sabato 26 ottobre 2013

John Dos Passos, Manhattan Transfer, ovvero: Nuova York

                                     

In lontananza il lungo muggito dei bastimenti. Nella misera sala d’aspetto, in un lucore vermiglio, Jimmy attende a lungo l’arrivo del ferry. Fuma e si sente felice. Tutto gli sembra svanito nella memoria: tutto l’avvenire è là, nel fiume brumoso, nel miraggio del ferry che ingrandisce con la sua fila di lumi come un sorriso di negro. In piedi vicino al parapetto col cappello in mano, sente nei capelli il vento del fiume. Forse è diventato pazzo, forse è ciò che si chiama amnesia o qualche malattia con un gran nome greco, forse lo troveranno a raccogliere le more nella metropolitana di Hoboken. Scoppia a ridere così forte che il vecchio venuto a aprire il cancello gli dà un’occhiata di traverso. Pazzo; un ragno nel cervello, dice tra sé. Forse ha ragione. Cane d’un cane, se fossi pittore mi lascerebbero dipingere nella casa dei matti, e dipingerei Sant’Aloisio di Filadelfia con un cappello di paglia sul capo a guisa di aureola e in mano il tubo di piombo, strumento del martirio, e io piccolo piccolo in orazione ai suoi piedi. Solo passeggero sul ferry, Jimmy passeggia come in casa sua. Il mio panfilo temporaneo. Per Giove, certo sono allucinazioni notturne, mormora, e s’incaponisce nel voler spiegare la propria allegria. Non sono ubriaco; forse sono pazzo...
Prima che il ferry si stacchi dalla riva, una carretta s’imbarca, una carretta sconquassata carica di fiori, con un ometto bruno dagli zigomi sporgenti. Jimmy Herf vi gira attorno; dietro il cavallo fiacco, dalla groppa irta come un attaccapanni, la piccola carretta tutta contorta è di un’inattesa allegria, con il suo carico di gerani rossi e rosa, di garofani, fiordalisi, di rose spampanate e lobelie azzurre. Ne emana un forte odore di terra primaverile, di vasi da fiori umidi e di serre. Il conducente siede raggomitolato, con, il cappello sugli occhi. Jimmy ha una gran voglia di domandargli dove vada con quei fiori, ma si trattiene e va a prora.

                                    


Nella bruma oscura e vuota del fiume, l’imbarcadero subitamente sbadiglia, bocca nera dalla gola di luce.
Herf si affretta attraverso un’oscurità cavernosa e sbocca in una strada soffusa di nebbia. Poi s’inerpica per una costa. Sotto di lui si stendono le rotaie, il lento martellare d’un treno merci e il fischio d’una locomotiva. Al sommo dell’altura si ferma e guarda dietro di sé. Non vede nulla: soltanto bruma picchiettata dall’alone delle lampade ad arco. Si rimette in cammino, felice di respirare, di sentir battere le arterie, di udire i passi sul selciato, tra file di case che sembrano appartenere a un altro mondo. A poco a poco la nebbia si dissolve e sorge un biancore perlaceo mattutino. 
Il sole che sorge lo trova in marcia su una strada asfaltata, tra terreni incolti, ingombri di detriti fumanti. Il sole brilla rossastro nella bruma, su rottami rugginosi, scheletri di camion, ossature di Ford, masse informi di metallo corroso. Jimmy cammina svelto, per sfuggire agli odori. Ha fame e le scarpe cominciano a gonfiargli bolle sotto la pianta dei piedi. A un trivio, dove un segnale luminoso occhieggia e occhieggia, c’è un deposito di benzina e, di fronte, un bar-ristorante. Il Lighting Bug. Spende con prudenza l’ultimo quarter per la colazione. Gli restano tre cents per portargli buona o cattiva fortuna. Arriva un grande camion da trasporto, giallo e lucente. 
— Dite un po’, mi permettete di montare? — domanda - all’uomo dai capelli rossi che sta al volante. 
— Andate molto lontano? 
— Non saprei… Piuttosto lontano.


Traduzione di Alessandra Scalero
(Manhattan Transfer/Nuova York, John Dos Passos - Ed. Corbaccio, 1965)

Per la prima volta in Italia la traduzione integrale, senza censure, del capolavoro di John Dos Passos: “Manhattan Transfer“ (Baldini&Castoldi, 2012) (Leggi qui)

lunedì 14 ottobre 2013

Ego Système - Playlist Autunno 2013







#1  - Nowhere - Boat Club
#2  - Airconditioning - Kisses
#3  - Empathy - Crystal Castles
#4  - Bizness - Tune-Yards
#5  - London Town - Disclosure
#6  - Phonographs - Lumière Brother
#7  - Wait For My Raccoon - Hundreds
#8  - Dedication - Lonski & Classen
#9  - Sun - Tribeqa
#10 - Stranger - Christian Rainer

domenica 8 settembre 2013

«Sono Delfini, vi annuncio la fine del mondo». Antonio Delfini: Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo.

Ceux qui pleurent
Ils pleurent

Quelli che piangono 
Piangono

(Modena, albergo Reale, 26 novembre 1955)
  

Mentre nel ‘57 esce, con undici anni di ritardo e finalmente libero da censure, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e, nel ‘58, postumo, Il Gattopardo, Delfini sta elaborando quel brodo di coltura dentro il quale mettere a fermentare - germoglieranno nel ‘60 - le sue poesie più note, quelle raccolte in Poesie della fine del mondo, dove per mondo si intendeva tutto quello che scientificamente aveva proclamato di rifiutare fino ad allora. 
Coltiva un’accidia per quei tempi nuovi, per quell’inizio di tutto che a lui sembra già una fine: «Non ero più nessuno. Ero stato raccolto, spremuto per quel pochissimo che valevo materialmente e gettato via. Non ero laureato, non ero andato a scuola, non sapevo scrivere, e, nonostante la mia vanità di credermi un individuo d’eccezione, dovevo considerarmi un povero stupido borghese ambizioso...».

La Storia con tutto il suo carico di noncuranza per le sorti degli uomini vìola la cassaforte del suo custoditissimo immaginario, arrivano «i tempi più tristi, il virgineo partito dominante». Arriva il boom economico che per lui è già sboom: «... c’è l’illustre castrato / generale avvocato di culano / che quando parla tiene in mano / un finto cazzo levigato... di più: Liberali sol di nome / liberisti a tornaconto / sanno dire “all right welcome” e far sempre il finto tonto...». 
Parrebbe un improvviso risveglio padano, una linea di quella febbre conservatrice che aveva preso anche Guareschi: «Questa cantata a voci tristi / è dedicata a comunisti e democristi...». Quel territorio franco della Storia dove si archivia ogni restaurazione. Ma è solo disillusione. Quando gli altri gioiscono Delfini deve piangere, è la sua natura. Quando la Nazione risorge lui la mette in guardia e si sa che gli annunciatori di sventure prima o poi finiscono per aver ragione.

Ecco perché le Poesie della fine del mondo racconteranno un’apocalisse privata: 
«Né laico, né prete / intendo votare, / ho sempre sete, / voglio chiavare...», ma anche:«Monarchico anafilattico,/ allergico repubblicano,/ idiosincratico socialdemocratico./ Rimasto son solo, / ho preso lo scolo: / Non voterò!». 
Nella prefazione alla sua raccolta principale, il 29 aprile del 1960, Delfini stesso spiega che trattasi più che di canzoniere di un anticanzoniere «l’anticanzoniere di questi ultimi giorni della vita del mondo. Ultimi giorni che stiamo vivendo o che ci illudiamo di vivere».

Tuttavia invocare la fine del mondo è un atto che lo inserisce in un quadro specifico della mentalità emiliano-romagnola se è vero che esattamente nel 1960 Cesare Zavattini sta terminando la sceneggiatura di un film per Vittorio De Sica che si intitolerà Il giudizio universale. Anche nella storia immaginata dal luzzarese si parte dal presupposto che ogni letizia per i tempi nuovi è infondata, e che quella che ci sembra l’alba di un giorno qualunque non sia nient’altro che l’ultimo giorno dell’umanità. 

