venerdì 15 novembre 2013

Fondamenta degli incurabili: Venezia raccontata da Brodskij


Sembrava di arrivare in un paese di provincia, in qualche posto sconosciuto, insignificante — forse al paese natale, dopo anni di assenza. 
Questa sensazione non era dovuta minimamente alla mia anonimità, all’incongruenza di una figura solitaria sui gradini della Stazione: un facile bersaglio per l’oblio. Ed era una sera d’inverno. 
E ricordai il primo verso di una poesia di Saba che in giorni lontani, in una precedente incarnazione, avevo tradotto in russo: «In fondo all’Adriatico selvaggio...». Nelle profondità, pensai, negli anfratti, nell’angolo remoto dell’Adriatico selvaggio... Se appena mi fossi voltato, avrei visto la Stazione in tutto il suo splendore rettangolare fatto di neon e di urbanità, avrei visto le lettere di scatola che dicevano VENEZIA. 
Ma non lo feci. Il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio — alghe sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido, forse invetriato dal ghiaccio, in qualche punto dell’universo, uno qualunque, non importava. Io ero quello scoglio, e il palmo della mia mano sinistra era quel ciuffo, quel ventaglio di alghe marine. 
Poi un grande scafo piatto, quasi un incrocio tra una scatola di sardine e un sandwich, affiorò dal nulla e toccò con una gomitata, un tonfo, uno degli approdi della Stazione. Un grappolo di persone si gettò di corsa sulla riva e sempre correndo mi passò davanti, su per gli scalini, verso i treni. Allora vidi l’unica persona che conoscevo in tutta la città; la visione fu favolosa.
   

L’avevo vista per la prima volta diversi anni prima, in quella mia prima incarnazione: in Russia. La visione vi era arrivata per soddisfare le sue curiosità intellettuali, cioè più esattamente sulle orme di Majakovskij. Mancò poco che questa circostanza squalificasse la visione, come oggetto di interesse, agli occhi del gruppo di cui facevo parte. Se ciò non accadde, il merito fu delle proprietà estetiche della visione. 
Alta quasi un metro e ottanta, esile, gambe lunghe, viso sottile, capelli castani, occhi a mandorla, pupille nocciola, un russo passabile e un sorriso abbagliante su quella bocca dalla linea stupenda, fasciata da una superba tenuta di camoscio impalpabile e di seta dello stesso tono, avvolta in un profumo mesmerizzante, a noi sconosciuto, la visione era di gran lunga la più elegante creatura di sesso femminile che avesse mai messo piede — un piede conturbante — nella nostra cerchia. Era fatta della materia che tiene freschi i sogni degli uomini sposati. E poi, era una veneziana. 
Così non demmo troppo peso al fatto che fosse iscritta al PC italiano e alla conseguente simpatia per quei poveretti che formavano la nostra avanguardia degli anni Trenta: questi erano, secondo noi, due aspetti della frivolezza occidentale. Credo che se anche fosse stata una nazista dichiarata, avremmo spasimato per lei ugualmente, e forse di più. Ci lasciava letteralmente a bocca aperta, e quando poi mostrò una certa simpatia per un imbecille della peggior specie che si aggirava alla periferia del nostro gruppo, un babbeo lautamente pagato di estrazione armena, la nostra reazione comune fu di stupore e di rabbia più che di gelosia o di virile rimpianto; benché, a pensarci bene, non sarebbe il caso di arrabbiarsi solo all’idea di un po’ di salsa piccante di un’altra cucina che va ad imbrattare un merletto di alta qualità. Comunque, noi ci arrabbiammo. Perché era più che una delusione: a noi sembrava un tradimento da parte del merletto. 
Per noi, in quei giorni, stile e sostanza andavano di pari passo, indivisibili, come bellezza e intelligenza. Dopo tutto, eravamo ragazzi con la testa piena di libri, e a una certa età chi crede nella letteratura pensa che tutti condividano o debbano condividere le sue idee e i suoi gusti. Così, chi è elegante è dei nostri. Ignari del mondo, dell’Occidente in particolare, non sapevamo ancora che lo stile si poteva comprare, che la bellezza poteva essere una merce come un’altra. Per questo la visione ci appariva come la proiezione fisica e l’incarnazione dei nostri ideali e principi, e gli indumenti che indossava, compresi quelli trasparenti, appartenevano alla civiltà. 
Quei concetti erano così indivisibili, e la visione così bella, che anche lì, a Venezia, a distanza di anni, pur appartenendo ormai a un’età diversa e in un certo senso a un Paese diverso, cominciai a scivolare inavvertitamente nella vecchia mentalità. La prima cosa che chiesi alla visione, sul ponte del vaporetto, mentre la folla dei passeggeri mi schiacciava sulla sua pelliccia di nutria, fu la sua opinione sull’ultimo libro di Montale, Mottetti. Il lampeggiare delle sue ventotto perle, un lampo ben noto, accompagnato dall’accendersi di una scintilla sull’orlo della pupilla nocciola e subito proiettato in alto, verso l’argenteo baluginare della Via Lattea, fu tutta la risposta alla mia domanda; ma era già tanto. Forse lì, nel cuore della civiltà, fare domande sull’ultimo frutto della civiltà era pura tautologia. Forse ero semplicemente poco cortese, visto che l’autore dei Mottetti non era un veneziano.
   

(Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili
Traduzione di Gilberto Forti, Adelphi 1991)

2 commenti:

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