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lunedì 5 maggio 2014

James Salter, The art of fiction no. 133 - The Paris Review, un'intervista


James Salter è un narratore consumato. I suoi modi sono precisi ed eleganti: si passa le mani tra i capelli grigi, ride come un fanciullo e ha uno splendido accento di New York. A sessantasette anni ha la compostezza di un ex-militare. Racconta aneddoti facilmente, appassionatamente, ma conserva anche un alone di riservatezza. C'è una zona di privacy in lui che non si può violare.

Salter (James Horowitz) è nato nel 1925 ed è cresciuto a New York City. Si è laureato a West Point nel 1945 e fu assegnato al US Army Air Force come pilota. Ha servito gli Stati Uniti per dodici anni nel Pacifico, in Europa e Corea, dove ha volato per oltre un centinaio di missioni di combattimento come pilota di caccia. Si dimise dalla Air Force dopo che, nel 1957, uscì il suo primo romanzo, e si stabilì a Grand View-on-Hudson, a nord di New York. Da allora si è guadagnato da vivere come scrittore. Da un precedente matrimonio ha avuto tre figli, un maschio e due femmine. Adesso vive con la scrittrice Kay Eldredge e il loro figlio di otto anni, Theo. Dividono il loro tempo tra Aspen, Colorado e Bridgehampton, Long Island.

Salter ha pubblicato cinque romanzi: The Hunters (1957), The Arm of Flesh (1961), A Sport and a Pastime (1967), Light Years (1975), and Solo Faces (1979). Ha ricevuto un premio dalla American Academy e Institute of Arts and Letters nel 1982. Cinque dei suoi racconti sono apparsi in raccolte di O. Henry e uno in Best American Short Stories. La sua collezione Dusk & Other Stories (1988) ha ricevuto il PEN / Faulkner Award.

Nel mese di agosto del 1992, durante i quattro giorni che ho visitato Bridgehampton, è piovuto continuamente, ma a malapena mi sono reso conto del clima; il nocciolo di quel poco tempo era sedersi al tavolo della sala da pranzo, cercare di formulare domande interessanti e soprattutto ascoltare le risposte espresse in maniera molto accurata da Salter. Anche nelle giornate grigie, la tradizionale casa a due piani di scandole in cedro, con le sue numerose porte e finestre francesi, sembrava immersa nella luce. Di giorno abbiamo bevuto tè freddo, e un Martini, preparato squisitamente, ogni notte (Salter ad un certo punto ha calcolato di aver bevuto 8700 Martini nella sua vita). Successivamente, la piccola compagnia si riuniva a cena dove si consumavano molte bottiglie di vino; l'intervistatore gironzolando esaminava i menù incorniciati sul muro, l'incisione di due bagnanti di Andrè De Segonzac e la pittura in miniatura del paesaggio vicino alla casa, di Sheridan Lord.

Salter scrive in uno studio al secondo piano, una piccola stanza ariosa con un soffitto a punta e una finestra a mezza luna. La sua scrivania è un grande tavolo di campagna in legno di pino vecchio. Ovunque ci sono segni rivelatori del memoir su cui ha lavorato negli ultimi anni; le buste da lettera scarabocchiate, i pezzi di carta interamente ricoperti dalla sua grafia minuta. La mattina che mi ha lasciato solo in studio, ho trovato le copie consunte dell'autobiografia di Nabokov, Speak, Memory e quella di Isak Dinesen, Out of Africa, poggiati su una mappa della Francia con i luoghi segnati da un cerchio. Ho scoperto una cartina aeronautica, un fascio di una dozzina di pagine estremamente dettagliate con note in inchiostro rosso, blu e nero, un giornale dal 1955 con la frase scritta sul davanti: "Ogni anno sembra il più terribile." Sul piccolo tavolo di legno accanto alla scrivania giaceva un gruppo di cahiers, piccoli bloc notes numerati, con morbide copertine grigie, ciascuno contenente un possibile capitolo del libro di memorie. Queste cartelle di lavoro fatte in casa sono molto dense, con le istruzioni e gli appunti dell'autore a se stesso, citazioni di altri scrittori, frammenti che sono scritti con un codice di colore a seconda del luogo in cui potrebbero essere utilizzati. "La vita passa nelle pagine se passa in qualsiasi cosa" ha scritto Salter, e leggere queste note riconferma quello che si sapeva da sempre: quanto meticolosamente ogni sua pagina sia scritta, quanto scrupolosamente ognuno dei suoi capitoli sia costruito. Tutto viene controllato e ricontrollato, scritto e rivisto e poi di nuovo rivisto fino a quando i bagliori della prosa sono raggianti e indistruttibili.

Scendendo le scale e superando la fotografia di Isaac Babel, ancora una volta, istintivamente, mi è cresciuto l'entusiasmo per l'autobiografia di Salter. Lui esita: "Per lo scrittore è più appropriata la speranza dell'esaltazione."




INTERVISTATORE Come scrivi?

SALTER Scrivo a mano. Sono abituato a questa prossimità, a questa sensazione fisica di scrittura. Poi successivamente mi siedo e batto a macchina. E poi riscrivo, correggo, riscrivo, e vado avanti finchè non è finito. Molte volte mi è stato dimostrato che vi è una certa inefficienza in questo processo, ma trovo che la facilità di spostamento di un paragrafo non è proprio tutto quello che mi serve. Ho bisogno della possibilità di scrivere ancora una volta questa frase, per pronunciarla a me stesso ancora una volta, guardare il paragrafo ancora una volta, ed effettivamente rilevare attraverso l'intero testo, riga per riga, con molta attenzione, la scrittura eccedente. Ci può essere anche una sorta di impulso mimetico in questo, scrivendo come io solitamente faccio, per così dire.

INTERVISTATORE Quindi è fondamentale il processo di revisione? 

SALTER Odio la prima stesura, è inesatta, espressione inadeguata delle cose. Tutta la gioia della scrittura deriva dalla possibilità di ritornarci e levigarla, regolarla bene, in un modo o nell'altro. 

INTERVISTATORE Revisioni mentre scrivi? 

SALTER Dipende, ma normalmente, no. Scrivo grandi sezioni e poi le faccio sedimentare. È pericoloso non lasciare che le cose invecchino, e se qualcosa è veramente buono, lo puoi accantonare per un mese. 

INTERVISTATORE Pensi alla frase o al paragrafo come unità organizzativa? 

SALTER Di solito mi basta procedere una frase alla volta. Trovo che la parte più difficile della scrittura sia di ottenere già inizialmente quello che avevi in mente. Perchè ciò che hai scritto è di solito così terribile che diventa sconfortante, non si vuole andare avanti. Questo è quello che penso dello scoraggiamento che deriva dal vedere ciò che hai fatto. Questo è tutto quello che sai fare? 

INTERVISTATORE Dai un sacco di attenzione al peso e al carattere delle singole parole. 

SALTER Sono un frotteur (da Frotteurismo, sfregatore sessuale ndt), qualcuno che ama strofinare le parole in mano, girarci intorno e soppesarle, chiedersi se è davvero la migliore parola possibile. Ritengo che la parola, in questa frase, abbia un certo potenziale elettrico? Smuove qualcosa? D'altro canto troppa elettricità renderà crespi i capelli del vostro lettore. C'è una ricerca di ritmo. Voglio frasi lunghe e poi brevi, ogni scrittore dovrebbe conoscere questa musica. E' necessario sviluppare una certa semplicità di comunicazione e rendere la vostra scrittura gradevole da leggere.

INTERVISTATORE Trovo il tuo stile di prosa del tutto caratteristico: bellissimo e implacabile. Come lo hai ottenuto?

SALTER Mi piace scrivere. Sono commosso mentre scrivo. Non si può analizzare oltre.

INTERVISTATORE Hai bisogno di molta solitudine per scrivere? 

SALTER Completa solitudine. Anche se ho preso appunti per le cose, scritto sinossi, sulle panchine del parco o sui sedili del treno. Per la composizione completa ho bisogno di solitudine assoluta, preferibilmente in una casa vuota. 

INTERVISTATORE Il viaggio aiuta la tua scrittura? 

SALTER È fondamentale per me. Non vi è alcuna situazione come la strada aperta, da percorrere, e vedere cose completamente nuove. Sono abituato a viaggiare. In particolare non è una questione di conoscere o di vedere facce sconosciute, o sentire storie inedite, ma di guardare la vita in un modo diverso. È il sipario che si apre su un altro atto. Non sono il primo a pensare che la vera occupazione dello scrittore sia viaggiare in generale. In un certo senso, uno scrittore è un esiliato, un outsider, che sta sempre registrando le cose che gli capitano attorno, ed è parte della sua vita mantenersi in una sorta di movimento. Viaggiare è naturale. Inoltre, molti uomini dei tempi antichi sono morti sulla strada: è un'immagine forte. I re d'Arabia, non sono stati sepolti in grandi e magnificenti tombe. Sono stati sepolti sul ciglio della strada, sotto normali pietre. Tempo fa ho visto una cosa in Inghilterra che mi ha colpito molto. Stavo andando a visitare qualcuno in un piccolo villaggio, andavo a piedi dalla stazione ferroviaria attraverso i campi, e ho visto un uomo vecchio, forse sulla settantina, con uno zaino sulle spalle. Sembrava un vagabondo, dignitoso, un po' logoro, che marciava con la sua compagnia: un cane che trotterellava alle calcagna. Pensai che fosse un'immagine finale di una vita. Un viaggio continuo.
   

INTERVISTATORE Una volta hai detto che la parola fiction è una parola cruda. Perchè?

SALTER L'idea che tutto possa essere creato dal nulla e queste cose inventate siano classificate come fiction e che l'altra scrittura, presumibilmente non confezionata ad arte, è chiamata saggistica, mi sembra una separazione molto arbitraria delle cose. Sappiamo che la maggior parte dei grandi romanzi e racconti non vengano da eventi totalmente inventati, ma dall'esperienza e dall'osservazione minuziosa. È un'ingiustizia dire che sono completamente immaginati. A volte mi dico che non mi invento nulla, ovviamente non è vero. Ma di solito sono disinteressato agli scrittori che dicono che tutto nasca dall'immaginazione. Preferirei essere in una stanza con qualcuno che mi sta raccontando la storia della sua vita, che può essere enfatica o menzognera, ma in sostanza voglio sentire la storia reale.

INTERVISTATORE Stai dicendo che tutto è sempre dettato dalla Vita? 

SALTER Quasi sempre. La scrittura non è una scienza, e naturalmente ci sono eccezioni, ma ogni scrittore che conosco e ammiro, ha essenzialmente tratto materiale dalla propria vita o dalla sua conoscenza delle cose della vita. Un grande dialogo, per esempio, è molto difficile da inventare. Quasi tutti i grandi libri sono abitati da persone reali. 

INTERVISTATORE Definiresti impressionista il tuo stile di prosa? 

SALTER Per essere tecnico, impressionismo significa che gli elementi esterni sono ritratti con ricchezza di colori e con una rottura netta rispetto al classicismo, giusto? Qualcuno ha detto che scrivo nel modo in cui Sargent dipinse. Sargent ha basato il suo stile sull'osservazione diretta e l'uso parsimonioso della vernice, che sì, è vicino al mio metodo. 

INTERVISTATORE Pensi che la tua sensibilità sia francese? 

SALTER Non particolarmente. Ned Rorem ha detto così. Mi piace la Francia, e mi piace il francese, ma no, non è esatto. 

INTERVISTATORE Colette è una figura che ha significato qualcosa per te? 

