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lunedì 1 gennaio 2018

Doonesbury, di Garry Trudeau: Una striscia su Donald Trump, un ricordo di Enzo Baldoni.



Una soap-opera. Forse un universo parallelo

Vi state occupando di storia o di sociologia americana? Allegri, c’è una buona notizia: finalmente potete disfarvi dei vostri libroni, delle vostre dispense, delle vostre collezioni di riviste specializzate.

E vai con la festa, Potrete lanciare dal sessantesimo piano il ponderoso Wedgwood, dopo averlo trasformato in una pioggia di striscioline che scendano planando giù giù fino alla Quinta Strada. Illuminare le notti di San Francisco con il rogo delle annate più recenti della American Review of Sociology. Varare nel Lago Michigan barchette leggere costruite con la solida carta dell’Abramson, del Toynbee, dell’Ebenstein. Salire su una mongolfiera colorata e lanciare all’attacco dell’Empire State Building squadriglie di aeroplanini di carta ricavati dai tre fondamentali tomi della Modem History of the United States of America. Trasformare gioiosamente in coriandoli le annate arretrate del New Yorker, di Rolling Stone, di Newsweek per coprire di una nevicata a colori i corrucciati testoni di pietra di Mount Rushmore.

Naturalmente terrete per voi le cose belle e leggere della vita: le foglie di Walt Whitman, le strade di Jack Kerouac, i mantra di Allen Ginsberg. Ma non vi occorrerà molto di più per capire come si sono evoluti, dagli Anni Settanta a oggi, la storia e il costume americano.

Perché finalmente è arrivato il più acuto, sorridente e divertente compendio integrato di storia e di sociologia dell’ultimo quarto di secolo: Flashbacks.

Esagero? Beh, sì. Un po’. Però...

Stiamo ai fatti. Il libro che avete tra le mani vi offre uno spaccato simbolico, affettuoso e sorridente ma estremamente acuto e penetrante della storia e della società americana.

Ci sono tutti: i bianchi, i neri, i gialli, i rossi, gli italiani, gli ebrei, i polacchi, gli studenti, gli operai, i telefonisti, i medici, gli handicappati, i disoccupati, gli economisti, i preti, i professori, gli avvocati, i poliziotti, gli agenti della CIA, quelli dell’FBI, i ricercatori di mercato, i giocatori di football, gli operatori di Borsa, i giornalisti, i rettori, i sindaci, i generali, gli spacciatori, gli agenti delle tasse, gli abbronzisti, i golfisti, i repubblicani, i democratici, i fascisti, i liberals, i radicals, i birdwatchers, i produttori di Hollywood, i drogati, gli idealisti, gli scoppiati, i vicini di casa, i genitori repressivi, i genitori fricchettoni, i genitori alcolizzati. Qualche gay.

Le cameriere di snack-bar, le affittacamere, le femministe, le deputate, le nere in carriera, le casalinghe, le artiste, le attricette, le scultrici, le ragazzine, le studentesse, le incinte, le schiave d’amore, le neomamme, le speranzose, le deluse, le debuttanti, le promettenti, le preminenti, le signore molto bene, le cameriere delle signore molto bene. Neanche una lesbica.

I Viet-Cong, i Viet-Vet, gli afghani, gli iraniani, gli israeliani, gli iracheni, i salvadoregni, i cinesi, Kissinger, Begin e Sadat, Bani Sadr, Elvis Presley, Deng Xiaoping, Mick Jagger, Baby Doc, Jane Fonda, Liz Taylor, Frank Sinatra, Donald Trump, Lee Iacocca, Bill Gates, un occasionale lupo mannaro.

E, intrecciate a tutto ciò, le ultime sette presidenze degli Stati Uniti.

Nixon, la presidenza aggressiva: i bombardamenti segreti sulla Cambogia, le grandi manifestazioni pacifiste, la rivoluzione sessuale, le prime comuni, la marijuana, l’LSD, la liberazione della donna, il ritiro delle truppe americane dal Vietnam, la rovina del Watergate.

Ford, la presidenza incolore (Gerry Ford è stato l’unico, nella storia, a non essere mai stato eletto né presidente né vicepresidente: in seguito a uno scandalo di bustarelle sostituì il vicepresidente Spiro Agnew. Un anno dopo, lo scandalo Watergate lo proiettò sulla poltrona di Nixon). Che diavolo è successo durante il suo mandato? Qualcuno si ricorda qualcosa, a parte il fatto che inciampava dappertutto e la partecipazione di Zonker ai mondiali di abbronzaggio? Ah, già, la caduta di Saigon.