Ma la fine del mondo di Delfini è altra, un abisso di disillusione, fino a ipotesi di catastrofe. Catastrofe di senso non certo geologica o tellurica, ma non per questo meno dolorosa: «non è il disastro che conta, / è l’assente sospiro che monta...». Il balletto di Zavattini era una sorta di esorcismo, quello di Delfini è una danse macabre di minacce che ritornano, anzi che non se ne sono mai andate: «Le signore non uccise nel quarantacinque / sono ricomparse felici e spensierate...». [..] il Linguaggio si scioglie, si fa feroce, cresce il turpiloquio: «“Viva la f...!” / grida il popolo emiliano. / Sfonda una diga...».

Nel canzoniere, anticanzoniere, Antonio Delfini dimostra la magia immortale del suo poetare. Quell’andare per strappi, quel correre e poi, d’improvviso, fermarsi, a prendere fiato, a cogliere un fiore, a dare di corpo, a guardare altrove. Quell’insopportabile, affettuoso, accidioso che vuole disperatamente essere amato: «Vi voglio un bene terribile / un bene risoluto e costante...».

 

Verso la fine del ‘62, Delfini viene ricoverato all’Ospedale di Modena per problemi cardiaci. Viene dimesso poco dopo, rimesso a nuovo dicono. Il 23 gennaio 1963 a Modena si festeggia la fine del carnevale, migliaia di persone in piazza schiamazzano mentre Antonio Delfini muore. Gli altri festeggiano e il poeta muore.
La raccolta I racconti uscirà poco dopo, per i tipi di Garzanti, e vincerà, per quell’anno, il Premio Viareggio, solo premio importante mai concesso a Delfini, e primo segnale di quell’affetto pubblico che andava da sempre cercando senza ammetterlo. Ma lui non ci sarà per ritirarlo. La sua morte non sembra in contraddizione con la sua vita: in tempi non sospetti, non si sa quanto sinceramente — vai a capire quanto possa essere sincero un poeta — il nostro aveva scritto: «Sento che potrei tacere benissimo». 

(Dalla prefazione di Marcello Fois)



Sono stanco

Sono stanco di parlare di te.
Tu sei morta.
Da viva ascoltavi per far dei ricatti.
Tu sempre sognavi e godevi
che morisse d’un colpo il tuo spasimante.
Fai schifo da morta.
Da viva facevi ammalare di cuore
i poeti per il ribrezzo
che sempre facevi a chi ti guardava.
Ma chi ti sognava?
Un vecchio, perseguitato dai preti,
dagli affetti più antichi,
un vecchio d’altri tempi fregavi
tu mai fregata dai vivi.
Forse oggi un morto ti frega
e, anima in pena all’inferno del nulla,
lui che ti frega annota notando:
«Qui è stata fregata la morta
che io morto ho sposato da morta.
Sposati studiammo la psicanalisi
e sepolti restammo intrisi nel nulla».
Parlando di te parla il vuoto.
Già tu non senti. E il vuoto sul vuoto.
Io solo ormai vivo — e non più morente
posso sentire il vuoto che te morta
vai vuotando nel vuoto del morto.
Era un morto da vivo.
Tu eri morta dapprima.
Eri morta dal tempo dei nonni
che morti pensarono di mettere al mondo
il gran morto: il padre tuo che fu beccamorto,
Il tuo corso di vita (è un imbroglio?)
fu più corto del regime Badoglio:
perché nel frattempo contavi
(ricordi? Non puoi ricordare!)
i soldi che intanto rubavi a colui che vita ti diede
quando pensoso di te stava assente,
Quarantacinque giorni sono stati
ma i tempi — tu sai — li ho contati.
Ebbi parvenza di averti vista in salotto
con la seggetta antica rubata dal morto,
Non più di ventiquattr’ore.
E’ un po’ poco (lo ammetti?)
stare al mondo una sola giornata,
fregare e non restare fregata!
Non lo sai — e mai lo saprai:
la vita è pur breve.
Ci si muore oppure ci si vive.
Ma da morti, come tu che sei morta,
non si vive e neppure si muore.
Povero vuoto sei tu!
Solo un poeta surrealista italiano
poté dar vita al vuoto inumano
che prese dal nome tuo infame
la mala sorte di immagini grame,
Quanto mai lune e razzi lancerò
per trovare il punto del tuo vuoto!
Da domani voglio riposare un po’
- ti giuro – e tornare andare a nuoto:
quando proprio più non ne potrò
farò il morto e…forse ti vedrò.

(Roma, 14 agosto 1960)
(Antonio Delfini, Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo - Ed. Einaudi, 2013 - Collezione di poesia pp. XXX - 234)

martedì 27 agosto 2013

Arthur Rimbaud, la foto ritrovata

"Ritornerò, con membra d'acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell'oro: sarò ozioso e brutale. Le donne son piene di cure per questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo."
(da 'Cattivo sangue', Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno, 1873)


Una vecchia foto inedita è stata scoperta in un mercatino dell’usato: quella di Arthur Rimbaud. 
Per la prima volta si vede chiaramente il volto del poeta in età adulta, in occasione del suo soggiorno all’ Hotel de l'Univers, a Aden, in Abissinia. Questa è la storia di una scoperta straordinaria.
Sedute a dei tavolini, sette persone sono in posa sulla scalinata dell’hotel de l'Univers a Aden, in Abissinia (oggi nello Yemen). _ Su questa foto della fine del XIX secolo, il primo uomo partendo da destra, teso in avanti, sguardo perso, assomiglia a Arthur Rimbaud. E’ ciò che pensano immediatamente Alban Caussé e Jaques Desse, due librai parigini, quando scoprono, in un mercatino dell’usato, questo pacchetto di vecchie foto di Aden. E’ successo 2 anni fa. “Si vedeva il viso, un tipo dagli occhi chiari che aveva l’aria di un extraterrestre in mezzo agli altri, un po’ come se fosse stato lì e contemporaneamente altrove”, racconta Jacques Desse. Nell’immagine, un tipo dagli occhi chiari e qualche parola scarabocchiata nel retro della foto finiscono per convincerli: “Hotel de l’Univers”… l’hotel nel quale Rimbaud ha soggiornato a Aden.


I due librai acquistano dunque tutte quelle vecchie immagini.
Dove? A che prezzo? Mistero. In merito a ciò, i due colleghi, che si definiscono loro stessi “cacciatori di tesori”, mantengono il segreto. Rimane da provare l’autenticità dell’imagine e confermare così la loro intuizione. Alban Caussé e Jacques Desse si rivolgono allora a Jean-Jacques Lefrère, biografo di Rimbaud e esperto incontestato. Autore anche di una corrispondenza postuma sul poeta che esce giovedì da Fayard. Jean-Jacques è subito convinto: si tratta dell’autore delle “Illuminazioni”. Il periodo, il contesto, i particolari, i personaggi corrispondono ai dettagli contenuti nelle lettere scritte all’epoca dal poeta. L’esperto confronta poi il ritratto di Rimbaud adolescente all’immagine ritrovata e nota numerose somiglianze. Queste ultime non lasciano alcun dubbio, scrive nell’articolo dedicato a questa straordinaria avventura nell’ultimo numero di Histories littéraires: “Ritroviamo la forma ovale del volto, la folta capigliatura che prende forma sulla fronte di una punta spostata un po’sulla destra”. Stesse somiglianze, secondo l’esperto, in “orecchie, naso e sopracciglia”. E’ una scoperta “straordinaria” racconta con entusiasmo François Desse e aggiunge: “è un po’ il collegamento che mancava tra la celebre foto del poeta diciassettenne di Etienne Carjat e i quattro autoritratti realizzati in condizioni molto poco favorevoli prima della sua morte nel 1891”.


Occhi azzurri in uno sguardo limpido. Questo anello mancante, questa famosa foto sarà presentata venerdì al Salon du Livre Ancien, contemporaneamente alla voluminosa “Corrispondenza postuma” di Jean-Jaques Lefrère. L’occasione per tutti di scoprire questo sguardo limpido che ha colpito coloro che hanno conosciuto Rimbaud, del quale il poeta Jean Richepin raccontava che aveva degli “occhi blu come non avevo mai visto: fastidiosi talmente erano chiari”. Centoventi anni dopo la sua morte, Rimbaud ci guarda dritto negli occhi.