SALTER Oh, sì. Non mi ricordo quando la scoprii. Probabilmente attraverso Robert Phelps, anche se devo aver letto pezzi qua e là. Phelps è stato un grande studioso di Colette: ha pubblicato una mezza dozzina di libri su di lei in America, tra cui un libro che credo sia sublime, Earthly Paradise. È un libro meraviglioso. Ne avevo una copia, dedicatami da lui. Mia figlia più grande è morta in un incidente, e l'ho sepolta con lei, perchè lei l'amava molto. Colette è una scrittrice di cui si dovrebbe sapere di più. Ammiro i francesi per la loro mancanza di sentimentalismo, e lei, in particolare, è ammirevole in quel modo. Ha calore, non è una scrittrice fredda, ma non è sentimentale. Qualcuno ha detto che si dovrebbe avere uguale quantità di sentimento nella scrittura a quella che Dio ha nel considerare la Terra. Lei mette in risalto questo sentire. 

INTERVISTATORE Sembra che una volta Andrè Gide sia stato di grande ispirazione per te.

SALTER Lo è stato, ma non ricordo esattamente perchè. Ho letto i suoi diari, quando ho iniziato a scrivere sul serio, e poi ho letto, e ne sono rimasto molto impressionato, La porta stretta. Avevo un editor di Harper Brothers, Evan Thomas, che mi ha chiesto quali autori mi interessavano e gli ho risposto che ero impressionato da Gide. Uno sguardo di smarrimento e sgomento attraversò il suo volto, come se avessi detto Epitteto, e aggiunse: Bene, quale suo libro stai leggendo? Ho risposto: La porta stretta. E' semplicemente un libro formidabile. L'hai letto? Mi disse di no e potrei dire dal tono della sua voce che non fosse proprio il genere di cose che avesse letto o che approvasse la mia lettura. La mia impressione di Gide, guardando indietro, è di uno scrittore che non indulgeva nel sentimentale e che fosse molto meticoloso. Direi che le mie attenzioni non sono state attratte dalla persona sbagliata. 

INTERVISTATORE Ci sono altri scrittori francesi che hanno particolarmente influenzato? 

SALTER Ne ho letto molti. Tra coloro che non sono probabilmente molto conosciuti direi Henry de Montherlant, particolarmente interessante. Celine invece è uno scrittore abbagliante. (...) Stiamo parlando di un personaggio dubbio, che ora è considerato, credo giustamente, come uno dei due grandi scrittori del secolo in Francia. È una candidatura perfettamente valida. Anche il suo ultimo libro, Castle to Castle è enorme. Deve essere stato scritto nelle più difficili circostanze immaginabili. Quando si legge qualcosa di buono, l'idea di guardare la televisione, andare al cinema, o anche la lettura di un giornale non è abbastanza interessante per noi. Quello che stiamo leggendo è più seducente di tutto questo. Celine ha questo dono.

INTERVISTATORE Cosa ne pensi di Hemingway? 

SALTER Penso di Hemingway le stesse cose che molti pensano su Celine. Lui è uno scrittore potente, ma personalmente trovo il suo carattere sgradevole. Conosco un sacco di persone che l'hanno conosciuto, e tutti dicono che era meraviglioso. Io non penso così. Una bella cosa della vita è che si può riorganizzare il proprio pantheon e rivalutare certe figure di cui siete insoddisfatti. Non fa male a nessuno. Così l'ho trasferito verso il basso; ora sta raccogliendo polvere in cantina. 

INTERVISTATORE Che dire di Henry Miller? 

SALTER Scrittore glorioso. Sarei molto deluso di un futuro che ci dica, erroneamente, grandi cose di scrittori che non valgono, e che invece non tratti lui con tutte le dovute maniere. Lo trovo irresistibile. Non ci sono distrazioni quando si sta leggendo Miller per la prima volta. Anche se non credo che si dovrebbe leggere tutti i suoi libri: molti sono ripetitivi. Una volta che sei immerso in Sexus, Plexus, Nexus e Black Spring, barcolli in giro come se i personaggi ti colpissero con dei quotidiani arrotolati, come se tu fossi un cane. Ma quando leggi Tropico del Cancro, stai leggendo un libro meraviglioso. Dentro c'è vita, irriverenza, spirito. Non scrivo qualcosa di simile al suo stile. Non posso. Dovrei essere Miller, questo è ciò che lo rende magnifico. Mi sembra che quando lo si legga, quello che si sta realmente ascoltando è la voce dello scrittore. Questo è più importante di qualsiasi altra cosa. Ed è la voce di Miller, naturalmente, la cosa che ti fa attardare al suo fianco, in un bar, fino a quando l'orario di chiusura è passato da un pezzo, e si vuole assolutamente proseguire, tornare a casa con lui e continuare a parlare.

INTERVISTATORE Cosa ne pensi della catalogazione di Shaw, quella per cui tu eri uno scrittore lirico e lui uno narrativo? 

SALTER È stato piuttosto preciso. Ho cercato di fare meno affidamento sul lirismo, perchè, essendo stato pizzicato da un commento immeritato, sono giunto alla conclusione che avrei dovuto snellire un po', forse distillare un po' di più. Questo ha l'effetto di dare alla lirica delle cose maggiore potenza.

INTERVISTATORE Lei ha iniziato a scrivere nella metà degli anni Trenta. Ha iniziato tardi, non è vero? 

SALTER Beh, ho cominciato a pubblicare nella metà degli anni Trenta, ma avevo incominciato a scrivere da prima.

INTERVISTATORE Quando hai iniziato? 

SALTER Ho scritto da studente, poi sono stato in grado di dedicarci un po' di tempo quando ero nella Air Force. Nel 1946 e nel 1947 ho scritto un romanzo, ed era terribile. Non me ne rendevo conto all'epoca. Harper Brothers lo rifiutò, ma dissero che comunque sarebbero stati interessati a vedere qualsiasi altra cosa avessi scritto successivamente. Questo è stato abbastanza come incoraggiamento. Volevo scrivere un altro libro in ogni caso, e quando l'ho fatto, gliel'ho proposto, e hanno accettato. Era Hunters, la prima cosa che avessi mai pubblicato. 

INTERVISTATORE Che cosa ti ha spinto a scrivere quel primo romanzo? 

SALTER È stato un impulso che ho sempre avuto. Non sapevo che cosa mi facesse scrivere all'inizio, ma poi ho capito. E' semplice: chi scrive, custodisce e protegge. Suppongo che fosse questo, anche se non sono in grado di dirlo perfettamente. 

INTERVISTATORE Cosa pensi ora di quei primi due libri? 

SALTER Giovinezza. 

INTERVISTATORE Hai parlato delle tue esperienze militari come i grandi giorni della giovinezza. Deve essere stato difficile dimettersi nel 1957 per diventare completamente ed esclusivamente uno scrittore. 

SALTER Sono riuscito a dimenticare quanto fosse stato difficile. Mi ricordo quando appresi che le mie dimissioni erano state accettate. Eravamo a Washington, con un bambino, in un appartamento preso in prestito che si affacciava sulla città. Era notte, e non si è diffusa in me la stessa emozione di quando vedi, sotto di te, Parigi per la prima volta. Tutto quello che era stato, per me non significava più nulla: il Pentagono, Georgetown, volare fuori Andrews, tutto quello che avevo fatto in vita fino a quel momento, era stato cancellato. Mi sentivo assolutamente infelice, miserabile: un fallimento. 

INTERVISTATORE Ho sentito che hai detto "scrivere o perire." 

SALTER Sì, era uno o l'altro. Volevo essere uno scrittore, ma d'altra parte avevo dato tutto all'aereonautica. Non ero un ufficiale ribelle. Avevo dato tutto, e molto avevo avuto in cambio. E' stato proprio come un divorzio. L'ordinamento del divorzio, dove due persone oneste semplicemente non possono andare d'accordo tra di loro; non è una questione che uno dei due sia in difetto; solo che non si può continuare. E se sono stati sposati per un po' e hanno figli e tutto il resto, si è ancora coinvolti: è difficile. Ecco come mi sentivo. Sapevo che avrei dovuto divorziare, ma non ero felice. Ero molto preoccupato per il futuro, cosa ci fosse oltre.

INTERVISTATORE "Quella persona nell'esercito, che non ero io", ha scritto John Cheever dopo la guerra, ma tu non hai la stessa sensazione.

SALTER No, come molti prigionieri, si arriva ad amare la prigione e gli altri detenuti. Cheever semplicemente non aveva pagato abbastanza per avere quella sensazione.


INTERVISTATORE Se potessi decidere di essere ricordato per due libri , quali sceglieresti? 

SALTER Mi piace pensare A sport and a pastime e Light Years

INTERVISTATORE Light Years è un libro epifanico; in un certo modo anche A Sport and a Pastime lo è. Si compone di una serie di momenti luminosi. 

SALTER In Light Years, questi momenti, diciamo queste scene, sono essi stessi la narrazione. Servono come successione del racconto.

INTERVISTATORE Quale pensi sia il vero merito di Light Years? 

SALTER Il libro è come le pietre consumate, levigate dalla vita coniugale. Tutto ciò che è bello, tutto quello che è chiaro, tutto ciò che nutre, ma anche le cause che la fanno appassire. Si va avanti per anni, per decenni, e alla fine sembra di aver superato tutto, come si superano le cose intraviste nel tragitto dalla stazione al prato qui davanti: un gruppo di alberi, case con le finestre illuminate nel crepuscolo, città buie, stazioni lampeggianti. Tutto quello che non è scritto, scompare, fatta eccezione per alcuni momenti imperituri, persone e scene. Gli animali muoiono, la casa viene venduta, i figli sono cresciuti, anche la coppia è scomparsa, eppure c'è questa poesia. È stato criticato come un libro elitario, ma non sono sicuro che sia così. Loro due sono davvero ordinari, non persone eccezionali.

INTERVISTATORE Un critico ha detto che le imperfezioni della vita o le impurità sono raramente illuminate nella tua narrativa. Mi sembra palesemente sbagliato, anche se c'è una lotta per la perfezione nella vita dei tuoi personaggi, ma è una perfezione di facciata, giusto? 

SALTER Beh, solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze, come diceva Wilde. Frivolo, ma tocca un importante questione dei tempi attuali, che è il rapporto tra l'apparenza e la sostanza, tra il percepito e la Verità. 

INTERVISTATORE Ho letto che il concetto dietro Light Years proveniva da una frase di Jean Renoir. 

SALTER "Le uniche cose importanti nella vita sono le cose che si ricordano." Sì, mi piace l'idea. Mi ci sono imbattuto dopo aver iniziato a lavorare sul libro. Ma non importa, la frase sancisce qualcosa che presentivo. Ho voluto comporre un libro di quei momenti che ci si ricorda in vita. Questo era il concetto. Suppongo che la trama del libro sia il passaggio del tempo e come trasformi le persone e le cose.

INTERVISTATORE La copertina dell'edizione North Point raffigura il dipinto di Bonnard, The Breakfast Room. Questa pittura sembra cogliere l'atmosfera del romanzo. 

SALTER A volte scrivo pensando a un certo pittore, e ho scritto Light Years pensando a Bonnard fin dall'inizio. E' un pittore dell'intimità e della solitudine, non faceva parte di nessuna scuola, e la sua vita è stata spesa, in generale, lontano dalle luci e fuori dalla corrente principale. Non solo i suoi dipinti, ma il suo personaggio mi piaceva. 

INTERVISTATORE Chi è il tuo scrittore di racconti preferito? 