Carter, la presidenza velleitaria: la decadenza dell’immagine internazionale degli USA, la depressione economica, l’intervento russo in Afghanistan, l’intervento cubano in Angola, la caduta dello Scià di Persia, l’ascesa di Komeini, la beffa degli ostaggi americani in Iran, la perdita di fiducia nel sogno americano.

Reagan, la presidenza fortunata: gli scintillanti Anni Ottanta, l’ottimismo ritrovato, le ristrutturazioni selvagge, i successi di Borsa, la mini-invasione di Grenada, i party di Washington, l’esplosione delle filosofie new age, il bluff delle guerre stellari, Gorbaciov, la perestrojka, il problema dei senza- tetto, la caduta delle ideologie.

Bush, la presidenza sottotono: il ritorno della recessione dopo gli sperperi reaganiani, la perdita di posti di lavoro, il tramonto delle sicurezze della middle class, l’AIDS, la fine della guerra fredda, la caduta del Muro di Berlino, il massacro di Tien An Men. Solo la guerra del Golfo, coi suoi telegenici completini da deserto, riuscì a dare visibilità all’Uomo Invisibile.

E infine Clinton, la presidenza altalenante: le speranze deluse di un Kennedy mancato, i cambiamenti profondi nell'organizzazione del lavoro, gli scandali, i primi attentati terroristici sul suolo americano, i suicidi di massa delle sette religiose, l’esplosione di Internet e delle autostrade elettroniche, la guerra in Bosnia e in Albania, i ponti di Madison County, il processo a O.J. Simpson.

Sullo sfondo, tutti i cambiamenti della società occidentale: dalla televisione in bianconero ai milioni di colori di Internet; dalla famiglia nucleare alla famiglia policentrica; dagli hippies agli yuppies; dalla voglia di cambiare il mondo al cinismo diffuso; dai freaks ai nerds; dalle canzoni di protesta al rap; dall’amore libero alla paura dell’AIDS; dal babyboom alla new age; dal posto garantito a vita alla flessibilità del lavoro; dai primi spinelli all’ecstasy. Da «stasera bruciamo i reggiseni» a «stasera mi metto il wonderbra».

È un po’ per tutto questo che Doonesbury non è una striscia normale, che si conclude ogni giorno nelle quattro vignette canoniche e morta lì. Pian piano, anno dopo anno, seguendo il filo delle vicende politiche, dei cambiamenti sociali e delle storie personali, la striscia è cresciuta, si è arricchita, è diventata sempre più complessa.

A tutt’oggi conta ben 7 protagonisti, 15 comprimari, una cinquantina di personaggi secondari e più di 350 personaggi apparsi a vario titolo. È diventata una soap-opera: una grande soap-opera in cui i protagonisti si sposano, si lasciano, si perdono, si ritrovano, si amano, si fanno del male in un tourbillon di vite che si intersecano di continuo. C’è perfino il primo personaggio gay che appaia su un fumetto mainstream, Andy Lippincott, che, per giunta, muore di AIDS.

È la più complicata, arzigogolata e intricata soap-opera mai fumettata. Ma anche la più intrisa di umana pietà, di sensibilità, di passione civile.

L’approccio di Trudeau verso i difetti della società e le debolezze umane è acuto e tagliente ma conserva sempre un’ironia leggera, un tocco delicato e affettuoso (vogliamo chiamarlo, onore a Lubitsch, il Trudeau touch?) che penetra più a fondo del semplice, facile e in fondo antipatico sarcasmo. Guardate come tratteggia i suoi personaggi. Non sono caricature, sono ritratti. Hanno spessore. Mike, Joanie, Mark, Zonker, Boopsie sono umani, imperfetti, credibili. Vivono di vita propria, amano, muoiono, si sposano, si mettono le corna, si lasciano, scappano, mettono al mondo figli, si annoiano davanti alla televisione, ridono, piangono, soffrono, sono allegri o depressi, hanno tutti i tic, le manie, le passioni e i difetti delle società occidentali.

