giovedì 30 maggio 2013

J.E. Confidential: Un'intervista a James Ellroy


James Ellroy , il "Demon Dog" autoproclamato della narrativa americana, è di buon umore quando ci incontriamo di mattina, a New York. «Mi sembra di essermi tolto di dosso il peso di una vita intera», spiega, seduto in una stanza d’albergo. «Ho 61 anni e mi sento come un ragazzino. Tutto ciò che ho sempre desiderato era scrivere delle cazzo di storie meravigliose, avere un paio di cani e scopare donne. Esiste qualcosa d’altro? D’accordo, magari un buon hamburger, ma...». Ellroy è un maestro del cabaret. Nel corso di qualche minuto è capace di deviare bruscamente atteggiamento, dallo spaccone esagerato («Sono il Beethoven del poliziesco») al chiacchierone stiloso («Non riesco a stare in pubblico senza caffeina»), passando per il pervertito impenitente («Sono un maniaco sessuale!») fino al virtuoso devoto alla Bibbia («Sono figlio di un sacerdote scozzese, e credo nel fare sacrifici e nella responsabilità personale nei confronti di Dio»). Conosciuto soprattutto per il suo classico del noir moderno L.A. Confidential, Ellroy è in uscita da Mondadori con “Il sangue è randagio”, l’ultimo romanzo della sua Underworld Usa Trilogy. Il libro completa la sua visione tetra e inquietante dei cancri al cuore dell’impero americano, a metà del secolo scorso (dalla Baia dei porci al Vietnam, fino a J. Edgar Hoover e Howard Hughes), grazie a complotti interconnessi e imprese criminali di agenti dell’Fbi farabutti, sbirri assassini, gangster e killer su commissione. 
L’ossessione di Ellroy per il lato oscuro dell’America risale ai ben documentati traumi della sua infanzia: l’omicidio brutale e irrisolto di sua madre, e la morte pochi anni dopo di quel fannullone del padre. Divenuto adolescente (famose all’epoca le sue incursioni nelle abitazioni femminili per rubare la biancheria intima...), in seguito Ellroy si è unito all’esercito e poi lo ha abbandonato, trascorrendo il decennio successivo in un costante stato di dipendenza da speed e alcol, venendo incarcerato per piccoli furti e vivendo spesso da vagabondo per le strade di Los Angeles. Dopo essersi ripulito nel 1977, mentre si guadagnava da vivere facendo il caddy sui campi da golf, si è rivelato autore di bestseller come “Dalia nera” e “Il grande nulla”, grazie a uno stile brutale che un critico ha descritto come “hard-boiled lasciato sul fuoco fino a bruciare la pentola’. 
Eppure, man mano che la sua fama aumentava, la vita privata di Ellroy s’incupiva. Due matrimoni si sono sbriciolati e lui si è gettato nel suo lavoro, finendo — nel 2001, durante il tour di presentazione di "Sei pezzi da mille" — per prendersi un esaurimento nervoso. «Puntavo eccessivamente in alto, lavoravo troppo», racconta. «E’ venuta su della merda impazzita tenuta repressa troppo a lungo, e mi è finita dritta in faccia». Ora, otto anni dopo, ha terminato il romanzo autobiografico intitolato “La vendetta di Hilliker” (in uscita ad aprile per Bompiani) e si sta godendo la pubblicazione di “Il sangue è randagio”. I protagonisti, che Ellroy chiama “spezza-gambe destrorsi”, ricercano il proprio riscatto nella figura di Joan, un’attivista di sinistra, facendolo assomigliare a tanti altri suoi romanzi: tre uomini ossessionati da un’unica donna, nel corso di un solo libro, voluminoso e insanguinato.



La trilogia Underworld Usa va dal 1958 al 1972, gli anni in cui più hai vissuto nella marginalità, in cui eri tossico e vagabondo. C’è un motivo per cui desideravi scrivere di quel periodo?

«La trilogia deriva dall’aver letto, nel 1988, “Libra” di Don DeLillo. Lì il racconto utilizza quasi sempre il punto di vista di Lee Harvey Oswald: DeLillo lo rende il più grande solitario della storia americana. E’ stata anche la prima volta in cui ho visto, in letteratura, un cretino stupido e malleabile rappresentato con questa empatia e complessità. Mi dissi: «Merda, questo fottuto libro è così bello, che ora non posso più scrivere dell’assassinio di Kennedy». Ma poi ho capito che potevo realizzare una trilogia con tutte le profezie nate dall’omicidio di JFK e creare una narrazione che utilizzasse un’infrastruttura fatta di eventi storici. Dopo la quadrilogia di Los Angeles non intendevo scrivere nulla di poliziesco. Volevo esplorare un tema che definisco “l’incubo privato della politica pubblica”».

Qual è l’incubo privato? 

«I momenti fondamentali della storia americana dal 1958 al 1963 sono ben noti: l’emergere dei movimenti per i diritti civili, l’ascesa di JFK, le stronzate repressive di J. Edgar Hoover, la mafia americana, la crisi dei missili di Cuba. Poi il decennio di rivoluzione nella cultura giovanile, il perdurare dell’incubo del Vietnam, altre bombe, ulteriori folli puttanate della Cia, assassini politici. Lo sappiamo. 
Quella è la politica pubblica. Ma chi è che, là fuori, raccolse nomi, intercettò telefoni, spezzò gambe, estorse, fece i soldi, e non soffrì per la morale perlomeno contorta della situazione? Chi è arrivato al 
punto di non poterne più, e che cosa spinge a desiderare di cambiare? Questo è l’incubo privato. Questo è “Il sangue è randagio”».

E' una trilogia molto oscura. Scriverla ti ha mandato a puttane?

«Sì, completamente. Ho abitato le anime di questi spezza-gambe. Sono stato con loro moralmente e spiritualmente. Ma “Il sangue è randagio” parla della necessità di rivoluzione e cambiamento. Questo libro conduce verso qualcosa di diverso, rispetto ai primi due».

Approfondisce ulteriormente le conseguenze morali di violenza e corruzione?

«Esatto. Rappresenta il momento in cui quelli che sono passati attraverso la merda dal 1958 al 1968 incominciano a parlare di ciò che ha significato quel periodo. Io quello schifo l’ho vissuto. Mi accorgevo di esserci immerso ma a) fino al 1977 ero troppo stonato, e b) ero un totale emarginato. Non sono mai stato uno da rock&roll: ho sempre preferito la musica classica. Non sono mai stato un pacifista; ero un reazionario pronto a mandarti affanculo».

Pensi che sia ingenuo credere che Lee Harvey Oswald abbia agito da solo?

«Credere che non stesse capitando qualcosa d’altro sarebbe un trionfo della logica spaziale e del pensiero empirico sull’immaginazione. Analizzo la teoria dell’unico cecchino e penso: “Secondo me non ha senso sotto alcun aspetto morale, storico o metafisico, per cui semplicemente la rifiuto”. Ed è una storia migliore per come la vedo io, cazzo. Per cui non discuterò dell’unico cecchino, me ne fotto. E allora? Vaffanculo. Chi comanda? Quello che ha la storia più bella da raccontare. E, indovinate un po’?: sono io».

Uno dei tuoi personaggi, il giovane conservatore Don Crutchfield, è così deliberatamente in disaccordo con il proprio tempo da sembrare un tuo alter ego romanzato...