SALTER Direi Isaac Babel. Ha i tre elementi essenziali per la grandezza: stile, struttura, e autorità. Ci sono altri scrittori che lo sono, naturalmente Hemingway: infatti aveva queste tre cose. Ma Babel ha un particolare richiamo in me, a causa dell'elemento aggiunto che è la sua vita: mi sembra dia alla sua opera un'ulteriore pregnanza. Ha vissuto in grandissime difficoltà; alla fine è stato ucciso dallo Stato. È scomparso nei campi. Non sappiamo cosa gli sia successo. Lui era quello che disse, "Non mi hanno dato il tempo di finire." Sono sempre stato sorpreso che qui non abbia avuto più riconoscimenti. Di tutte le storie che ho letto, il maggior numero di quelle che risiedono nei pressi dell'eccellenza sono di Babel e Cechov. 

INTERVISTATORE L'argot di Babel è qualcosa che ti può aver influenzato? 

SALTER Vuoi dire la parola gergale inaspettata, come un knuckleball (il movimento imprevedibile di una palla da baseball ndt). Io resto molto lontano da questa soluzione stilistica, perchè un maestro, Saul Bellow, se n'è appropriato. Forse è ingeneroso dire così, forse era una cosa già innata in lui, ma in ogni caso, è simile a Babel e io non voglio essere il terzo. 

INTERVISTATORE Qual'è il tuo libro preferito di Bellow? 

SALTER Il re della pioggia è un libro che se metti un segno di spunta accanto alle cose degne di nota, ti ritroverai con quasi tutte le pagine segnate. Si tratta di una performance spettacolare. Bellow, una volta mi ha incoraggiato a scrivere sul paese dei cavalli, la Virginia. E' stato quando gli stavo raccontando della famiglia di mia moglie e di mio suocero, un proprietario terriero. Gli dissi che non sapevo abbastanza della Virginia per scrivere qualsiasi cosa, che ero stato lì solo una dozzina di volte. Allora lui mi ha stupito. Mi ha detto Sì, beh, non ero mai stato in Africa quando ho scritto Il re della pioggia.”

INTERVISTATORE Cosa vuoi dire sul New Yorker? 

SALTER Non ho mai pubblicato una storia sul New Yorker; ogni racconto è stato rifiutato. A un certo punto ebbi un contatto. Avevo scritto un racconto intitolato Via Negativa, e ho ricevuto una nota di Roger Angell che mi chiedeva, La preghiamo di venire a parlarne. Mi sono seduto in un ufficio un po' grigio, e lui mi ha detto che la storia gli piaceva molto. Mi disse, Questo racconto è davvero molto buono, ma ho paura che non lo possiamo prendere. Ero sbalordito. Ho chiesto, Perchè? Mi ha risposto, Al New Yorker abbiamo due regole che non possiamo mai violare: in primis non pubblichiamo mai nulla dove sono presenti oscenità, e in secondo luogo, non pubblichiamo mai eventuali storie di scrittori o di scrittura. Io non sapevo cosa dire. Cosa pensare allora delle storie del ciclo di Bech di Updike? Ho ribattuto. Lui ha replicato, Bene, questa è un'altra questione. Dopo un anno o due stavo parlando di questo episodio con Saul Bellow, e mi ha detto, Ho provato a convincerli a pubblicare una sezione di The victim, ma non hanno accettato. Mi dissero che avevano due regole che non sono mai state violate: in primis non pubblicano mai nulla dove siano presenti oscenità, e due, non hanno mai pubblicato nulla sulla morte o sui moribondi. 

INTERVISTATORE Mi ha colpito quanto spesso le morti o i fallimenti degli artisti, come Gaudì o Mahler, figurino nel tuo lavoro. 

SALTER Prima parlavamo dell'insoddisfazione dei poeti, della loro amarezza perchè la cultura, la nazione, non gli ha dato l'onore e il rispetto che meritavano, sebbene molti dei riconoscimenti solitamente arrivino dopo la morte. La nostra è una cultura che consacra l'effimero, e che esclude, sminuisce certe cose e certe persone. L'istinto più profondo, credo, è quello di voler fare qualcosa di duraturo, qualcosa di utile, e impegnarsi in quella direzione, che ci si riesca o meno. . . Quindi forse è così che gli artisti risaltino dentro il mio lavoro.

INTERVISTATORE Mi chiedo quando Nabokov divenne un'influenza importante nella tua scrittura. 

SALTER Ah, ho dimenticato di parlarne. Scrittore ammirevole. Unico. Quando ha scritto Speak, Memory. Ho letto i capitoli sul New Yorker e sono rimasto colpito subito dalla sua voce. Naturalmente qui risiede il Nabokov poeta. Tu dici a te stesso, Vladimir, cerchiamo di essere onesti. Tu sei un poeta, e stai scrivendo un sacco di prosa, piuttosto buona, ma sappiamo quello a cui sei veramente interessato. Speak, Memory mi sembra eminentemente quel tipo di libro. Credo che, tutto sommato, sia la sua cosa migliore. La prima metà di Lolita è molto potente. Anche Fuoco pallido, il romanzo preferito di Mary McCarthy, è un lavoro notevole. Tuttavia, Speak, Memory è indelebile. Può essere letto e riletto. Le nozioni, i salti d'immaginazione e la lingua sono essenzialmente poetiche. Quando l'ho letto la prima volta mi sono detto, bene, potrei anche interrompermi. Ma un attimo dopo ho ripreso a leggere.

INTERVISTATORE Nabokov ha parlato di unire la passione dello scienziato con la precisione del poeta. Mi chiedo se senti come questo possa averti influenzato a livello stilistico

SALTER Non possiedo il suo genere di mente, molto agile. Sarebbe inutile per me tentare di ballare cercando di mettere i piedi nelle sue impronte di gesso sul pavimento, ma lo trovo comunque di ispirazione. 

INTERVISTATORE Non lo hai intervistato? 

SALTER È capitato che uno dei miei primi pezzi di giornalismo sia stato un colloquio con Nabokov. Prima di tutto mi hanno detto, dà solo interviste scritte. È necessario inviare le vostre domande in anticipo. Così mi sono seduto e ho elaborato dieci domande che supponevo fossero penetranti, ma che non mi piacerebbe rileggere di nuovo, e gliele mandai. Nessuna risposta, ovviamente. Ma organizzammo che se fossi andato in Europa sarei stato in grado di incontrarlo e parlargli. Sono arrivato in Europa, a Parigi, era inverno, e io risiedevo in uno di quei vecchi alberghi dove avevano ancora telefoni con la cornetta separata. Ero in contatto con il corrispondente del Time a Ginevra, l'uomo che aveva organizzato l'incontro con Nabokov, e che adesso mi dava la notizia angosciante che l'intervista era saltata. Nabokov aveva cambiato idea. Ho supplicato, come può farlo? Sono venuto in Europa apposta. Beh, lui ha cancellato l'impegno. Non sapevo cosa fare. Il giornalista mi detto, Perchè non lo chiami? L'idea era praticamente impensabile. Era come se qualcuno mi dicesse Perchè non chiami il Papa? Sembrava che non ci fosse nessuna alternativa, così ho chiamato. La voce all'altro capo della linea rispose, Montreux Palace Hotel, e ho chiesto, signor Nabokov, per favore. Il telefono squillava e, naturalmente, non sapevo quello che stavo per dire. Rispose una donna. Era Vera Nabokov. Le ho spiegato chi ero e che cosa era successo. Disse, Oh no, mio ​​marito non può fare un'intervista. Non sta bene. È necessario inviare le vostre domande per iscritto. Le ho detto che l'avevo fatto ma che non vi era stata alcuna risposta, e lei ha ripetuto che lui rispondeva solo per iscritto. Mio marito non improvvisa. Tuttavia l'ho implorata, visto che ero arrivato in Europa, che lei fosse tanto buona da chiedere al marito qualche istante, così da aggiungere qualche sensazione fisica alle risposte delle domande scritte. Mise giù il telefono, e immaginai il suo sguardo perso oltre la finestra qualche istante per poi riprendere in mano la cornetta e annunciarmi che non era possibile. Ma rimasi sorpreso quando invece rialzò la cornetta e mi disse, Mio ​​marito vi incontrerà alle cinque del pomeriggio domenica al Green Bar del Montreux Palace. Ha ripetuto la data e l'ora per essere sicura che avessi capito. Alle cinque della domenica la porta dell'ascensore si aprì e uscì fuori un uomo alto, in blazer e pantaloni grigi che ho riconosciuto immediatamente, e una donna con i capelli bianchi in un bel vestito Rodier. Erano i Nabokov. Sono venuti al tavolo. Ero un po' nervoso. Non ero un giornalista esperto e affermato; Sapevo che Nabokov non improvvisava le risposte o permetteva la registrazione della conversazione; Quindi non potevo portare un registratore e, per la stessa ragione, nemmeno prendere appunti. Il mio unico incoraggiamento - ne sono certo - fu un'intervista di Truman Capote , che aveva trascorso una notte a Tokyo bevendo e parlando con Marlon Brando e il giorno dopo aveva riportato esattamente l'intera conversazione. E' apparsa sul New Yorker. Ho pensato: se Capote è riuscito a farlo bevendo tutta la notte, io potevo certamente ricordare trenta minuti, astemio, con Nabokov. Ho invocato tutte le mie forze e mi sono detto: concentrati su tutto quello che dice, ascolta, e non cercare di essere brillante per forza; semplicemente ascoltalo. L'incontro durò circa 45 minuti. Eravamo andati piuttosto d'accordo, e alla fine disse, Bene, prendiamo un altro Julep? Si riferiva eccentricamente al drink di scotch e soda. Ma ebbi timore che un altro drink rischiasse di annebbiarmi la memoria. Così mi congedai. Ho avuto la netta impressione che avremmo potuto ancora andare avanti e cenare insieme, ma avevo paura di dimenticare tutto. Mi scusai per aver preso così tanto tempo e andai subito alla stazione ferroviaria, dove scrissi tutto quello che ricordavo. Non era in ordine, naturalmente, ma erano quattro o cinque pagine, e da questo materiale ho ricostruito il colloquio. Tutto risultò abbastanza esatto, devo dire. Ho perso il treno, ma avevo a cuore i dettagli dell'intervista.


INTERVISTATORE Come ne pensi della tua carriera come sceneggiatore? 

SALTER Nel 1950 all'improvviso i registi europei irrompono sulla scena: Truffaut, Fellini, Antonioni, Godard. Sembravano gettare una nuova luce sull'intera idea di film. Il New York Film Festival, iniziò a metà degli anni Sessanta. Tutto questo era seducente. Era come la banda che marcia, le bandiere, il ritmo dei tamburi, e, naturalmente, in quel periodo della vita mi sentivo come se fossi in grado di scrivere qualunque cosa, un sonetto, un libretto, un copione. Qualcuno è arrivato e mi ha chiesto, Ti andrebbe di scrivere un film? E da lì siamo partiti.

INTERVISTATORE Il tuo film "Tre", basato su un racconto di Irwin Shaw, ha incontrato un sacco di successo al Festival di Cannes. Ti sei sorpreso? 

SALTER È stata una piacevole sorpresa. Alla fine, però, era come tutto quello che ho fatto. Aveva i suoi ammiratori, alcuni di loro ardenti, ma d'altra parte, la risposta del pubblico fu di completa indifferenza. È stato descritto da qualche parte, o forse io stesso l'ho detto, come sia essenzialmente un film sui pasti e sul vino. Questo non è forse vero, ma ora riconosco che ero un po' inadeguato come regista. Avrei dovuto spendere molto più tempo con gli attori e la psicologia di quello che stava succedendo. 

INTERVISTATORE Hai avuto forti ambizioni di essere un auteur? 

SALTER Sì, è quello che tutti volevano essere. 

INTERVISTATORE Hai speso circa dieci anni dentro e fuori del mondo del cinema, ma sembra che tu ne abbia molto disprezzo ora.

SALTER Si è guadagnato questa considerazione. 