Sono come noi, come le persone che incontriamo nella vita di ogni giorno. Per questo è così facile identificarci con loro. Per questo ci sorprendiamo a simpatizzare coi problemi coniugali di Mike e J.J., a fare il tifo per Zonker che rifiuta di diventare adulto, a soffrire per Mark che fatica a tirar fuori dall’armadio la propria omosessualità.
Per questo, forse, Doonesbury è qualcosa di più di una soap-opera.

Forse è un universo parallelo, fatto di vite comuni, imperfette e a volte un po’ sdrucite. Così vere da somigliare tanto alle nostre.

Chapeau, Mr. Trudeau.

Enzo G. Baldoni

(postfazione da Flashbacks, Il meglio di Doonesbury dagli anni '70 a oggi, Ed. Baldini & Castoldi, 1995)


Qualche parola dall’autore

In un momento non ben specificato della vita, ma comunque nei dintorni della mezza età, si comincia a prestare sempre più attenzione ai complimenti. E ci si aggrappa ad ognuno di essi come se fosse l’ultimo. «Che bei cappelli», ad esempio, assume lo stesso valore di «Che idea geniale!». In termini di crescita personale è un significativo passo avanti rispetto alla sensazione di sottile inganno che accompagna il pur minimo elogio tributato ai piccoli trionfi di gioventù. Superato del tutto il pericolo di diventare un bambino prodigio, con le opportunità che ti si chiudono via via alle spalle come porte d’acciaio, diventa necessario trovare nei complimenti degli altri qualche indizio — anche minimo — che la tua vita è stata spesa nel modo migliore. O almeno al massimo delle tue potenzialità.

A dire il vero il massimo della potenzialità è sempre stata la mia via di fuga. So bene cos’è una vita di sani principi — molti nella mia famiglia hanno cercato di condurne una — ma credo proprio di aver scelto una strada più tortuosa. Dico più tortuosa perché chiunque può essere amato (beh, forse non proprio chiunque, ma chi è disposto a dedicare cinquant’anni della propria vita al servizio del prossimo forse ci riesce). È molto più difficile, invece di condurre una vita veramente dedicata alla collettività, sembrar parte di quella vita. È la menzogna che salva la pelle di chi scrive sui giornali. Purtroppo, nel caso del cartoonist politico, la gente ha già mangiato la foglia da un pezzo. Una delle mie vignette satiriche preferite, realizzata alcuni anni fa dal compianto B. Kliban, mostrava un cartoonist a passeggio, elegantissimo in foulard e giacca da camera, una donnina poco vestita appesa ad ogni braccio e un poliziotto che apre la strada al corteo, cacciando ai lati il popolo bue. Il poliziotto sbatte un povero pedone in mezzo al traffico, sbraitando: «Fai strada, maiale — arriva un cartoonist!».

Il gioco, naturalmente, sta tutto nel fatto che la società non ha il minimo rispetto per i cartoonist. Nella realtà capita spesso che un mio lettore mi abbordi con la frase: «Mi piace così tanto il suo... la sua... rubrica», coronando l’approccio con quell’espressione di sollievo tipica di chi è riuscito ad esprimere la propria ammirazione per il lavoro di un altro risparmiando ad entrambi la pena di nominarlo.

Perché un’arte che ha secoli di storia come l’illustrazione satirica viene considerata con tanto disprezzo? Beh, in parte perché lo merita. È un’arte che, dovendo raggiungere un pubblico vastissimo, deve ricorrere alla volgarità. Qualsiasi cartoonist europeo sotto contratto con un syndicate potrebbe confermarlo — se solo ce ne fosse uno. Perché il mondo delle Belle Arti sa perfettamente, ma non lo vuole ammettere, che fare il ruffiano è molto più difficile di quel che sembra a parole. Se non fosse così qualsiasi artista da quattro soldi sarebbe ricco e famoso, e nessuno chiederebbe finanziamenti al National Endowment of Arts.

