sappi che non potrai andartene in giro fatto tutto il tempo, dovrai imparare delle battute... Non è come un concerto, è davvero noioso”. Ma sul set fu molto professionale. Così gli diedi più spazio e usai la sua musica per la colonna sonora. Diventammo amici, e finii per produrre altri due suoi film; Honeysuckle Rose e Songwriter». L’uomo che ha ricevuto mazzi di rose rosse da Dustin Hoffman che lo pregava di recitare la parte del suo agente in Tootsie, l’amicizia può dire di conoscerla davvero. Quella tra lui e Robert Redford meriterebbe un capitolo a sé in un’ipotetica storia amicale del cinema. «La prima volta che ho incontrato Redford eravamo dei ragazzi, sul set di un piccolo film, il primo per entrambi. Anche lui, come me, era arrivato a Hollywood da New York, dove si stava costruendo una buona reputazione come attore teatrale. Il film era Caccia di guerra. Ricordo la colonna sonora, bellissima, di Bud Shank, un flautista jazz (Pollack non lo dice, ma nel film c’era anche Francis Ford Coppola che faceva una comparsata, ndr). Eravamo entrambi sposati, avevamo dei figli, eravamo coetanei. Anche le nostre mogli divennero amiche. Nel 1965 diressi Questa ragazza è di tutti, con Natalie Wood. Eravamo un po’ preoccupati, perché eravamo amici da qualche anno e pensavamo sarebbe stata dura lavorare insieme. Ma tutto accadde molto naturalmente. Subito dopo Non si uccidono così anche i cavalli? lessi il soggetto di Corvo rosso non avrai il mio scalpo, e pensai che sarebbe stato insolito ma adatto a lui, che rispose benissimo. Siamo andati avanti a lavorare in questo modo». In effetti c’è una magia nel loro affiatamento. «Le riprese si svolsero nelle montagne dello Utah, a Timpanogos. Lui aveva una casa lì. Mi innamorai del posto e me ne costruii una anch’io. Quando avevamo vent’anni abbiamo fatto film su ventenni, quando ne avevamo trenta su trentenni eccetera. Siamo diventati vecchi così. Non possiamo farne altri perché ormai siamo troppo vecchi…» (ride). Il ricordo va al suo secondo western quasi hippie, quell’inno alla wilderness che è Corvo rosso non avrai il mio scalpo. Leggendario anche per le difficoltà logistiche. Molte scene sono stare girate alla “buona la prima” a causa della neve. Era così alta che non potevamo camminare. Abbiamo preso delle reti metalliche messe per terra e usate come fossero degli scarponi, per non sprofondare. Il problema poi non era tanto per gli attori, quanto per i cavalli, che s’impaurivano e s’aggrappavano a Redford per non sprofondare. Credo di aver girato per circa 52 giorni, che non è tanto per un film d’azione e d’esterni di quel genere. Prima, avevo girato solo un altro film in esterni, Joe Bass l’implacabile con Burt Lancaster, in Messico. Un nuovo management prendeva il controllo della Warner Bros proprio mentre stavo iniziando Corvo rosso, e mi chiesero subito quanto sarebbe costato il film. Quando proposi un budget di 2,8 milioni dissero che il film non si poteva fare, ero pronto a lasciare. Ma Redford era in bolletta ai tempi, il suo compenso era di circa 500mila dollari. Ne aveva già presi e spesi 200mila e non poteva restituirli alla produzione. Continuava a dirmi: “Siamo entrati nel film insieme, non puoi mollare adesso”. Allora lo studio impose di girare una versione più economica, e che ogni dollaro in più che avrei speso sarebbe stato tolto dal mio compenso. Redford fu di grandissimo aiuto. Usammo la sua vecchia cucina per dare da mangiare a tutti sul set. In cambio di uno spot in cui guidavamo una loro auto, mi sono fatto dare delle jeep gratis dalla General Motors. Ho risparmiato con ogni stratagemma possibile.» 

La mia Africa (Out of Africa) (1985)
con Nicole Kidman, The Interpreter (The Interpreter) (2005)
A proposito di difficoltà tecniche, rivedendo qui ad Alba Non si uccidono così anche i cavalli? mi sono chiesta come ha fatto a tenere la continuità tra ballo e musicisti nelle lunghe sequenze musicate. «È stato difficilissimo mantenere il sincrono tra i ragazzi in pista e la band, che in realtà stava facendo finta di suonare, sentendo la musica in cuffia e muovendosi a ritmo con quella. Dovevo sapere su quale battuta musicale si era, e si trattava di una musica pervasiva. Non sono sicuro che saprei rifarlo, oggi». 
Il tempo è pochissimo davanti a questa miniera di storie, devo andare al sodo. Chiedo se è vero che Come eravamo è stato tagliato per censurare gli accenni al maccartismo. «Sono stato io a fare il taglio, e non si è trattato di un disaccordo con la produzione. Avevamo organizzato un’anteprima in cui il film venne accolto molto bene. Fino agli ultimi dieci minuti, quando la gente cominciò ad alzarsi per comprare popcorn. Dato che non si poteva montare come oggi, ma si lavorava solo con della lametta e del nastro adesivo, andai con il montatore in sala, tagliai 11 minuti, rincollai la pellicola. La sera dopo fu un successo». Parlando di vincenti, gli chiedo che fine ha fatto il suo progetto di un biopic su Enzo Ferrari. «Ci lavoro non so neanche io più da quanto, credo 10 o 15 anni. Non ho mai voluto dirigerlo, comunque. Per quanto ami le Ferrari - ne ho guidate diverse nella mia vita - non credo che siano le gare automobilistiche a portare il pubblico al cinema. Ai tempi mi chiese di produrlo Cecchi Gori. Sono stato in Italia, ho parlato a lungo con Luca di Montezemolo. Ho steso una sceneggiatura, l’ho mandata a Michael Mann. Per un po’ è stato lì per lì per farlo, ma poi ha deciso di affiancarsi a me come produttore. Una scusa per tornare in Italia, a mangiare e bere bene e guidare macchine sportive (ride)... Ma non abbiamo ancora il film!».

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson) (1972)
I tre giorni del condor (Three Days of the Condor) (1975)
Una volta ha dichiarato che fare film è rischioso come guidare un aereo. «Fare film costosi con gli studios di Hollywood, come ho fatto io, è molto pericoloso. Perché quando falliscono, non si parla di 2 o 3 milioni di dollari, ma di 50, anche 100. E’ un’industria in cui tutto dipende dal fare film di successo o no. E ovvio che da più tempo sei nel settore, meno dipendi dal sistema. Non ricordo di aver detto che è come volare, ma rende l’idea». Il bello è che Mr. Pollack è arrivato qui pilotando il suo aereo privato (pare sia il modello più veloce dopo il “pensionamento” del Concorde, ndr). Dritto qui, da Los Angeles, con un solo scalo a Roma. «Avevo paura di non vedere Alba dall’alto», dice «ma poi l’ho trovata abbastanza facilmente». Che stile.

Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don't They?) (1969)
con Al Pacino, Un attimo, una vita (Bobby Deerfield) (1977)

(Raffaella Giancristofaro - Rolling Stone, giugno 2007)

venerdì 15 novembre 2013

Fondamenta degli incurabili: Venezia raccontata da Brodskij


Sembrava di arrivare in un paese di provincia, in qualche posto sconosciuto, insignificante — forse al paese natale, dopo anni di assenza. 
Questa sensazione non era dovuta minimamente alla mia anonimità, all’incongruenza di una figura solitaria sui gradini della Stazione: un facile bersaglio per l’oblio. Ed era una sera d’inverno. 
E ricordai il primo verso di una poesia di Saba che in giorni lontani, in una precedente incarnazione, avevo tradotto in russo: «In fondo all’Adriatico selvaggio...». Nelle profondità, pensai, negli anfratti, nell’angolo remoto dell’Adriatico selvaggio... Se appena mi fossi voltato, avrei visto la Stazione in tutto il suo splendore rettangolare fatto di neon e di urbanità, avrei visto le lettere di scatola che dicevano VENEZIA. 
Ma non lo feci. Il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio — alghe sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido, forse invetriato dal ghiaccio, in qualche punto dell’universo, uno qualunque, non importava. Io ero quello scoglio, e il palmo della mia mano sinistra era quel ciuffo, quel ventaglio di alghe marine. 
Poi un grande scafo piatto, quasi un incrocio tra una scatola di sardine e un sandwich, affiorò dal nulla e toccò con una gomitata, un tonfo, uno degli approdi della Stazione. Un grappolo di persone si gettò di corsa sulla riva e sempre correndo mi passò davanti, su per gli scalini, verso i treni. Allora vidi l’unica persona che conoscevo in tutta la città; la visione fu favolosa.
   

L’avevo vista per la prima volta diversi anni prima, in quella mia prima incarnazione: in Russia. La visione vi era arrivata per soddisfare le sue curiosità intellettuali, cioè più esattamente sulle orme di Majakovskij. Mancò poco che questa circostanza squalificasse la visione, come oggetto di interesse, agli occhi del gruppo di cui facevo parte. Se ciò non accadde, il merito fu delle proprietà estetiche della visione. 
Alta quasi un metro e ottanta, esile, gambe lunghe, viso sottile, capelli castani, occhi a mandorla, pupille nocciola, un russo passabile e un sorriso abbagliante su quella bocca dalla linea stupenda, fasciata da una superba tenuta di camoscio impalpabile e di seta dello stesso tono, avvolta in un profumo mesmerizzante, a noi sconosciuto, la visione era di gran lunga la più elegante creatura di sesso femminile che avesse mai messo piede — un piede conturbante — nella nostra cerchia. Era fatta della materia che tiene freschi i sogni degli uomini sposati. E poi, era una veneziana. 
Così non demmo troppo peso al fatto che fosse iscritta al PC italiano e alla conseguente simpatia per quei poveretti che formavano la nostra avanguardia degli anni Trenta: questi erano, secondo noi, due aspetti della frivolezza occidentale. Credo che se anche fosse stata una nazista dichiarata, avremmo spasimato per lei ugualmente, e forse di più. Ci lasciava letteralmente a bocca aperta, e quando poi mostrò una certa simpatia per un imbecille della peggior specie che si aggirava alla periferia del nostro gruppo, un babbeo lautamente pagato di estrazione armena, la nostra reazione comune fu di stupore e di rabbia più che di gelosia o di virile rimpianto; benché, a pensarci bene, non sarebbe il caso di arrabbiarsi solo all’idea di un po’ di salsa piccante di un’altra cucina che va ad imbrattare un merletto di alta qualità. Comunque, noi ci arrabbiammo. Perché era più che una delusione: a noi sembrava un tradimento da parte del merletto. 
Per noi, in quei giorni, stile e sostanza andavano di pari passo, indivisibili, come bellezza e intelligenza. Dopo tutto, eravamo ragazzi con la testa piena di libri, e a una certa età chi crede nella letteratura pensa che tutti condividano o debbano condividere le sue idee e i suoi gusti. Così, chi è elegante è dei nostri. Ignari del mondo, dell’Occidente in particolare, non sapevamo ancora che lo stile si poteva comprare, che la bellezza poteva essere una merce come un’altra. Per questo la visione ci appariva come la proiezione fisica e l’incarnazione dei nostri ideali e principi, e gli indumenti che indossava, compresi quelli trasparenti, appartenevano alla civiltà. 
Quei concetti erano così indivisibili, e la visione così bella, che anche lì, a Venezia, a distanza di anni, pur appartenendo ormai a un’età diversa e in un certo senso a un Paese diverso, cominciai a scivolare inavvertitamente nella vecchia mentalità. La prima cosa che chiesi alla visione, sul ponte del vaporetto, mentre la folla dei passeggeri mi schiacciava sulla sua pelliccia di nutria, fu la sua opinione sull’ultimo libro di Montale, Mottetti. Il lampeggiare delle sue ventotto perle, un lampo ben noto, accompagnato dall’accendersi di una scintilla sull’orlo della pupilla nocciola e subito proiettato in alto, verso l’argenteo baluginare della Via Lattea, fu tutta la risposta alla mia domanda; ma era già tanto. Forse lì, nel cuore della civiltà, fare domande sull’ultimo frutto della civiltà era pura tautologia. Forse ero semplicemente poco cortese, visto che l’autore dei Mottetti non era un veneziano.
   

(Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili
Traduzione di Gilberto Forti, Adelphi 1991)

sabato 26 ottobre 2013

John Dos Passos, Manhattan Transfer, ovvero: Nuova York

                                     

In lontananza il lungo muggito dei bastimenti. Nella misera sala d’aspetto, in un lucore vermiglio, Jimmy attende a lungo l’arrivo del ferry. Fuma e si sente felice. Tutto gli sembra svanito nella memoria: tutto l’avvenire è là, nel fiume brumoso, nel miraggio del ferry che ingrandisce con la sua fila di lumi come un sorriso di negro. In piedi vicino al parapetto col cappello in mano, sente nei capelli il vento del fiume. Forse è diventato pazzo, forse è ciò che si chiama amnesia o qualche malattia con un gran nome greco, forse lo troveranno a raccogliere le more nella metropolitana di Hoboken. Scoppia a ridere così forte che il vecchio venuto a aprire il cancello gli dà un’occhiata di traverso. Pazzo; un ragno nel cervello, dice tra sé. Forse ha ragione. Cane d’un cane, se fossi pittore mi lascerebbero dipingere nella casa dei matti, e dipingerei Sant’Aloisio di Filadelfia con un cappello di paglia sul capo a guisa di aureola e in mano il tubo di piombo, strumento del martirio, e io piccolo piccolo in orazione ai suoi piedi. Solo passeggero sul ferry, Jimmy passeggia come in casa sua. Il mio panfilo temporaneo. Per Giove, certo sono allucinazioni notturne, mormora, e s’incaponisce nel voler spiegare la propria allegria. Non sono ubriaco; forse sono pazzo...
Prima che il ferry si stacchi dalla riva, una carretta s’imbarca, una carretta sconquassata carica di fiori, con un ometto bruno dagli zigomi sporgenti. Jimmy Herf vi gira attorno; dietro il cavallo fiacco, dalla groppa irta come un attaccapanni, la piccola carretta tutta contorta è di un’inattesa allegria, con il suo carico di gerani rossi e rosa, di garofani, fiordalisi, di rose spampanate e lobelie azzurre. Ne emana un forte odore di terra primaverile, di vasi da fiori umidi e di serre. Il conducente siede raggomitolato, con, il cappello sugli occhi. Jimmy ha una gran voglia di domandargli dove vada con quei fiori, ma si trattiene e va a prora.