INTERVISTATORE Ti sei pentito per il tempo speso? 

SALTER Non completamente. Ho guardato il cuore di tanti posti che altrimenti non avrei mai visto. 

INTERVISTATORE È stato liberatorio decidere di non lavorare più nel mondo del cinema? 

SALTER Non è stata una decisione brusca. Ho solo detto, Ne vorrei fare di meno. Ne vorrei fare molto di meno. Non ne vorrei fare niente. 

INTERVISTATORE Il giornalismo era un'alternativa migliore? 

SALTER La scala salariale non è esattamente la stessa. Gli sceneggiatori, come diciamo io e Lorenzo Semple, sono tra le persone più strapagate sulla terra. In un certo senso si potrebbe fare un film per niente, solo per il divertimento di farlo. In aggiunta a ciò, si è sontuosamente pagati. 

INTERVISTATORE Scrivere film causa il cancro? 

SALTER I film sono essenzialmente destinati ad essere distrazioni, intrattenimento. È molto raro il film che ha il potere di consolare. Che tu ti prenda il cancro o no è difficile da dire. Ci sono figure come Graham Greene. . . a cui penso il cinema non abbia causato nessun danno, e lui ci ha lavorato abbondantemente. Ci sono persone come John Sayles, sia romanzieri e registi a tempo pieno, che sembrano sopravvivere. Ma parlando in generale, alla fine arriva il conto da pagare. Se hai scritto film, ti sei adeguato ad altre persone. Un film è una singola prestazione, ed è ricordata come una performance. I film non sono mai rieseguiti. Non sono vivi. A volte, anni più tardi, sono rifatti, ma tutto in loro è assolutamente determinato e saranno sempre fissi, cristallizzati. Non sono come la grande prosa, che, come un critico ha sottolineato, sembra prendere fuoco prima in un posto e poi in un altro. Tendo a parlare di loro in maniera tranchant, ma davvero non conta che si dica abbiano assunto la posizione di primaria importanza nella cultura americana. Essi sono senza dubbio il nemico della scrittura, questo è qualcosa d'irrisolvibile. Questa è la realtà dei fatti. Ogni tanto parlo con gli studenti delle scuole di scrittura creativa e, naturalmente, è la prima cosa a cui sono interessati. Discuto anche con scrittori affermati e insegnanti di scrittura il cui sogno è quello di scrivere un film. Sappiamo bene perchè hanno questo sogno. Buona parte è per una questione di denaro, il resto appartiene a una camminata in un ristorante affollato affianco ad un attore famoso. . . forse è la stessa sensazione che si ha viaggiando con il Presidente. L'illusione è quella di una sorta di autenticità, di riconoscimento. Ma in generale tutto scompare, e il tempo che hai trascorso a farlo, se sei interessato a scrivere, è tempo sprecato. 

INTERVISTATORE Scrivere un libro di memorie è il segno che sei arrivato ad una certa età? 

SALTER Dicono che l'autobiografia si dovrebbe scrivere durante la gioventù dei capelli bianchi. Forse ho aspettato un po' troppo a lungo. 

INTERVISTATORE C'è un impulso a ripensare le esperienze del passato? 

SALTER Sento la gioia nel pensare a quello che è successo, a cosa realmente significava ed essere in grado di farlo ritornare in vita. C'è tutta la questione della Verità. Hai tutto il diritto di inventare la tua vita e dichiarare che è vera. Abbiamo già subito l'offuscamento dei fatti ma anche dell'immaginifico. Abbiamo avuto scrittori che hanno spiegato come i loro libri sono romanzi-nonfiction, che vale a dire saggi-fictions. Io sottoscrivo una visione più classica. Credo che ci sia una cosa come la verità oggettiva, nella misura in cui ci sia dato saperlo. Choses vue di Victor Hugo è un esempio. Nessuno può conoscere la verità di Dio, ma non è la verità di Dio ciò che stai scrivendo; è la verità come la conosci, le cose che hai osservato. Posso sbagliare, sono fallibile; lo siamo tutti. Ci può essere qualche errore, ma non sono errori voluti o negligenza. Sono semplicemente gli errori che si insinuano dalla parte sconosciuta della vita. 

INTERVISTATORE Ma perchè un libro di memorie? 

SALTER Per ricostruire quegli anni, quando uno dice: Tutto questo mi appartiene - queste città, queste donne, le case, i giorni. 

INTERVISTATORE Quale pensi sia l'urgenza fondamentale che spinga a scrivere? 

SALTER Per scrivere? Perchè tutto questo sta per svanire. L'unica cosa che rimarrà sarà la prosa e le poesie, i libri, ciò che è stato svalutato. L'uomo è molto fortunato ad aver inventato il libro. Senza, il passato sarebbe completamente svanito, non ci sarebbe rimasto niente, e saremmo nudi sulla terra.

Intervista di Edward Hirsch, The Paris Review, Summer 1993
Traduzione di Luca Tanchis (con i preziosi consigli di Laura Anfossi)


James Salter, nato James Horowitz: Burning the days, una piccola galleria di immagini
 
Salter a 14 anni
Salter a Parigi, 1973
Salter con la figlia Nina, 1982
Salter con la seconda moglie Kay e il figlio Theo, 1989 
Salter con la madre, 1937
Salter con la prima moglie, Ann, e i due gemelli James e Claude, 1962
Salter in Corea, davanti al suo F-86, 1952


lunedì 12 marzo 2012

Michel Houellebecq, The Art of Fiction No. 206 - The Paris Review, un'intervista


“Le piacciono gli Stooges?” Mi ha chiesto Michel Houellebecq al secondo giorno d’intervista. Ha poggiato la sua sigaretta elettrica (che si era appena illuminata di un rosso vivace al suo inalare, spandendo vapore invece che fumo) e si è alzato lentamente dal suo divano in stile giapponese. “Iggy Pop ha scritto dei testi basandosi sul mio romanzo La possibilità di un’isola” – “Mi ha detto che è l’unico libro che gli sia piaciuto negli ultimi dieci anni”. Il più celebre scrittore francese vivente ha aperto il suo MacBook e la voce roca della leggenda del punk ha riempito la cucina scandendo “It’s nice to be dead”.
Michel Houellebecq è nato nell’isola francese della Réunion, poco lontano dalle coste del Madagascar, nel 1958. Come menzionato nel suo sito ufficiale (www.houellebecq.info ndt), suo padre, spirito bohèmien, anestesista e guida alpina, “perse presto ogni interesse nella sua esistenza”. Non ha fotografie di sé bambino. Dopo un breve soggiorno presso i nonni materni in Algeria, ha vissuto dall’età di sei anni con la nonna paterna nel nord della Francia. Dopo un periodo di disoccupazione e depressione, che gli hanno procurato numerosi soggiorni presso delle unità sanitarie psichiatriche, Houellebecq trova un impiego come tecnico di supporto presso il parlamento francese (i deputati erano “dolcissimi”, racconterà).
Poeta sin dai tempi dell’università, ha redatto nel 1991 uno studio molto autorevole su H.P. Lovecraft, scrittore americano di fantascienza. A trentasei anni pubblica il suo primo romanzo, Estensione del dominio della lotta, che racconta della noiosa e schiacciante vita di due programmatori di computers. Il racconto suscitò un seguito da culto e spinse un gruppo di fans a fondare Perpendiculaire, una rivista basata su un movimento battezzato dagli stessi fondatori “depressionismo”. (Houellebecq, che accettò un posto onorario in seno alla testata, dichiarò di non aver capito le loro teorie e che, francamente, non gliene importava). La sua opera successiva, Le particelle elementari (1998), un misto di considerazioni sociali e descrizioni sessuali trancianti, ha venduto 300.000 copie in Francia e fatto di lui una star internazionale della letteratura. Così è cominciata la diatriba ancora fervida tra coloro che collocano Houellebecq nel solco della tradizione realista tracciato da Balzac e quelli che non lo ritengono nient’altro che un irresponsabile nichilista (uno sconcertato critico del New York Times definì il racconto come “una lettura profondamente ripugnante”, un altro la descrisse come “uno sgradevole barcollamento tra l’osceno e lo psicotico”). Lo staff del Perpendiculaire si offese particolarmente per quella che vedevano come una denuncia reazionaria del movimento di liberazione sessuale e lo espulse dal direttivo della rivista.
Parecchi anni dopo, sua madre, che riteneva di essere stata descritta in maniera ingiusta nel racconto, ha pubblicato un memoriale di 400 pagine. Per la prima ed ultima volta nella sua vita, Houellebecq ha ricevuto una solidarietà incondizionata da parte dei media francesi, costretti ad ammettere che anche il ritratto severo della mamma-hippie che scaturiva dal romanzo non rendeva un’idea precisa del complesso carattere che emergeva dalla sua autobiografia di una donna che, durante la presentazione del suo libro, era arrivata a chiedere: “Chi non ha mai considerato almeno una volta il proprio figlio un patetico idiota?”
Nel 2001 Houellebecq pubblica Piattaforma, storia di un’agenzia di viaggi che decide di promuovere prevalentemente il turismo sessuale in Thailandia. Nel racconto, questa vicenda sfocia in un attacco terroristico da parte di fondamentalisti islamici. Certi punti di vista espressi dal protagonista (“ogni volta che ho notizia della morte di un terrorista o di un bambino palestinese o di una donna incinta morta ammazzata nella striscia di Gaza, provo un fremito di entusiasmo al pensiero di un musulmano in meno”) sono valsi a Houellebecq feroci accuse di misoginia e razzismo, peraltro già affrontate in passato, con suo grande rammarico. “Come riesce ad avere il sangue freddo per scrivere certe cose?” gli ho chiesto. “Oh, è facile – mi ha risposto – fingo di essere già morto”.
Durante un’intervista per la promozione di Piattaforma, Houellebecq fece una delle sue dichiarazioni più famigerate: “..e la religione più stupida resta comunque l’Islam”. Fu perseguito da un’associazione che si batte per i diritti umani per istigazione all’odio razziale ma vinse la causa in nome della libertà d’espressione. “non credo che i musulmani siano diventati d’improvviso suscettibili ad ogni offesa” ha spiegato. “Sapevo degli ebrei che sono pronti a trovare degli strali antisemiti ovunque ma dai musulmani francamente non me l’aspettavo.” Nel 2005 pubblica La possibilità di un’isola che racconta di una futura razza di cloni.
Data la reputazione di Houellebecq di bevitore e corteggiatore d’intervistatrici, ero un po’ turbata al momento di bussare alla porta del suo appartamento uso foresteria a Parigi. Devo però ammettere che durante i due giorni spesi insieme è stato scrupolosamente educato e forse persino timido. Era vestito di una vecchia camicia di flanella e calzato di pantofole, soffriva visibilmente del suo eczema cronico. Ha passato la maggior parte del tempo seduto sul suo divano a fumare (stava cercando di smettere coi suoi quattro pacchetti al giorno, ragion per cui la sigaretta elettrica). Abbiamo chiacchierato in francese e, occasionalmente, in inglese, lingua che conosce molto bene. Ogni mia domanda finiva in un suo silenzio tombale, durante il quale fumava e teneva gli occhi chiusi. Più di una volta mi sono chiesta se non si fosse addormentato. Infine la risposta emergeva in un’esausta monotonia, forse ancora più affaticata al secondo giorno. Gli scambi di posta elettronica che hanno fatto seguito all’intervista erano invece estrosi e affascinanti.
Houellebecq ha ricevuto molti dei più celebri riconoscimenti letterari francesi, tuttavia non ha mai vinto l’ambito Goncourt che, secondo numerosi esponenti dell’establishment letterario francese, gli è stato finora negato a torto. Ha inoltre pubblicato numerosi volumi di poesia e di saggi. Alcuni dei suoi poemi sono stati messi in musica; lo stesso Houellebecq li ha interpretati in numerosi locali parigini. Anche la first lady francese, la cantante ed autrice Carla Bruni - Sarkozy, ha inciso una canzone che trova ispirazione nelle sue poesie. Più recentemente ha collaborato con Bernard Henry Lévy, altro intellettuale che l’opinione pubblica francese adora disprezzare, nella stesura a quattro mani di Nemici pubblici, uno scambio epistolare tra i due. Il suo ultimo racconto, La carta e il territorio, è uscito in Francia a settembre.