L’altra ragione della poca considerazione in cui è tenuto il mio mestiere risiede, penso, nella sua natura deliziosamente ed essenzialmente effimera. Chi legge il giornale di ieri? Le vittime del cartoonist — scelte nelle storie del giorno — vengono travolte in fretta, di solito, dall’incedere maestoso della Storia. E ancora: i cattivi devono essere puniti al volo. Mettere qualcuno alla berlina è socialmente utile, solo se lo si fa al momento giusto. C’è un filone di satira garbata che preferisce risparmiare l’individuo ed attaccare piuttosto il vizio in generale. È una satira che è più corretto definire umorismo: basta ascoltare la voce della gente e limare un po’ quel che è troppo crudo, C’è un certo tipo di battuta alla Will Rogers — quell’umiliare con affetto i politici per l’ipocrisia e gli avvocati per l’avidità — che è in realtà profondamente cinico: attaccare un’intera categoria non lascia spiragli per la speranza.

Questo basta, credo, a spiegare la mia preferenza per gli attacchi individuali. Preferisco prendermela direttamente con Dan Rostenkowski o Johnny Cochran, perché è una satira che sottintende che la vita la facciamo noi con le nostre scelte, e che la loro morale non è la morale di tutti.

Mort Sahl racconta di essere andato da uno degli autori del Saturday Night Live quand’era ancora una trasmissione giovane e impetuosa. Era in programma un attacco a Kissinger e Sahl, che teneva un ampio archivio delle malefatte del Segretario di Stato, chiese timidamente all’autore perché se la prendeva con Kissinger. «Perché è al potere», rispose quello, compiaciuto. Tutto lì. Non per il Vietnam. Non per il Cile. Non per i bombardamenti segreti in Cambogia. Solo per il desiderio infantile di fare le boccacce a qualcuno munito di un po’ d’autorità.

Certo, è una cosa che funziona: l’umorismo che fa terra bruciata attorno a qualcuno è nato più o meno in quell’epoca e popola tuttora buona parte dell’industria dell’entertainment. Ma a Sahl — e al sottoscritto — è sempre sembrata un’occasione persa, un vero peccato che una satira così pungente, caustica e tagliente non puntasse un po’ più in alto, non cercasse di far scoccare una scintilla nelle teste del pubblico. Ma quel che è più grave è che un umorista senza umiltà, che galleggia sopra al resto del mondo come un petalo di rosa, finisce per mancare il bersaglio più grosso di tutti — se stesso. Un bersaglio da cui i grandi — Mark Twain, Woody Allen, Jules Feiffer — non hanno mai spostato la mira. Quando Walt Kelly scriveva: «Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi», cercava di dirci che la comédie humaine non risparmia nessuno, che siamo tutti insieme sulla stessa barca piena di buchi — questa.

Ecco perché in Doonesbury vivono personaggi d’ogni tipo, non solo politici. Perché ho bisogno di controfigure, di rappresentazioni fedeli della confusione che in me regna sovrana. Come dice Steve Martin, non si ride delle cose piacevoli. E sono venticinque anni che il mio mestiere è far ridere. La strip rimane un work in progress, una cronaca imperfetta dell’umana imperfezione. Sono in tanti a non poter sfuggire ad una parte di responsabilità in questa impresa: a tutti loro vanno i miei ringraziamenti più profondi. Fra loro ci sono mia moglie, Jane; il mio assistente alle chine e amico di lungo corso, Don Carlton; la mia cassa di risonanza nonché book editor, David Stanford; il mio strip-editor nonché bastione umano, Lee Salem; Mike Seeley, che guida il mio studio con deliziosa efficienza; e naturalmente Kathy Andrews e tutta la grande famiglia di amici e colleghi dell’Universal Press Syndicate. Se lascio fuori da questo elenco il mio boss, John McMeel, è per la migliore delle ragioni: siamo ancora nel bel mezzo delle trattative per il prossimo contratto.

Garry Trudeau
18 Ottobre 1995

(prefazione da Flashbacks, Il meglio di Doonesbury dagli anni '70 a oggi, Ed. Baldini & Castoldi, 1995)




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Bio: Garry Trudeau
Garretson Beekman Trudeau (New York, 21 luglio 1948) è un fumettista statunitense.

