martedì 9 settembre 2014

Vergogna, di J.M. Coetzee



 


Colui il quale si convince di comprendere, fin troppo a fondo, il mondo, improvvisamente o per gradi, si rende conto che l’acquisizione di tale coscienza è vana. Rincorrendo questa vanità si lasciano le terre conosciute e sicure. Incomincia così l’anti-epopea di David, il suo addentrarsi nelle terre selvagge. In questo altro mondo gli orpelli vanno persi, le gerarchie di ieri, i valori quantitativi e la fede in una formula narrativa diacronica si dissolvono. Sarcasmo, apparente senso di superiorità e falso cinismo precipitano in semplice disperazione. Ecco allora incombere sui piccoli l’ombra poderosa di Dio.
Qualcosa del genere è quanto ho tratto dalla lettura di Vergogna, il romanzo di J.M.Coetzee.
Forse Vergogna è un romanzo sulla presenza di Dio, presenza fatta di prepotente assenza. Può darsi sia un romanzo su un tale che invita il sommo fattore a venir fuori, a farsi avanti: convinto che il senso del tutto si possa dispiegare lungo la narrazione di ognuno di noi (come si stende un tappeto in un corridoio), scopre con amarezza che non è così, imparando, infine, che il suo rappresentarsi è invece più simile ad un’epifania, ad uno squarcio impietoso sulla realtà. Il senso profondo di Dio, scoprirà David, irrompe come uno scandalo, apre una breccia sulla trama che il protagonista ha costruito di sé.
David gode di buona salute, la sua mente è lucida. Di professione è – o è stato – uno studioso, e l’erudizione, a tratti, lo avvince ancora. Vive nei limiti del suo reddito, nei limiti del suo carattere, nei limiti delle sue capacità sentimentali. È felice? Secondo i normali criteri di valutazione, sì, ne è convinto. Ma non ha dimenticato l’ultimo coro dell’Edipo: non dire di un uomo che è felice finché non è morto.
Il protagonista della storia non vuole più far parte di quel luogo rassicurante, rappresentato dalla sua classe di riferimento, la borghesia colta di un paese tuttavia votato alla frontiera. Avverte di aver perso l’originario senso di unicità e intraprende dunque un’azione di rottura. La risposta alla noia è la sfida.
[…] non c’è stata premeditazione. È cominciata come un’avventura, una di quelle piccole avventure insperate che capitano agli uomini di un certo tipo, che capitano anche a me e mi fanno sentire vivo. Mi scusi se ne parlo in questo modo, ma voglio essere franco.
E così la storia di Coetzee affonda nel dilemmatico rapporto che lega l’individuo alla massa. Il protagonista intuisce che qualcosa in lui va perdendosi, qualcosa a cui deve opporsi. L’intelligenza, la cultura, il riconoscimento sociale si rivelano come inutili orpelli nello scontro per l’emersione dall’indistinto. La massa (sia essa intesa come ceto, etnia o genere) è l’indistinto, ciò che agisce verso il singolo individuo, l’agente che pretende da lui la capacità di fondersi in soluzione. Il problema narrativo nasce quando si inceppa questa possibilità di soluzione, quando la labile alchimia si rompe. David allora compie un atto che tradisce il suo ruolo, ha una relazione con una sua studentessa. Così prende piede Vergogna.
Egli abbandona quindi il mondo civilizzato, dove la vera natura di un uomo può essere nascosta a lungo, anche la vigliaccheria e l’incapacità di ribellarsi fino in fondo.
David parla italiano, parla francese, ma né l’italiano, né il francese lo salveranno nel cuore dell’Africa nera. È inerme, una specie di personaggio da vignetta, un missionario in tonaca e casco coloniale che aspetta, mani giunte e occhi al cielo, mentre i selvaggi blaterano il loro idioma incomprensibile, preparandosi ad immergerlo nel calderone bollente. Il lavoro missionario: che cosa ha lasciato quell’immensa impresa di nobilitazione dell’uomo? Niente, si direbbe.
Mentre leggevo Vergogna, mi è più volte tornato in mente un discorso che una volta mi fece un terapeuta dei mali dello spirito, una metafora che chiamava in causa il mondo dei lupi. Esistono tre tipi di lupi, mi disse: il maschio alfa, il gregario e il lupo solitario. Il primo conquista la supremazia sugli altri usando qualunque mezzo, tuttavia è costretto a piegarsi alle regole che strutturano il branco, lo deve fare comunque. Per quanto grande possa essere il suo potere, non potrà in ogni caso risparmiargli l’istintiva certezza che, presto o tardi, giungerà un nuovo maschio alfa che lo vincerà. I gregari, intanto, lottano per occupare i gradini di un mondo gerarchico, ma evitano lo scontro con il maschio dominante, a meno che non avvertano i segni propizi all’usurpazione della sua posizione. Nel loro mondo inesatte valutazioni possono costare care. Infine viene il lupo che vaga da solo. Tenendo d’occhio il branco, si muove a distanza ravvicinata e attende il momento giusto per violare l’harem del maschio dominante: sperando in una sua distrazione, ingraviderà le femmine. L'intraprendenza del lupo solitario, quindi, salva il branco dai rischi del sangue stanco. Quale di queste categorie potrebbe riferirsi a David?