«Sono io, un tipo grande e grosso, con i capelli a spazzola e i pantaloni a sigaretta nel mezzo della Summer of Love, che si domanda perché non riesce a scopare. “Beh, magari se la smettessi di farti le pippe e ascoltassi il rock&roll invece che Beethoven, avresti qualche probabilità in più”. Nel libro, Crutchfield non sa cosa fare per Natale. E’ vergine, ha 23 anni ed è solo. E’ un guardone con due possibilità: andare alla messa di mezzanotte alla chiesa luterana, oppure mettersi a sbirciare le nere nella South Central di Los Angeles. Quello sono io».

Hai ancora quelle tendenze di destra?

«Lo dico per scazzare con la gente. Pensavo che Bush fosse un verme, il presidente americano più disastroso degli ultimi tempi. Ho votato per Obama. Assomiglia a Jack Kennedy, hanno entrambi le orecchie grandi e un sorriso contagioso. Ma Obama è un tipo più profondo. Kennedy era uomo dal grandi appetiti. Voleva la fica, gli hamburger, l’alcol. Si drogava moltissimo».

Allora perché sembra ancora che ti identifichi con gli scagnozzi di destra che crei?

«Sono un cristiano e i miei libri sono storie di redenzione. Ti mostro le conseguenze che le azioni raccapriccianti hanno sul karma individuale. Il più delle volte desidero che, arrivati alla fine, i lettori amino i miei personaggi perché sono riusciti a trascendere. Hanno trovato qualcosa di più grande, profondo e sicuro da un punto di vista morale rispetto a loro stessi».

Hai scritto che Dashiell Hammett aveva catturato perfettamente la concezione americana che il lavoro possa distruggere una persona. E questo che capita ai tuoi personaggi?

«Il cuore dell’arte di Hammett è la figura maschile nella società americana, quella del lavoratore, che si dirige verso il proprio impiego con determinazione incrollabile ed è riluttante a guardare oltre. I miei ragazzi sono così. Sono talmente competenti, cazzo, anche se le loro vite stanno crollando a picco. Sono logorati, ma vengono guidati dal loro innato senso di responsabilità americano. C’è un sottofondo di tenerezza che li indirizza, mentre continuano a svolgere i propri lavori in questo modo tanto spietato».

Il modo in cui dipingi le intercettazioni telefoniche di J. Edgar Hoover è estremamente attuale, soprattutto considerando ciò che è accaduto durante l’amministrazione Bush.

«Non è che cerco di incarnare lo spirito dei tempi. E che voglio fare il finto tonto, è davvero così. Lascia che ti parli della mia vita. Ho 61 anni. Mi tengo molto in esercizio, non bevo, non uso droghe, non dormo troppo bene. I miei interessi sono molto ristretti. Ho un grande appartamento, una gran macchina sportiva. Ho smesso di agitarmi nel tentativo di sposarmi. La regola “Sposa le donne e mettile incinte” con me non ha funzionato. La mia esistenza è diventata matriarcale. Chiacchiero al telefono con Helen Knode, la mia ex moglie, con le mie amiche e colleghe. Non ho mai usato un computer. Non ti sto prendendo per il culo, sono tagliato fuori dal mondo».
                               

La tua vita è stata disastrosa per molto tempo. Hai mai pensato di non farcela?

«Cercavo sempre di andarmene e ho avuto un periodo nero. Ma, coglione com’ero, ho sempre avuto fede. E amavo ridere. Potevo sempre mettermi in un angolo, grattarmi le palle, farmi una sega, tentare qualche impresa da deficiente, tipo preparare la cena o lavare i piatti. Avevo bisogno di trovare la mia strada nel mondo, perché mio padre era completamente pazzo. Questa cosa non mi ha mai fatto arrabbiare. Non ho pensato nemmeno una volta cose del tipo: “Non ho una famiglia”. E l’ho sempre desiderata, però».

Questo è sorprendente. Considerando i tuoi libri, è più facile credere che vedi il mondo come un luogo inesorabilmente oscuro.

«No, no, non sono un misantropo. Sono ottimista. Cavolo, penso che gli esseri umani possano evolversi, col tempo. Mi piace la gente, a distanza (ride). Gli individui hanno la meglio sulla loro psiche e possono liberarsi da orribili modi di essere, mentre il mondo intorno a loro va a puttane. Io ho scelto di fare così».

Nel tuo libro di memorie, “La vendetta di Hilliker”, esprimi il tuo rimorso per aver venduto libri sfruttando l’omicidio di tua madre.

«Ero giovane e insensibile. Ma ora mi rendo conto che io e mia madre non siamo una storia d’omicidio. Siamo una storia d’amore. E quella fondamentale che devo raccontare riguarda le donne. So che se avessi applicato consapevolmente il mio talento e le mie capacità mentali al personaggio di mia madre, sarei stato più ricettivo verso le donne in generale».

Nell’autobiografia descrivi anche la tua insaziabile libido per le donne. Ma, sotto altri aspetti, sei molto puritano.

«Certo, le desidero; ma al tempo stesso sono tenero ed esigente. Non credo che il sesso sia squallido in quanto tale: considero depravazione la mercificazione della sessualità e la sua volgarizzazione. Hanno denudato e reso banale qualcosa di sacro e solenne. Abbiamo bisogno di investire nuovamente nel sesso, farlo meno, aspettare l’ottavo appuntamento prima di metterci a fottere e succhiare».

In “Il sangue è randagio” sembri ossessionato da Joan, l’attivista ebrea di sinistra.

«Ho scritto questo libro per una donna di cui ero innamorato, che si chiamava Joan. E’ stata la prima volta in assoluto. Ho iniziato involontariamente a seguire le donne che le somigliavano. Andavo loro dietro per un po’, poi realizzavo che non erano lei».

Ma continuavi a seguirle?

«Te l’ho detto, alla fine realizzavo che non erano lei e riprendevo la mia strada. Un cazzo di tic mentale».

Guardi ancora le donne di nascosto?

«Già. Sì, lo faccio. Nei giorni festivi resto a casa. Vivo in un palazzo déco al confine di Hollywood. Una volta, stavo spiando questa rossa culona: girava gli hamburger, la sua camicetta si alzava e lei non la tirava giù. Si era piegata parecchio, potevo vedere la spallina del reggiseno. Poi un amico mi ha chiamato dicendo: “Che stai facendo, Ellroy? Vieni fuori, dai, stiamo cucinando”. Gli ho risposto: “Non voglio mangiare nulla, sto spiando la vicina. Lasciami in pace, cazzo”».

Ti fa sentire in colpa?

«No».
                
Con la madre Geneva nel 1958, lo stesso anno in cui fu assassinata.

E questo non ti sembra bizzarro?

«Sono tagliato per starmene in stanze buie a parlare al telefono con le donne, e lavorare. Un mio amico ha chiamato di recente per dirmi: “Ehi, abbiamo un biglietto in più per i Fleetwood Mac”. 
Che cazzo? Piuttosto sto a guardare le mosche che scopano in Alabama. Vivo in un vuoto, in modo da poter tornare indietro il più spesso possibile nelle tasche della storia americana».

Cosa ti ha portato all’esaurimento nervoso?

«Per mesi e mesi sono stato innamorato di una donna sposata che non avrebbe mai lasciato suo marito. Ero semplicemente circondato da quell’enorme vuoto cosmico del cazzo. Si potrebbe dire che è il problema di non poter stare con la persona che ami. Ma più di ogni altra cosa, era la sensazione di trovarsi isolato nell’universo e sapere che morirai».

Pensavi stesse arrivando il momento?