Traduzione di Ilaria Cervone (Articolo originale)


"Un'apparizione maestosa, ineffabile: le sovrasta e le annulla tutte. Ecco "l'altro" Rimbaud. Il demiurgo spiega "il canto chiaro delle sciagure nuove", arreso alla forza di un avvenire che non conosce, non potrà mai conoscere. Potrà soltanto perdersi dentro quel flusso.
Nell'oscura preveggenza dell'avvenire quanti "altri" Rimbaud. Improbabili, falsi o falsificati. Frammenti di storie ferme al bivio dell'improbabile, dell'aleatorio, sempre sul punto di essere raccontate, per tentare di raffigurarne una: quella "vera", davvero imprendibile. Non si sa come siano nate, chi le abbia messe in moto, se quanto rievocano sia soltanto lo stravagante prodotto di una disposizione fantastica. " 
(tratto da "Rimbaud", Renato Minore, 1991 ed. Mondadori)

"Per delicatezza
ho perduto la mia vita"
(da 'Canzone della più alta torre', Arthur Rimbaud, Maggio 1872)

giovedì 18 luglio 2013

Un canarino in una miniera di carbone: Kurt Vonnegut


Con una certa aria di sicurezza, mentre guarda fuori dalla finestra del salotto del suo elegante appartamento a Manhattan, Kurt Vonnegut spiega «Non sto dicendo che Dio è arrabbiato con noi. Sto dicendo che con la benzina stiamo uccidendo il Pianeta. Molto presto finiremo il petrolio, e tutto dipende dal petrolio. È la fine del mondo. Le fonti improvvisamente si asciugheranno. Si parla degli anni 20, gli ingordi Anni Ruggenti. Non era niente. Siamo pazzi, stiamo diventando pazzi per il petrolio. È una droga, come il crack. Tutto questo deve finire. Mi dispiace». 
L’attitudine apocalittica è una prerogativa di Vonnegut, che, dopotutto, già in Ghiaccio Nove (1963) aveva inventato una sostanza (il ghiaccio nove, appunto) capace di annientare la Terra come se «la grande porta del paradiso venisse chiusa lentamente». L’ingenuo protagonista— un personaggio chiamato John/Jonah — si sforza inutilmente di scrivere il libro Il Giorno in cui il mondo finì. Nelle interviste di Conversazioni con Kurt Vonnegut, lo scrittore rifiuta l’idea che i suoi 14 romanzi, le sei raccolte di saggi e le dozzine di racconti brevi siano rivelatori, sostenendo che «chiunque abbia un po’ di buon senso sa che l’intero sistema solare andrà progressivamente distrutto come una striscia di celluloide». 
Se insieme a questo scenario da giorno del giudizio consideriamo la sua depressione cronica, i quotidiani attacchi di malinconia e le tendenze suicide, ne deriva l’immagine di una Cassandra letteraria di prim’ordine. Negli annali della letteratura americana, Vonnegut è stato catalogato fra gli umoristi neri: uno scrittore post Hiroshima che porta i lettori a ridere della squallida assurdità della condizione moderna. Ecco probabilmente perché, dopo cinque anni e mezzo di amministrazione Bush, la sua singolare intelligenza cupa sembra più pertinente che mai. L’ultimo libro, Un uomo senza patria, una raccolta di saggi, è stato a sorpresa uno dei libri più venduti lo scorso anno negli Stati Uniti. Tutto sommato, sarebbe facile pensare che la sua carriera sia risorta a nuova gloria. Ma Vonnegut è una di quelle rare figure letterarie che non hanno mai smesso di fare tendenza. Fin dagli anni 6o viene considerato uno stregone della prosa con il cappello pieno di assurdi personaggi. Harper’s lo definì «inimitato e inimitabile nella satira sociale» e il New York Times lo consacrò «ironico profeta di sventura». Ma oggi, mentre guardo Vonnegut sorseggiare il caffè con i mugolii del suo cagnolino bianco Flour in sottofondo, non trovo segni di ironia o satira sociale. Vedo solo un acceso dissenso per il modo in cui la tecnologia e il capitalismo globale stanno usurpando gli ultimi anditi di bontà dalle vite degli onesti lavoratori e una profonda tristezza per il modo in cui gli esseri umani massacrano quotidianamente i loro impulsi più civilizzati. 
Vonnegut inizia a tossire schiarendosi la gola dal catarro e afferrando un pacchetto di Pall Mall abbandonato su un tavolino da caffè. Accende velocemente una sigaretta. L’affanno cessa. 
Gli chiedo se non si preoccupa del fatto che le sigarette lo stiano uccidendo. «Oh certo» -, risponde, proponendomi quello che di sicuro è il suo pezzo forte. 
«Fumo sigarette senza filtro da quando avevo 12, 14 anni. Ho intenzione di fare causa alla casa produttrice. Sai perché?» «Cancro ai polmoni?», azzardo «Perché ho 83 anni. Bastardi millantatori! Sul pacchetto promettevano di uccidermi. Ma le loro sigarette non funzionano. E ora sono obbligato a sopportare leader con nomi tipo Bush e Dick». 
Essendosi auto-definito agnostico, Vonnegut non è afflitto dal timore di una divinità vendicativa, ma dalla «benzino-tristezza» e dalla «Bush-influenza». Gli mancano i giorni in cui le voci appassionate di Franklin D. Roosevelt, Robert F. Kennedy o Martin Luther King Jr. rivendicavano diritti per gli oppressi. «I nostri leader sono stanchi di tutta la solida informazione che è stata riversata addosso all’umanità grazie alla vera ricerca, al sapere eccelso e al giornalismo investigativo», sostiene. «Vogliono riportarci indietro agli standard medievali».


