giovedì 6 settembre 2012

Il dono di Yoko Ono: coraggio, sorridete


Yoko Ono, prima di raccontarci delle tue campagne più recenti, potresti parlarci del progetto che fin dagli anni Sessanta è stato così importante per te e John Lennon? 

«Uno dei motivi per cui ho voluto che qui alla Digital Life Design Conference di Monaco, ci fosse un poster di War Is Over!” — il nostro progetto appunto — è che la guerra è finita se lo si vuole. Ci credo ancora fermamente. Penso che possiamo fare di più per venirci incontro. Io in qualche modo ho cercato di farlo per tutta la vita, invece di mostrare una scultura, in un museo, per poi guardarla e ammirarla — il che è comunque una bella cosa, nonché un modo di contribuire all’industria della pace — penso sia molto meglio partecipare assieme alla costruzione di un’opera. E per questo che faccio cose come l’Onochord, un dispositivo che dice letteralmente “Ti amo” — uno strumento sul quale premi ripetutamente un pulsante —. Ovunque vado mi dicono: “ti amo”. Ci sono molti modi in cui possiamo stabilire un rapporto, in maniera semplice, perché stiamo diventando persone sempre più timide, spaventate, e non sappiamo come comunicare tra di noi. Ma gran parte di quel che accade adesso è ancora molto bello». 

Ci fai qualche esempio? 

«Consideriamo il parto cesareo, che oggi è sempre più praticato: quando si nasce in modo naturale si passa attraverso un canale molto stretto e il cervello viene come schiacciato dalle cosce della madre. Questo è molto stimolante. E' un abbraccio della madre e al tempo stesso un modo in cui le diciamo addio. E' un momento molto intenso, ma quando si nasce con il taglio cesareo non si fa quest’esperienza. E non proviamo questo forte abbraccio neanche quando, pur nascendo in modo naturale, ci danno dei forti antidolorifici. Tutti i bambini che nascono ora — quasi tutti—pensano di aver perso quest’esperienza, che il loro cervello non abbia provato questa forte stretta e di non essere stati abbracciati con forza. Il cervello non è stato come spremuto, e il corpo continua a desiderare l’abbraccio, la stretta che non ha avuto. Che cosa fare? Dovremmo forse pensare che sia terribile, che non dobbiamo permettere che accada, che bisogna far crescere i bambini in modo naturale, lasciare che la madre soffra? In realtà stiamo andando in una direzione molto positiva. Tutto quello che succede in un certo senso è una benedizione. Il nostro pianeta è sovrappopolato e non avremo cibo a sufficienza per tutti, e al tempo stesso abbiamo questo incredibile, intenso desiderio di provare quell’eccitazione che avremmo dovuto provare all’inizio, ma abbiamo perso. Allora che cosa dobbiamo fare? Probabilmente siamo, tutti noi, pronti a entrare nell’universo e trovare un posto che sia molto interessante». 

Il concetto di «viaggio nell’universo» è menzionato anche dall’astronomo Dimitar. 

«Sì, vorrei però dire ancora qualcosa sulla nostra convinzione che il mondo stia diventando disumano. Crediamo che finiremo tutti per avere dei bambini in provetta. Ma sono convinta che stiamo diventando dei transformer spaziali virtuali. Siamo tutti transformer spaziali e lo sappiamo. Penso che ci trasformeremo. Continuiamo a dire: “Scompariremo e rimarranno solo gli scarafaggi!”. Beh, probabilmente sarà così, ma penso che siamo noi gli scarafaggi. Noi siamo gli scarafaggi, quindi non dobbiamo preoccuparci. In fondo, quando si pensa alle dimensioni dell’universo, immenso, non siamo più grandi di uno scarafaggio e ce la faremo». 

«Odissea di uno scarafaggio», l’installazione esposta a New York, Mosca, Londra e in altre città, è molto bella. 

«Ho realizzato una mostra intitolata così. Sapevo che quell’odissea era la nostra. Dobbiamo cominciare a pensare alla trasformazione che vediamo in atto ora. Forse avremo tanti robot che ci aiuteranno energicamente, ma per capire che questa è una benedizione, dobbiamo vedere che è una trasformazione e che non c’è nulla di male in questo».