«Ho proprio visto le stronzate di una vita intera fluire fuori dalle mie mani. Stress fisico, sovraffaticamento, l’inconsapevolezza che sgretola, la maleducazione, l’incoscienza. Ho consumato davvero un’eccessiva energia mentale, per troppi anni. Soffrivo di atroci attacchi di panico e di orribili periodi d’insonnia. Ero partito del tutto. Le mie emozioni erano fuori controllo, lo schifo mi rombava dentro a 1000 giri al minuto secondo. Non riuscivo a fermare nulla. E non ero più in grado di controllare niente tramite la scrittura. E’ stato senza dubbio il periodo peggiore della mia vita».

Sei finito in un istituto?

«In più di uno. Ho passato una notte al reparto psichiatrico a Monterey, un’altra in quello di Tucson. Nessuno mi ha fatto del male, ma ero bombardato di farmaci, che posso dirti? Prima di rendermene conto, ero di nuovo al Beverly Wilshire Hotel che mi masturbavo davanti alle foto di Anne Sexton vestita! Una poetessa morta! Ecco quanto sono rovinato!» (Ride).

Hai imparato qualcosa impazzendo?

«Ho capito molto grazie a questo esaurimento. Voglio scrivere libri grandiosi ed essere buono con la gente, oltre che promuovermi senza vergogna. Ma non c’è niente di peggio di una persona ambiziosa priva di controllo. Uno che scoccia tutti, in modo meschino. Nessuno vorrebbe mai avere a che fare con un tipo così».


(di Sean Woods, Rolling Stone Usa, 2009)

domenica 26 maggio 2013

Gonzai.com: Daft Punk, Ritorno al passato




Ci siamo: Random Access Memories arriva finalmente sugli scaffali. O almeno ciò che ne resta, giacché l’attualità ci ricorda solo quello a cui internet ha dato risalto da tempo. Da una settimana l’album è disponibile sulla rete: inizialmente con piccoli samples, per essere poi reso rapidamente pubblico sulla piattaforma di iTunes. Certo, l’entourage dei Daft Punk aveva anticipato per bene la cosa, un’operazione di promozione a raffica. Da circa una settimana quindi tutti conoscono il contenuto del disco più atteso dell’anno, tutti hanno potuto parlarne, esprimere la loro opinione. E così facendo, partecipare alla più formidabile operazione di comunicazione mai condotta, in questi ultimi anni, nel campo della musica contemporanea. Quindi, una domanda è sorta spontanea: c’era davvero bisogno che vi dicessimo cosa pensiamo di questo quarto album? La risposta è altrettanto spontanea: no.



Di sicuro sarete delusi: nel pezzo che seguirà, non leggerete niente che possa darvi la minima idea di ciò che noi pensiamo di Random Access Memories. Non una sola riga su questi tredici pezzi che abbiamo ascoltato come un tutt’uno e che gli specialisti, così come i neofiti, già vivisezionano ed analizzano. Questo per una ragione molto semplice: “RAM” (per farla breve, senza che nessuno ci veda un’allusione all’eponimo album di Paul McCartney) è un disco che appartiene già a tutti. Per la sua stessa natura, a causa del contesto, della personalità degli autori e dell’attesa che ha suscitato, fa già parte di quei totem universali sui quali ogni forma di critica è, infine, inutile. Il nostro avviso? Chi se ne frega. L’opinione dei colleghi parigini, americani, marsupiali? Altrettanto. Volendo parafrasare una celebre battuta estratta da non so quale western virile: “I pareri sull’album dei Daft Punk sono come i buchi del culo: tutti ne hanno uno”. Del resto, come potrebbero i giornalisti, dopo appena qualche giorno, pontificare su questo blockbuster che è stato pensato, minuziosamente elaborato, concepito durante cinque lunghissimi anni? È la prima trappola nella quale cadere ed è, ovviamente, facilissimo: pronunciarsi in maniera assoluta su questo disco, lungo e cosparso di trabocchetti, in un’epoca in cui tutto ci invita alla precipitazione. C’è dell’altro, che si ha un po’ la tendenza a occultare: l’opinione espressa da un media altro non è che l’opinione di un’unica persona, quella che la firma. Succede che in certi casi, più soggetti alla polemica, le opinioni non sono condivise, o addirittura sono contrarie: ci sono, di conseguenza, tante opinioni sul nuovo disco dei Daft Punk quanti giornalisti. In ordine sparso: quelli che lo adorano, quelli che lo detestano, quelli che pensano che erano meglio prima, quelli che ci ritrovano qualcosa, qua e là...poi ci sono quelli che... chi se ne frega, di nuovo...



Ma allora, perchè consacrare un pezzo così lungo all’uscita di “RAM”? Beh, semplicemente perchè ci sono mille cose da dire around the RAM. 

Come a proposito dei Daft Punk, del resto: un argomento senza fine, in fondo. Argomento che non è soltanto una questione di musica, nel senso di materia sonora grezza, piuttosto di come riuscire a farne un mezzo capace di veicolare il sogno, ovunque sul pianeta. Daft Punk è un’idea, un’ideale, quasi: quello di un’opera totale che si piazza all’incrocio tra musica e cinema, tra underground e pop, tra la nostalgia per certi anni d’oro (tutti relativi) e l’ossessione per le tecniche di comunicazione più moderne. A questi livelli, non è più soltanto Musica nel senso stretto del termine: è strategia. I Daft Punk hanno ormai abbandonato da parecchio tempo il campo dell’avanguardia per occupare quello, molto più impattante, dell’entertainment. Questa mutazione è stata progressiva: in retrospettiva, il suo anno zero, coincide con l’uscita di “Discovery” (2001). L’odissea un po’ fanfarona comincia precisamente in quel momento, quando Thomas e Guy-Manuel decidono di comparire per la prima volta, al fine di creare rumore attorno all’uscita dell’album, col volto coperto da due caschi robotico-futuristici. Fino a quel momento, pochissimi conoscevano il loro viso, dissimulati com’erano dietro al culto dell’anonimato, così caro ai loro modelli, padri fondatori della techno. Paradossalmente, mostrandosi così mascherati, guadagnarono una fisionomia, anzichè perderla: quella di mutanti che non smetteranno di mescolare le piste tra umanità e tecnologia (filo conduttore della loro opera omnia), la fisionomia di supereroi che concentrano i loro poteri su di un unico obiettivo: conquistare il pianeta. Fino a quel momento, non si tratta di un cartone animato creato dal disegnatore di Albator (il figlio di Capitan Harlock), si tratta ancora di realtà. Una realtà che diventerà altrettanto rappresentativa e riconoscibile come con certi marchi-icona: Disney, Apple o Coca Cola.

Diciamocelo chiaramente: quella dei caschi, è stata la migliore idea che i due abbiano mai avuto. 