E così è arrivato, il giorno della prova. Senza preavviso, senza fanfare, eccolo lì, e lui ci è dentro. Il cuore gli martella il petto con tale violenza che persino quell’organo ottuso deve aver capito. Riusciranno, cuore e proprietario, a superare la prova?
Il trauma accade d’improvviso, senza che David lo possa prevedere. Due nativi adulti e un ragazzino irrompono nella casetta colonica della figlia Lucy: è violenza.
È sul pavimento del bagno, il bagno della casa di Lucy. Stordito riesce a mettersi in piedi. La porta è chiusa, la chiave sparita. Si siede sulla tazza e cerca di riprendersi. La casa è silenziosa; i cani abbaiano, ma più per dovere, si direbbe, che per la smania di mordere.
Se nel mondo intellettuale, a cui David apparteneva, la posizione del lupo solitario poteva essere considerata come una scelta avventurosa, dignitosa, carica di possibilità, quando questo mondo viene abbandonato, l’uomo bianco di città è posto di fronte alle concrete conseguenze di tale scelta.
La giornata non si è ancora spenta, anzi è viva e vegeta. Guerra, atrocità: questa giornata inghiotte nella sua gola nera qualunque parola si usi per cercare di impacchettarla.
I fatti narrati da Coetzee mettono in crisi le vite in cui non si sono prese delle posizioni nette, coerenti con il contesto in cui si vive. In questa storia si smascherano tante forme di dissimulazione della debolezza, mettendo a nudo l’insufficiente potere barbarico del protagonista, la sua incapacità di affermarsi. Se nel mondo urbano e intellettuale, che ha abbandonato, le occasioni di confronto brutale potevano essere evitate, così non accade nella nuova realtà in cui giunge. La scelta di vita solitaria, a cui David approda, si potrebbe forse ricondurre all’insufficienza di forza brutale necessaria al rovesciamento del maschio alfa, è forse questa la ragione per la quale odia i gregari: loro rappresentano quella debolezza di cui non si riesce a liberare. Fatto sta che David, in qualunque condizione, è tagliato fuori dal branco.
In Vergogna il tempo è una variabile interessante; il protagonista infatti cerca le motivazioni utili all’azione riferendosi anche all’unità di tempo percepita. Ecco perché David guarda di continuo al mondo degli animali; non comprendendo appieno il mondo degli uomini, fantastica sulla condizione di questi esseri, in qualche modo anela alle loro risorse. Il cervello animale, a cui David si affida per la sopravvivenza, ragiona solo su coordinate del qui e ora. Quando si crea una necessità, un allarme, un’informazione ambientale quest’organo risponde subito e adeguatamente. Mette in moto succhi, umori e tensioni, preparando la macchina alla guerra. Ciò nonostante i guai nascono quando entrano in gioco i filtri delle emozioni umane, e David è suo malgrado un uomo; ecco allora il lungo rettile del tempo muovere le sue spire, e l’uomo sgomento, percepisce nel qui e adesso l’irruzione del passato. Questa lunga biscia atavica, cresciutaci dentro fin dal nostro concepimento, si muove stimolata da ciò che percepiamo, creando delle anse fra le sue spire, che, dalla percezione animale, sono falsate come appartenenti al qui e ora. Esse però non sono altro che echi del passato, appena percepibili eppure potenti. Il loro innesco è causato da un fenomeno di risonanza, (come risuonano fra loro le corde di una chitarra): l’emozione di un vissuto lontano irrompe in un’epifania sincronica. In un attimo David, cinquantaduenne, ritorna un bambino abbandonato, o forse un vecchio, debole e indifeso.
Il tremito e la debolezza non sono che i segni iniziali e più superficiali del trauma. Ha la sensazione che dentro di lui sia rimasto contuso e ferito un organo vitale, forse addirittura il cuore. Per la prima volta ha un assaggio della vecchiaia, quando diventerà un uomo spossato, senza speranze, senza desideri, indifferente al futuro. Abbandonandosi su una sedia di plastica in mezzo al puzzo di piume di pollo e mele marce, sente l’interesse per il mondo defluirgli dal corpo goccia a goccia. Forse ci vorranno settimane, anche mesi, prima di restare dissanguato, ma il fluido vitale sta fuggendo. E quando questo processo si sarà compiuto, di lui non resterà che l’involucro di una mosca in una ragnatela, fragile al tocco, più leggero della pula, pronto per essere trascinato per altri lidi.
Penso che Vergogna tracci il percorso di una peregrinazione di un uomo, che non trova la forza di affrontare la realtà relazionale, che non vince l’horror vacui e non si abbandona al tuffo dentro al magma del sé. Forse solo alla fine intuisce che il riscatto può avvenire nel riconoscimento dell’altro, ma questa possibilità gli sfugge ancora.
Ama sua figlia, ma ci sono momenti in cui vorrebbe che fosse una creatura più semplice: più semplice e più schietta. L’uomo che l’ha violentata, il capobanda, era così. Come una lama che taglia il vento.


Davide Ferreri


Vergogna (Disgrace), di J. M. Coetzee, Einaudi (2000) (trad. di Gaspare Bona)

1 commento:

  1. Bella recensione. Comunica un senso di tristezza, come immagino lo comunichi il libro, ma bella. Bella perche' parla di noi. Scoprire che non si comprende, o conosce tutto quello che si pensava e' umano. Leggero' il libro.

    RispondiElimina