Vonnegut possiede un addestrato istinto umoristico che non è diminuito con il tempo. La sua voce letteraria è paradossalmente impregnata tanto di tragicità quanto di comicità. E qui sta la parte divertente: 
Vonnegut riesce a far coesistere queste diverse correnti non solo nello stesso libro o capitolo o pagina, ma a volte all’interno della stessa frase. Come scrittore, Vonnegut, che fa uso di frasi semplici e periodi brevi per catturare l’attenzione del lettore, non è mai banale. Ripetitivo, a tratti anche lezioso. Ma i suoi sono libri che si leggono d’un fiato. 
Il tratto distintivo di Vonnegut è la sua costante insistenza nel sostenere che siamo tutti ugualmente responsabili per gli orrendi crimini commessi contro l’umanità. Il grande tiratore (1982) la storia del figlio 12enne di un artista fallito, Rudy Waltz, che uccide accidentalmente una donna incinta sparando con la pistola del padre, mentre la città in cui è ambientata la storia, Midland City, viene distrutta da una bomba al neutrone. La morale è che gli scienziati che mettono armi nucleari nelle mani dei politici sono tanto irresponsabili quanto i padri che lasciano ai figli libero accesso alle armi da fuoco. Tutte queste inquietudini morali e tragicomiche sono raccolte nel libro contro la guerra del 1969, il capolavoro di Vonnegut: Mattatoio n.5. Il romanzo è largamente autobiografico, infarcito di una grossa dose di fantascienza. 
Billy Pilgrim, il personaggio principale, è «libero nel tempo» perché viaggia attraverso i momenti significativi della sua vita, compresa la visita al pianeta Tralfamadore e il bombardamento di Dresda in Germania. «La Seconda guerra mondiale era giusta, ha reso rispettabile il concetto di guerra», afferma Vonnegut. «Non me la sarei persa per niente al mondo. Quante altre guerre giuste ci sono state? Non molte. E i ragazzi con cui ho servito la patria sono diventati miei fratelli. Se non fosse stato per la Seconda guerra mondiale, adesso sarei il redattore agrario dell’Indianapolis Star. Non mi sarei mai mosso da là». 
Cresciuto in Indiana durante la Grande depressione, Vonnegut studiò chimica alla Cornell University. Al college, divenne redattore del Cornell Daily Sun: si occupava delle rubriche. Poi si arruolò nell’esercito per aiutare a sconfiggere il Terzo Reich. Venne addestrato a usare l’artiglieria da campo: l’obice da 240, un gigantesco cannone in grado di scagliare un proiettile da 135 kilogrammi. Catturato dai nazisti durante la battaglia delle Ardenne, il 21enne soldato scelto divenne un prigioniero di guerra e fu spedito a Dresda. Sulla quale, il 13febbraio1945, gli Alleati decisero di sganciare nuove bombe incendiarie. Infinite palle di fuoco sommersero la popolazione civile, uccidendo circa 135 mila persone. Interi isolati vennero ridotti a detriti incandescenti. Era un inferno infuocato come il mondo non ne aveva mai visti prima, il peggiore massacro della Storia europea. 
Vonnegut sopravvisse. Per ironia della sorte, i nazisti avevano rinchiuso lui e altri sei prigionieri in una cella sotterranea per la conservazione della carne conosciuta come “Mattatoio n. 5”. «Non riuscimmo a vedere la tempesta», scrisse poi Vonnegut. «Sentimmo le bombe che cadevano sopra le nostre teste. Ogni tanto ci cadeva addosso un po’ di calce. Se fossimo andati di sopra a dare un’occhiata, ci saremmo trasformati nei caratteristici oggetti forgiati da una tempesta di fuoco: tizzoni ardenti di legno carbonizzato lunghi circa un metro: esseri umani grottescamente piccoli o maxi cavallette fritte, se preferisci. Il fetore era un misto di rose e mostarda». 
Quando emerse dal nascondiglio, sopravvissuto all’annientamento, era inebetito. «Distruzione totale», ricorda. «Una carneficina inspiegabile». I nazisti lo obbligarono a raccogliere i corpi per la sepoltura di massa. «Come prigionieri di guerra, dovevamo occuparci dei tedeschi morti, tirarli fuori di là e portarli a un enorme rogo», spiega. «Ma c’erano troppi cadaveri da bruciare. E i nazisti mandarono uomini con il lanciafìamme. Tutti i resti furono ridotti in cenere». 
La Seconda guerra mondiale finì e Vonnegut tornò in Indiana con una medaglia al valore. Ma i fantasmi di Dresda lo perseguitavano (doveva anche fare i conti con il suicidio di sua madre, avvenuto nel 1944): il bombardamento è trattato in almeno sette dei suoi libri. Sì, i nazisti erano colpevoli, ma la rabbia e la disperazione di Vonnegut si rivolsero all’intera dannata razza umana. 
Come molti veterani di guerra, Vonnegut dovette faticare per riportare la sua vita reale sui giusti binari. Per un po’, si occupò di una concessionaria Saab a Cape Cod. Poi lavorò come addetto alle pubbliche relazioni per la General Electric Company a Schenectady, New York, dove vide stravaganti macchine fabbricare i “giocattoli del futuro” con mostruosa efficienza meccanizzata. «La parola “automazione” non era ancora stata inventata», ricorda. «Ciò che vidi fu la fine del lavoro individuale». Ne aveva abbastanza. Decise di dedicare la vita alla scrittura. 
Dresda l’ha trasformato in un pacifista convinto: non sorprende scoprire che disdegni tutto quello che riguarda la guerra in Iraq. Il solo pensiero che più di 2500 soldati americani siano stati uccisi in quello che considera un conflitto inutile lo fa imbestialire. «Onestamente, rimpiango Nixon», lamenta, «Bush è molto ignorante. E a me non piacciono le persone stupide e impulsive. Non è capace. La guerra in Iraq dimostra che è un falso cristiano. Ricordatevi quello che ci insegna Shakespeare: “Il diavolo sa citare le Sacre Scritture per i suoi fini”». Mi chiede poi se so il motivo per cui il Presidente Bush è così incazzato con gli arabi. Io alzo le spalle. «Ci hanno fatto conoscere l’algebra», dice ridendo. «Anche i numeri che usiamo, incluso il simbolo per il nulla. Lo zero». Quando gli chiedo un’opinione sul recente conflitto Israele-Hezbollah, mi propone una risposta buffa: «Tutti noi, anche i neonati, abbiamo fatto qualcosa di terribile per meritarci una punizione così feroce e insensata». 
Ultimamente Vonnegut sostiene di essere un «maestro del fancazzismo», l’occupazione per la quale lui crede, siamo stati creati. Il fancazzismo per Vonnegut, comunque è un’attività che lascia spazio a diverse opzioni. Occasionalmente scrive strani racconti o saggi, molti dei quali, alla fine, sono stati inseriti in Un uomo senza patria. Poi ci sono le poesie ironiche. In cima alla sua scrivania c’è un plico di poesie ancora inedite, alcune delle quali dileggiano l’Occidente e l’imbranata destra radicale. Oltre che dalle poesie assurde, Vonnegut trae grande conforto dalla musica. «La musica rende la vita della gente molto più piacevole», riflette. «Nonostante io sia un pacifista, anche le bande militari riescono a risollevarmi il morale. E poi amo Strauss, Mozart e la musica classica in generale. Bisogna rendersi conto che l’inestimabile dono che ci offrono musicalmente gli afroamericani è forse l’unica ragione per cui gli stranieri ancora tollerano noi americani. Il rimedio migliore per l’epidemia di depressione 
che affligge il mondo intero è il blues». «Il compito dell’artista è far amare più che mai la vita alle persone», continua. «Quando mi chiedono se è possibile, rispondo: “Certo, i Beatles l’hanno fatto”». Qualche anno fa, Vonnegut fece un’improvvisazione canora durante una serata a Northampton, Massachusetts. Compose un libretto d’opera per L’histoire du soldat di Stravinsky, che nelle sue mani si trasformò nel commento all’infame morte del soldato semplice Eddie Slovick nel 1945, l’unico soldato americano giustiziato per diserzione dai tempi della Guerra civile. Vonnegut ha poi registrato il cd Tock Tick, nel quale legge brani di Mattatoio 5. Nel frattempo, è giunto a una fase di stallo nella stesura del romanzo If God Were Alive Today (“Se Dio fosse vivo oggi”): «Ci ho rinunciato», dice con gli occhi stanchi e leggermente iniettati di sangue che mi fissano. «Non succederà». Le attività che lo occupano ora, come negli ultimi 13 anni, sono la pittura e il disegno. Nel 1979 ha sposato Jill Krementz, la sua seconda moglie, eccellente scrittrice e fotografa specializzata in ritratti d’autore. Lei lavora al piano terra della loro casa a New York, mentre lui si rintana al piano superiore. L’arredamento prende spunto dalla semplicità tipica dell’Indiana, ma è più personale: sedie chiare con disegni floreali, un pianoforte, litografie con paesaggi idilliaci, tappeto decorativo e bambole antiche. La famiglia occupa la gran parte del tempo dei Vonnegut: insieme, hanno sette figli e 12 nipoti. 
E sebbene Vonnegut non abbia più pubblicato romanzi importanti dai tempi di Cronosisma, circa 20 anni fa, un fiume di lettere arriva ogni giorno dai suoi fan, molti dei quali cercano consigli in merito all’angoscioso e tormentato mondo post 11 settembre. Un giovane fan di Seattle scrisse a Vonnegut dell’indignazione che provò in un aeroporto quando gli venne praticata una perquisizione che assomigliava molto a uno spogliarello. Vonnegut gli rispose: «Negli aeroporti e in posti simili vanno di moda gli scherzi. Il mio preferito rimane quello che si è inventato quel santo pagliaccio pacifista di Abbie Hoffman, durante la guerra del Vietnam. Annunciò che il massimo sballo consisteva nell’assumere bucce di banana per via rettale. E allora tutti gli scienziati del Fbi si infilarono bucce di banana su per il culo per vedere se era vero o no». 
Kurt Vonnegut è evidentemente stanco. E un uomo senza aspettative: «Come dicono loro, ho 83 anni e sono un senzatetto», rivela. «Ero nella stessa situazione quando finì la Seconda guerra mondiale. L’esercito mi volle tenere perché sapevo dattilografare, quindi battevo a macchina il congedo di altri soldati, cose così. Ma pensavo: “Per favore, ho fatto tutto quello che dovevo. Posso andare a casa ora?”. Ora mi sento così. Ho scritto libri. Molti. Per favore, ho fatto tutto quello che dovevo. Posso andare a casa? Mi sono chiesto dov’è casa mia. A Indianapolis, come quando avevo nove anni e avevo un cane, un gatto, un fratello, una sorella». 
Dopo un paio d’ore di amabile conversazione, decidiamo di andare in un vicino ristorante. Camminiamo per la Terza Strada avvolti da un caldo soffocante: 
il livello d’inquinamento atmosferico sembra insopportabile: per un paio di minuti, Vonnegut continua a tossire. Abbiamo le sopracciglia imperlate di sudore. Il suo buon umore svanisce, ed eccolo tornare alle sue elucubrazioni improvvisate sui «rischi del petrolio». «L’evoluzione è un errore», dice disgustato. «L’umanità stessa è un errore. Abbiamo distrutto l’intero pianeta lasciandoci trasportare dall’euforia per i trasporti. L’amministrazione Bush sostiene di aver bandito una crociata contro la droga? Allora che distruggano le lobby del petrolio. Una sostanza orribile e distruttiva. Riempi il serbatoio con questa specie di gas e puoi coprire un centinaio di miglia in un’ora, uccidendo animaletti e mandando in pezzi l’atmosfera». 
Poi, dopo un silenzio imbarazzato, il sopravvissuto di Dresda azzarda una battuta filosofica. «La vita», proclama, «non è il modo giusto di trattare un animale». E poi, per qualche ragione, entrambi scoppiamo a ridere.