Innanzitutto perchè indossandoli sono diventati istantaneamente riconoscibili da chiunque. Nell’immaginario collettivo, due tizi con un casco, sono i Daft Punk. È come un logo. Un robot qualsiasi non avrà mai l’impatto di questi due androidi (a meno che non parliamo di D2-R2 o Z-6PO, e nessun altro forse..). Inoltre, con questa trovata, i Daft Punk riescono a conciliare l’inconciliabile: ovvero celebrità e anonimato. Chi altro, nella costellazione dello star system, può raggiungere milioni di persone e allo stesso tempo poter andare a fare la spesa in tutta tranquillità? E chissà quanti fan si sono ritrovati a parlare con loro o a camminare al loro fianco senza sapere di essere ad un passo dagli Dei? E ovviamente, più di una teoria è scaturita a partire da questo stato schizofrenico, comodo ma aleatorio allo stesso tempo, perchè basato su un’incognita permanente: mai Daft Punk, sono davvero i Daft Punk? Esistono davvero? Esistono ancora? Rinchiusi nell’alto della loro piramide di luce, in posa per un set fotografico, digitalizzati in un videogioco? La sola certezza assoluta, è che ci sono due cervelli, dietro a quei caschi. Di un’intelligenza considerevole. Inoltre, e cominciamo a rendercene conto soltanto ora, l’aspetto più geniale di quest’idea dei caschi è che sono perfettamente refrattari allo scorrere del tempo: insomma, i Daft Punk non invecchieranno mai. Aldilà del denaro, della gloria e della posterità, è possibile immaginare qualsiasi altra star, che finisce immancabilmente per farsi liftare come un rovescio sulla terra battuta, poter fregarsene così altamente dello scorrere del tempo? A conti fatti, in vent’anni di carriera, i Daft Punk non hanno una sola ruga, non hanno borse sotto agli occhi, zero calvizie (una buona lega metallica non ha bisogno di shampoo anti-caduta). Tra trent’anni, potranno ancora tirare fuori un album retro-futurista, improvvisando un concerto con quei vecchiacci di Justice, Strokes, Kavinsky o Pete Doherty (che sarà in un polmone d’acciaio), celebrando quegli anni in cui la French Touch riciclava la French Touch, il Rock riciclava il Rock, prima che i veri robots prendano il controllo, eleggendo i Daft Punk a modello assoluto, matrice di tutte le tendenze a venire in materia di revival computerizzato. Nel mentre, generazioni e generazioni di nuovi fans saranno nate e senz’altro noi saremo ancora lì, magari ancora non per molto, comodamente allettati in una casa di riposo dove saranno diffuse le immagini delle serie TV degli anni 2000, cullati dal suono di un buon vecchio Harder, Better, Faster, Stronger, prima dell’arresto cardiaco che ci attende. Insomma, siamo ancora all’inizio.

Pensavate che “RAM”, con i suoi mentori e le sue referenze agli anni settanta potesse essere il loro canto del cigno?


Vi sbagliate. Questo disco marca il lancio di una terza, decisiva tappa nella carriera dei Daft Punk e accompagna naturalmente la nascita di una terza categoria di fans. Fino ad oggi, potevamo in effetti distinguerne due, ognuna delle quali non necessariamente incompatibile con l’altra. Da una parte, i fans della prima ora: che si tratti dei puristi che hanno avuto la fortuna di vedere il duo nei raves della metà degli anni novanta o di un più largo pubblico che li ha scoperti con la follia del video di Around the world, tutti concordano che “Homework”, il primo album che fece l’effetto di una bomba, sia stato il big bang dell’elettronica francese, la cui deflagrazione continua ancor oggi a nutrire e contaminare numerosissime produzioni contemporanee. Dall’altra parte, i fans della loro opera, intesa nella sua globalità: quelli che si sono incendiati all’uscita di “Discovery”, album dal suono kitsch, dagli universi visionari, dalla nostalgia galoppante per gli anni ’80, che seguiranno ogni epopea del tandem negli anni seguenti, estèti, gente qualunque, festaioli da sabato sera, giovani studenti, quadri dirigenziali, insomma, quei tutti che fanno chiunque.
2013: annunciato a sorpresa ad inizio anno, “RAM”, che nessuno si aspettava, esce accompagnato da una campagna marketing sbalorditiva e rivela che la voglia di Daft Punk non si è mai assopita. Al contrario, è andata crescendo. In dieci anni (se ci basiamo più o meno su “Discovery”) è apparsa una nuova generazione di fans: giovanissimi, ascoltano la musica sui cellulari, comunicano coi social networks e costruiscono la loro cultura musicale quotidianamente su Youtube. È nata talmente dopo i Daft Punk che non ha avuto il tempo di crescere coi Daft Punk, ma si rende conto che la loro musica è una porta di Sesamo che può permetterle non solo di giustificare ciò che già ascolta (electro, R&B, stronzate varie) ma soprattutto di aprire tutto un insieme di vie verso il buon suono. Non hanno potuto apprezzare “Homework”, impegnati con il biberon, “Discovery”, distratti dalla ricreazione, ma faranno un trionfo di “RAM”, la loro “Sgt Thriller’s Nevermind Side of the moon”.
Riveniamo dunque su quest’oggetto del desiderio, già ora l’evento musicale dell’anno, giacché il più popolare. Si tratta, come detto, di un disco realizzato in cinque anni, all’antica, con musicisti in studio e (ufficialmente) nessuna macchina, almeno apparente, registrato tra Los Angeles e New York, con special guest di ieri (Nile Rodgers, Giorgio Moroder..) e di oggi (Pharrel Williams, Julien Casablancas..), con un budget totale che resterà segreto di Stato. Prima ancora che il disco appaia in rete, c’era già questa certezza: “RAM” sarebbe stato l’anti “Homework”. Fino ad oggi, i Daft Punk si erano sempre rimessi in questione ad ogni uscita di un nuovo album ma mai come in questa occasione avevano preso le distanze da ciò che aveva loro permesso di esistere, di acquistare legittimità. La forza di “Homework” era il suo geniale taglio amatoriale. Ciò che identifica oggi “RAM” è il suo professionalismo quasi ostentato. Essenzialmente, più niente deve, d’ora in avanti, eccedere, nella musica come nella maniera di venderla. Più che i suoi modelli storici, di cui è meglio tacere i nomi per preservarli da eventuali torti, “RAM” è senza dubbio il primo prototipo di disco “perfetto” ad essere mai stato concepito. Perfetto poichè totalmente eterogeneo e quindi suscettibile di avvicinarsi, con un pezzo o una altro, ad ogni membro della famiglia. Immaginando uno spot delirante, sarebbe qualcosa del genere: “L’ultimo dei Daft Punk? Un disco per i piccoli e per i grandi, da consumare senza moderazione. Provatelo!” Radio, TV, Web: tutti i canali tradizionali di ieri e di oggi ne sarebbero invasi. Da buoni ascoltatori che siete, vi sarete senza dubbio posti la domanda del perchè, oltre alle due referenze più palesi, la disco Moroderiana e il film Phantom of the Paradise e a qualche ospitata ben selezionata, i Daft Punk si sono divertiti a riempire il disco di una serie di piccole, accattivanti cosucce. 

Qui sta il paradosso della storia: tentando di ritornare ad una certa forma di suono “caldo”, organico, quasi carnale, i Daft Punk non sono mai apparsi tanto inumani. 


