venerdì 11 gennaio 2013

Bernard Moitessier, il marinaio che sarebbe piaciuto a Conrad / Intervista alla moglie Françoise


L’immaginazione non potrà mai dare un’idea precisa di Bernard Moitessier, del suo genere di vita, dei suoi sentimenti quasi sempre celati dietro le dichiarazioni ufficiali, del suo bisogno di correre i mari tempestosi e di andare verso pericoli indescrivibili, delle sofferenze disumane per le quali il navigatore solitario prova una sorta di feroce piacere quasi di sadismo. Lo si potrebbe paragonare, seppure in direzioni affatto diverse, a certi pittori che danno il meglio di loro stessi nel tragico, nell’atroce. 
Moitessier rimarrà sempre incomprensibile. Perché? Due considerazioni forse lo chiariranno. 
La prima: egli affermava di provare un senso di rivolta verso tutto ciò che può essere definito vita civile associata. Da dove traesse origine questo sentimento non lo sapeva nemmeno lo stesso navigatore, dato che la vita associata e la civiltà — in una certa accezione del termine — egli, uccello dei mari, non le conosceva affatto. In una lettera da Tahiti, dopo essere stato in mare per 303 giorni e dopo avere compiuto una volta e mezza il giro del mondo senza scalo, Bernard mi scriveva: «Nel mondo civile ci sono molti falsi dèi, e per me non c’è posto. Vi si può trovare soltanto il gigantesco che stritola l’uomo ed il minimo che l’abbrutisce; desidero rimanere sempre in mare perché in mare sono felice, vi trovo la mia pace interiore, una pace profonda, troppo preziosa perché io debba correre il rischio di perderla fermandomi prima del tempo». A quale tempo si riferiva Moitessier? Al tempo umano o al tempo metafisico? 
La seconda: la vita di eterno errante che Moitessier conduceva era forse un'abitudine contratta fin da ragazzo, ed egli ha fatto di tutto per rinsaldare tale abitudine senza, per altro, raggiungere lo scopo. Nei suoi scritti si contraddice. Spesso vagheggiava le comodità della vita a terra, il piacere di dormire in un letto che non si muova. Riuscì anche a sposarsi e ad avere una casa. Ma la contraddizione è lo scotto che debbono pagare le nature sensitive, ingenue. 
Chi era Bernard Moitessier? 
Nato in Indocina nel 1925 da genitori francesi, trascorre l’infanzia e la prima giovinezza molto più piacevolmente di quanto non possa far supporre un’espulsione dalla scuola e la frequenza — per punizione paterna di un istituto professionale, dove impara molte cose che gli saranno utili nella sua vita di navigatore. La sua precocità marinaresca testimonia ampiamente la sua predestinazione. Debutta su piccoli «galleggianti» a vela da lui stesso costruiti, e tiene il padre e la madre costantemente con il fiato sospeso. Il mare è la sua stessa vita; non ama condurre la vita degli altri giovani. L’abisso tra lui e la società comincia a scavarsi. 
Con Pierre Deshumeurs, a bordo dello Snark, incrocia nel golfo del Siam, nel mar di Giava, nel mar della Cina, finché le innumerevoli vie d’acqua della vetusta barca non consigliano i due intraprendenti navigatori a sbarcare. 
Moitessier ha già fatto la sua scelta: vivere sul mare e scrivere. In questo vagabondo dei Mari del Sud, facciamo la conoscenza del navigatore e di due sue barche: Marie-Thérèse e Marie-Thérèse II, portate entrambe sugli scogli. La prima barca, per inesperienza, la seconda per un colpo di sonno. Ma facciamo anche un’altra conoscenza: la conoscenza di un vero scrittore. Moitessier comincia quasi per gioco. Dapprima la vita di bordo sembra opporsi alla potenza creatrice. Le pagine si ostinano a rimanere bianche; allora il navigatore si butta a capofitto nella lettura: Baudelaire, Saint-Exupéry, Moravia. Riempie il giornale di bordo di citazioni pedantesche, ricopiandole come uno scolaretto. Infine si decide. Metterà sulla carta tutto, cosi come gli viene in mente. E nasce il “Vagabondo dei mari del sud”, unanimemente definito uno dei più bei libri di barche che siano mai stati scritti, sia per una certa vena di schietto umorismo, sia per lo stile sprovvisto di qualsiasi compiacenza letteraria, sia per il contenuto, dove ogni espressione, ogni parola sono assolutamente necessarie a ciò che lo scrittore vuole narrare. 
Ma ritorniamo al navigatore. 
Dopo il naufragio di Marie-Thérèse II, perdutasi tra gli scogli, nel passaggio San Vincenzo, alla Martinica, Moitessier piombò nella più profonda disperazione. Ci vollero molti mesi per riprendersi, ma seppe incassare stoicamente. Se il disastro fu per Moitessier immane, ciò non significava, però, la fine dei suoi sogni. Poteva dimenticare tutto e ricominciare daccapo. Qualcuno ha scritto che Bernard aveva una grande capacità di dimenticare. Ed è vero. Dopo due naufragi, con perdita di corpo e beni, chiunque avrebbe desistito. Ma non Bernard. 