(Douglas Brinkley, Rolling Stone Usa, Ottobre 2006)
  

venerdì 5 luglio 2013

Zachar Prilepin vs Carrère : "L’Europeo medio esercita sempre meno fascino"


Lo scrittore Zachar Prilepin commenta Limonov, di Emmanuel Carrère, in occasione della pubblicazione del libro in Russia.

Diremo ancora una banalità ma, buon Dio, l’Europeo medio esercita sempre meno fascino . Ci sembrava cosi’ profondo, sottile, libero. Non come noi e, soprattutto, non come i nostri genitori… Bene, ho letto il libro di Emmanuel Carrère su Limonov. Si chiama così: Limonov.
Sì, Carrère ha scritto un libro molto attento e, nell’insieme, avvincente . Il passaggio più interessante – la voce di Carrère stesso, le sue osservazioni personali al di là di Limonov. Perciò, l’introduzione – le prime 30 pagine, sono le più intense.
Più avanti si passa all’esposizione, a volte parola per parola, dei libri di Limonov stesso (all’inizio nel dettaglio, in seguito vieppiù precipitosa) ; cosa che tutti i lettori di Edouard Benjaminovitch troveranno, chiaramente, un po’ pesante.
Carrère si ostina a definire il suo libro « romanzo » sebbene rientri, nella forma, assolutamente nei canoni tradizionali di una biografia – niente riporta al romanzo.
Eppure, comprendiamo perchè Carrère lo faccia. Componendo la sua opera, non ha operato alcuna distinzione tra gli eroi lirici dei libri fantastici dello scrittore Limonov e l’uomo chiamato Edouard Savenko.
Non sospettando nulla, Carrère riempie il suo racconto di episodi dei romanzi di Limonov, facendoli passare in una maniera o nell'altra per degli avvenimenti reali.
Per evitare questa responsabilità, chiameremo il libro "romanzo" - e il gioco è fatto.
Carrère agisce nei miei confronti esattamente nella stessa maniera (nel suo libro, uno dei capitoli è quasi interamente consacrato al vostro umile servitore) - utilizzando i romanzi Sankya e Péché come le basi per disquisire sulla mia vita.
Non dico che questo mi abbia particolarmente addolorato; al contrario, sull'immagine di Limonov nel libro - sorgono numerosi interrogativi.
Carrère aveva la possibilità di parlare con delle conoscenze francesi di Limonov, e di descrivere almeno il periodo parigino della sua vita facendo una comparazione tra la fantasiosa prosa e la realtà. A Parigi, una decina se non centinaia di persone si ricordano molto bene sia di Limonov sia di Natalia Medvedeva! Come lasciarsi sfuggire l'opportunità di lavorare un po' con le fonti originali? Tuttavia, l'obiezione principale non è nemmeno qui.
Sì, Carrère ha scelto la via più facile - esponendo liberamente gli argomenti più piccanti delle travolgenti opere di Limonov. Ma bisogna anche ammettere che il clamoroso successo del suo libro è legato intrinsecamente al fatto che egli ha scritto un libro leggero e anche, oso dire - privo di profondità.
Se il libro fosse stato più intelligente – Sarkozy si sarebbe davvero messo a raccomandarlo alla Francia intera? (perchè l'ha raccomandato, e addirittura due volte!)
E' un'altra la cosa che mi dispiace: questa insolita superficialità di molte delle rappresentazioni di Carrère sulla Russia – essa non è, secondo i criteri occidentali, assolutamente superficiale. Tutti i loro stereotipi e pregiudizi a nostro riguardo – è esattamente il marchio intellettuale dell'Europa. E non c’è modo di farlo sparire!
Il povero Carrère puntualizza trecento volte nel suo libro, specialmente rivolgendosi al suo lettore europeo, che Limonov è un « vile fascista » – e trecento volte ancora dopo ciò, con la più grande sincerità, tenta di spiegare che malgrado il suo « vile fascismo », Limonov è un brav'uomo – compassionevole, onesto, coraggioso.
Ma, un secondo, perchè gli Europei ci fanno da avvocati, chiarendo - a loro stessi d'altronde - che noi non siamo dei fascisti? Non ci capisco niente – chi ha liberato chi dal fascismo? Noi li abbiamo liberati o loro hanno liberato noi? Noi, vero? E perchè allora dovrebbero curarci? Forse tocca a noi curare loro?
Periodicamente, malgrado tutti i suoi sforzi di essere obiettivo, Carrère non riesce a liberarsene e soccombe sotto l'influenza dei suoi colleghi francesi.
Esempio:
Carrère mostra la fotografia di una marcia di Natzbols¹ a un giornalista. Bisogna precisare che era il periodo assolutamente eroico nel quale, a metà degli anni 90, Limonov con un gruppo di nostri compagni si era lanciato verso i villaggi cosacchi, ancora pieno di speranza riguardo la « passionaritಠ» di Razine e Pougatchev (capi cosacchi all’origine di insurrezioni contro il potere nel 17esimo e 18esimo secolo). Di questa passionarità, naturalmente, nessuna traccia - ma i Natzbols in compenso hanno incontrato più di una volta dei seri problemi con i servizi speciali.
Dunque, avendo visto la foto dei Natzbols a torso nudo, nel calore estivo, il collega francese di Carrère di getto ha sentenziato: "Una banda di froci, sono andati a incularsi lontano da Mosca per non farsi vedere".
Raccontando questa storia nel suo libro, manifesta una timida tendenza a non essere d'accordo col suo interlocutore, ma lì stesso pone una domanda retorica "Anche se fosse, chi lo sa?".
Emmanuel, puah!