Penso alla tua ultima visita a Monaco, quando abbiamo lavorato assieme a «Utopia Station» con Molly Nesbit e Rirkrit Tiravanija, invitati da Chris Dercon alla Haus der Kunst. E’ stata la prima volta che hai presentato l’Onochord. 

«Sì, è vero... Monaco è la città in cui ho presentato per la prima volta il mio Onochord. Serve a tornare a comunicare con la sente, ma senza sentirsi in imbarazzo. E molto difficile dire ‘ti amo’, ma se si ha qualcosa come questo dispositivo, che lo dice per nostro conto, è più semplice». 

«Utopia Station» mi ricorda anche «Nutopia». Hai detto che per te è importante permettere alle persone di essere diverse e tu hai creato un posto che si chiama Nutopia. Ce ne parli? 

«L’utopia è un’idea molto antica. Con il nostro progetto l’abbiamo rinnovata. Nutopia — un Paese concettuale fondato da me e Lennon negli anni Settanta, privo di confini e passaporti — è un’utopia molto differente, nel senso che tutti ne facciamo parte. Tu sei un nutopista. Quando decidi di esserlo, lo diventi. Mio marito aveva una piccola etichetta, una targhetta che diceva Nutopian Embassy, che ha attaccato alla porta della nostra cucina. Diceva che eravamo un’ambasciata di Nutopia, ma tutti lo sono. Facciamo tutti parte di un Paese nutopista». 

Sarebbe interessante parlare del tuo lavoro pionieristico in Internet e con le forme di arte digitale. Ricordo la prima volta che ho visto il tuo lavoro in Rete. Era l’inizio degli anni Novanta e avevi scritto cento istruzioni, un’istruzione al giorno da seguire su Internet. 

«Sai, quando Marshall McLuhan ha affermato che “il medium è il messaggio’ mi ha molto preoccupata e gliel’ho detto. Ricordo di avergli fatto presente che non voglio che il mondo sia così. Penso che, al contrario, il messaggio sia il medium. Non si deve dimenticare il messaggio. Ma ovviamente i media sono interessati alle persone ed interessano ad esse, sono così “grafici’ ed eccitanti e forse anche un po’ pornografici. Il messaggio non è così affascinante, ma è la cosa vera, la base della nostra vita». 

L’idea di scrivere delle istruzioni non è ovviamente nata nel 1996. In quell’anno l’hai solo messa su Internet. Ma con questo hai influenzato generazioni di artisti. 

«Ho fatto cento eventi digitali per cento giorni e ogni giorno aveva la sua piccola istruzione. La cosa è piaciuta perché ci si alzava la mattina pensando “qual è l’istruzione di oggi?. Il fatto è che quando il medium è il messaggio, tutto quel che devi fare è guardarlo passivamente come un sacco di patate. Ma quando al centro si colloca il messaggio, sei tu a dover agire. Credo fermamente che noi tutti abbiamo un’incredibile super potenza e che per sopravvivere dobbiamo risvegliarla». 

Questo è il messaggio che hai cominciato a diffondere con il libro «Grapefruit». Negli anni Novanta mi hai detto che tutto quello di cui parlavi negli anni Sessanta si sta verificando ora. Com’è nata l’idea delle tue mostre planetarie con le «Istruzioni», che risalgono a molto tempo fa, alla tua infanzia in Giappone? 

«Quando ero molto piccola ho cominciato ad avere queste idee che erano un po’ come degli Haiku, delle brevi forme poetiche. Erano delle specie di Istruzioni”, di cose che la gente poteva fare». 


Un paio di anni fa hai fatto quella bellissima mostra a Venezia dove hai avuto l’idea di moltiplicare le stanze.
  
«A Venezia mi avevano dato solo sei stanze, e potevo mettere cose solo in quello spazio. Ho pensato che non fossero sufficienti. Così vi ho aggiunto 100 stanze concettuali, ed è stato molto interessante perché la mia esibizione era l’unica ad avere 106 di questi luoghi dove esibirsi». 

John diceva spesso che avevi una gran quantità di idee; le idee ti venivano come se fossi sintonizzata con qualche radio ultraterrestre. In un certo senso le «Istruzioni» hanno a che fare con questa miriade di idee di diverse opere d’arte. Mi hai detto che scrivendo le istruzioni di un’opera d’arte in un certo senso delegavi il risultato ad altri, che ti sgomberavi la testa e ti liberavi di esse. 