“Humans after all”? Bisognava superare questo concetto. Stabilirsi infine e definitivamente come entità extraterrestre. Ovviamente tutti, o quasi, hanno seguito. A cominciare dai giornalisti che hanno assunto il ruolo delle agenzie di comunicazione in una campagna: come un organo ufficiale di propaganda. In Francia, a sorpresa, è stato Manoeuvre a sfoderare per primo una copertina di Rock&Folk coi Daft Punk. Hanno visto in “RAM” un disco perfettamente omogeneo (ah sì?), futurista da morire (ci siete ancora? Mi ricevete?) e così estremo nel prendersi rischi da poterne forse patire al momento dell’uscita (ma dai..). Delle lunghe interviste sono state accordate ai media generalisti più importanti e quelli che non hanno avuto questo favore hanno, al culmine dell’eccitazione, riempito pagine e pagine del tema più caliente del momento: alcuni lodando il disco prima dell’uscita, altri dando, con più moderazione, la parola agli esperti, altri ancora mettendo il duo sugli allori senza per altro avere granché da dire. E non stiamo considerando ciò che ne ha detto il web o semplicemente la gente. Col terreno così ben spianato, ufficialmente legittimato dal “i robots stanno tornando”, i Daft Punk possono oggi tranquillamente far atterrare la loro navetta sul pianeta Terra e contemplarne il paesaggio. Ovunque i fans vogliono avvicinarsi ai loro idoli immateriali, venuti da un mondo dove non esistono miseria, maltempo o conflitti. Dalla capsula fuoriesce l’oggetto della ricerca del Sacro Graal, un pezzo di plastica o di metallo, poco importa la forma che avrà, ma un pezzo di tecnologia di cui abbiamo bisogno e finchè ne resta, un pezzo della memoria del tempo passato e felice, così prezioso, qualcosa che ci permetta di fuggire, di crederci, dobbiamo sforzarci a crederci. Plastica o metallo, non sarà mai peggio della realtà che ci circonda. 
“Popolo della Terra, possa questo disco portarvi la luce, un’altra visione del mondo, quel mondo di libertà, giustizia e pace al quale voi tutti aspirate." Possa salvarvi da ogni tentazione, da tutti i mali che vi affliggono e mostrarvi la retta via. Possa mostrarvi tutto ciò che l’ha modellato, Chic, Supertramp, Giorgio Moroder, Steely Don, Kool & The Gang, Alan Parson Project, 10 cc, Dennis Wilson, Kraftwerk, Roxy Music! Crescerete, brucerete le tappe, sfonderete i muri e non sarete mai più soli. Allora un giorno, forse, dopo aver assimilato le radici del mainstream che ha predisposto le vostre vite, vi rivolgerete a coloro che in quello stesso tempo hanno trasmesso un messaggio di resistenza. Perchè ritornerà il tempo della rivolta, popolo della Terra!”


C’erano una volta, tanto tempo fa, da una galassia lontana, due giovani uomini che si davano da fare per scoprire nuove vie nella musica.

Erano cresciuti con la cultura Pop, avevano preso una sberla sorprendente con l’avvento dell' House e della Techno e avevano, senz’altro per caso, avuto accesso a queste nuove macchine che, di lì a poco, avrebbero riempito le stanze dei loro compagni di classe e dei loro successori. Avevano talento, senza dubbio, talento che hanno utilizzato per cambiare i codici di questa musica sintetica e futuristica che rinviava alle sue radici nere. Il minerale che ne estraevano era grezzo, incandescente, denso, quasi radioattivo. Ben presto, esposto alla luce del sole, si è irradiato dappertutto con il suo splendore, come un enorme diamante ben intagliato. Le conseguenze furono importanti, per tutti coloro che subirono l'esposizione, ma anche per i due uomini che l’avevano messo a nudo. Lentamente ma con sicurezza, quel minerale ha compiuto la sua opera: cominciò inebriando chi ne entrava in contatto e ne faceva un uso indirizzato al divertimento di massa. Forse non era la miglior cosa da fare: tutti questi bagni con solventi commerciali potevano diluirlo. Ma il suo effetto si fece progressivamente più intenso e provocò delle mutazioni sui due uomini che già non erano più tali: il loro aspetto esteriore evolveva, come le loro attività, vieppiù divergenti da ciò a cui la natura li aveva inizialmente predestinati. Avanzavano verso un altrove, certo, ma non perdevano in fondo in profondità ciò che stavano guadagnando in polivalenza? Il problema è che si indebolivano: ben sfruttato da altri, quel minerale rinvigoriva. Non più sprigionato da loro due, diventò presto la palla di neve che ingrandisce e inghiotte la vallata. Allora, quando il tempo finì di risucchiare i poteri ai nostri supereroi, che ne mantenevano le forme ma non la sostanza, ridiventarono dei semplici mortali. Invitando alla loro tavola coloro che avevano in altri tempi conosciuto la stessa sorte, immortalando la scena, il banchetto, su di un pezzo di memoria vivente che riguardava soltanto quella dei loro prestigiosi ospiti.


E nel clamore generale, non abbiamo che due voci di robots.


(traduzione: Carlo Ligas. L'articolo originale )

domenica 21 aprile 2013

Top of the Lake, di Jane Campion




E' uno splendore la miniserie (sette puntate) firmata e diretta da Jane Campion. Ambientata nel Sud della Nuova Zelanda, in un luogo che "sembrerebbe quello della purezza e della fuga dal mondo", ma che invece è "il genere di posto dove, proprio per questa immagine di fine del mondo, vengono a convergere i disadattati" (Jane Campion dixit nella conferenza stampa del festival di Berlino 2013).
La cattività di una piccola comunità, dispersa in uno scenario sterminato, diventa l'acquario di uno smarrimento più generale, universale, tra piaghe attuali come quelle della pedofilia, la droga, la violenza sulle donne.


Ma dalla liquida malinconia di cui Top Of The Lake è pervaso, emerge una forza ancestrale, femminile; sboccia sia dai luoghi magici, di una purezza dominante, che dai corpi che si cercano e trovano, si compenetrano con la necessità (e anche la violenza) della caduta di una cascata invincibile: "Niente può superare l'incredibile intelligenza del corpo."
Un'opera sinuosa e ricchissima di significati, dove la natura, l'acqua, i sensi e il femminino sembrano assurgere a spirito lenitrice, cura dell'anima, rifugio dalla follia del mondo: "Hai un vero insegnante ora. Assicurati di ascoltarlo davvero...ascolta."

Luca Tanchis



Info: Top of the Lake - Il mistero del lago (Top of the Lake) è una serie televisiva del 2013, scritta da Jane Campion e Gerard Lee e diretta da Garth Davis e Jane Campion.

La serie, girata e ambientata interamente in Nuova Zelanda, è incentrata sulle indagini della detective Robin Griffin, interpretata da Elisabeth Moss, sulla sparizione di Tui Mitcham, ragazzina dodicenne incinta, e sulle vicende della comunità del luogo.

venerdì 19 aprile 2013

Juan José Saer, Cicatrici




Ora che ha buttato il sigaro non fa più niente. Se ne sta fermo lì, immobile, con la stecca in mano. Mi guarda mentre faccio scorrere la stecca avanti e indietro, lentamente, prendendo la mira. Sembra che non veda. Starà pensando ad altro, sicuro. Chissà a cosa sta pensando. La cosa più probabile è che stia pensando a un paio di tette, perché è uno di quei tizi che tutto quello che hanno nel cervello ce l’hanno in fondo, schiacciato contro la nuca da un gran paio di tette che occupano l’ottanta percento o più del volume della scatola cranica. Alcuni anzi hanno solo il paio di tette, in testa. Il paio di tette e poi più niente. Ci sono tizi a cui spunta persino la punta dei capezzoli dagli occhi. Sono quelli che hanno le pupille viola. Si capisce subito vedendo il colore delle pupille: sono viola. Magari invece non pensa a quello: magari pensa che una sera della prossima settimana si siederà alla luce della lampada e di getto scriverà qualcosa che cambierà il mondo. 
È pieno di questi tipi che non fanno che pensare che da una settimana all'altra, zac, rivolteranno il mondo come un guanto. Non devono fare altro che alzare un dito, secondo loro, degnarsi di alzare un dito, ed ecco che hanno fatto fare un balzo in avanti all'umanità.