                                    


Nella bruma oscura e vuota del fiume, l’imbarcadero subitamente sbadiglia, bocca nera dalla gola di luce.
Herf si affretta attraverso un’oscurità cavernosa e sbocca in una strada soffusa di nebbia. Poi s’inerpica per una costa. Sotto di lui si stendono le rotaie, il lento martellare d’un treno merci e il fischio d’una locomotiva. Al sommo dell’altura si ferma e guarda dietro di sé. Non vede nulla: soltanto bruma picchiettata dall’alone delle lampade ad arco. Si rimette in cammino, felice di respirare, di sentir battere le arterie, di udire i passi sul selciato, tra file di case che sembrano appartenere a un altro mondo. A poco a poco la nebbia si dissolve e sorge un biancore perlaceo mattutino. 
Il sole che sorge lo trova in marcia su una strada asfaltata, tra terreni incolti, ingombri di detriti fumanti. Il sole brilla rossastro nella bruma, su rottami rugginosi, scheletri di camion, ossature di Ford, masse informi di metallo corroso. Jimmy cammina svelto, per sfuggire agli odori. Ha fame e le scarpe cominciano a gonfiargli bolle sotto la pianta dei piedi. A un trivio, dove un segnale luminoso occhieggia e occhieggia, c’è un deposito di benzina e, di fronte, un bar-ristorante. Il Lighting Bug. Spende con prudenza l’ultimo quarter per la colazione. Gli restano tre cents per portargli buona o cattiva fortuna. Arriva un grande camion da trasporto, giallo e lucente. 
— Dite un po’, mi permettete di montare? — domanda - all’uomo dai capelli rossi che sta al volante. 
— Andate molto lontano? 
— Non saprei… Piuttosto lontano.


Traduzione di Alessandra Scalero
(Manhattan Transfer/Nuova York, John Dos Passos - Ed. Corbaccio, 1965)

Per la prima volta in Italia la traduzione integrale, senza censure, del capolavoro di John Dos Passos: “Manhattan Transfer“ (Baldini&Castoldi, 2012) (Leggi qui)

lunedì 14 ottobre 2013

Ego Système - Playlist Autunno 2013







#1  - Nowhere - Boat Club
#2  - Airconditioning - Kisses
#3  - Empathy - Crystal Castles
#4  - Bizness - Tune-Yards
#5  - London Town - Disclosure
#6  - Phonographs - Lumière Brother
#7  - Wait For My Raccoon - Hundreds
#8  - Dedication - Lonski & Classen
#9  - Sun - Tribeqa
#10 - Stranger - Christian Rainer

domenica 8 settembre 2013

«Sono Delfini, vi annuncio la fine del mondo». Antonio Delfini: Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo.

Ceux qui pleurent
Ils pleurent

Quelli che piangono 
Piangono

(Modena, albergo Reale, 26 novembre 1955)
  

Mentre nel ‘57 esce, con undici anni di ritardo e finalmente libero da censure, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e, nel ‘58, postumo, Il Gattopardo, Delfini sta elaborando quel brodo di coltura dentro il quale mettere a fermentare - germoglieranno nel ‘60 - le sue poesie più note, quelle raccolte in Poesie della fine del mondo, dove per mondo si intendeva tutto quello che scientificamente aveva proclamato di rifiutare fino ad allora. 
Coltiva un’accidia per quei tempi nuovi, per quell’inizio di tutto che a lui sembra già una fine: «Non ero più nessuno. Ero stato raccolto, spremuto per quel pochissimo che valevo materialmente e gettato via. Non ero laureato, non ero andato a scuola, non sapevo scrivere, e, nonostante la mia vanità di credermi un individuo d’eccezione, dovevo considerarmi un povero stupido borghese ambizioso...».

La Storia con tutto il suo carico di noncuranza per le sorti degli uomini vìola la cassaforte del suo custoditissimo immaginario, arrivano «i tempi più tristi, il virgineo partito dominante». Arriva il boom economico che per lui è già sboom: «... c’è l’illustre castrato / generale avvocato di culano / che quando parla tiene in mano / un finto cazzo levigato... di più: Liberali sol di nome / liberisti a tornaconto / sanno dire “all right welcome” e far sempre il finto tonto...». 
Parrebbe un improvviso risveglio padano, una linea di quella febbre conservatrice che aveva preso anche Guareschi: «Questa cantata a voci tristi / è dedicata a comunisti e democristi...». Quel territorio franco della Storia dove si archivia ogni restaurazione. Ma è solo disillusione. Quando gli altri gioiscono Delfini deve piangere, è la sua natura. Quando la Nazione risorge lui la mette in guardia e si sa che gli annunciatori di sventure prima o poi finiscono per aver ragione.

Ecco perché le Poesie della fine del mondo racconteranno un’apocalisse privata: 
«Né laico, né prete / intendo votare, / ho sempre sete, / voglio chiavare...», ma anche:«Monarchico anafilattico,/ allergico repubblicano,/ idiosincratico socialdemocratico./ Rimasto son solo, / ho preso lo scolo: / Non voterò!». 
Nella prefazione alla sua raccolta principale, il 29 aprile del 1960, Delfini stesso spiega che trattasi più che di canzoniere di un anticanzoniere «l’anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo. Ultimi giorni che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere».

Tuttavia invocare la fine del mondo è un atto che lo inserisce in un quadro specifico della mentalità emiliano-romagnola se è vero che esattamente nel 1960 Cesare Zavattini sta terminando la sceneggiatura di un film per Vittorio De Sica che si intitolerà Il giudizio universale. Anche nella storia immaginata dal luzzarese si parte dal presupposto che ogni letizia per i tempi nuovi è infondata, e che quella che ci sembra l’alba di un giorno qualunque non sia nient’altro che l’ultimo giorno dell’umanità. 

Ma la fine del mondo di Delfini è altra, un abisso di disillusione, fino a ipotesi di catastrofe. Catastrofe di senso non certo geologica o tellurica, ma non per questo meno dolorosa: «non è il disastro che conta, / è l’assente sospiro che monta...». Il balletto di Zavattini era una sorta di esorcismo, quello di Delfini è una danse macabre di minacce che ritornano, anzi che non se ne sono mai andate: «Le signore non uccise nel quarantacinque / sono ricomparse felici e spensierate...». [..] il Linguaggio si scioglie, si fa feroce, cresce il turpiloquio: «“Viva la f...!” / grida il popolo emiliano. / Sfonda una diga...».