Hai passato un lungo periodo con i rappresentanti di un partito del quale 120 membri sono stati in prigione, almeno sei membri sono morti in circostanze tra le più tragiche, mille hanno subito arresti, centinaia torture e pestaggi; e scrivi una tale scelleratezza. Il tuo amico o è un umorista infelice, o un idiota - a cosa serve citarlo?
In effetti, in questo libro, i Russi appaiono a volte come dei centauri, a volte come dei marziani e altre volte ancora come rappresentanti di tribù africane che hanno sorprendentemente appreso la letteratura. Naturalmente, questo non è espresso esplicitamente in Carrère in nessun passaggio, ma il sentimento di una abissale differenza tra l'Europeo e l'uomo russo non lascia mai l'autore.
La sorpresa più dolorosa mi aspettava alla fine dell'opera, quando Carrère assicura che Putin e Limonov - sono quasi la stessa cosa.
La base di questa conclusione è sorprendentemente semplicistica: Putin un giorno ha detto che solo un bastardo poteva non rimpiangere il crollo dell'URSS. E Limonov rimpiange l'URSS! Vedete? Tutto torna!
Ah sì, Putin , come Limonov, ha anche posato una volta nudo su una fotografia e con un coltello. Che spettacolo orribile per il saggio europeo (questo è almeno ciò che gli piace pensare di se stesso) che disprezza ogni violenza!
Per i più intelligenti, i più sottili, i più istruiti europei che si interessano alla Russia, un qualsiasi nostro pensiero sul tema del collasso del paese - è una diagnosi inequivocabile. E ancora, una diagnosi spaventosa. Forse anche definitiva. Che il Putin che assomiglia a Limonov abbia un capitale di più di 40 miliardi di dollari e Limonov nulla - sono solo dettagli meschini.
Che Putin nei primi anni novanta abbia lasciato i servizi segreti, tradendo il suo giuramento, per partire all'avventura col democratico Sobchak e che Limonov, invece, abbia cercato tenacemente la possibilità di evitare il collasso del paese presso la Casa Bianca, a volte prendendo parte a centinaia di incontri, a volte in Transnistria - sono ugualmente dei dettagli. Che alla fine, Limonov è un grande umanista e un grande scrittore e che Putin, in molti sensi, sia il suo esatto contrario, ancora una volta, non importa. La sostanza - entrambi rimpiangono l'URSS.
...Pertanto, avendo un po' ripreso fiato, mi sono detto: cosa voglio, tutto sommato, da Carrere? È lui che ha decretato che il crollo dell'URSS è stata una grande benedizione, che la storia sovietica era un flusso di crudeltà e schifezze reiterate, che il cercare di pensare gli eventi in Jugoslavia in maniera un po' differente rispetto all'Occidente era un primo passo verso il fascismo e che Putin è stato luogotenente del KGB, restauratore dell'Impero e un orribile militarista su un trono? Mi chiedo se questo sia veramente lui, Carrère.
Ma con noi, pensano la stessa cosa tutti i meravigliosi tribuni liberali - i fratelli, che insegnano al popolo da lustri il giusto atteggiamento verso sé e il paese.


Note:
*1 Natzbols, membri del partito nazional-bolscevico fondato nel 1992 e guidato da Eduard Limonov
*2 Passionarità, energia vitale di un gruppo umano, concetto creato dall'etnologo russo Lev Goumilev

Zachar Prilepin è uno scrittore, linguista, giornalista e uomo politico russo nato il 7 luglio 1975 nel villaggio di Ilinka (regione di Ryazan). Il suo vero nome è Yevgeny Nikolayevich Prilepin. Prilepin è veterano della guerra in Cecenia, membro del Partito Nazional Bolscevico dal 1996 e un oppositore di Vladimir Putin. Buona parte delle sue opere (Il peccato, San'kja e Patologie) è tradotta in italiano dalla casa editrice Voland.

Traduzione di Ilaria Cervone dalla versione francese
(Articolo originale russo)

mercoledì 26 giugno 2013

Real Estate - Summerlist 2013





#1   Waste Love - Kaskadé Feat. Quadron (Ice Mix)
#2   Day Is Gone - Phoebe Jean & The Air Force
#3   So Good To Me - Chris Malinchak
#4   Latch - Disclosure Feat. Sam Smith
#5   My Girl - Willy Moon
#6   Kilo - Light Light
#7   Bittersweet Faith - Bitter:Sweet
#8   Aphrodisiaco - Bungalove
#9   Halogen Moon - Wintercoats
#10 I'm Waiting Here - David Lynch & Likke Li   

sabato 22 giugno 2013

Lullabies 4 Losers (L.ost T.ape) - Playlist


  1. Chet Baker, Jim Hall & Hubert Laws - Django
  2. Lawrence Arabia - The Listening Times
  3. Laura Mvula - She
  4. Shirley Horn - Green (It's Not Easy Being Green)
  5. Sufjan Stevens - Untitled (Piano)
  6. Goldfrapp - Horse Tears
  7. My Brightest Diamond - The Ice & the Storm
  8. Kaki King - Cargo Cult
  9. Peter Gabriel - Blood of Eden (New Blood Version)
  10. Ethel Ennis - The Moon Was Yellow
  11. Bent - King Wisp
  12. Thomas Dolby - The Flat Earth
  13. PJ Harvey - On Battleship Hill
  14. Jens Lekman - Do Impossible Things
  15. The Helio Sequence - December
  16. Laurie Anderson - My Right Eye
  17. Hey Rosetta! - O Come O Come Emmanuel
  18. Bonobo - Black Sands
  19. M. Ward - Crawl After You
  20. Vampire Weekend - Taxi Cab
  21. Waldeck - Why Did We Have To Fire That Gun
  22. Arnaud Fleurent Didier - Mémé 68
  23. Deradoorian - Carry the Deed
  24. Benjamin Britten - Cuckoo
  25. (Ghost Track)

mercoledì 19 giugno 2013

Quella volta che Oprah Winfrey intervistò Cormac McCarthy


Martedì 5 gennaio 2007 Oprah Winfrey, conduttrice di uno dei più famosi e ambiti talk show d’America, è finalmente riuscita a intervistare lo scrittore Cormac McCarthy. Pubblichiamo la trascrizione quasi integrale del dialogo tra i due. 

Oprah Winfrey - Bene, ecco un’intervista che tutti avrebbero ritenuto impossibile. L’intervistato è una persona notoriamente riservata, che si rifiuta di parlare pubblicamente di sé o del suo lavoro. In quarant’anni di carriera ha concesso soltanto due interviste a giornali, e non si è mai lasciato intervistare alla televisione. Ma dopo avere letto “The Road” del leggendario Cormac McCarthy, mi sono detta: ora gli telefono. Ma tutti mi dicevano che non avrebbe mai accettato. Così l’ho chiamato e gli ho detto: “Signor McCarthy, sono Oprah Winfrey”. Lui ha risposto: “Oh, salve Oprah”. Io gli ho detto che avevo letto il suo libro e che volevo intervistarlo. Lui ha risposto che non l’avrebbe mai fatto. Gli ho parlato ancora per qualche minuto e poi gli ho rinnovato l’invito. Lui mi ha detto: “Va bene, ci penserò”. E io ho aggiunto: “Okay, ti do quarantotto ore e poi ti richiamo”. E quando l’ho richiamato mi ha detto che accettava. Dunque, prima che incontriate Cormac McCarthy, voglio raccontarvi qualcosa del suo capolavoro “The Road”. Chi lo ha letto, sa già che si tratta di un capolavoro. E’ una storia di sopravvivenza che si svolge in un’America post apocalittica. Provate a immaginarla. Beh, io non ci riuscivo, e proprio per questo ho deciso di leggere il libro. La lettura di questo libro farà cambiare profondamente il modo in cui guardate la vostra vita, ciò che è per voi più importante e la vostra idea del mondo in cui viviamo. Che cosa succede quando il peggiore incubo di un uomo diventa realtà? 

"Gli orologi si sono fermati alla 1:17, una lunga scia di luce e poi una serie di piccole scosse." (The Road)

Oprah Winfrey - “The Road” si svolge in un momento in cui la vita sulla terra è stata quasi completamente distrutta. Il sole è velato da un cielo perpetuamente grigio. Uno strato di fuliggine e di cenere copre ogni cosa. Nel mezzo di tutto ciò, un padre e il suo giovane figlio camminano lungo una strada. A ogni angolo si nasconde un incerto futuro. La sola missione del padre: fare in modo che suo figlio rimanga vivo. 

"Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. E disse: se lui non è la parola di Dio, allora Dio non ha mai parlato." (The Road)

Oprah Winfrey - Un ammonimento, una favola, una storia d’amore; “The Road” è un romanzo che vi terrà legati alla sedia dalla prima all’ultima pagina. Sì, proprio così. Quando Cormac McCarthy ha accettato di concedere questa intervista, gli ho detto che non sarebbe durata più di un’ora. Poi, prima che cambiasse idea, sono andata subito in New Mexico e l’ho incontrato nella sua casa lontana da casa, la biblioteca dell’Istituto di Santa Fé, un think-tank di persone intelligenti, dove McCarthy passa con piacere molto tempo.


Oprah Winfrey - Beh, devo dire che lei è proprio come nella foto pubblicata sul retro della copertina.

Cormac McCarthy - Sì; non so se sia un bene o un male.

Oprah Winfrey - E’ un bene.

Cormac McCarthy - Sì.

Oprah Winfrey - Grazie per avere accettato questa intervista.

Cormac McCarthy - E’ la prima volta per me.

Oprah Winfrey - Perché non l’ha fatto fino a ora?

Cormac McCarthy - Beh, non penso che sia una cosa buona per la propria testa. Voglio dire, se si passa molto tempo a pensare come scrivere un libro, probabilmente non si dovrebbe parlarne. Bisogna limitarsi a scriverlo.

Oprah Winfrey - Oh, davvero?

Cormac McCarthy - Sì, questa è la mia sensazione.

Oprah Winfrey - Non si tratta invece di una certa avversione nei confronti dei media e di altre cose del genere?

Cormac McCarthy - No, no, no.

Oprah Winfrey - Sicuro che sia proprio così?

Cormac McCarthy - Certo. Tu cammini sul tuo lato della strada e io sul mio.

Oprah Winfrey - Cormac McCarthy è considerato uno dei più grandi scrittori americani viventi. Nel corso degli ultimi quarant’anni McCarthy ha scritto dieci romanzi. Il suo best seller, “All the Pretty Horses” ha vinto il National Book Award e ne è stata fatta una riduzione cinematografica. Ha sempre saputo di essere uno scrittore? 

Cormac McCarthy - E’ difficile rispondere. Quando ero bambino avevo l’abitudine di scrivere. Quando poi sono diventato ragazzo, in realtà non facevo più nulla. 

Oprah Winfrey - Ha la passione della scrittura? Quando parlo agli studenti, dico di seguire la propria passione perché, indipendentemente da quello che ti porta, significa compiere la propria missione nella vita …

Cormac McCarthy - Certo.

Oprah Winfrey - Sta lì il premio, la ricompensa. Dunque avete passione?

Cormac McCarthy - Non so. La parola “passione” ha un suono da favola.

Oprah Winfrey - Mmm...

Cormac McCarthy - Mi piace quello che faccio.

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Alcuni scrittori hanno detto che odiano scrivere. Era soltanto una fastidiosa scocciatura. Io non la penso certamente così. Talvolta è difficile. Hai in testa un’immagine perfetta, che non riesci mai a concretizzare ma continui sempre a provarci. Comunque, io penso che alla radice ci sia questa immagine interiore di qualcosa di assolutamente perfetto. E quest’immagine è il tuo faro, la tua guida. Ma non arriverai mai a destinazione. 

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Eppure senza di essa, non si va da nessuna parte.

Oprah Winfrey - Quando inizia a scrivere un libro, parte da questa immagine?

Cormac McCarthy - Non è una cosa così consapevole.

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Insomma, si ha sempre la speranza che oggi farai qualcosa di meglio di tutto quanto hai fatto finora.

Oprah Winfrey - Ecco la speranza.

Cormac McCarthy - E’ il segno di una hubris sfrenata?

Oprah Winfrey - No, è una cosa buona. Quindi scrive in modo metodico? Segue un preciso programma di lavoro?

Cormac McCarthy - No.

Oprah Winfrey - Allora scrive soltanto quando si sente ispirato?

Cormac McCarthy - Una volta, quando gli chiesero se scriveva tutti i giorni o solo quando era ispirato, Faulkner disse che scriveva soltanto quando era ispirato, ma si sentiva ispirato tutti i giorni. 

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Alcune persone mi chiedono se costruisco a tavolino tutta la trama. La mia risposta è no. Significherebbe la morte. Voglio dire, non si può programmare tutto a tavolino.




Oprah Winfrey - “The Road” ha recentemente ricevuto il riconoscimento più prestigioso: il Premio Pulitzer per la Letteratura. Quando lo ha iniziato, sapeva già come sarebbe finito?

Cormac McCarthy - No, non ne avevo la minima idea.

Oprah Winfrey - Da dove nasce questo sogno apocalittico?

Cormac McCarthy - Beh, è interessante perché di solito non si sa da dove nasce un libro. C’è come una sorta di prurito che non si riesce a togliere. Circa quattro anni fa sono andato a El Paso con mio figlio John.

Oprah Winfrey - Ora lui ha otto anni?

Cormac McCarthy - Sì. Abbiamo preso una stanza nel vecchio albergo della città. Una notte, saranno state le due o le tre del mattino, mentre mio figlio dormiva, mi sono messo a guardare fuori dalla finestra e a osservare questa città: non si muoveva nulla e si sentiva in lontananza il solitario suono dei treni che arrivavano e ripartivano. Improvvisamente si è formata l’immagine di come potrebbe apparire questa città fra 50 o 100 cento anni. 

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Mi è venuta quest’immagine di fuochi sulle colline e di una distruzione assoluta, e ho iniziato a pensare al mio piccolo bambino. Così mi sono messo a scrivere qualche pagina e tutto è finito lì. Poi, circa quattro anni dopo, in Irlanda, una mattina mi sono svegliato e mi sono accorto che non erano semplicemente alcune pagine di appunti. Erano un libro.
E questo libro parlava di quell’uomo e quel bambino.

Oprah Winfrey - Il libro è dedicato a John, il figlio di Cormac McCarthy. Si tratta di una storia d’amore per vostro figlio?

Cormac McCarthy - Sì, in un certo senso, sì. Ma, ciononostante, è in qualche modo imbarazzante. 

Oprah Winfrey - Vedo che è arrossito. Quando l’ho chiamata la prima volta e le ho detto che la gente voleva sapere come era nato questo libro, lei mi ha detto: “E’ ovvio. Perché questo libro è stato scritto praticamente a quattro mani con mio figlio”. 

Cormac McCarthy - Proprio così.

Oprah Winfrey - Se non avesse avuto suo figlio, questo libro non sarebbe stato scritto?

Cormac McCarthy - Esattamente. Non mi sarebbe mai venuto in mente di scrivere un libro su un padre e un figlio.

Oprah Winfrey - Che cosa significa essere padre in questo particolare momento della sua vita?

Cormac McCarthy - Penso che lo si apprezzi in modo più profondo. Quando si è più giovani è diverso; se si ha un figlio quando si è più anziani, invece, si viene risvegliati dal proprio sonno e si guardano le cose con un nuovo sguardo. Ti costringe a pensare al mondo. 

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - Sì. E io penso che sia una buona cosa.

Oprah Winfrey - A proposito, penso che “The Road” sia un perfetto regalo per la festa del papà. Racconta la storia di un padre e di un figlio alla fine del tempo, e del loro reciproco amore. Come vi ho già detto, McCarthy è uno scrittore al quale non piace stare sotto i riflettori. Ma ha accettato di rilasciarmi la sua prima intervista televisiva. L’ho incontrato nell’Istituto di Santa Fe, un luogo affascinante dove scienziati e scrittori riflettono sui misteri dell’universo. Mi parli di questo posto: perché le piace così tanto venire qui? 

Cormac McCarthy - Beh, è pieno di persone intelligenti che hanno cose molto interessanti da dire. E ci si diverte un mondo.

Oprah Winfrey - E lei preferisce trascorrere il tempo con gli scienziati. Preferisce gli scienziati agli scrittori?

Cormac McCarthy - Non conosco alcuno scrittore. 