(Cicatrici, di Juan José Saer - Ed. La Nuova Frontiera 2012)
     

lunedì 8 aprile 2013

Are There Files On Mars? Playlist Marzo 2013





#1 Aquila - Equateur
#2 Flunk - Go Go Bizkitt!
#3 Love Sick - Sinkane
#4 Dark Funk - Bibi Tanga & The Selenites
#5 Dissolve Me - Alt J (Marlais Remix)
#6 Avalanche - Just Friends
#7 Michka Soka - Françoiz Breut
#8 Voices - Blundetto Featuring Hindi Zahra
#9 El Desierto - Lhasa De Sela
#10 Should We All Wake Up - Eric & Magill

sabato 23 marzo 2013

La moglie dell'astronauta: Tom Wolfe, La stoffa giusta


Annie riusciva a scorgere abbastanza facilmente l’imminente catastrofe. Tutto ciò che doveva fare era guardare lo schermo della televisione. Qualsiasi canale... non aveva importanza... lei poteva fare assegnamento sul fatto di vedere una donna che reggeva un microfono ricoperto di gommapiuma nera e che pronunciava un discorso retorico di questo tipo: 
«Dentro questa modesta casa di periferia ben tenuta c’è Annie Glenn, moglie dell’astronauta John Glenn, che partecipa all’ansia e all’orgoglio del mondo intero in questo momento di tensione, ma in un modo assai riservato e assai cruciale che lei sola può comprendere. Un’unica cosa ha preparato Annie Glenn a questa messa alla prova del suo stesso coraggio e la sosterrà attraverso questo esame, e quest’unica cosa è la sua fede: la sua fede nelle capacità del marito, la sua fede nell’efficienza e nella dedizione delle migliaia di ingegneri e altro personale che si sono occupati del suo sistema di controllo.., e la sua fede in Dio Onnipotente...».
Nell’immagine sul teleschermo tutto quello che potevi vedere era quella donna della televisione, con il microfono in mano, che stava in piedi tutta sola davanti alla casa di Annie. Le tende erano tirate, un po’ inspiegabilmente, in quanto erano le nove del mattino, ma tutto appariva molto accogliente. In realtà, il prato, o ciò che ne era rimasto, pareva la Città della Follia. C’erano tre o quattro unità mobili delle reti televisive con cavi che passavano in mezzo all’erba. Era come se Arlington fosse stata invasa da tostapane giganti. Quelli della televisione, con tutti i loro capoelettricisti, fattorini, puttanelle al seguito, cameraman, accompagnatori, tecnici ed elettricisti, facevano avvampare bulbi oculari da duecento watt e rimbalzavano l’uno sull’altro e sulla calca riunitasi di reporter, corrispondenti radio occasionali, turisti, sfaccendati, poliziotti e curiosi idioti freelance. Tutti si sporgevano e si dimenavano e roteavano gli occhi e gesticolavano e brontolavano nell’eccitazione dell’evento. Un’esecuzione capitale pubblica non avrebbe attratto una massa di gente più fuori di testa. Era il genere di folla che avrebbe fatto abbassare il randello al Pazzo Omicida e scuotere la testa e andarsene via, deluso dalle troppe opportunità. 
Nel frattempo, John si trova in cima al razzo, l’Atlas, una bestia tarchiata, il doppio del diametro del Restone. È disteso sulla schiena nella fondina umana della capsula Mercury. Il conto seguita a scorrere lentamente. Le sospensioni si susseguono a causa del tempo. Le nuvole sono così pesanti da rendere impossibile controllare adeguatamente il lancio. Ogni giorno, per cinque giorni, Glenn si era concentrato per il grande evento, solo per ottenere una cancellazione a causa del tempo. Adesso si trovava là sopra da quattro ore, quattro ore e mezzo, cinque ore... stava ficcato dentro la capsula, sdraiato sulla schiena, da cinque ore, e gli ingegneri decidono di cancellare il volo a causa della pesante coperta di nubi. 
È spossato. Fa ritorno all’Hangar 5, e cominciano a togliergli la tuta di dosso e a liberarlo dai fili. John siede là nello spogliatoio con soltanto il rivestimento esterno della tuta tirato giù - ha ancora sotto la maglia isolante e tuffi i sensori attaccati allo sterno, alla gabbia toracica e alle braccia — mentre una delegazione della Nasa fa il suo ingresso camminando all’unisono per metterlo di fronte al seguente messaggio proveniente dall’alto: 
John, odiamo disturbarti per questo, ma abbiamo un problema con tua moglie. 
Mia moglie? 
Sì. Non vuole collaborare, John. Forse potresti farle una telefonata. C’è un telefono collegato proprio qui. 
Una telefonata? 
Del tutto in confusione, John chiama Annie. Lei si trova nella loro casa di Arlington con alcune delle mogli, alcuni amici e Loudon Wainwright, il giornalista di «Life», per assistere al conto alla rovescia e, infine, alla cancellazione in televisione. Fuori c’è la baraonda dei reporter che latrano per avere rimasugli di informazioni sull’ordalia di Annie Glenn e risentiti per il fatto che «Life» abbia l’accesso esclusivo al toccante dramma. Qualche isolato più in là, in una pittoresca via laterale di Arlington, dentro una limousine attende Lyndon Johnson, vicepresidente degli Stati Uniti. Kennedy aveva nominato Johnson suo sovrintendente straordinario al programma spaziale. Era il genere di incarico insignificante che i presidenti affidano ai vicepresidenti, ma aveva un significato simbolico ora che Kennedy presentava il volo spaziale con equipaggio umano come l’autentica avanguardia della sua Nuova Frontiera (versione numero due). Johnson, come molti uomini che avevano ricoperto la carica di vicepresidente prima di lui, aveva cominciato a soffrire la carenza di pubblicità. Stabilisce dunque di entrare nella vita domestica dei Glenn e consolare Annie Clenn per l’ordalia, la tormentosa pressione delle cinque ore di attesa e la frustrante cancellazione. Per rendere quella visita di solidarietà ancor più memorabile, Johnson decide che sarebbe simpatico portarsi dietro la Nbc, la Cbs e l’Abc, sotto forma di un’unica équipe che trasmetterà la scena commovente su tutti e tre i network per milioni di telespettatori. La sola difficoltà — la sola difficoltà per il modo di pensare di Johnson — è che desidera che il reporter di «Life», Wainwright, esca dalla casa, perché la sua presenza provocherebbe l’ostilità degli altri giornalisti della carta stampata impossibilitati a entrare, che non ne ricaverebbero una buona opinione sul vicepresidente. 
Ciò di cui non si rende conto è che l’unica ordalia alla quale Annie Glenn è dovuta sottostare riguardava la possibilità che dovesse uscire fuori a un certo punto e impiegare sessanta secondi o roba del genere per balbettare qualche frase. E adesso... diversi funzionari e agenti del servizio segreto chiamano al telefono e bussano alla porta per informarla che il vicepresidente si trova già ad Arlington, in una limousine della Casa Bianca, in attesa di fermare la macchina e lanciarsi in casa per riversarle addosso dieci minuti di orrendo spirito texano davanti a tutta la tv nazionale. Fatta eccezione per il razzo che esplode sotto John, quella è la cosa peggiore che lei possa immaginare che capiti nell’intero programma spaziale americano.