Nel canzoniere, anticanzoniere, Antonio Delfini dimostra la magia immortale del suo poetare. Quell’andare per strappi, quel correre e poi, d’improvviso, fermarsi, a prendere fiato, a cogliere un fiore, a dare di corpo, a guardare altrove. Quell’insopportabile, affettuoso, accidioso che vuole disperatamente essere amato: «Vi voglio un bene terribile / un bene risoluto e costante...».

 

Verso la fine del ‘62, Delfini viene ricoverato all’Ospedale di Modena per problemi cardiaci. Viene dimesso poco dopo, rimesso a nuovo dicono. Il 23 gennaio 1963 a Modena si festeggia la fine del carnevale, migliaia di persone in piazza schiamazzano mentre Antonio Delfini muore. Gli altri festeggiano e il poeta muore.
La raccolta I racconti uscirà poco dopo, per i tipi di Garzanti, e vincerà, per quell’anno, il Premio Viareggio, solo premio importante mai concesso a Delfini, e primo segnale di quell’affetto pubblico che andava da sempre cercando senza ammetterlo. Ma lui non ci sarà per ritirarlo. La sua morte non sembra in contraddizione con la sua vita: in tempi non sospetti, non si sa quanto sinceramente — vai a capire quanto possa essere sincero un poeta — il nostro aveva scritto: «Sento che potrei tacere benissimo». 

(Dalla prefazione di Marcello Fois)



Sono stanco

Sono stanco di parlare di te.
Tu sei morta.
Da viva ascoltavi per far dei ricatti.
Tu sempre sognavi e godevi
che morisse d’un colpo il tuo spasimante.
Fai schifo da morta.
Da viva facevi ammalare di cuore
i poeti per il ribrezzo
che sempre facevi a chi ti guardava.
Ma chi ti sognava?
Un vecchio, perseguitato dai preti,
dagli affetti più antichi,
un vecchio d’altri tempi fregavi
tu mai fregata dai vivi.
Forse oggi un morto ti frega
e, anima in pena all’inferno del nulla,
lui che ti frega annota notando:
«Qui è stata fregata la morta
che io morto ho sposato da morta.
Sposati studiammo la psicanalisi
e sepolti restammo intrisi nel nulla».
Parlando di te parla il vuoto.
Già tu non senti. E il vuoto sul vuoto.
Io solo ormai vivo — e non più morente
posso sentire il vuoto che te morta
vai vuotando nel vuoto del morto.
Era un morto da vivo.
Tu eri morta dapprima.
Eri morta dal tempo dei nonni
che morti pensarono di mettere al mondo
il gran morto: il padre tuo che fu beccamorto,
Il tuo corso di vita (è un imbroglio?)
fu più corto del regime Badoglio:
perché nel frattempo contavi
(ricordi? Non puoi ricordare!)
i soldi che intanto rubavi a colui che vita ti diede
quando pensoso di te stava assente,
Quarantacinque giorni sono stati
ma i tempi — tu sai — li ho contati.
Ebbi parvenza di averti vista in salotto
con la seggetta antica rubata dal morto,
Non più di ventiquattr’ore.
E’ un po’ poco (lo ammetti?)
stare al mondo una sola giornata,
fregare e non restare fregata!
Non lo sai — e mai lo saprai:
la vita è pur breve.
Ci si muore oppure ci si vive.
Ma da morti, come tu che sei morta,
non si vive e neppure si muore.
Povero vuoto sei tu!
Solo un poeta surrealista italiano
poté dar vita al vuoto inumano
che prese dal nome tuo infame
la mala sorte di immagini grame,
Quanto mai lune e razzi lancerò
per trovare il punto del tuo vuoto!
Da domani voglio riposare un po’
- ti giuro – e tornare andare a nuoto:
quando proprio più non ne potrò
farò il morto e…forse ti vedrò.

(Roma, 14 agosto 1960)
(Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo - Ed. Einaudi, 2013 - Collezione di poesia pp. XXX - 234)

martedì 27 agosto 2013

Arthur Rimbaud, la foto ritrovata

"Ritornerò, con membra d'acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell'oro: sarò ozioso e brutale. Le donne son piene di cure per questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo."
(da 'Cattivo sangue', Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno, 1873)


Una vecchia foto inedita è stata scoperta in un mercatino dell’usato: quella di Arthur Rimbaud. 
Per la prima volta si vede chiaramente il volto del poeta in età adulta, in occasione del suo soggiorno all’ Hotel de l'Univers, a Aden, in Abissinia. Questa è la storia di una scoperta straordinaria.
Sedute a dei tavolini, sette persone sono in posa sulla scalinata dell’hotel de l'Univers a Aden, in Abissinia (oggi nello Yemen). _ Su questa foto della fine del XIX secolo, il primo uomo partendo da destra, teso in avanti, sguardo perso, assomiglia a Arthur Rimbaud. E’ ciò che pensano immediatamente Alban Caussé e Jaques Desse, due librai parigini, quando scoprono, in un mercatino dell’usato, questo pacchetto di vecchie foto di Aden. E’ successo 2 anni fa. “Si vedeva il viso, un tipo dagli occhi chiari che aveva l’aria di un extraterrestre in mezzo agli altri, un po’ come se fosse stato lì e contemporaneamente altrove”, racconta Jacques Desse. Nell’immagine, un tipo dagli occhi chiari e qualche parola scarabocchiata nel retro della foto finiscono per convincerli: “Hotel de l’Univers”… l’hotel nel quale Rimbaud ha soggiornato a Aden.


I due librai acquistano dunque tutte quelle vecchie immagini.
Dove? A che prezzo? Mistero. In merito a ciò, i due colleghi, che si definiscono loro stessi “cacciatori di tesori”, mantengono il segreto. Rimane da provare l’autenticità dell’imagine e confermare così la loro intuizione. Alban Caussé e Jacques Desse si rivolgono allora a Jean-Jacques Lefrère, biografo di Rimbaud e esperto incontestato. Autore anche di una corrispondenza postuma sul poeta che esce giovedì da Fayard. Jean-Jacques è subito convinto: si tratta dell’autore delle “Illuminazioni”. Il periodo, il contesto, i particolari, i personaggi corrispondono ai dettagli contenuti nelle lettere scritte all’epoca dal poeta. L’esperto confronta poi il ritratto di Rimbaud adolescente all’immagine ritrovata e nota numerose somiglianze. Queste ultime non lasciano alcun dubbio, scrive nell’articolo dedicato a questa straordinaria avventura nell’ultimo numero di Histories littéraires: “Ritroviamo la forma ovale del volto, la folta capigliatura che prende forma sulla fronte di una punta spostata un po’sulla destra”. Stesse somiglianze, secondo l’esperto, in “orecchie, naso e sopracciglia”. E’ una scoperta “straordinaria” racconta con entusiasmo François Desse e aggiunge: “è un po’ il collegamento che mancava tra la celebre foto del poeta diciassettenne di Etienne Carjat e i quattro autoritratti realizzati in condizioni molto poco favorevoli prima della sua morte nel 1891”.