Non aveva dunque più nulla tranne quei pochi stracci addosso. Non aveva nulla né alle Antille né altrove. Riuscì a farsi imbarcare come uomo di fatica su una nave da carico e mettere piede per la prima volta in Francia. Qui trovò numerosi amici, molti dei quali l’aiutarono a trovar lavoro (rappresentante di medicinali) e nella realizzazione del suo sogno: avere una barca d’acciaio. L’avrà. Jean Knocker la disegnò su suggerimenti dello stesso Moitessier, e l’industriale Fricaud mise a disposizione le attrezzature del suo stabilimento. Nacque, così, Joshua con il quale Bernard fece corsi di vela d’altura in Mediterraneo, durante due stagioni. Quando ha un po’ di denaro, completa l’attrezzatura di Joshua e sposa Francoise, che gli porta tre figli nati da un precedente matrimonio. 
Bernard Moitessier poteva ritenersi tranquillo; aveva un lavoro, una casa. Ma il navigatore offrì a Francoise una straordinaria luna di miele. Partire con Joshua verso le Antille, Panama, la Polinesia Francese. 
Fu un viaggio meraviglioso e, dal punto di vista della navigazione, senza storia. Poi si pose il problema del ritorno: o far rotta per occidente e cioè capo Leeuwin o stretto di Torres, Buona Speranza o Mar Rosso, oppure far rotta per Capo Horn, la rotta logica, come la chiama Bernard. 
Scelsero la rotta logica. Partiti da Moorea il 23 novembre 1965, Bernard e Francoise avvistarono l’isola Diego Ram Erez 48 giorni dopo. L’il gennaio 1966 passavano al largo di Capo Horn, dopo aver subito per un’intera settimana una delle più spaventevoli tempeste che siano state mai registrate tra i 40° e i 50° di latitudine sud. Per sei giorni, i Moitessier furono inchiodati nel posto di governo interno, per sei giorni corsero il rischio costante di essere capovolti in senso longitudinale. Scrisse Bernard all’amico IM. Barrault: 
«Durante una settimana, rimanemmo inchiodati (Françoise splendida) alla barra. Mi domando come ce la saremmo cavata se avessimo dovuto governare stando nel cockpit, dato che le onde frangenti erano veramente assassine. Durante uno di quei colpi di vento, vidi cavalloni di 150, 200 metri di altezza che rompevano senza interruzione per 200, 300 metri lasciando dietro un mare di spuma. Assolutamente incredibile. Non cercare di immaginartelo, bisogna esserci stati. Non so se riuscirò a darne un’idea nel libro che ho intenzione di scrivere perché è impossibile immaginare che una barca come le nostre possa uscirne indenne. Posso però dirti una cosa: mai ho visto un mare così potente, così colossalmente bello, sia con bel tempo sia con cattivo tempo, e se dovessimo un giorno recarci nel Pacifico, ritorneremmo per la stessa rotta logica». 
Bernard Moitessier è tutto qui. Era un innamorato del mare violento, colossale. Era come le procellarie delle alte latitudini che morrebbero tra gli alisei. Era come lo stesso vento dei Quaranta Ruggenti, come lo stesso mare dell’Horn, dell’Agulhas, del Leeuwin. Era uno dei più grandi navigatori a vela in solitario di tutti i tempi. 
In solitario, Bernard ritorna all’Horn. E questa volta non per provare. Ma perché ci ritorna? 