Dapprima Annie tenta di cavarsela con gentilezza, dicendo che non può assolutamente chiedere a «Life» di andarsene, non solo a causa del contratto, ma anche per via dei loro buoni rapporti personali. Wainwright, non essendo uno sciocco, non ci teneva particolarmente a essere coinvolto in tutta quella storia e perciò si offre di mettersi fuori gioco, di andarsene. Ma a quel punto Annie non è disposta a rinunciare allo scudo di «Life». La sua idea se la è fatta. Sta andando in collera. Dice a Wainwright: «Non lasci questa casa!». La rabbia fa mirabilie per la sua balbuzie. La elimina del tutto, temporaneamente. In pratica, gli sta ordinando di restare. La balbuzie di Annie spesso fa sì che la gente la sottovaluti, e gli uomini di Johnson non si erano resi conto che lei era la moglie di un pioniere presbiteriano che viveva piena di energia nel ventesimo secolo. Quando era furibonda, era in grado di tener testa anche a cinque di loro con soltanto l’aiuto di alcuni amplificatori provenienti dalla collera di Dio. Alla fine, quelli capiscono come stanno le cose. Lei è troppo per loro. Perciò provano a tendere le braccia alla Nasa per cercare qualcuno che le ordini di collaborare. Ma ciò deve essere fatto molto rapidamente. Johnson se ne sta là fuori a qualche isolato di distanza nella sua limousine, fumando di rabbia, imprecando e rendendo un inferno la vita a tutti coloro che si trovano a portata di voce, chiedendosi, esplicitamente, perché cazzo non c’è nessuno nel suo staff che sia in grado di affrontare una casalinga, per l’amor di Dio, e il suo staff chiede aiuto alla Nasa, e la Nasa investe del problema un anello superiore della catena, fino a che nel giro di qualche minuto si arriva al vertice, e la delegazione fa il suo ingresso camminando all’unisono nell’Hangar 5 per incontrare personalmente l’astronauta. 
Dunque, ecco John, che si sta tirando su la maglia imbottita, con i fili dei biosensori che gli spuntano fuori dalla gabbia toracica... ecco John, ricoperto di sudore, tirato, scarico, che comincia a sentirsi molto stanco dopo aver atteso per cinque ore che un centinaio di tonnellate di ossigeno liquido e cherosene RP-1 gli esplodano sotto al sedere… e la gerarchia della Nasa ha una sola cosa in mente: fare felice Lyndon Johnson. Quindi John fa la sua chiamata a Annie e le dice: «Senti, se non vuoi che il vicepresidente o le reti televisive o chiunque altro entrino in casa, allora, per quanto mi riguarda, così sarà, non entreranno.., e ti appoggerò dall’inizio alla fine, al cento per cento, tu digli questo. Non voglio che Johnson o chiunque altro di loro metta un solo alluce in casa nostra!». 
Quello era tutto ciò di cui Annie aveva bisogno, e divenne semplicemente un muro. Non volle neanche più discutere ulteriormente la cosa, e la questione che Johnson entrasse non si poneva più. Johnson, naturalmente, era furibondo. Lo si poteva sentire urlare rabbiosamente e strillare per mezza Arlington, Virginia. Si riferiva ai suoi assistenti. Finocchi! Puttane! Culattoni! Webb a stento riusciva a credere a quello che era successo. L’astronauta e sua moglie avevano sbattuto la porta in faccia al vicepresidente. Webb fece due chiacchiere con Glenn. Questi non volle fare marcia indietro neanche di un centimetro. Fece intendere che Webb aveva passato il limite. 
Passato il limite! Di che diavolo si trattava? Webb non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Come poteva lo stesso numero uno, l’amministratore della Nasa, avere passato il limite? Webb convocò alcuni dei suoi assistenti di più alto grado e descrisse la situazione. Disse che stava considerando la possibilità di cambiare l’ordine delle assegnazioni ai voli — cioè, di mettere un altro astronauta al posto di Glenn. Quel volo richiedeva un uomo che fosse in grado di comprendere meglio gli interessi più generali del programma. I suoi assistenti lo guardarono come fosse pazzo. Non l’avrebbe mai fatta franca. Gli astronauti non l’avrebbero sostituito!... Avevano le loro divergenze, ma su una questione come quella i sette sarebbero stati uniti come un’armata... Webb cominciava a capire qualcosa che fino a quel momento gli era sempre piuttosto sfuggito. Gli astronauti non erano i suoi uomini. Appartenevano a una categoria nuova per la vita americana. Erano guerrieri da duello. Semmai, era lui il loro uomo. 


Si poteva immaginare che cosa sarebbe successo se Webb avesse provato a esercitare la sua autorità nonostante tutto... Arriva la resa dei conti... i sette astronauti Mercury alla televisione... che spiegano che proprio nel momento in cui le loro vite sono messe a repentaglio, lui, Webb, si intromette, cerca di ingraziarsi Lyndon Johnson con le lusinghe, mosso dalla vendetta perché la moglie di John Glenn, Annie, non aveva permesso che l’orrendo strizzamani texano entrasse nel suo salotto a farla reagire emotivamente in modo enfatico sotto l’occhio della televisione a diffusione nazionale... Lui siede nei suoi uffici a Washington mentre le loro pelli stanno appese sulla punta del razzo... Si poteva capire che la faccenda si sarebbe profilata in questo modo. Webb avrebbe smentito, furiosamente... Kennedy avrebbe fatto da arbitro — e non era difficile capire che direzione avrebbe preso la decisione. Il cambio degli incarichi non fu mai più menzionato. 
Non molto tempo dopo, un vecchio amico andò a trovare Webb nel suo ufficio principale, e quest’ultimo si sfogò. 
«Guarda questo ufficio» disse, facendo un ampio gesto a ricomprendere l’intera stanza che conteneva tutti gli status symbol di livello ministeriale annoverati nel corso di studi della General Services Administration. «E io... non riesco… a ottenere che... un... semplice… ordine… venga eseguito! ».

(La stoffa giusta, Tom Wolfe - Ed. Mondadori)
(Un articolo consigliato:The Historic Flight of Mercury 6 )



John Glenn e Annie Castor, 2013

lunedì 4 marzo 2013

La Fièvre en Février - Playlist Febbraio 2013


         

#1   Feeling You - Omar (Henrik Schwarz Remix)
#2   Tomorrow Night We'll Go Anywhere - Evan Voytas
#3   Howls - Hammock
#4   Clap Your Hands - Kabanjak
#5   If We Could - Tribeqa
#6   A Town Called Obsolete - Andreya Triana
#7   Zibeline Tang - J.L. Murat
#8   Without Reasons - Pegase
#9   Borders - Milkymee

#10 Lazy Calm - Cocteau Twins

sabato 2 marzo 2013

Coriolanus, di Ralph Fiennes (2011)

"Cosa volete, cani, che non amate né la pace
Né la guerra? L’una vi atterrisce,
L’altra vi rende insolenti. Chi si fida
Di voi scopre, dove vorrebbe
Trovare leoni, che siete lepri;
Dove volpi, oche. Voi non siete più solidi,
No, del carbone che arde sul ghiaccio
O della grandine al sole. La virtù
Vostra sta nel considerare degno
L’uomo la cui colpa lo fa punire
E nel maledire la giustizia che l’ha fatto.
Chi merita grandezza merita il vostro odio
E le vostre inclinazioni sono come
L’appetito di un malato che desidera di più
Ciò che accresce il suo male. Chi dipende
Dai vostri favori nuota con pinne
Di piombo e abbatte querce con giunchi.
Impiccatevi! Fidarsi di voi?
Cambiate opinione ogni minuto,
Chiamate nobile ciò che un momento prima
Odiavate, e vile colui che era
La vostra ghirlanda. Per quale motivo,
Nei diversi luoghi della città gridate
Contro il nobile Senato, che, sotto l’egida degli dei,
Vi tiene a freno, voi che altrimenti
Vi divorereste l’un l’altro?"                                                 (Coriolano, W. Shakespeare)



Il Coriolano è l'ultima tragedia che Shakespeare scrisse e, probabilmente, anche una delle meno conosciute. 
Eppure è un dramma dalla fortissima connotazione emotiva e politica che, anche nelle nuove vesti regalategli da Ralph Fiennes, al suo esordio da regista, ben si presta a questi tempi di crisi morale ed economica.