Occhi azzurri in uno sguardo limpido. Questo anello mancante, questa famosa foto sarà presentata venerdì al Salon du Livre Ancien, contemporaneamente alla voluminosa “Corrispondenza postuma” di Jean-Jaques Lefrère. L’occasione per tutti di scoprire questo sguardo limpido che ha colpito coloro che hanno conosciuto Rimbaud, del quale il poeta Jean Richepin raccontava che aveva degli “occhi blu come non avevo mai visto: fastidiosi talmente erano chiari”. Centoventi anni dopo la sua morte, Rimbaud ci guarda dritto negli occhi.

Traduzione di Ilaria Cervone (Articolo originale)


"Un'apparizione maestosa, ineffabile: le sovrasta e le annulla tutte. Ecco "l'altro" Rimbaud. Il demiurgo spiega "il canto chiaro delle sciagure nuove", arreso alla forza di un avvenire che non conosce, non potrà mai conoscere. Potrà soltanto perdersi dentro quel flusso.
Nell'oscura preveggenza dell'avvenire quanti "altri" Rimbaud. Improbabili, falsi o falsificati. Frammenti di storie ferme al bivio dell'improbabile, dell'aleatorio, sempre sul punto di essere raccontate, per tentare di raffigurarne una: quella "vera", davvero imprendibile. Non si sa come siano nate, chi le abbia messe in moto, se quanto rievocano sia soltanto lo stravagante prodotto di una disposizione fantastica. " 
(tratto da "Rimbaud", Renato Minore, 1991 ed. Mondadori)

"Per delicatezza
ho perduto la mia vita"
(da 'Canzone della più alta torre', Arthur Rimbaud, Maggio 1872)

giovedì 18 luglio 2013

Un canarino in una miniera di carbone: Kurt Vonnegut


Con una certa aria di sicurezza, mentre guarda fuori dalla finestra del salotto del suo elegante appartamento a Manhattan, Kurt Vonnegut spiega «Non sto dicendo che Dio è arrabbiato con noi. Sto dicendo che con la benzina stiamo uccidendo il Pianeta. Molto presto finiremo il petrolio, e tutto dipende dal petrolio. È la fine del mondo. Le fonti improvvisamente si asciugheranno. Si parla degli anni 20, gli ingordi Anni Ruggenti. Non era niente. Siamo pazzi, stiamo diventando pazzi per il petrolio. È una droga, come il crack. Tutto questo deve finire. Mi dispiace». 
L’attitudine apocalittica è una prerogativa di Vonnegut, che, dopotutto, già in Ghiaccio Nove (1963) aveva inventato una sostanza (il ghiaccio nove, appunto) capace di annientare la Terra come se «la grande porta del paradiso venisse chiusa lentamente». L’ingenuo protagonista— un personaggio chiamato John/Jonah — si sforza inutilmente di scrivere il libro Il Giorno in cui il mondo finì. Nelle interviste di Conversazioni con Kurt Vonnegut, lo scrittore rifiuta l’idea che i suoi 14 romanzi, le sei raccolte di saggi e le dozzine di racconti brevi siano rivelatori, sostenendo che «chiunque abbia un po’ di buon senso sa che l’intero sistema solare andrà progressivamente distrutto come una striscia di celluloide». 
Se insieme a questo scenario da giorno del giudizio consideriamo la sua depressione cronica, i quotidiani attacchi di malinconia e le tendenze suicide, ne deriva l’immagine di una Cassandra letteraria di prim’ordine. Negli annali della letteratura americana, Vonnegut è stato catalogato fra gli umoristi neri: uno scrittore post Hiroshima che porta i lettori a ridere della squallida assurdità della condizione moderna. Ecco probabilmente perché, dopo cinque anni e mezzo di amministrazione Bush, la sua singolare intelligenza cupa sembra più pertinente che mai. L’ultimo libro, Un uomo senza patria, una raccolta di saggi, è stato a sorpresa uno dei libri più venduti lo scorso anno negli Stati Uniti. Tutto sommato, sarebbe facile pensare che la sua carriera sia risorta a nuova gloria. Ma Vonnegut è una di quelle rare figure letterarie che non hanno mai smesso di fare tendenza. Fin dagli anni 6o viene considerato uno stregone della prosa con il cappello pieno di assurdi personaggi. Harper’s lo definì «inimitato e inimitabile nella satira sociale» e il New York Times lo consacrò «ironico profeta di sventura». Ma oggi, mentre guardo Vonnegut sorseggiare il caffè con i mugolii del suo cagnolino bianco Flour in sottofondo, non trovo segni di ironia o satira sociale. Vedo solo un acceso dissenso per il modo in cui la tecnologia e il capitalismo globale stanno usurpando gli ultimi anditi di bontà dalle vite degli onesti lavoratori e una profonda tristezza per il modo in cui gli esseri umani massacrano quotidianamente i loro impulsi più civilizzati. 
Vonnegut inizia a tossire schiarendosi la gola dal catarro e afferrando un pacchetto di Pall Mall abbandonato su un tavolino da caffè. Accende velocemente una sigaretta. L’affanno cessa. 
Gli chiedo se non si preoccupa del fatto che le sigarette lo stiano uccidendo. «Oh certo» -, risponde, proponendomi quello che di sicuro è il suo pezzo forte. 
«Fumo sigarette senza filtro da quando avevo 12, 14 anni. Ho intenzione di fare causa alla casa produttrice. Sai perché?» «Cancro ai polmoni?», azzardo «Perché ho 83 anni. Bastardi millantatori! Sul pacchetto promettevano di uccidermi. Ma le loro sigarette non funzionano. E ora sono obbligato a sopportare leader con nomi tipo Bush e Dick». 
Essendosi auto-definito agnostico, Vonnegut non è afflitto dal timore di una divinità vendicativa, ma dalla «benzino-tristezza» e dalla «Bush-influenza». Gli mancano i giorni in cui le voci appassionate di Franklin D. Roosevelt, Robert F. Kennedy o Martin Luther King Jr. rivendicavano diritti per gli oppressi. «I nostri leader sono stanchi di tutta la solida informazione che è stata riversata addosso all’umanità grazie alla vera ricerca, al sapere eccelso e al giornalismo investigativo», sostiene. «Vogliono riportarci indietro agli standard medievali».