Chi sono i suoi precursori letterari?
Me lo sono chiesto, recentemente. La mia risposta è che principalmente sono stato influenzato da Baudelaire, Nietzsche e Schopenhauer, Dostoevskij e, appena dopo, da Balzac. Sono state persone che ammiro. Mi piacciono molto anche altri poeti romantici come Hugo, Vigny, Musset, Nerval, Verlaine e Mallarmé, sia per la bellezza delle loro opere che per la loro terrificante intensità emotiva. Ma mi sono anche chiesto se le mie letture giovanili non fossero forse più importanti.
Per esempio?
In Francia, i due grandi classici per bambini sono Jules Verne e Alexandre Dumas. Ho sempre preferito Verne. Di Dumas mi annoiava l’aspetto prettamente storico. Verne aveva una visione del mondo dettagliata, che apprezzavo molto. Tutto del mondo sembrava interessargli. Fui molto colpito anche dalle favole di Andersen. Mi sconvolgevano. Poi c’era Pif il cane, un fumetto pubblicato dalle Edizioni Vaillant e sponsorizzato dall’allora partito comunista. Ho realizzato solo molto tempo dopo, rileggendoli, che molte delle avventure di Pif erano intrise di morale comunista. Per esempio, in un episodio un uomo preistorico voleva sfidare lo stregone di turno in combattimento e spiegava ai membri della tribù che non avevano bisogno di un sacerdote e che non c’era alcun bisogno di temere i fulmini. Era una serie molto innovativa e di ottima qualità. Ho letto Baudelaire particolarmente giovane, intorno ai tredici anni, ma lo shock della mia vita è stato Pascal. Avevo quindici anni, ero in gita con la scuola in Germania, il mio primo viaggio all’estero, e stranamente mi ero portato appresso i Pensieri di Pascal. Fui sconvolto da questo passaggio: “Immaginate un gruppo di uomini in catene, tutti condannati a morte, alcuni dei quali ogni giorno sono uccisi davanti agli occhi degli altri". Quelli ancora in vita vedono la loro futura condizione nei primi e, guardandosi gli uni gli altri con pena e disperazione, aspettano il loro turno. Questa è l’immagine dell’esistenza umana”. Credo che mi toccò così profondamente perché ero stato cresciuto dai miei nonni. Improvvisamente realizzai che sarebbero presto morti. Così ho scoperto la morte.
Quali altri autori l’hanno influenzata?
Ho letto molto della fantascienza di Lovecraft e Simak. City è un capolavoro. Aggiungerei Kornbluth e Lafferty.
Cosa la attira della fantascienza?
Credo di aver bisogno di una pausa dalla realtà, di tanto in tanto. Nella mia scrittura, mi reputo un realista che esagera un pochino. Ma se c’è una cosa che mi ha sicuramente influenzato, è l’utilizzo di differenti punti di vista in The Call of Cthulhu di Lovecraft: il suo inizio da diario, la parte centrale di fantascienza seguita dalla testimonianza dell’idiota locale. La sua influenza è palpabile ne Le particelle elementari, dove passo dalla discussione della biologia animale al realismo, fino alla sociologia. Se non fosse per la fantascienza, tutte le mie influenze apparterrebbero al XIX secolo.
Del XIX secolo le piacciono particolarmente i riformatori sociali, specialmente Auguste Comte, fondatore del Positivismo.
Molte persone considerano Comte illeggibile perchè si ripete fino alla follia. E, dal punto di vista medico, non ne era di certo lontano. Per quel che ne so, è stato l’unico filosofo a tentare il suicidio. Si gettò nella Senna a causa di una delusione d’amore. Ne fu salvato e passò sei mesi in un manicomio. E parliamo del padre del Positivismo, corrente considerata come una delle vette del Razionalismo!
Lei si è descritto come un “vecchio calvinista dito-nel-culo”. Che cosa intendeva?
Ho tendenza a pensare che il bene ed il male esistano entrambi e che la loro quantità in ognuno di noi sia immutabile. Il carattere morale delle persone è stabilito, fisso, fino alla fine. Questa teoria non è lontana da quella calvinista della predestinazione, nella quale le persone già alla nascita hanno un destino prestabilito sulla loro dannazione o salvezza, senza di conseguenza poter fare niente per modificarlo. E mi ritengo un bisbetico “dito nel culo” perchè mi rifiuto di discostarmi dal metodo scientifico o di credere che esista una più grande “verità” dietro la scienza.
Lei ha una preparazione scientifica alle spalle. Dopo il liceo, ha studiato agronomia. Cos’è l’agronomia?
È tutto ciò che ha a che fare con la produzione del cibo. L’unico piccolo progetto di cui mi sono occupato è stato una mappatura della vegetazione della Corsica, il cui intento era di recensire delle zone atte all’allevamento di ovini. Avevo letto che studiare agronomia poteva aprirmi la strada su ogni tipo di carriera: evidentemente era un’asserzione ridicola. La maggior parte della gente che compie quel genere di studi finisce col lavorare in ambienti prettamente inerenti all’agricoltura, con alcune divertenti eccezioni. Due dei miei colleghi per esempio sono diventati sacerdoti.
Le sono piaciuti i suoi studi?
Moltissimo. In effetti, stavo per diventare un ricercatore. È uno degli episodi più autobiografici de Le particelle elementari. Il mio lavoro sarebbe stato quello di individuare modelli matematici applicabili alla popolazione ittica del lago Nantuan nella regione Alpi-Rodano. Ma, stranamente, rinunciai, azione molto stupida d’altronde poichè dopo, trovare lavoro, fu un’impresa impossibile.
Poi è finito a fare il programmatore di computer. Aveva esperienze in questo settore?
Lo ignoravo completamente. Ma all’epoca c’era un’enorme richiesta di programmatori e pochissime scuole di formazione. Quindi mi fu relativamente facile inserirmi in quel settore. Ma ne ebbi un rigetto pressochè immediato.
Che cosa l’ha spinta a scrivere il suo primo racconto, “Estensione del dominio della lotta”, che parla di un programmatore di computer e delle sue amicizie sessualmente frustrate?
Non avevo mai letto niente che dichiarasse esplicitamente che entrare nel mondo del lavoro equivale a mettere un piede nella fossa e che, da quel momento, niente di particolarmente interessante succede e si è obbligati a fingere di provare interesse nel proprio lavoro. E che, inoltre, alcune persone riescono ad avere una vita sessuale e altre no, solo perchè alcuni sono più attraenti. Volevo riconoscere che se la gente non ha una vita sessuale soddisfacente non è a causa di scelte morali ma semplicemente perchè sono brutti. Una volta detto, suona piuttosto ovvio, certo, ma mi andava di dirlo.
Il povero, reietto Tisserand è un personaggio molto intenso.
È un buon personaggio. In effetti, sono sorpreso che tragga tanto interesse nel personaggio facendo leva sulle sue frustrazioni sessuali. Il successo di Tisserand è dato da una grande educazione.
Secondo il narratore di “Estensione del dominio della lotta”, “si odiano i giovani”.
Questa è l’altra parte della fregatura. La prima è l’aspetto professionale, il fatto che nient’altro di nuovo ti succederà. La seconda è che a partire da quel momento queste nuove persone, i figli, faranno esperienze e prenderanno il tuo posto. Questo ci conduce direttamente all’avversione naturale di un padre verso i propri figli.
Del padre e non della madre?
Sì. Si produce una sorta di cambiamento fisiologico e psicologico in una donna dal momento in cui è incinta. È biologia animale. I padri invece non trasmettono in pratica nulla alla loro progenie. Intervengono dei processi ormonali che nessuna cultura potrà mai modificare che in generale fanno che le donne amino i bambini e che agli uomini non ne importi nulla.
E il matrimonio?
Credo che ci sia un brusco contrasto per la maggior parte delle persone tra la vita da giovani, all’università per esempio, dove incontrano un sacco di gente, e la vita nel mondo del lavoro, momento a partire dal quale, in generale, non incontrano più nessuno. La vita diventa monotona. Di conseguenza la gente si sposa per avere un minimo di vita personale. Potrei articolare ma credo che sia già abbastanza chiaro.
Quindi il matrimonio non è altro che una reazione a…?
A una vita fondamentalmente solitaria.
Ha avuto molte difficoltà a trovare qualcuno che pubblicasse “Estensione del dominio della lotta”. Perché il romanzo era rifiutato dalle case editrici?
Non ne ho idea. Ma credo che non assomigliasse a niente che era pubblicato in quel periodo. Le Clézio, per esempio, era considerato un grande scrittore all’epoca.
Che cosa pensa di Le Clézio, vincitore del Nobel per la letteratura nel 2008?
Non l’ho letto. Ho provato e mi sono annoiato. Ma fra ciò che era pubblicato c’era parecchia arte della mancanza d’arte, scrittori nella tradizione del nouveau roman ma niente sulle persone che avevano un lavoro comune, un lavoro d’ufficio.
Quindi lei non è un sostenitore del “nouveau roman”?
Ogni tanto mi piace avallare qualche teoria materialista. Una di queste è che i Livres de poches (edizioni tascabili, economiche NDT) hanno completamente rivoluzionato la trasmissione della cultura, rendendola più internazionale e meno coesiva. Non ho mai studiato letteratura all’università. I libri della corrente del nouveau roman non erano pubblicati in edizioni tascabili, quindi non li ho mai letti se non molto più tardi. Troppo tardi in effetti: il cervello ha la tendenza ad atrofizzarsi.
E cosa pensa della poesia?
Credo che la poesia sia l’unica espressione letteraria attraverso la quale un autore può davvero influenzarti, perché un poema lo leggi e lo rileggi talmente tante volte che letteralmente scava dentro di te. Molti hanno letto Baudelaire. Io ho avuto l’esperienza meno usuale di leggere tutto Corneille. Nessuno legge Corneille, io sono capitato su una certa quantità di classici che abbia, per qualche ragione, amato. Amo l’alessandrino, il classico verso dodecasillabo. Quando ero all’università, ho scritto molto in tetrametro, misura che ha affascinato molti altri poeti. Hanno detto “ehi, non è male! Perché non scrivere in versi classici?”. Si può fare.
Pensa di essere altrettanto poeta che narratore?
In realtà no. È triste da ammettere ma quando cominci a scrivere romanzi di successo hai l’impressione che gli editori pubblichino le tue poesie per carità. La cosa diventa imbarazzante.
Ma lei inserisce dei poemi in ogni romanzo.
Ma non funziona. Ho sempre provato a farlo, ma senza successo.
Lei ha detto: “Lo scontro tra poesia e prosa è una costante della mia vita. Se obbedisci all’impulso poetico rischi di diventare illeggibile, se gli disobbedisci sei pronto per una carriera da bravo racconta storie”.
 Forse do l’impressione di provare un leggero disprezzo per il raccontare delle storie, che è vero ma solo in parte. Per esempio, adoro Agatha Christie. Segue le regole del genere ma occasionalmente riesce a scrivere in modo molto personalizzato. Nel mio caso, credo che sia il processo opposto. Io non obbedisco alle regole, non comincio da una trama, ma ad un certo punto mi dico “dai, insomma.. ci deve essere una storia..”. mi controllo. Ma non rinuncerò mai ad un meraviglioso passaggio solo perché non quadra nella narrazione.
Cosa pensa del suo primo racconto, oggi?
È brutale, ma bello. È stato l’inizio della mia lunga relazione con Les Inrockuptibles che l’hanno amato istantaneamente.
