venerdì 9 novembre 2012

La famiglia Fang, di Kevin Wilson


“E' solo una bambina”, rispose Camille. 
“E' un'artista, proprio come noi; solo che non lo sa ancora”.
“E' una bambina, Caleb”.
“E' una Fang”, rispose lui. "Questo viene prima di qualunque altra cosa”. 
Guardarono Annie, che li fissava sorridendo: una bella, raggiante stella del cinema bambina. Anche se i Fang non potevano esserne sicuri, sembrava che dicesse: “Io ci sto”. 
“C'è un altro centro commerciale a una trentina di chilometri di distanza”, disse Caleb. 
Tirò fuori i nove dollari e le monetine e li posò sul tavolo. “E un altro ancora a circa un'ora da qui”. 
Camille fece una pausa. Amava l'arte, anche se non sempre era sicura di cosa fosse. Amava il marito. Amava la bambina. Era così strano mettere insieme tutte queste cose e vedere cosa sarebbe successo? Hobart aveva detto che i bambini uccidono l'arte, ma lui cosa ne sapeva? Gli avrebbero dimostrato che si sbagliava. I bambini potevano produrre arte. La loro bambina era capace di produrre la più stupefacente delle arti. 
“D'accordo”, rispose. 
“Sarà bellissimo”, disse Caleb, stringendole una mano, così forte che quando lasciò la presa le formicolava. 
Si alzarono, come una famiglia, e uscirono dal centro commerciale, alla luce del sole, ansiosi di mutare forma a ciò che li circondava, di far esplodere qualcosa e osservare i frammenti posarsi attorno a loro come fiocchi di neve.


  
"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia è infelice a modo suo" ; e poi ci sono le famiglie disfunzionali dell'arte, come i Tenembaum, o i fratelli Glass di Salinger. A questa tipologia appartiene la famiglia Fang, protagonista dello scoppiettante ed enigmatico romanzo di Kevin Wilson. 
Caleb e Camille Fang sono due artisti concettuali, al culto dell'Arte interamente dediti; mettono in scena bizzarre performances situazioniste ambientate perlopiù in centri commerciali, con esiti quasi sempre disastrosi, e in tali performances, coinvolgono e utilizzano i propri figli (la bambina A, Annie, e il bambino B, Buster). 
I due bambini, cresciuti, abbandonano la famiglia e intraprendono carriere artistiche per conto proprio, carriere e vite sotto il segno dello sbandamento. Depressi e disadattati, entrambi si rifugiano nella vecchia casa di famiglia, ma non sanno cosa li aspetta. I genitori Fang li coinvolgeranno nell'ultima estrema performance: la loro scomparsa. I due ragazzi realizzeranno cosi' l'impossibilità di uscire dalla rete di follia creata dai loro genitori, e di vivere un'esistenza normale. Wilson, in modo divertente e pirotecnico, e insieme amaro e inquietante, affronta quel Moloch che è il mito dell'Arte contemporanea, e, più in generale, il mito dell'atto creativo. Per i libertari coniugi Fang, l'Arte è il valore supremo in nome del quale immolare anche i figli, condannandoli, di fatto, all'infelicità. La vita, per i due ragazzi, non può che essere performance, abituati fin da piccoli alle rappresentazioni che hanno come scopo la ricostruzione immaginaria del reale, la ricerca di identità altre. Smarriti in questo dedalo, i due fratelli Fang, incapaci di vivere se non in situazioni 'artistiche' portate all'estremo, non riescono a uccidere i propri genitori.    

(Votato come miglior libro del 2011 dal New York Times e dal Publishers Weekly, il romanzo di Wilson è già stato opzionato da Nicole Kidman per trarne un film.)

Laura Anfossi


Probabili influenze fenomeniche del signor Wilson:

Joseph Francis Keaton nasce a Pickwick nel Kansas il 4 ottobre 1895. È ilprimo dei tre figli di una famiglia di artisti di vaudeville e molto precocemente dimostra una spiccata passione per la ribalta e una naturale propensione per il mondo dello spettacolo. È egli stesso a raccontare, nella sua autobiografia, che quando era ancora in fasce, non appena imparò ad andare a carponi, si diresse sul palcoscenico dove si stavano esibendo i suoi genitori ricevendo così i primi applausi della sua vita.
Sin dall’età di due o tre anni, il fine ultimo della sua esistenza è stato quello di riuscire a far ridere la gente, dimostrando in questo modo come per lui la creazione comica fosse un fatto puramente innato, istintivo ed esclusivo. Suo padre Joe Keaton (1867-1946) proveniva da una famiglia di contadini del Midwest. Quando era ancora molto giovane decise di partire per l’Oklahoma alla ricerca di fortuna e di una terra vergine da coltivare nei territori neocolonizzati dell’Ovest. All’età di ventisei anni per una paga settimanale di tre dollari più vitto e trasporto, Joe entrò a far parte del Medicine Show ambulante di Cutler e Bryant. Solamente dopo aver attaccato manifesti, distribuito volantini e aiutato la compagnia ad allestire il tendone per lo spettacolo, poteva salire sul palcoscenico, esibirsi in giochi di forza e numeri di destrezza, fare qualche salto mortale, recitare un monologo truccato da Blackface, cantare una canzone e poi interpretare la parte del medico imbonitore che cercava di vendere alla gente del posto la miracolosa pozione degli indiani Kickapoo. Ad accompagnarlo al pianoforte durante le sue esibizioni, c’era la figlia sedicenne del proprietario dello show, Myra Edith Cutler (1877-1955). I due si sposarono nel Nebraska l’anno successivo.
Dopo il matrimonio, Joe e il suo amico Harry Houdini, insieme alle rispettive mogli, decisero di allestire il loro Medicine Show che portarono in giro nel Kansas del sud con il nome di California Concert Company. Lo spettacolo iniziava con Joe e Myra che eseguivano un numero musicale in cui lui cantava e lei suonava il sax. Houdini interpretava la parte del dottore che vendeva l’elisir in grado di curare ogni male al costo di un dollaro la bottiglia, ma prima faceva sempre qualche trucco con le carte e stupiva gli spettatori sfilandosi dai polsi con estrema facilità le manette dello sceriffo locale.
Fu proprio colui che viene considerato il più grande illusionista di tutti i tempi a coniare per il piccolo Keaton il nomignolo di Buster, dopo averlo visto ruzzolare da una rampa di scale a soli sei mesi senza farsi alcun male. Buster significa letteralmente “fenomeno”, è un’esclamazione spesso usata nei confronti di qualcuno che fa una cosa strabiliante, eccezionale. Nel linguaggio tecnico può far riferimento a ciò che è gommoso, pneumatico, che rimbalza. Da quel giorno in poi tutti lo hanno sempre chiamato così. All’età di cinque anni Buster si era già guadagnato la fama di ragazzino terribile del vaudeville, un bambino prodigio che si esibiva regolarmente due volte al giorno (mattina e sera) nello spettacolo dei suoi genitori. Joe decise così che poteva meritarsi a pieno titolo il nome sulle locandine come membro dei “The Three Keatons”, con la qualifica di “straccio umano”, la cui funzione era quella di essere trascinato dal padre sul palcoscenico come se fosse un sacco di patate, o quella di essere usato come una scopa per spazzare il pavimento, per poi venir colpito con calci e pugni e infine lanciato tra le quinte, in platea o nel pozzetto dell’orchestra.


(Buster Keaton, monografia di Andrea Cocchini)

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