Vonnegut possiede un addestrato istinto umoristico che non è diminuito con il tempo. La sua voce letteraria è paradossalmente impregnata tanto di tragicità quanto di comicità. E qui sta la parte divertente: 
Vonnegut riesce a far coesistere queste diverse correnti non solo nello stesso libro o capitolo o pagina, ma a volte all’interno della stessa frase. Come scrittore, Vonnegut, che fa uso di frasi semplici e periodi brevi per catturare l’attenzione del lettore, non è mai banale. Ripetitivo, a tratti anche lezioso. Ma i suoi sono libri che si leggono d’un fiato. 
Il tratto distintivo di Vonnegut è la sua costante insistenza nel sostenere che siamo tutti ugualmente responsabili per gli orrendi crimini commessi contro l’umanità. Il grande tiratore (1982) la storia del figlio 12enne di un artista fallito, Rudy Waltz, che uccide accidentalmente una donna incinta sparando con la pistola del padre, mentre la città in cui è ambientata la storia, Midland City, viene distrutta da una bomba al neutrone. La morale è che gli scienziati che mettono armi nucleari nelle mani dei politici sono tanto irresponsabili quanto i padri che lasciano ai figli libero accesso alle armi da fuoco. Tutte queste inquietudini morali e tragicomiche sono raccolte nel libro contro la guerra del 1969, il capolavoro di Vonnegut: Mattatoio n.5. Il romanzo è largamente autobiografico, infarcito di una grossa dose di fantascienza. 
Billy Pilgrim, il personaggio principale, è «libero nel tempo» perché viaggia attraverso i momenti significativi della sua vita, compresa la visita al pianeta Tralfamadore e il bombardamento di Dresda in Germania. «La Seconda guerra mondiale era giusta, ha reso rispettabile il concetto di guerra», afferma Vonnegut. «Non me la sarei persa per niente al mondo. Quante altre guerre giuste ci sono state? Non molte. E i ragazzi con cui ho servito la patria sono diventati miei fratelli. Se non fosse stato per la Seconda guerra mondiale, adesso sarei il redattore agrario dell’Indianapolis Star. Non mi sarei mai mosso da là». 
Cresciuto in Indiana durante la Grande depressione, Vonnegut studiò chimica alla Cornell University. Al college, divenne redattore del Cornell Daily Sun: si occupava delle rubriche. Poi si arruolò nell’esercito per aiutare a sconfiggere il Terzo Reich. Venne addestrato a usare l’artiglieria da campo: l’obice da 240, un gigantesco cannone in grado di scagliare un proiettile da 135 kilogrammi. Catturato dai nazisti durante la battaglia delle Ardenne, il 21enne soldato scelto divenne un prigioniero di guerra e fu spedito a Dresda. Sulla quale, il 13febbraio1945, gli Alleati decisero di sganciare nuove bombe incendiarie. Infinite palle di fuoco sommersero la popolazione civile, uccidendo circa 135 mila persone. Interi isolati vennero ridotti a detriti incandescenti. Era un inferno infuocato come il mondo non ne aveva mai visti prima, il peggiore massacro della Storia europea. 
Vonnegut sopravvisse. Per ironia della sorte, i nazisti avevano rinchiuso lui e altri sei prigionieri in una cella sotterranea per la conservazione della carne conosciuta come “Mattatoio n. 5”. «Non riuscimmo a vedere la tempesta», scrisse poi Vonnegut. «Sentimmo le bombe che cadevano sopra le nostre teste. Ogni tanto ci cadeva addosso un po’ di calce. Se fossimo andati di sopra a dare un’occhiata, ci saremmo trasformati nei caratteristici oggetti forgiati da una tempesta di fuoco: tizzoni ardenti di legno carbonizzato lunghi circa un metro: esseri umani grottescamente piccoli o maxi cavallette fritte, se preferisci. Il fetore era un misto di rose e mostarda». 
Quando emerse dal nascondiglio, sopravvissuto all’annientamento, era inebetito. «Distruzione totale», ricorda. «Una carneficina inspiegabile». I nazisti lo obbligarono a raccogliere i corpi per la sepoltura di massa. «Come prigionieri di guerra, dovevamo occuparci dei tedeschi morti, tirarli fuori di là e portarli a un enorme rogo», spiega. «Ma c’erano troppi cadaveri da bruciare. E i nazisti mandarono uomini con il lanciafìamme. Tutti i resti furono ridotti in cenere». 
La Seconda guerra mondiale finì e Vonnegut tornò in Indiana con una medaglia al valore. Ma i fantasmi di Dresda lo perseguitavano (doveva anche fare i conti con il suicidio di sua madre, avvenuto nel 1944): il bombardamento è trattato in almeno sette dei suoi libri. Sì, i nazisti erano colpevoli, ma la rabbia e la disperazione di Vonnegut si rivolsero all’intera dannata razza umana. 
Come molti veterani di guerra, Vonnegut dovette faticare per riportare la sua vita reale sui giusti binari. Per un po’, si occupò di una concessionaria Saab a Cape Cod. Poi lavorò come addetto alle pubbliche relazioni per la General Electric Company a Schenectady, New York, dove vide stravaganti macchine fabbricare i “giocattoli del futuro” con mostruosa efficienza meccanizzata. «La parola “automazione” non era ancora stata inventata», ricorda. «Ciò che vidi fu la fine del lavoro individuale». Ne aveva abbastanza. Decise di dedicare la vita alla scrittura. 
Dresda l’ha trasformato in un pacifista convinto: non sorprende scoprire che disdegni tutto quello che riguarda la guerra in Iraq. Il solo pensiero che più di 2500 soldati americani siano stati uccisi in quello che considera un conflitto inutile lo fa imbestialire. «Onestamente, rimpiango Nixon», lamenta, «Bush è molto ignorante. E a me non piacciono le persone stupide e impulsive. Non è capace. La guerra in Iraq dimostra che è un falso cristiano. Ricordatevi quello che ci insegna Shakespeare: “Il diavolo sa citare le Sacre Scritture per i suoi fini”». Mi chiede poi se so il motivo per cui il Presidente Bush è così incazzato con gli arabi. Io alzo le spalle. «Ci hanno fatto conoscere l’algebra», dice ridendo. «Anche i numeri che usiamo, incluso il simbolo per il nulla. Lo zero». Quando gli chiedo un’opinione sul recente conflitto Israele-Hezbollah, mi propone una risposta buffa: «Tutti noi, anche i neonati, abbiamo fatto qualcosa di terribile per meritarci una punizione così feroce e insensata». 