Les Inrockuptibles?
È una rivista che si occupa un quarto di musica, un quarto di cinema, un quarto di letteratura e un quarto di varie ed eventuali. Quando fu lanciato (come mensile nel 1986 e come settimanale nel 1995) terrorizzò i media francesi perché era così manifestamente migliore di tutto ciò che si stampasse all’epoca. I settimanali tradizionali, con i loro supplementi letterari, apparvero d’improvviso ridicoli al suo cospetto. Chiunque contasse a Parigi nel mondo intellettuale era ai loro piedi. Purtroppo, nessuno dei fondatori aveva un vero senso manageriale ed ora non è più stampata. (ne esiste una versione on line: www.lesinrocks.com NDT).
Quali erano i suoi princìpi fondatori?
 Si può dire che ce ne fosse solo uno: mostrarci la realtà del mondo, le cose che succedono “ora”, nel profondo della vita della gente.
Nel 1998 ha pubblicato il suo secondo romanzo “Le particelle elementari”, storia delle tragiche vite sentimentali di un brillante scienziato e del suo fratellastro sessualmente represso. Cosa l’ha spinta a scriverlo?
La vera ispirazione sono stati gli esperimenti di Alain Aspect del 1982. Coi suoi ricercatori dimostrò il paradosso di EPR (Einstein-Podolsky-Rosen NDT), ovvero che quando le particelle interagiscono, i loro destini si legano tra loro. Quando si agisce su di una di esse, l’effetto si ripercuote istantaneamente sulle altre, anche in caso di grosse distanze che le separino. Scoprire che se due entità entrano in relazione anche solo una volta allora lo saranno per sempre mi sconvolse. Questo marca un cambiamento filosofico fondamentale. Sin dalla scomparsa del credo religioso nella filosofia moderna, la corrente che l’ha dominata è stata il materialismo che sostiene che siamo soli e riduce l’umanità alla biologia. Un’umanità calcolabile come un colpo al biliardo, irrimediabilmente deteriorabile. Questa visione è messa in discussione dal paradosso di EPR. Quindi la storia era ispirata da quest’idea: quale potrebbe essere la prossima mutazione metafisica. Senz’altro dovrà essere meno deprimente del materialismo che è, ad essere onesti,  molto deprimente.
Com’è passato da quest’idea alla stesura della storia?
Ho cominciato dal personaggio principale, Michel, un ricercatore di fisica. Poi, il fatto di provare ancora rimorso per aver fatto fuori troppo presto Tisserand nel mio primo romanzo, mi ha condotto a Bruno, che di Tisserand è un estensione. Questa volta ho deciso di approfondirne l’aspetto biografico, cosa che è stata molto piacevole. Meno per Michel, per il quale ho dovuto documentarmi parecchio.
Ha fatto molte ricerche sulle teorie quantistiche?
Oh, è stato terribile. Ricordo libri così difficili da costringermi a rileggere la stessa pagina tre volte di fila. Non fa male fare degli sforzi intellettuali di tanto in tanto, ma dubito che lo rifarei.
Quali erano i suoi intenti in questo romanzo?
Cosa volevo realmente era ricreare delle scene che fossero come dite voi anglofoni “heartbreaking”.
Cosa intende?
La morte della ragazza di Michel era molto commovente, credo. Era proprio il genere di episodi che volevo.
E perché proprio questo genere?
Perché è ciò che preferisco nella letteratura. Per esempio la fine de “I Fratelli Karamazov”: non solo non riesco a leggerle senza piangere ma non riesco nemmeno a pensarci senza scoppiare in lacrime! Questo è ciò che ammiro di più, la capacità di commuoverti a tal punto. I due complimenti che preferisco sono: “mi ha fatto piangere” e “l’ho letto tutto in una notte”.
Ovviamente l’attenzione dei media è stata richiamata dalle numerose scene di sesso.
Non sono del tutto sicuro che in quel romanzo ci sia un numero di scene di sesso inconsueto. Non credo che lo choc provenisse da questo, credo piuttosto che a scioccare sia stato il fatto di aver descritto il fallimento sessuale, di aver scritto di sessualità in maniera non glorificante, non celebrativa. Ho principalmente descritto una realtà di base: una persona gonfia di desideri sessuali che non può soddisfare. Questo è ciò che alla gente non piace sentire. La sessualità deve essere positiva. Mostrare delle fantasie sessuali frustrate è osceno. Ma è anche la verità. La vera domanda è: chi ha diritto alla sessualità? Non capisco, per esempio, come gli insegnanti possano sopravvivere con tutte queste giovani ragazze che definirei allarmanti. Se le donne diventano turiste del sesso questo è forse ancor più sordido, vergognoso, un tabù più grande di quando sono gli uomini a farlo. Come se, qualora una professoressa passasse una mano sulla coscia di uno studente, fosse un atto più scabroso, più difficile da raccontare.
Un ritornello costante dei suoi romanzi è che il sesso ed il denaro sono i due valori dominanti del mondo moderno.
È strano, ho cinquant’anni e ancora non mi sono fatto un’idea se il sesso è una cosa buona o no. Ho dei dubbi simili anche al riguardo del denaro. Quindi è interessante che io sia considerato uno scrittore ideologico. Mi sembra piuttosto di esporre i miei dubbi. Ho delle convinzioni: per esempio il fatto che puoi pagare per andare con una donna, cosa che credo essere buona. Non si può negare, un immenso segno di progresso.
Si riferisce alle prostitute?
Sì, sono assolutamente favorevole alla prostituzione.
Perché?
Perché tutti vincono. Non mi interessa particolarmente ma credo che sia una buona cosa. Molti inglesi o americani pagano e sono felici. Le ragazze sono felici. Fanno un sacco di soldi.
Come fa a sapere che le ragazze sono felici?
Perché parlo con loro. È molto difficile perché poche parlano inglese ma ci parlo, spesso.
Cosa mi dice dell’idea più comunemente sostenuta dall’opinione pubblica che queste donne siano vittime costrette in queste circostanze?
Le dico che non è vero. Non in Thailandia per esempio, è stupido obiettare su questo.
Dicono che lei sia tendenzialmente di destra poiché ne “Le particelle elementari” sembra schierarsi contro il liberalismo degli anni sessanta. Cosa ne pensa?
Fondamentalmente penso che non si possa fare granché per contrastare i cambiamenti sociali più radicali. Può essere considerato un peccato che la famiglia intesa come aggregato stia scomparendo. Si potrebbe argomentare che questo non fa che aumentare la sofferenza umana. Purtroppo però, spiacevole o no che sia, non possiamo farci niente. Questa è la differenza tra me ed un reazionario: non ho nessun interesse a far tornare indietro le lancette dell’orologio, semplicemente perché penso che sia impossibile. Possiamo soltanto osservare e descrivere. Ho sempre amato l’assunto di Balzac secondo il quale l’unica intenzione di un romanzo deve essere quella di mostrare i disastri causati dai cambiamenti di valori.
Di sé ha scritto di essere un ateo non solo religioso ma anche politico. Può approfondirci questo concetto?
Non credo che i politici abbiano una grossa influenza sulla storia. Credo che i fattori principali siano tecnologici e, meno frequentemente, religiosi. Non credo che i politici possano avere una vera importanza storica, eccetto quando provocano catastrofi in stile napoleonico. D’altronde non credo che la psicologia individuale possa avere alcun effetto sui movimenti sociali. Questa mia opinione si può trovare più o meno espressa in ogni mio romanzo. Parlavo proprio stamane con un caro amico a proposito del Belgio, un paese che non funziona. E nessuno capisce perché, da un punto di vista psicologico, giacché gli stessi belgi sembrano voler far in modo che le cose vadano bene, ma niente, non migliorano. Il paese va viepiù scomparendo. Siamo quindi costretti ad ammettere che ci sono delle potenti forze sociologiche all’opera che non possono essere spiegate in termini di psicologia individuale.
L’accoglienza ricevuta da “Le particelle elementari” la sorprese?
Sì. Ad esser sincero mi aspettavo un risultato simile al mio primo romanzo, un successo di critica con vendite modeste. Invece è stato un momento cruciale della mia vita, ero in condizione di poter smettere di lavorare.
La critica francese è irritata da quello che considerano come un cinico sfruttamento dei media da parte sua per lanciare i suoi libri, cominciato proprio con “Le particelle”. Quale era la sua attitudine all’epoca?
Pensavo che per vendere molti libri bisognasse presenziare parecchio sui media, ed è vero che ero davvero intenzionato a fare molti soldi, in modo da abbandonare il mio lavoro. Questo è l’unico vantaggio nell’essere ricchi, avere la libertà dei propri giorni, unico ma fondamentale. Poi non sono del tutto convinto che i media facciano vendere libri.
Cosa li fa vendere allora?
Il passaparola. Al momento, per esempio, Marc Levy è il best seller in Francia e non lo si vede mai in televisione.
“Le particelle elementari” è anche il romanzo che ha focalizzato i critici sulla sua vita personale a causa dei numerosi punti in comune che i protagonisti sembravano avere con l’autore. Sembra però che lei abbia trovato irritante il loro ridurre tutto all’aspetto biografico.
Sì, è fastidioso perché nega ciò che è il tratto essenziale dei romanzi, ovvero che i personaggi evolvono autonomamente nella storia. In altre parole, si parte con pochi fatti concreti e si lascia che la storia scorra nel suo momentum. E più lontano vai, più piacevolmente ti ritrovi ad allontanarti dalla realtà. Non si può raccontare la propria storia. Puoi usarne degli elementi ma non potrai mai immaginare di controllare cosa quel personaggio farà da lì ad un centinaio di pagine più tardi. La sola cosa si può fare è dare ai personaggi i propri gusti letterari: niente di più facile, basta far loro aprire un libro!
A proposito della sua vita, lei ha recentemente scritto di aver avuto un’infanzia felice con sua nonna.
Sì, mia nonna paterna. Ho vissuto con lei trai i sei ed i diciotto anni. Ci furono due momenti, il primo, che fu davvero felice, tra i sei ed i dodici. Abitavamo nella campagna di Yonne, correvo in bicicletta, costruivo dighe. Leggevo molto. Non c’era tanta TV. Si stava bene. Poi però ci trasferimmo a Crécy-en-Brie. Andandoci ora, non ne avrebbe un’immagine corretta: era molto più rurale all’epoca, oggi ci si trovano piuttosto strutture suburbane. Non mi ci trovavo bene. Troppa gente; mi piaceva la solitudine della campagna. Ma ad essere sinceri, l’adolescenza non è mai più bella dell’infanzia..
E sua nonna era comunista?
Era un ideale sovrastante: all’epoca chiunque provenisse da una certa classe sociale votava per il partito comunista senza avere la minima idea di chi Marx fosse. Era un voto di classe.
Lavorava, sua nonna?
No, era in pensione.
E cosa aveva fatto di mestiere?
Aveva lavorato nelle ferrovie, credo che fosse capostazione.
Era legato a sua nonna?
Sì, l’amavo molto.
Lei ha un considerevole senso dell’ironia, sua nonna era altrettanto divertente?
No, lei non scherzava molto.
Era materna?
Sì, i suoi quattro figli l’adoravano, era stata un’ottima madre.
Vedeva spesso i suoi genitori?
Mia madre molto poco, mio padre più sovente, specie durante le vacanze d’estate e di Natale.
Aveva un rapporto intimo con suo padre?