I coniugi Moitessier gettarono l’ancora ad Alicante il 29 marzo 1966, dopo 126 giorni di mare ed oltre 14.000 miglia di percorso. Bernard era, allora, tutto preso dal suo Capo Horn alla vela, ma ha fretta di concludere, ha nostalgia delle alte latitudini. Mette alcuni amici al corrente del suo progetto ambizioso: fare il giro del mondo senza scalo, passando per i tre capi. 
Si era nel gennaio del 1968, quando l’idea di una competizione consistente appunto nel giro del mondo senza scalo non si era ancora affacciata alla mente degli organizzatori della gara indetta dal giornale britannico « Sunday Times ». Bernard rimise Joshua in condizioni di affrontare i Quaranta Ruggenti e ripartì quasi di nascosto. Sapeva perfettamente a che cosa andava incontro: mare gigantesco, pericolo di ghiacci che possono tagliare in due una barca come la sua, possibilità reale di essere capovolto in senso longitudinale, come capitò a Smeeton con lo Tsu-Hang o di lasciarci la pelle come lo fu per Hansen. 
Il « Sunday Times » organizzò la competizione. I concorrenti partirono e Bernard con loro contro la sua volontà. Se ne infastidì, compì il giro del mondo e, dopo aver tagliato due volte lo stesso meridiano, in netto vantaggio sui concorrenti, annunciò mentre si trovava al largo del Capo di Buona Speranza, di non voler ritornare in Europa, ma di continuare il viaggio verso le isole felici. 
La decisione di Moitessier sconcertò (non soltanto stupì) l’opinione pubblica. Si formularono molte congetture, la maggior parte delle quali sbagliate. Si parlò del tentativo di battere un nuovo record, due volte il giro del mondo senza scalo, si parlò di improvvisa pazzia del navigatore dovuta alla solitudine e allo scoramento, si disse che Bernard, e le parole gli furono falsamente attribuite, voleva salvare la sua anima. Tutto ciò « tradì» Moitessier, e di questo tradimento forse fu artefice lo stesso navigatore solitario. 
Ma perché Bernard rinunciò, povero com’era, alle 5.000 sterline offerte in premio dal giornale britannico? 
Forse questa lettera che l’amico Bernard scrisse da Tahiti può dare qualche spiegazione. 
«Non sono ritornato in Europa perché in mare ero felice, perché vi avevo trovato la pace del mio spirito, una pace totale, profonda. Non potevo sopportare l’idea che il mio viaggio dovesse concludersi poche settimane dopo il Capo Horn.» 
«Il desiderio di continuare verso il Pacifico era sorto in me molto tempo prima dell’Horn. Ma era soltanto un desiderio, qualcosa maturato dallo spirito e che la mia mente accarezzava. Soltanto dopo l’Horn, dopo l’immensa purezza dell’Horn, il desiderio di proseguire, di andare molto più lontano divenne una sorta di esigenza materiale, piuttosto che una decisione pura e semplice. Non si trattava, qui, di arrivare alla fine di un viaggio, ma di giungere alla fine di me stesso.»