Ultimamente Vonnegut sostiene di essere un «maestro del fancazzismo», l’occupazione per la quale lui crede, siamo stati creati. Il fancazzismo per Vonnegut, comunque è un’attività che lascia spazio a diverse opzioni. Occasionalmente scrive strani racconti o saggi, molti dei quali, alla fine, sono stati inseriti in Un uomo senza patria. Poi ci sono le poesie ironiche. In cima alla sua scrivania c’è un plico di poesie ancora inedite, alcune delle quali dileggiano l’Occidente e l’imbranata destra radicale. Oltre che dalle poesie assurde, Vonnegut trae grande conforto dalla musica. «La musica rende la vita della gente molto più piacevole», riflette. «Nonostante io sia un pacifista, anche le bande militari riescono a risollevarmi il morale. E poi amo Strauss, Mozart e la musica classica in generale. Bisogna rendersi conto che l’inestimabile dono che ci offrono musicalmente gli afroamericani è forse l’unica ragione per cui gli stranieri ancora tollerano noi americani. Il rimedio migliore per l’epidemia di depressione 
che affligge il mondo intero è il blues». «Il compito dell’artista è far amare più che mai la vita alle persone», continua. «Quando mi chiedono se è possibile, rispondo: “Certo, i Beatles l’hanno fatto”». Qualche anno fa, Vonnegut fece un’improvvisazione canora durante una serata a Northampton, Massachusetts. Compose un libretto d’opera per L’histoire du soldat di Stravinsky, che nelle sue mani si trasformò nel commento all’infame morte del soldato semplice Eddie Slovick nel 1945, l’unico soldato americano giustiziato per diserzione dai tempi della Guerra civile. Vonnegut ha poi registrato il cd Tock Tick, nel quale legge brani di Mattatoio 5. Nel frattempo, è giunto a una fase di stallo nella stesura del romanzo If God Were Alive Today (“Se Dio fosse vivo oggi”): «Ci ho rinunciato», dice con gli occhi stanchi e leggermente iniettati di sangue che mi fissano. «Non succederà». Le attività che lo occupano ora, come negli ultimi 13 anni, sono la pittura e il disegno. Nel 1979 ha sposato Jill Krementz, la sua seconda moglie, eccellente scrittrice e fotografa specializzata in ritratti d’autore. Lei lavora al piano terra della loro casa a New York, mentre lui si rintana al piano superiore. L’arredamento prende spunto dalla semplicità tipica dell’Indiana, ma è più personale: sedie chiare con disegni floreali, un pianoforte, litografie con paesaggi idilliaci, tappeto decorativo e bambole antiche. La famiglia occupa la gran parte del tempo dei Vonnegut: insieme, hanno sette figli e 12 nipoti. 
E sebbene Vonnegut non abbia più pubblicato romanzi importanti dai tempi di Cronosisma, circa 20 anni fa, un fiume di lettere arriva ogni giorno dai suoi fan, molti dei quali cercano consigli in merito all’angoscioso e tormentato mondo post 11 settembre. Un giovane fan di Seattle scrisse a Vonnegut dell’indignazione che provò in un aeroporto quando gli venne praticata una perquisizione che assomigliava molto a uno spogliarello. Vonnegut gli rispose: «Negli aeroporti e in posti simili vanno di moda gli scherzi. Il mio preferito rimane quello che si è inventato quel santo pagliaccio pacifista di Abbie Hoffman, durante la guerra del Vietnam. Annunciò che il massimo sballo consisteva nell’assumere bucce di banana per via rettale. E allora tutti gli scienziati del Fbi si infilarono bucce di banana su per il culo per vedere se era vero o no». 
Kurt Vonnegut è evidentemente stanco. E un uomo senza aspettative: «Come dicono loro, ho 83 anni e sono un senzatetto», rivela. «Ero nella stessa situazione quando finì la Seconda guerra mondiale. L’esercito mi volle tenere perché sapevo dattilografare, quindi battevo a macchina il congedo di altri soldati, cose così. Ma pensavo: “Per favore, ho fatto tutto quello che dovevo. Posso andare a casa ora?”. Ora mi sento così. Ho scritto libri. Molti. Per favore, ho fatto tutto quello che dovevo. Posso andare a casa? Mi sono chiesto dov’è casa mia. A Indianapolis, come quando avevo nove anni e avevo un cane, un gatto, un fratello, una sorella». 
Dopo un paio d’ore di amabile conversazione, decidiamo di andare in un vicino ristorante. Camminiamo per la Terza Strada avvolti da un caldo soffocante: 
il livello d’inquinamento atmosferico sembra insopportabile: per un paio di minuti, Vonnegut continua a tossire. Abbiamo le sopracciglia imperlate di sudore. Il suo buon umore svanisce, ed eccolo tornare alle sue elucubrazioni improvvisate sui «rischi del petrolio». «L’evoluzione è un errore», dice disgustato. «L’umanità stessa è un errore. Abbiamo distrutto l’intero pianeta lasciandoci trasportare dall’euforia per i trasporti. L’amministrazione Bush sostiene di aver bandito una crociata contro la droga? Allora che distruggano le lobby del petrolio. Una sostanza orribile e distruttiva. Riempi il serbatoio con questa specie di gas e puoi coprire un centinaio di miglia in un’ora, uccidendo animaletti e mandando in pezzi l’atmosfera». 
Poi, dopo un silenzio imbarazzato, il sopravvissuto di Dresda azzarda una battuta filosofica. «La vita», proclama, «non è il modo giusto di trattare un animale». E poi, per qualche ragione, entrambi scoppiamo a ridere.