Non tanto, no. Era un uomo difficile da avvicinare; era una persona strana, un solitario in realtà. In ogni caso gli ero più vicino che a mia madre, posso dire di averlo conosciuto meglio.
Fino all’età di sei anni lei ha vissuto invece con i suoi nonni materni in Algeria; si ricorda la sua primissima infanzia?
Molto poco. Ho dei vaghi ricordi di parchi giochi e foglie.. ricordo anche l’odore dei lacrimogeni, che mi piaceva; mi sovviene ancora qualche immagine della guerra, cannoni per le strade..
Ne era spaventato?
No, per niente. I bambini sono divertiti da questo genere di cose.
C’era da leggere nelle case dove è cresciuto?
I miei nonni non leggevano nulla. Non erano persone istruite.
Com’è cambiata la sua vita dopo “Le particelle elementari”?
La più grande conseguenza del libro, a parte il denaro e la possibilità di non avere un lavoro dipendente, è che sono diventato conosciuto a livello internazionale. Ho smesso di essere un turista, per esempio, giacché i miei tour promozionali soddisfano ampiamente la mia voglia di viaggiare. Col risultato che ho potuto visitare dei paesi che normalmente non sono mete turistiche, come la Germania.
Perché dice questo?
Nessuno fa turismo in Germania, e si sbagliano perché non è così male.
Il turismo è il centro del suo terzo romanzo “Piattaforma”, che racconta di un’agenzia di viaggi che decide di promuovere il turismo sessuale.
La cosa più difficile di un romanzo è il punto di partenza, l’espediente che lo fa cominciare. E neanche un buon espediente è garanzia di successo. Credo che da questo punto di vista Piattaforma sia un po’ fallimentare, per quanto il turismo sia un eccellente punto di vista per capire il mondo.
Cosa la affascinava dell’industria turistica?
Trovo che sia un piacere assoluto leggere le guide turistiche, specialmente la guida Michelin e le sue descrizioni di posti che so che probabilmente non visiterò mai. Passo molto tempo a leggere la descrizione dei ristoranti, mi piace il vocabolario che impiega. Mi piace la maniera in cui presenta il mondo. Amo la descrizione della felicità della scoperta. Inoltre ci sono alcune domande di fondo che ho cominciato a pormi. “la Cina in sette giorni” per esempio. Come scelgono le differenti tappe? Come fanno a trasformare il mondo reale in un mondo gradevole, commestibile?
Ci racconti di Pattaya, in Thailandia, dove il tour sessuale ha luogo.
Ero completamente innamorato di Pattaya, dove si svolge la fine del libro. Tutti vanno lì. Gli anglosassoni, ci vanno. I Cinesi, ci vanno. I Giapponesi. Gli Arabi. Questa era la cosa più strana. Fu qualcosa letto proprio in una guida turistica a spingermi a fare un viaggio in Thailandia. Diceva che in un particolare hotel di Bangkok le prostitute indossavano dei veli per accattivarsi la clientela araba. Trovai affascinante questa adattabilità. Ci sono molte ragazze franco-algerine che lasciano i loro quartieri popolari per andare a prostituirsi a Pattaya. Col risultato che le “Thai girls” parlano francese con l’accento delle banlieues. Ci sono karaoke-bar per i Giapponesi, ristoranti rigonfi di vodka per i Russi. E c’è pure un lato commovente in tutto questo, qualcosa tipo “viale del tramonto” che avvolge alcune di queste persone, specialmente i vecchi inglesi o americani. Lo senti che non riusciranno mai a ripartire. C’è qualcosa di molto toccante nel momento in cui le prime ragazze arrivano sui loro scooters e vedi questi anziani cominciare a spuntare, come tartarughe che camminano lentamente sulla sabbia. C’è qualcosa di molto strano in quella città.
L’attentato che i terroristi perpetrano al night club nel libro ha in qualche modo preannunciato l’attacco compiuto a Bali un anno dopo la pubblicazione del libro, in una discoteca frequentata da occidentali.
Non era impossibile da prevedere. Poteva succeder anche in Malaysia, un altro paese musulmano che annovera molte prostitute e clienti occidentali.
È sempre dell’opinione che la prostituzione sia qualcosa che convenga a tutti?
Beh, l’Islam dovrebbe scomparire, altrimenti non può funzionare.
Quindi, in un mondo perfetto, c’è posto per la prostituzione ma non per l’Islam?
Non ho mai parlato di un mondo perfetto, ho parlato di un mondo che non sia un disastro.
Perché considera “Piattaforma” un fallimento?
Non c’è un’analisi sufficiente dell’industria turistica. E un personaggio, Valérie, è soverchiante sulla narrazione. Non che ci potessi fare granché: il personaggio di Valérie mi piaceva ed è preponderato e, come risultato, il personaggio maschile ne è risultato un po’ blando.
Ha dichiarato che le riviste letterarie non si sono concentrate sufficientemente sui personaggi.
Una cosa preziosa dei lettori ordinari è che talvolta sviluppano dei sentimenti per i personaggi. Questo è qualcosa a cui la critica non fa mai riferimento. È uno scandalo. I critici anglosassoni fanno delle ottime recensioni delle trame ma neanche loro si soffermano sui personaggi. I lettori, invece, lo fanno in maniera disinibita.
E cosa ci dice dei suoi detrattori? Potrebbe riassumerci brevemente cos’ha contro la stampa francese?
Prima di tutto, loro mi odiano molto più di quanto io non odi loro. Ciò che biasimo non sono le loro recensioni negative. È che parlano di cose che non hanno niente a che vedere coi miei libri – mia madre, il mio esilio fiscale – e che mi hanno caricaturato talmente da farmi diventare il simbolo di tutta una serie di atteggiamenti quantomeno spiacevoli: cinismo, nichilismo, misoginia. La gente ha smesso di leggere i miei libri perché si sono già fatti un’idea di me. In un certo qual modo, questo è valido per tutti. Dopo due o tre romanzi, uno scrittore può anche aspettarsi di non essere più letto, avendo i critici formattato le menti dei lettori.
Quando ha cominciato a scrivere?
È difficile da dire. Ci davano da scrivere dei saggi creativi a scuola, del tipo “descrivi un pomeriggio d’ autunno”, ed è vero che provavo un gusto spropositato nel comporli, al punto di averne ancora conservati. Inoltre tenevo un diario, anche se no sono del tutto sicuro di cosa ci scrivessi, credo di essere stato più incline a descrivere i miei sogni piuttosto che la mia vita di tutti i giorni.
Qual è il suo metodo di scrittura oggi?
Mi sveglio in piena notte, verso l’una del mattino, scrivo da mezzo addormentato, in uno stato di semi-coscienza. Parallelamente al bere caffè divento più cosciente e scrivo finché non sono stanco di farlo.
Di cos’altro ha bisogno per scrivere?
Flaubert diceva che si ha bisogno di un’erezione permanente. Io non ne vedo l’esigenza. Ho bisogno di fare quattro passi di tanto in tanto, questo sì. Altrimenti, in termini alimentari - dietetici, il caffè funziona, questo è vero. Ti porta attraverso tutti gli stadi della coscienza. Cominci semicomatoso. Scrivi. Ne bevi un altro po’ e la tua lucidità aumenta ed è in quello stato a metà strada, che può durare delle ore, che possono succedere cose interessanti.
Pianifica i suoi romanzi?
No.
Non sa cosa succederà da una pagina all’altra?
Non programmo niente.
Cosa ci dice del suo stile? Lei ha l’abitudine di utilizzare delle giustapposizioni brutali e a volte divertenti, per esempio: “il giorno che mio figlio si è suicidato, ho fatto un’omelette al pomodoro”.
Questo non è propriamente ciò che definirei stile, è solo la maniera in cui percepisco il mondo. Ho una specie di nevrosi che mi spinge verso questi contrasti improvvisi. Non è così diverso dal Punk. Gridi ma moduli un po’. Ne sono stati fatti anche studi universitari.
Qual è la conclusione di questi studi?
Ho una un fraseggio di media lunghezza, ricco di interpunzione. In altre parole, le mie frasi sono medio – lunghe ma frammentate in una varietà di modi. Una cosa che la gente odia sono gli avverbi. Io ne uso molti. C’è un’altra cosa che ha origine probabilmente dal fatto che alla base mi senta un poeta e non un romanziere: i redattori vorrebbero sempre elidere le ripetizioni, io amo le ripetizioni. La ripetizione fa parte della poesia. Quindi non mi disturba ripetermi. In effetti, credo di essere lo scrittore contemporaneo più ripetitivo in assoluto.
Le piace molto citare i nomi dei prodotti di consumo. Per esempio “Spigola al cerfoglio Monoprix Gourmet” (Monoprix: catena di supermercati NDT)
 “Spigola al cerfoglio..” è gradevole, attraente.. è ben descritto. Uso i nomi dei prodotti anche perché fanno, obiettivamente, parte del mondo in cui vivo. Ma è vero che ho tendenza a citare i prodotti che hanno i nomi più seducenti. Nel suo esempio la parola cerfoglio è molto attraente.. anche se non hai idea di cosa sia il cerfoglio ti mette voglia di mangiare qualcosa dove sia presente.. è carino.
Ha scritto che una delle sue fonti di ispirazione sono le storie che le persone le raccontano della propria vita. Apparentemente agli sconosciuti piace confessarsi con lei.
Credo che sarei potuto essere un ottimo psichiatra perché dò l’impressione di non giudicare. Cosa che credo essere vera. Certe volte sono molto scioccato da quello che la gente mi racconta. Ma non lo dò a vedere.
Ha scritto una biografia di H.P. Lovecraft, ciò che più colpisce sono le similitudini tra la sue disastrose storie d’amore e quelle dei protagonisti dei suoi libri.
Sì, la donna è coraggiosa e dinamica e fa il possibile perchè le cose funzionino mentre l’uomo è uno sfigato incompetente.
Qual’è il suo concetto di possibilità d’amore tra uomo e donna?
Ho avuto occasione di dire che la questione dell’esistenza dell’amore nei miei romanzi ha lo stesso peso delle interrogazioni suscitate a proposito dell’ esistenza di Dio nei romanzi di Dostoevski.
L’amore potrebbe non esistere più?
Questa è la domanda del momento.
E cosa ne sta causando l’estinzione?
L’idea materialista che nasciamo soli, viviamo soli e muoriamo soli. Non è per niente compatibile con l’amore.
“La possibilità di un’isola” si conclude in un mondo in rovina abitato da cloni solitari. Cosa l’ha spinta ad immaginare una realtà così sinistra, in cui gli uomini vengono clonati prima di raggiungere l’età adulta?
Sono persuaso che il femminismo non sia in fondo politicamente corretto. Trovo i suoi fondamenti  attuali per giunta molto più maligni e osa anche confondersi, cosa avversa agli anziani militanti. La questione della dominazione tra uomo e donna è relativamente secondaria – importante, certo, ma secondaria – rispetto a ciò che ho provato a descrivere in questo romanzo, ovvero che oggi siamo intrappolati in una società di bambini. Bambini vecchi. La scomparsa della trasmissione del patrimonio significa che un uomo oggi è un rudere inutile. La cosa a cui diamo maggior importanza oggi è l’essere (o apparire) giovani, ciò non può che rendere la vita automaticamente deprimente perchè la vita consinte, in fondo, in nient’altro che diventare vecchi.
Nella prefazione de “La possibilità di un’isola” lei cita una giornalista che a quanto pare le è stata fonte d’ispirazione per il romanzo. Può spiegarci?