«All’origine delle “Istruzioni” ci sono due ragioni. Intanto, le idee che mi venivano erano così enormi che non sarei riuscita a realizzarle, così ho cominciato a scriverle. Ma mi piace anche l’ipotesi di non offrire nulla di definito. Potevo ricevere idee molto belle, creative, mentre vedevo altre persone seguire quelle istruzioni ».

Poi, dopo le «Istruzioni online», hai cominciato a lavorare ai «Desideri online». Il progetto sui «Desideri» risale a molto prima e anticipa l’era di Internet: hai realizzato una torre della pace. 

«Sì, in Islanda c’è l’Imagine Peace Tower, installazione fatta con la luce. E importante che tutti esprimano dei desideri e che essi siano inviati all’Imagine Peace Tower. In un certo senso è un modo per desiderare tutti assieme. Penso sia una cosa molto potente, e un giorno otterremo quel che abbiamo desiderato». 

Il progetto è anche su Second Life. Ce ne puoi parlare? 

«Su Second Life c’è un video, ma penso che l’Image Peace Tower islandese, dove possiamo mettere i nostri desideri, sia molto potente. Credo nel potere delle vibrazioni, è l’unica cosa che ci permette di sopravvivere, avere un’incredibile forza positiva. Speriamo di riuscirci». 

Nelle tue mostre ci sono stati per molto tempo gli alberi dei desideri. Ne hai raccolti a migliaia... 

«Penso che abbiano superato il milione». 

Penso a un altro tuo progetto: il progetto del sorriso. Ha avuto inizio sempre negli anni Sessanta. Realizzare un film che fosse una mappa dei volti sorridenti di tutti gli esseri umani del mondo. Ora lo stai realizzando. 

«Ci sarà un posto in cui arrivare, sedersi e sorridere e il volto sorridente sarà fotografato e poi tutti i sorrisi saranno inviati ovunque nel mondo e nell’universo». 


Sulle Istruzioni, il testo comincia con «Sorridere semplicemente sollevando le estremità della bocca», poi prosegue dicendo «Sorridere con gli occhi e con la bocca» e continua con «Sorridere dallo stomaco» e «Sorridere dalle ginocchia». Ci puoi dire di più? 

«Quando mio marito è morto, mi guardavo allo specchio e pensavo che non ce l’avrei mai fatta, credevo che mi sarei ammalata. E non potevo permettermelo perché mio figlio dipendeva da me. Così ho cercato di sorridere allo specchio. All’inizio era molto difficile. Mi dicevo: “È una cosa falsa”. Ma poi ho cominciato a sorridere. Mi sono sforzata di farlo e alla fine mi sono accorta che non stavo sorridendo solo con la bocca o con gli occhi. Ho cominciato a sorridere con il petto e con lo stomaco e poi con tutto ll corpo. E stata una sensazione fantastica e ho pensato che dovevo dirlo alla gente, potevamo sorridere tutti insieme. 
Spesso noi pensiamo che ci sia un conflitto. A ben guardare, ci si accorge che siamo tutti esseri umani e che non siamo veramente in conflitto. Lo scopriamo quando riusciamo a parlare, a comunicare tra di noi, o quando ci abbracciamo, ci baciamo, facciamo l’amore. È molto importante stabilire un rapporto. Quando non riusciamo, allora ovviamente c’è un conflitto. il fatto di non avere un rapporto è già un conflitto». 

In definitiva, «all you need is love» ancora oggi? 

«Alla fine tutto quel che occorre è l’amore. So che direte, “Oh, che idee anni Sessanta!”. Ma è vero, questo è tutto quel che ci serve. Ora non ne abbiamo molto. Pensiamo che il petrolio sia importante e che non abbiamo abbastanza energia. Ma dobbiamo pensare alla nostra energia. Dobbiamo anzitutto mettere in moto la nostra energia, ed è amore».


Yoko Ono intervistata da Hans Ulrich Obrist, Gennaio 2012 (traduzione: Maria Sepa)

1 commento:

  1. Yoko Ono ci ha fatto dono di un 'manifesto 'di umanesimo di inestimabile valore.

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