(Douglas Brinkley, Rolling Stone Usa, Ottobre 2006)
  

venerdì 5 luglio 2013

Zachar Prilepin vs Carrère : "L’Europeo medio esercita sempre meno fascino"


Lo scrittore Zachar Prilepin commenta Limonov, di Emmanuel Carrère, in occasione della pubblicazione del libro in Russia.

Diremo ancora una banalità ma, buon Dio, l’Europeo medio esercita sempre meno fascino . Ci sembrava cosi’ profondo, sottile, libero. Non come noi e, soprattutto, non come i nostri genitori… Bene, ho letto il libro di Emmanuel Carrère su Limonov. Si chiama così: Limonov.
Sì, Carrère ha scritto un libro molto attento e, nell’insieme, avvincente . Il passaggio più interessante – la voce di Carrère stesso, le sue osservazioni personali al di là di Limonov. Perciò, l’introduzione – le prime 30 pagine, sono le più intense.
Più avanti si passa all’esposizione, a volte parola per parola, dei libri di Limonov stesso (all’inizio nel dettaglio, in seguito vieppiù precipitosa) ; cosa che tutti i lettori di Edouard Benjaminovitch troveranno, chiaramente, un po’ pesante.
Carrère si ostina a definire il suo libro « romanzo » sebbene rientri, nella forma, assolutamente nei canoni tradizionali di una biografia – niente riporta al romanzo.
Eppure, comprendiamo perchè Carrère lo faccia. Componendo la sua opera, non ha operato alcuna distinzione tra gli eroi lirici dei libri fantastici dello scrittore Limonov e l’uomo chiamato Edouard Savenko.
Non sospettando nulla, Carrère riempie il suo racconto di episodi dei romanzi di Limonov, facendoli passare in una maniera o nell'altra per degli avvenimenti reali.
Per evitare questa responsabilità, chiameremo il libro "romanzo" - e il gioco è fatto.
Carrère agisce nei miei confronti esattamente nella stessa maniera (nel suo libro, uno dei capitoli è quasi interamente consacrato al vostro umile servitore) - utilizzando i romanzi Sankya e Péché come le basi per disquisire sulla mia vita.
Non dico che questo mi abbia particolarmente addolorato; al contrario, sull'immagine di Limonov nel libro - sorgono numerosi interrogativi.
Carrère aveva la possibilità di parlare con delle conoscenze francesi di Limonov, e di descrivere almeno il periodo parigino della sua vita facendo una comparazione tra la fantasiosa prosa e la realtà. A Parigi, una decina se non centinaia di persone si ricordano molto bene sia di Limonov sia di Natalia Medvedeva! Come lasciarsi sfuggire l'opportunità di lavorare un po' con le fonti originali? Tuttavia, l'obiezione principale non è nemmeno qui.
Sì, Carrère ha scelto la via più facile - esponendo liberamente gli argomenti più piccanti delle travolgenti opere di Limonov. Ma bisogna anche ammettere che il clamoroso successo del suo libro è legato intrinsecamente al fatto che egli ha scritto un libro leggero e anche, oso dire - privo di profondità.
Se il libro fosse stato più intelligente – Sarkozy si sarebbe davvero messo a raccomandarlo alla Francia intera? (perchè l'ha raccomandato, e addirittura due volte!)
E' un'altra la cosa che mi dispiace: questa insolita superficialità di molte delle rappresentazioni di Carrère sulla Russia – essa non è, secondo i criteri occidentali, assolutamente superficiale. Tutti i loro stereotipi e pregiudizi a nostro riguardo – è esattamente il marchio intellettuale dell'Europa. E non c’è modo di farlo sparire!
Il povero Carrère puntualizza trecento volte nel suo libro, specialmente rivolgendosi al suo lettore europeo, che Limonov è un « vile fascista » – e trecento volte ancora dopo ciò, con la più grande sincerità, tenta di spiegare che malgrado il suo « vile fascismo », Limonov è un brav'uomo – compassionevole, onesto, coraggioso.
Ma, un secondo, perchè gli Europei ci fanno da avvocati, chiarendo - a loro stessi d'altronde - che noi non siamo dei fascisti? Non ci capisco niente – chi ha liberato chi dal fascismo? Noi li abbiamo liberati o loro hanno liberato noi? Noi, vero? E perchè allora dovrebbero curarci? Forse tocca a noi curare loro?
Periodicamente, malgrado tutti i suoi sforzi di essere obiettivo, Carrère non riesce a liberarsene e soccombe sotto l'influenza dei suoi colleghi francesi.
Esempio:
Carrère mostra la fotografia di una marcia di Natzbols¹ a un giornalista. Bisogna precisare che era il periodo assolutamente eroico nel quale, a metà degli anni 90, Limonov con un gruppo di nostri compagni si era lanciato verso i villaggi cosacchi, ancora pieno di speranza riguardo la « passionaritಠ» di Razine e Pougatchev (capi cosacchi all’origine di insurrezioni contro il potere nel 17esimo e 18esimo secolo). Di questa passionarità, naturalmente, nessuna traccia - ma i Natzbols in compenso hanno incontrato più di una volta dei seri problemi con i servizi speciali.
Dunque, avendo visto la foto dei Natzbols a torso nudo, nel calore estivo, il collega francese di Carrère di getto ha sentenziato: "Una banda di froci, sono andati a incularsi lontano da Mosca per non farsi vedere".
Raccontando questa storia nel suo libro, manifesta una timida tendenza a non essere d'accordo col suo interlocutore, ma lì stesso pone una domanda retorica "Anche se fosse, chi lo sa?".
Emmanuel, puah!


Hai passato un lungo periodo con i rappresentanti di un partito del quale 120 membri sono stati in prigione, almeno sei membri sono morti in circostanze tra le più tragiche, mille hanno subito arresti, centinaia torture e pestaggi; e scrivi una tale scelleratezza. Il tuo amico o è un umorista infelice, o un idiota - a cosa serve citarlo?
In effetti, in questo libro, i Russi appaiono a volte come dei centauri, a volte come dei marziani e altre volte ancora come rappresentanti di tribù africane che hanno sorprendentemente appreso la letteratura. Naturalmente, questo non è espresso esplicitamente in Carrère in nessun passaggio, ma il sentimento di una abissale differenza tra l'Europeo e l'uomo russo non lascia mai l'autore.
La sorpresa più dolorosa mi aspettava alla fine dell'opera, quando Carrère assicura che Putin e Limonov - sono quasi la stessa cosa.
La base di questa conclusione è sorprendentemente semplicistica: Putin un giorno ha detto che solo un bastardo poteva non rimpiangere il crollo dell'URSS. E Limonov rimpiange l'URSS! Vedete? Tutto torna!
Ah sì, Putin , come Limonov, ha anche posato una volta nudo su una fotografia e con un coltello. Che spettacolo orribile per il saggio europeo (questo è almeno ciò che gli piace pensare di se stesso) che disprezza ogni violenza!
Per i più intelligenti, i più sottili, i più istruiti europei che si interessano alla Russia, un qualsiasi nostro pensiero sul tema del collasso del paese - è una diagnosi inequivocabile. E ancora, una diagnosi spaventosa. Forse anche definitiva. Che il Putin che assomiglia a Limonov abbia un capitale di più di 40 miliardi di dollari e Limonov nulla - sono solo dettagli meschini.
Che Putin nei primi anni novanta abbia lasciato i servizi segreti, tradendo il suo giuramento, per partire all'avventura col democratico Sobchak e che Limonov, invece, abbia cercato tenacemente la possibilità di evitare il collasso del paese presso la Casa Bianca, a volte prendendo parte a centinaia di incontri, a volte in Transnistria - sono ugualmente dei dettagli. Che alla fine, Limonov è un grande umanista e un grande scrittore e che Putin, in molti sensi, sia il suo esatto contrario, ancora una volta, non importa. La sostanza - entrambi rimpiangono l'URSS.
...Pertanto, avendo un po' ripreso fiato, mi sono detto: cosa voglio, tutto sommato, da Carrere? È lui che ha decretato che il crollo dell'URSS è stata una grande benedizione, che la storia sovietica era un flusso di crudeltà e schifezze reiterate, che il cercare di pensare gli eventi in Jugoslavia in maniera un po' differente rispetto all'Occidente era un primo passo verso il fascismo e che Putin è stato luogotenente del KGB, restauratore dell'Impero e un orribile militarista su un trono? Mi chiedo se questo sia veramente lui, Carrère.
Ma con noi, pensano la stessa cosa tutti i meravigliosi tribuni liberali - i fratelli, che insegnano al popolo da lustri il giusto atteggiamento verso sé e il paese.


Note:
*1 Natzbols, membri del partito nazional-bolscevico fondato nel 1992 e guidato da Eduard Limonov
*2 Passionarità, energia vitale di un gruppo umano, concetto creato dall'etnologo russo Lev Goumilev

Zachar Prilepin è uno scrittore, linguista, giornalista e uomo politico russo nato il 7 luglio 1975 nel villaggio di Ilinka (regione di Ryazan). Il suo vero nome è Yevgeny Nikolayevich Prilepin. Prilepin è veterano della guerra in Cecenia, membro del Partito Nazional Bolscevico dal 1996 e un oppositore di Vladimir Putin. Buona parte delle sue opere (Il peccato, San'kja e Patologie) è tradotta in italiano dalla casa editrice Voland.

Traduzione di Ilaria Cervone dalla versione francese
(Articolo originale russo)