Era un periodo molto particolare. Mi trovavo a Berlino in un caffé presso un lago, aspettavo qualcuno per un’ intervista. L’atmosfera circostante era molto calma. Erano le dieci del mattino. Nessuno intorno. La giornalista tedesca è arrivata e, cosa che mi sembrò strana, si comportava in modo strano. Non aveva un registratore e non prendeva appunti. Disse: “Ho sognato che lei era dentro una cabina telefonica, dopo la fine del mondo, e parlava a tutta l’umanità ma senza sapere se qualcuno ascoltasse o meno.” Come in un brutto film di Zombies. E questo ci porta alla premessa del libro: un clone che scrive un diario con l’intenzione di lasciarlo ai suoi successori.. Ho provato ad immedesimarmi nella situazione: io che, dopo la fine del mondo, parlo da una cabina telefonica senza in realtà sapere se dall’altra parte del filo c’è qualcuno ad ascoltarmi o se parlo da solo, solo per il gusto di sentire la mia voce. Mi è sembrata una metafora impressionante, valida per ognuno dei miei romanzi. C’è voluto un po’ di tempo perchè l’idea desse i suoi frutti. Nel frattempo scrissi i l mio terzo romanzo. Poi ho comprato un appartemento nel Sud della Spagna e mi ci sono recato durante l’inverno, in Gennaio. Le spiagge deserte mi davano l’impressione di essere solo, ai confini dell’umanità. Ho scritto le prime pagine, poi nulla più, per un bel pezzo.
Come è arrivato ad interessarsi alla setta di Raël che ha poi inspirato la bizzarra setta religiosa del libro?
Ho comprato dei testi religiosi e sono stato ad una sessione di orientamento per non-Raëliani.
E cos’è successo?
C’erano dei dibattiti col profeta che ci ha detto che le cose sarebbero andate di meglio in meglio, grazie alla scienza. È un misto di ottimismo totale sulla scienza e antimoralismo sessuale. Questo è ciò che principalmente attrae i partecipanti. Parlano di extraterrestri molto più sviluppati di noi in termini di ricerca che ci faranno dono della loro ricetta per la felicità tecnologica.
Perchè il personaggio principale è un attore comico?
Principalmente per due motivi: ero stato in un villaggio turistico in Turchia ed avevo assistito ad uno di quei talent show a cui partecipano gli stessi ospiti. C’era una ragazzina – avrà avuto quindici anni – che cantava un pezzo di Céline Dion ed era evidente che per lei era molto, molto importante. “Ci tiene proprio!” mi son detto vedendola. La cosa dvertente è stata che l’indomani ho visto la stessa ragazzina che sedeva sola al tavolo durante la colazione: “Di già la solitudine della star!” ho pensato. Ho avuto la sensazione che qualcosa di quel genere avrebbe potuto decidere i destini di una vita intera. L’attore ha esperienze simili: scopre all’improvviso di poter far divertire le folle e questo gli cambia la vita. Il secondo è che all’epoca conoscevo la redattrice capo di un magazine che mi invitava sempre a degli eventi molto fashion con gente tipo Karl Lagerfeld.. Volevo qualcuno che potesse far parte di quel mondo.
Come ogni buon comico, lei affronta senza esitazione l’argomento socio-politico più sensibile del momento con punte d’irriverenza che sfiorano l’insulto. Ma è divertente e fa ridere a crepapelle.
La fa ridere perchè l’insulto non fa altro che sottolineare un’evidenza. Potrà essere poco consueto nella letteratura ma non lo è di certo nella vita privata. “Dai, diciamocelo, l’Islam è un’idiozia” è qualcosa che qualcuno direbbe serenamente in privato. Questa sorta di dichiarazioni irrisorie e grossolane credo facciano parte della cultura francese. Per esempio, un’amica mi raccontava di una sua conoscente, molto brutta, fervente sostenitrice del diritto all’aborto. Mi ha detto: “non voglio essere meschina, ma credo che comunque nessuno vorrà  mai metterla incinta”. Nelle conversazioni i francesi usano spesso questo cinismo velenoso. Ci riconosco una sorta di buonsenso che apprezzo.
Lei sembra avere un talento speciale per insultare gli altri. Prova piacere a farlo?
Sì. Devo ammettere che è molto liberatorio.
Dice di essere molto fiero di aver fatto della parte finale de “La possibilità di un’isola” un trionfo poetico. È il momento in cui il clone scappa dalla sua zona sotto controllo e vaga nel deserto alla ricerca di un altro clone.
Personalmente amo molto l’ultima parte di quel romanzo. Non credo che somigli a niente di ciò che ho fatto prima, eppure nessuna critica ha mai sottolineato quest’aspetto. È difficle spiegarmi, ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di davvero bello in quell’ultima parte. Delle porte si aprono ed è subito un altro mondo. Quando ho scritto quel passaggio non stavo pensando granchè alla storia in sé, ero completamente “intossicato” dalla bellezza delle mie stesse parole. Ci fu una preaparazione speciale per quel passaggio. Per due settimane ho smesso di scrivere e non ho fatto niente di niente. Non ho visto nessuno ne’ parlato con nessuno. In generale non devi smettere di scrivere nel bel mezzo di un romanzo; se smetti per fare qualcos’altro, è una catastrofe. In questo caso però ho smesso per non fare niente, soltanto per sentire accrescere il desiderio di riprendere.
Ha detto di essere ciclotimico. Cosa significa?
Significa fare costantemente andata e ritorno tra la depressione e la gioia. Ma alla fine, non credo di essere davvero depresso.
Cos’è allora?
Solo non molto attivo. La verità è che se sto a letto a non far niente, sto bene. Non credo che questo si possa chiamare depressione.
E cosa le evita di soccombere a quello che lei definisce il suo più grande pericolo, ovvero starsene imbronciato in un angolo a ripetere all’infinito che tutto fa schifo?
Per il momento il mio desiderio di essere amato è sufficente per spingermi all’azione. Voglio essere amato nonstante i miei difetti. Non è esatto descrivermi come un provocatore; un vero provocatore è qualcuno che dice cose in cui spesso non crede, solo per scioccare. Io provo a dire quello che penso. E se mi accorgo che quello che sto pensando potrebbe creare disappunto allora lo dichiaro con vero entusiasmo. E nel profondo, voglio essere amato malgrado tutto ciò.
Ovviamente, non c’è nessuna garanzia che possa durare.
I suoi scambi epistolari con Bernard-Henri Lévy, “Nemici pubblici”, sono stati tradotti negli Stati Uniti. Cosa vi ha spinto a pubblicarli?
È cominciato come un gioco, non avevo mai fatto niente di simile. Ciò che importa è cosa ci ha spinto a continuare ed eventualmente pubblicare, che in realtà è una cosa molto semplice: abbiamo pensato che il risultato fosse interessante.
Perchè non vive in Francia?
In parte per pagare meno tasse ed in parte per imparare la vostra magnifica lingua, Signora. E anche perchè l’Irlanda è bellissima, specie la costa occidentale.
Non per scappare dal suo Paese?
No. Sono partito all’apice di una gloria indiscussa, senza nemici.
E come giudica il mondo Anglosassone?
Possiamo affermare che questo è il mondo che ha inventato il capitalismo. Ci sono società private che competono per consegnare la posta, raccogliere i rifiuti. Le pagine finanziarie dei giornali sono molto più numerose di quanto non lo siano nel resto d’Europa. Un’altra cosa che ho notato è che donne e uomini sono molto più distanti. In ristorante per esempio puoi vedere spesso delle donne che cenano insieme. Trovo che i francesi siano molto più latini da questo punto di vista: una cena “unisex” è considerata il più delle volte noiosa. In un hotel in Irlanda ho visto, durante la colazione, un gruppo di uomini che sedevano insieme e parlavano di golf. Hanno finito, si sono alzati e sono stati rimpiazzati da un gruppo di donne che parlava d’altro. Come se fossero specie separate che si incontrano occasionalmente a scopi riproduttivi. C’è un passaggio che mi è piaciuto molto in un romanzo di Coetzee: uno dei personaggi pensa che la sola cosa che interessa sua figlia lesbica sia la marmellata di pere selvatiche. L’omosessualità è solo un pretesto: lei e la sua partner non fanno più sesso e si dedicano a cucinare ea decorare la casa. Forse c’è una verità potenziale data dal fatto che alla fine sono le donne ad aver dimostrato sempre un maggiore interesse per le confetture e le tendine.
E gli uomini? Cosa crede che interessi loro?
I bei culetti. Mi piace Coetzee, anche lui dice le cose piuttosto brutalmente.
Lei sostiene di avere un lato americano. Cosa ce lo dimostra?
Ho ben poche prove. C’è il fatto che se vivessi in un contesto americano probabilmente avrei scelto una Lexus, che ha il miglior rapporto qualità-prezzo. Più vagamente, ho un cane che so essere molto popolare negli Stati Uniti, un Welsh Corgi. Una cosa che non condivido è quest’ossessione americana per i seni prosperosi, cosa che, devo ammettere, non mi entusiasma. Ma un garage per due macchine? Lo voglio. Uno di quei frigoriferi con macchina del ghiaccio incorporata? Anche. Ciò che li interessa, interessa anche me.
Il suo attesissimo prossimo romanzo “La carta e il Territorio” è in uscita in Francia, ma se ne sa molto poco. Ho letto che si tratta di un tomo di 500 pagine che “esamina la società contemporanea attraverso il prisma del successo di un artista”. Apparentemente lei è uno dei personaggi. È corretto?
Le pagine sono solo 450. Il protagonista è un artista. Houellebecq resta un personaggio secondario, malgrado la sua presenza complichi notevolmente la struttura del romanzo. Vorrei evitare di aggiungere altro.
Quale crede che sia il fascino delle sue opere, malgrado la loro brutalità?
Ci sono diverse risposte. La prima è che sono ben scritte. Un’altra è che danno una vaga sensazione di dire la verità. La terza, che è la mia preferita, è perché sono intense. C’è bisogno di intensità. Di tanto in tanto si ha bisogno di abbandonare l’armonia. Persino di tradire la verità. Abbracciare energicamente delle cose eccessive, quando se ne sente il bisogno. Ora mi sembro San Paolo.
Cosa intende?
Queste sono dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte la più grande è la carità” (Cit. Lettera ai Corinzi, NDT). Per me sarebbe così: “la bellezza, la verità e l’intensità; ma di tutte la più grande è l’intensità”.
Lei ha scritto, sempre sulla biografia di H. P. Lovecraft, che “nessuna creazione estetica può esistere senza una parte di volontaria cecità”.
Sì, è vero, bisogna scegliersi una “famiglia”, per così dire. Bisogna esagerare un po’..
Quale considera essere la sua “famiglia”?
Potrà sorprenderla ma sono convinto di far parte della famiglia dei Romantici.
Prevedeva che questa sua affermazione potesse sorprendere?
Sì, ma la società si è evoluta, un Romantico di oggi è diverso da uno del passato. Tempo fa leggevo Democrazia in America di De Tocqueville. Sono convinto che se prendesse da una parte un Romantico del vecchio ordine e dall’altra ciò che De Tocqueville aveva predetto che sarebbe successo alla letteratura a seguito dello sviluppo della democrazia – ovvero avere l’uomo comune come soggetto principale, un fortissimo interesse nel futuro, usare un vocabolario il più realistico possibile – otterrebbe.. me.
Qual è la sua definizione di Romantico?
È qualcuno che crede in una felicità senza limiti, eterna e a portata di mano. Che crede nell’amore. E nell’anima, cosa che stranamente mi concerne, malgrado non smetta mai di dire il contrario.
Lei crede in una felicità eterna, senza limiti?
Sì. E non lo dico soltanto per essere provocatorio.

Intervista di: Susannah Hunnewell, Paris Review
Traduzione di: Carlo Ligas