Oprah Winfrey - Cormac McCarthy ha oggi 73 anni. E’ da sempre una persona estremamente riservata. E’ chiaro che si trova più a suo agio davanti a una vecchia macchina da scrivere Olivetti che davanti alle telecamere. In tutti i vostri libri che ho letto, da “Blood Meridian” a “No Country for Men”, le donne non hanno quasi nessuna parte di rilievo. E infatti molti l’hanno definito uno scrittore per uomini. Come mai le donne non hanno un ruolo attivo nelle trame dei vostri libri?

Cormac McCarthy - Le donne sono difficili. 

Oprah Winfrey - Mmm…

Cormac McCarthy - Non pretendo di capire le donne. Penso che gli uomini non sanno molto delle donne. Le trovano misteriose.

Oprah Winfrey - E’ ancora così anche per lei?

Cormac McCarthy - Sì. Anche se …

Oprah Winfrey - Dopo tre mogli, le donne sono ancora un mistero?

Cormac McCarthy - Sì, sono ancora un mistero.

Oprah Winfrey - Ho letto che una delle sue ex mogli ha detto che in certi periodi lei era molto povero, assolutamente senza un soldo; e i giornalisti le telefonavano dicendo che le avrebbero pagato 2.000 dollari e anche più per un’intervista, ma lei si rifiutava rispondendo che tutto ciò che conosceva lo aveva già messo per iscritto. 

Cormac McCarthy - Beh, ero molto occupato. Avevo altre cose da fare.

Oprah Winfrey - Occupato? Non le interessano le cose materiali?

Cormac McCarthy - No. Voglio dire, non è che non mi piacciano le cose materiali. Alcune sono molto belle. Ma vengono certamente dopo l’esigenza di vivere la tua vita facendo quello che vuoi fare. 

Oprah Winfrey - Mmm …

Cormac McCarthy - E ho sempre saputo che non volevo lavorare.

Oprah Winfrey - E come ci riesce? Piacerebbe a tutti saperlo.

Cormac McCarthy: Beh, bisogna impegnarsi.

Oprah Winfrey - Naturalmente.

Cormac McCarthy - Ma era la mia priorità numero uno …

Oprah Winfrey - Il fatto che non voleva avere un lavoro che l’avrebbe costretta a stare in ufficio dalle nove alle cinque?

Cormac McCarthy - Precisamente. Ho sempre pensato che si è qui una volta sola, che la vita è breve e che passare ogni giorno a fare quello che altri ti dicono di fare non è il modo giusto di vivere. E non ho nessun consiglio da dare su come farlo, tranne che se ci si impegna a fondo è probabile che ci si riesca. 

Oprah Winfrey - Perciò ha lavorato per non lavorare?

Cormac McCarthy - Proprio così. Questa è la priorità numero uno. 

Oprah Winfrey - E non avere denaro è stato un problema?

Cormac McCarthy - Beh, ero molto…

Oprah Winfrey - Perché è vero che era così povero che le è capitato di non poter pagare nemmeno un hotel da quaranta dollari al mese?

Cormac McCarthy - Sì.

Oprah Winfrey - Beh, questo significa essere davvero povero.

Cormac McCarthy - Quell’episodio è avvenuto a New Orleans… era una piccola stanza d’albergo…

Oprah Winfrey - Da soli 40 dollari al mese e lei non aveva nemmeno quelli.

Cormac McCarthy - Sì, e mi hanno buttato fuori. Allora ero molto ingenuo. Ero convinto che in un modo o nell’altro tutto sarebbe andato bene. Ed è stato proprio così. Sono sempre stato molto fortunato. Quando la situazione era particolarmente dura, succedeva sempre qualcosa di assolutamente imprevisto. 

Oprah Winfrey - Wow. E’ stupefacente. Ed è vero che una volta era talmente al verde da non potersi comprare nemmeno un dentrificio?

Cormac McCarthy - Sì. Vivevo in una baracca nel Tennessee e avevo finito il dentrificio. E un mattino sono andato all’ufficio postale per vedere se era arrivato qualcosa. E nella mia cassetta delle lettere c’era un dentrificio.

Oprah Winfrey - Un campione omaggio?

Cormac McCarthy - Già, un campione omaggio. Ma la mia vita è piena di episodi come questo. E’ sempre stato così: quando la situazione si faceva critica, succedeva sempre qualcosa. 

Oprah Winfrey - Ho anche letto una sua frase in cui dice che la cosa più importante per lei è avere cibo e scarpe.

Cormac McCarthy - Sì.

Oprah Winfrey - E penso che quando la si legge si pensa immediatamente a quello di cui si ha veramente bisogno nella vita. E lei sembra un uomo molto felice, che si accontenta di poche cose. 

Cormac McCarthy - Sì. Ma non si può fare a meno di cibo e scarpe. 

Oprah Winfrey - McCarthy dice che “The Road” è una storia semplice, che parla di un uomo e un bambino su una strada. Ma per me, ciò che rende straordinario questo libro è l’enorme potenza della sua semplicità. Sapremo mai quello che è realmente accaduto? I critici, e anche i suoi ammiratori, vi leggono ogni genere di cosa. Alcuni dicono che parla del viaggio spirituale dell’uomo sulla terra. E’ proprio così, oppure si tratta semplicemente di un uomo e un bambino che camminano lungo una strada?

Cormac McCarthy - A me piace pensare che si tratta soltanto dell’uomo e del bambino sulla strada. Ma ovviamente si possono trarre conclusioni di ogni genere dalla lettura del libro, a seconda dei propri gusti. Io penso che sia una storia semplice e diretta. 

Oprah Winfrey - E’ davvero interessante. Penso che se avessimo letto questo libro venti o venticinque anni fa, ci sarebbe sembrata una storia futuristica. Ma c’è qualcosa di reale. 

Cormac McCarthy - Beh, penso che dopo l’11 settembre la gente sia più preoccupata dai temi apocalittici. 

Oprah Winfrey - Mmm…

Cormac McCarthy - Non siamo abituati a questo… 

Oprah Winfrey - Cioè, non siamo abituati a vivere nella paura… 

Cormac McCarthy - No.

Oprah Winfrey - Allora, non siamo abituati a essere preoccupati e ansiosi per quello che succederà domani.

Cormac McCarthy - Appunto.

Oprah Winfrey - Che cosa vorreste che i lettori traessero da questo libro? 

Cormac McCarthy - Ecco, mi basterebbe che prendessero a cuore le cose e le persone e che apprezzassero maggiormente ciò che hanno. La vita è bella anche quando sembra brutta. E dovremmo apprezzarla di più. Dovremmo essere riconoscenti. Non so a chi, ma dobbiamo essere riconoscenti per ciò che abbiamo. 

Oprah Winfrey - Non si tratta per caso di Dio? 

Cormac McCarthy - Beh, dipende in quale giorno mi viene fatta questa domanda. Ma, certe volte, è bene pregare. Non credo che sia necessario avere un’idea precisa di cosa o chi sia Dio per poter pregare. 

Oprah Winfrey - Le importa che ora ha milioni di lettori mentre all’inizio ne aveva soltanto poche migliaia? 

Cormac McCarthy - In tutta onestà, devo rispondere di no. Voglio dire, fa piacere che la gente apprezzi il tuo libro. Ma quanto al numero, che importa? 

Oprah Winfrey - Beh, devo dire che lei è uno scrittore proprio speciale. 

Cormac McCarthy - Beh …

Oprah Winfrey - E’ stato un piacere incontrarla, e un onore intervistarla. 

Cormac McCarthy - Grazie mille. E’ stata molto gentile. 

Oprah Winfrey - Un vero onore. Lei è uno scrittore davvero speciale: leggete il libro se volete. Se non lo fate, bene lo stesso. Eccezionale!

Cormac McCarthy - Sì.

Oprah Winfrey - Mai sentito una cosa del genere prima d’ora. Ancora un grazie a Cormac McCarthy, a George West e a tutti gli altri membri dell’Istituto di Santa Fé.
                                     
*******

-"You have to carry the fire."
- "I don't know how to."
- "Yes, you do."
- "Is the fire real? The fire?"
- "Yes it is."
- "Where is it? I don't know where it is."
- "Yes you do. It's inside you. It always was there. I can see it."


(Cormac McCarthy, The Road)



(5 gennaio 2007, Oprah Winfrey Show)