«Dovevo proseguire, era necessario che rimanessi più a lungo nelle alte latitudini, dove l’essere umano si trova senza forze, smarrito per la consapevolezza dei suoi limiti, ma dove trova anche coscienza della sua grandezza. In quelle latitudini, sentivo che il mio essere si rimpiccioliva e s’ingrandiva, che lo spirito è carne e che la carne è spirito. Ecco perché, quando all’alba salivo in coperta, mi piaceva urlare la mia gioia di vivere, mentre contemplavo il cielo che andava rischiarandosi su quel mare colossale per forza e per bellezza.» 
«Per questo ho continuato. O per lo meno credo sia questo il motivo. Certo, spesso ero preso da un forte smarrimento di fronte ai potenti colpi divento, alle ondate gigantesche, alle nuvole gravide di pioggia che si rincorrevano a pelo d’acqua, portando con loro tutta la tristezza del mondo e tutto il suo sconforto. Ma dovevo continuare lo stesso, forse perché quando si comincia una cosa, si deve condurla a termine anche se, a volte, non se ne comprendono le ragioni.» 
«Ma che cosa vado dicendo? Non sono ragioni sufficienti e validissime i cieli limpidi, i tramonti color del sangue e della vita, in un mare scintillante di bellezza? Come spiegare tutto ciò? Si può forse spiegare che non sono le stelle, il mare, il vento in se stessi a procurarci l’estasi ed il sogno, ma che invece sono i nostri sensi e la nostra anima a creare tutto ciò?» 
«E' difficile dare una spiegazione alla mia decisione di continuare il viaggio, ma un motivo doveva esserci, e questo motivo aveva un valore immenso, immensamente più grande di un Globo d’oro e delle 5.000 sterline del “Sunday Times”.» 
Le parole di Bernard sono quelle di un inquieto, di un filosofo, di un asceta a modo suo. Sono le parole di chi cercava continuamente di dare un senso e uno scopo a quello che faceva. Ma nulla ha senso, nulla ha uno scopo, lontano dal mare, perché Moitessier si identificava con il mare. Fu egli stesso una forza della natura, un uccello dei mari — come egli amava definirsi —. Fu uno dei pochi uomini che hanno doppiato Capo Horn, ma uno dei rari che ci sia stato due volte. Già, due volte l’Horn, ma due volte Capo Leeuwin, tre volte il Capo di Buona Speranza, tre volte il Pacifico, tre volte l’indiano, cinque volte l’Atlantico. Fu un solitario per elezione. Nè l’amore nè i vantaggi di una vita comoda poterono allontanare da lui il sentimento della solitudine. D’altra parte, la coscienza che egli aveva del suo isolamento e della qualità di esso, lo spinse a tenersi in contatto con gli altri e a cercare sempre nuovi amici. Sembra un paradosso, e non lo fu. La Polinesia, con i suoi mille atolli, divenne il suo mondo per oltre 15 anni; li incontrò Ileana dalla quale ebbe un figlio, Stéphan. 
Moitessier pubblicò il suo terzo libro, La lunga rotta, il racconto delle sue più profonde scelte umane che lo videro schierarsi con passione sui grandi temi del disarmo nucleare e dell’ecologia. Nel 1982, al Messico, un ciclone investì Joshua, il suo “bell’uccello dei Capi”: sarà sostituito dal cutter in acciaio Tamata con il quale ritorna a Tahiti. Riprende a scrivere. Nel 1989 apprende di 
avere un tumore alla prostata e Veronique, la sua nuova fiamma, gli offre un’alternativa, una casa a Parigi dove lavorare; scriverà "Tamata
e l’Alleanza". 