Caio Marzio (il soprannome Coriolano arriverà più avanti) è un generale romano, un soldato valoroso e un uomo affetto da incomunicabilità, sconsiderato nel suo coraggio e dipendente dall’adrenalina del combattimento (che, al contrario dello sminatore di ‘The Hurt Locker’, film con cui condivide il direttore della fotografia Barry Ackroyd, innesca la pugna). Detesta la plebe del suo impero, per la quale rischia la vita in ogni battaglia, e non sa gestire il minimo cerimoniale, l'ipocrisia dei rapporti umani e politici. Coriolano è un eroe e, al tempo stesso, un loser, un disadattato.

La prima impressione, quella più superficiale, ci racconta come, al primo colpo, Ralph Fiennes riesca a portare in scena Shakespeare liberandolo da ogni pericolo di logorio (nonostante i dialoghi mantengano la sintassi originale), anzi rivestendolo di nuovo lustro come mai ha saputo fare per esempio un Kenneth Branagh nelle sue numerose rielaborazioni, quasi tutte pervase da un irritante portamento ridondante e frou-frou. 
Il regista, nello scegliere la Belgrado post conflitto balcanico come luogo dove ambientare le riprese, utilizza lo stesso accorgimento di Shakespeare, che trascriveva Roma attraverso le letture classiche di Ovidio e Virgilio per rappresentare gli scontri sociali, la precarietà della monarchia, della Londra del XVII secolo. 


Ma il dato teatrale che traspare dalle coreografie spoglie (potrebbe essere interamente girato on the backlot, come uno dei primi Tarzan, come un film di Fellini costruito a Cinecittà, o come la Parigi completamente posticcia di Irma la Dolce), dichiara apertamente il vero protagonista: la potenza dei caratteri in scena e la grandezza degli attori. 

Dall’interpretazione straordinaria di Fiennes stesso, a quella miracolosa di Vanessa Redgrave nella parte della madre di Coriolano, Volumnia; da quella perfetta, nella sua trattenuta condiscendenza, della moglie Virgilia, di Jessica Chastain, al contributo prezioso, senza rumori di fondo, del sempreverde Brian Cox e del muscolare Gerard Butler, è una persistente manifestazione del talento attoriale.
Questo, Fiennes lo sa bene e ha l'accortezza di disidratare completamente ogni barocchismo scenografico e folcloristico, narrativo e retorico (grazie anche all'oculata sceneggiatura di John Logan).

Il racconto dei moti che si svolgono esternamente al palcoscenico, viene delegato alla televisione, ad una sorta di notiziario CNN, disegnando così una messa in scena solida e primitiva, una geografia con pochissimi meridiani e paralleli, la vicenda umana sopra qualsiasi tentazione di sfarzo pretestuoso.


È interessante la differente concezione geometrica che nell’arco del tempo quest’opera ha saputo evocare in due intellettuali come il poeta T.S. Eliot e il filosofo Zizek: il senso orizzontale di una trama che si muove decisa e compiuta tra due punti, superiore all’ambiguità dell’Amleto (secondo l’autore di ‘The Waste Land’) e quello circolare dell’ideologia politica del protagonista, che nasce come braccio armato del potere imperialista, per poi unirsi ai ribelli volsci seguendo l’impulso della vendetta e infine ritornare nell’alveo conservatore a seguito delle preghiere di madre e moglie (nell’analisi dello sloven). 

Ma è tutto il film ad essere abitato da spostamenti di insiemi significativi. Oltre la cornice, una verità si muove armonicamente rispetto al narrare: tutte le rappresentazioni caratteriali dei personaggi non sono altro che i loro più manifesti tratti distintivi, nessun divenire o trasformazione in atto: la Plebe, il Guerriero, la Politica, la Madre e le parole stesse di Coriolano (così organiche da divenire animate). Proprio come è impossibile per Coriolano dire bugie, adulare e aggirare la plebe, il senato, il suo istinto e, per la proprietà transitiva, lo spettatore: nessun travisamento abita la messa in scena.

Caio Marzio è sempre e solo condannato ad essere stesso, una specie di Alessandro irascibile, violento, tuttavia irraggiungibile per forza d'animo e coraggio, senza mire espansionistiche se non quelle intrinseche, quelle che rispondono ad una battaglia con se stessi. 
Al contempo, dentro la cornice, c’è una ferita profonda, una gigantesca incongruenza tra quello che la plebe crede, di volta in volta, desiderare, la sua volubilità luculliana, e lo spirito aristocratico e puro del generale romano, sublimato nell’atto eroico ed egotico del combattimento efferato (eppure, quasi inconsapevolmente e involontariamente, proteggendo quel popolo così disprezzato). 
Anche in questo caso Ralph Fiennes mette in sordina il resto e illumina due punti, che come due razzi traccianti si muovono parallelamente, si incrociano, si separano, per tutta la durata dell’opera: la volubilità dei media nel trasmettere i discorsi alla base e l’essenzialità furiosa dei caratteri portati in scena. Tutto spinge su questa dicotomia: l’arte (o la truffa) della dialettica e l’arte della guerra, ragione e istinto. 

E’ l’unica fine possibile, quella di Coriolano. Morire per il tramare di una congiura e la ferocia di un gesto: una pugnalata. Essere o non essere; la purezza dell’istinto o il compromesso, la poesia o il discorsivo.


 Luca Tanchis

Ralph Fiennes parla del suo Coriolanus


«Coriolano mette in scena i conflitti del presente. Viviamo tempi in cui le autorità non sono credibili, ovunque il concetto di autorità si va ridefinendo, e così il concetto di democrazia: cosa è, cosa implica viverci. Cosa è diventata e cosa non è più. Le nostre economie sono crollate come un domino, il sistema capitalistico è in dubbio. Per me questa storia di Plutarco ripresa da Shakespeare è moderna, i temi sono il potere e la rappresentazione del potere, il potere militare. E sono temi che sento vivi intorno a me, riguardano America, Russia, Cina, l’Africa delle guerre tribali, il mondo arabo, il Medio Oriente».

Meglio, quindi, un’ambientazione contemporanea?


«Shakespeare è più accessibile per il grande pubblico se ci si può identificare: jeans, cellulari, pistole. Amo il “Romeo+Juliet” di Baz Lurhman, è riuscito a creare un mondo chiaro e vivido immediatamente comprensibile».

Coriolano è un eroe solitario incapace di comunicare con le masse.



«Sì. È un ragazzo dentro il corpo di un uomo e l’uniforme di un soldato. Un ragazzo che non è mai cresciuto, per lui il campo di battaglia è come un giardino di giochi. Si sente realizzato e completo solo quando combatte. Non ha vocabolario sociale. Ha antipatia per la gente, una profonda paura delle masse. Una figura tragica, per questo Shakespeare la chiama “La tragedia di Coriolano”. Il Bardo mostra la sua unica intimità con un altro uomo, Aufidio, una sorta di bizzarro amore omosessuale: sono come due wrestler. Coriolano è destinato alla sconfitta. Non ha l’abilità dei politici. È vulnerabile e non è attraente ma vuole essere se stesso. Questo non è possibile in società che funzionano su un certo grado di cortesia».

Spesso lei ha incarnato personaggi soli, diversi.

«Non so, credo perché mi ci identifico, non è una scelta consapevole».

Ama la solitudine?

«Mi piace stare solo, non mi piace essere solo. Ma a volte ne ho bisogno».