Ha frequentato l'Università di Yale verso la fine degli anni sessanta ed è lì che ha creato la sua opera più famosa, la striscia a fumetti Doonesbury, che era intitolata Bull Tales nelle prime edizioni.
Doonesbury è oggi pubblicata su quasi 1400 tra quotidiani e riviste nel mondo.
Trudeau è stato il primo disegnatore di fumetti a vincere un premio Pulitzer, nel 1975. Ha vinto anche un premio Oscar nella categoria dei cortometraggi animati con il film A Doonesbury Special.
Oltre alla striscia, Trudeau ha scritto commedie (Rap Master Ronnie e a Doonesbury musical) e la mini-serie televisiva Tanner '88, diretta da Robert Altman nel 1988.
Trudeau non appare spesso in pubblico. L'unica sua comparsa televisiva risale al 1971, dove in una puntata del quiz To Tell the Truth tutti i concorrenti tranne uno non riuscirono ad indovinare chi fosse.
Nel 2004 Trudeau, tramite la striscia a fumetti, ha messo a disposizione un premio di 10.000 dollari per chiunque portasse prova inconfutabile che George W. Bush avesse assolto ai suoi doveri militari negli anni settanta.
Nel 2013 ha ideato la serie televisiva Alpha House, prodotta e pubblicata da Amazon.com.


Bio: Enzo Baldoni
Enzo Baldoni (Città di Castello, 8 ottobre 1948 – Iraq, 26 agosto 2004) è stato un pubblicitario e giornalista italiano.

Baldoni svolgeva principalmente l'attività di copywriter presso la propria società Le Balene Colpiscono Ancora. Svolgeva inoltre volontariato presso la Croce Rossa.

Tra le passioni anche quella dei fumetti, di cui era un traduttore appassionato e accanito lettore. Tra le edizioni italiane da lui curate figurano le strisce a fumetti prodotte dal francese Gérard Lauzier e dagli statunitensi Garry B. Trudeau e Frank Miller. Partito dalle colonne delle riviste Linus e Corto Maltese, e inseguendo la propria passione per i viaggi, si ritrovò in breve tempo a scrivere di terzomondismo, guerriglieri, e situazioni estreme, seguendo il proprio pacifismo.

Collaborò con Diario, Specchio della Stampa, il Venerdì di Repubblica e altri periodici. Fra le sue passioni più tarde, Internet e i blog, ai quali dava un taglio giornalistico e dissacrante.

In Iraq come giornalista freelance, venne rapito presso Najaf il 21 agosto 2004 dall'Esercito islamico dell'Iraq, una sedicente organizzazione fondamentalista musulmana ritenuto genericamente legata ad al-Qaida. Dopo un ultimatum all'Italia per il suo ritiro di tutte le truppe entro 48 ore, venne ucciso: la data esatta e il luogo della morte non sono però mai stati accertati.

Tra i primi autori italiani a ricorrere al blog, associò la sua conoscenza del mondo pubblicitario in termini di comunicazione efficace, concisa e corretta, alla sua esperienza nell'utilizzo delle tecniche informatiche e delle dinamiche delle comunità virtuali. Era solito far passare concetti crudi in forma lieve e dissacrante. Usava accompagnare i testi dalle numerose fotografie di cui generalmente era autore egli stesso, nelle vesti di fotoreporter.

I suoi blog hanno spaziato da Timor Est alla Colombia, da Cuba all'Iraq.
Il suo nickname nel mondo digitale e nei suoi blog era Zonker, preso dall'omonimo personaggio della striscia fumettistica Doonesbury di Trudeau, del quale Baldoni curava la traduzione italiana. La più famosa mailing list da lui creata si chiama infatti Zonker's Zone. Blog Paralleli è l'unico ancora online.

L'eventualità di morire in Iraq
In nessun blog aveva postulato come possibile la propria morte in uno dei suoi viaggi, ma il primo giorno di attività del suo blog iracheno (Bloghdad), scrisse:
« Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato. »

Sulla morte e anche sul suo funerale Baldoni ritornò più volte, sia in e-mail personali che successivamente sono state pubblicate, sia in dichiarazioni pubbliche. Come per esempio in un intervento nella mailing list che gestiva:

« Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete.
Vorrei l'orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

venerdì 2 maggio 2014

Completamente isolati dal mondo, pazzi di solitudine, otto prigionieri americani si raccontano


Hanno passato 8, 15, persino 25 anni in isolamento totale nelle prigioni americane. Soli, tutto il giorno, tra quattro mura. Philippe Boulet Gercourt è riuscito a entrare in contatto con loro e ad incontrarne alcuni. Ecco la loro testimonianza.