Bernard Moitessier è morto, dopo una lunga malattia, a Parigi il 16 giugno 1994, all’età di 69 anni.



(Francesco Di Franco, prefazione "Un Vagabondo Dei Mari Del Sud", Editore Mursia)



Intervista a Françoise Moitessier 

A prima vista, sembra impossibile che questa donna, minuta e apparentemente fragile com’è, abbia potuto navigare da sola per quasi 15mila miglia. Ma basta guardare negli occhi Françoise Moitessier per capire che non solo lo ha fatto, ma che se le primavere passate e i dolori alle ginocchia non glielo impedissero, ripartirebbe seduta stante. L’abbiamo incontrata a Lerici, in occasione della presentazione del suo libro 60.000 miglia a vela, io Bernard e il Mare (Mursia editore) e ci ha letteralmente stregato con i suoi occhi che sprizzavano vitalità e il suo sorriso disarmante.

Lei è stata una delle poche persone, e sicuramente la prima donna, ad aver navigato con Bernard Moitessier. È stato difficile?

All’inizio è stata durissima, Bernard era convinto che io fossi il suo alter ego, che potessi spedare un’ancora che pesava cinque chili più di me. Non teneva minimamente in considerazione il fatto che io non avevo mai messo piede su una barca. E, soprattutto, era abituato a navigare da solo, e io ero in più.

Molti l’hanno criticata perché, partendo con Bernard, lasciò in Francia i suoi tre figli. Cosa risponde?

È stata una scelta estremamente difficile. Avevamo modificato la barca per ricavare una cabina per i bambini, ma io non volevo obbligarli a fare la vita da bohémien che avevo scelto. Se lo avessi fatto, se non li avessi lasciati in Francia perché potessero andare a scuola, non avrebbero avuto più nessuna possibilità di scelta. Invece oggi mio figlio fa il medico a Tolone, mentre mia figlia è un po’ più bohémienne, ma è stata una sua scelta. Anche Bernard ha insistito perché non venissero. Era un uomo molto intelligente ma, da grande, ha molto rimpianto di non essere andato a scuola. Si sentiva diverso dagli altri, più ignorante. «Se vengono con noi non andranno mai più a scuola», mi disse, «ci raggiungeranno durante le vacanze». E io, per conto mio, ero troppo innamorata per prendere anche solo in considerazione l’idea di non partire insieme a Bernard. 

Nel libro lei scrive di non farsi illusioni, che una donna a bordo è sempre l’ultima ruota del carro. Ma è davvero così? 

Qualcosa sta cambiando, perché sono sempre di più le donne che navigano, ma allora una donna a bordo era un evento eccezionale. Ti identificavano come la cambusiera, niente di più. Invece sono partita come la moglie dello skipper e poi sono diventata il co-skipper e quando Bernard dormiva ero in grado di badare alla barca da sola. Ma all’inizio è stata durissima. 

Aveva paura?

Sì, una paura da matti.

Era diversa l’idea di navigazione che avevate?

No, l’idea di navigazione era uguale. Anche io quando sono tornata da Capo Horn ho avuto grandi difficoltà ad adattarmi alla vita di terra. La nostra era proprio una differenza caratteriale. Io ero più responsabile, e anche se ero lontana mi sono sempre occupata della mia famiglia e mi sono fermata quand’è stato necessario. A Bernard interessava solo navigare, non si sarebbe mai fermato. 

Il libro che ha scritto è decisamente più allegro nella seconda parte, quella in cui lei naviga da sola. Come mai?

Beh, è naturale, per me è stata una gioia straordinaria navigare con Croix Blanc. Certo decidere di partire da sola è stato difficilissimo. Mi chiedevo sempre come farò senza Bernard. E invece non ho avuto nessun problema, avevo navigato molto e bene e questo mi è servito. Ma decidere di partire è stato ugualmente difficile. 

Anche il rapporto con le persone sembra diverso.

Per me la barca era un modo affascinante di conoscere il mondo, non c’è mai stato niente che mi abbia entusiasmato tanto quanto i viaggi. Ma Bernard non voleva mai abbandonare la barca, non si fidava di nessuno e non era interessato ai posti in cui sbarcava. Era davvero insopportabile. Io invece arrivavo, lasciavo la barca in custodia a un ragazzetto del porto e andavo alla scoperta del paese. Davo confidenza alla gente, mi fidavo e così ho conosciuto persone magnifiche che abitano dall’altra parte del mondo e con cui sono ancora in contatto.

Giuliana Fratnik

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