La prigione di Thomson, Illinois, recentemente acquisita dallo Stato Federale per farne un penitenziario di massima sicurezza

Decine di migliaia di detenuti americani sono in regime di isolamento, certi vi restano per anni, talvolta senza conoscerne le ragioni. L’autore dell’inchiesta ha intrattenuto una lunga corrispondenza con alcuni di loro e ne ha incontrati altri, oggi liberi. 

  • Jerry Williams, 58 anni, incarcerato nella prigione centrale di Raleigh, Carolina del Nord. Affetto da schizofrenia e ritardo mentale (Q.I.=76). Condannato nel 1990 per furto con scasso. In isolamento da 8 anni nella sezione Unit One, soprannominata "il buco". Dichiarazioni raccolte dal suo avvocato, Elizabeth Simpson:

Credi che uscirai mai dall'isolamento?


Se non mi becco nessun rapporto disciplinare nei prossimi sei mesi, forse sì.

Pensi di riuscirci?

Credo di sì, devo solo evitare i rapporti disciplinari (non è stato il caso NDR). Però bisogna che la smetta di sbattere sulla porta della cella e di supplicare a gran voce che qualcuno venga a vedermi, a parlarmi. Devo smetterla di comportarmi così, è il solo modo di evitare una sanzione: lasciare in pace il personale e gli altri detenuti, starmene tranquillo, senza chiedere niente a nessuno...

Senti delle voci?

A volte. Cerco di capire cosa mi dicono ma non ci riesco. A volte sono voci calme, altre sono colleriche, urlano e bestemmiano.. certe volte ti fanno venire voglia di ucciderti...

Vedi delle cose che gli altri non vedono?

Vedo un serpente, qui nella mia cella. Sono sicuro che ci sia perché ne ho visto le tracce, per terra, lo giuro. Un’ora, un’ora e mezza dopo essermi addormentato ho sentito un dolore alla testa, come un bruciore, era qualcosa che mi mordeva. Allora mi sono svegliato e ho iniziato a picchiarmi la testa, con le mani, ma il dolore era sempre lì. Allora ho preso una scarpa e ho continuato con quella. Alla fine la bestia che mi mordeva è andata via. C’è una fessura in un muro della cella, dentro ci sono delle ragnatele. Mi son detto: “bastardo di un serpente, è lì che si nasconde quello stronzo..” allora ho preso dei fogli di giornale e ho chiuso la fessura. Qualche giorno dopo ho tirato fuori quei fogli e li ho ritrovati pieni di buchi, tutti stracciati. È lì che ho capito che era stato un serpente a mordermi.

Parli molto con te stesso?

Sì, molto di più da quando sono in isolamento. Come impedirselo del resto quando non si ha nient’altro da fare.. all'inizio restavo tre, quattro minuti a parlare da solo, prima di accorgermene e smettere.. ma adesso, porca miseria, parlo per sei, sette ore di fila.. Sento le voci degli altri prigionieri, qualcuno che mi dice “ti ammazzo!”, cose spaventose di questo genere. A quel punto ho paura e cerco di barricarmi nella mia cella. Le voci mi dicono che sono il diavolo e che vogliono uccidermi..

Il primo penitenziario "Supermax" è stato quello di Marion, Illinois, nel quale, dopo l'assassinio di due secondini nel 1983, i detenuti furono costretti ad un isolamento di 23 ore su 24.
Dichiarazione di Elizabeth Simpson, avvocato di Jerry Williams:

“Jerry è scappato di casa quand'era ancora un adolescente, ha commesso tutta la classica serie di reati minori (furto, vagabondaggio, stato di ebbrezza in luogo pubblico) tutti reati che si associano frequentemente all'assenza di fissa dimora e di un lavoro. 
Quando nel 1990 è stato condannato per furto con scasso, la sua schizofrenia era già stata diagnosticata e comprovata, fin dall'età di 21 anni. Già dai 17, 18 anni aveva cominciato a sentire delle voci. Una volta in carcere, ha cominciato a collezionare condanne per crimini commessi in prigione, come per esempio svariate aggressioni al personale carcerario. Piazzato in isolamento, senza le medicine necessarie al trattamento della sua patologia psichica, è piombato in uno stato di iper-agitazione costante che lo spingeva a commettere ulteriori infrazioni, anche se bisogna ammettere che la loro descrizione nei verbali è spesso molto più seria rispetto alla gravità reale dei fatti. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la Carolina del Nord è uno stato nel quale, una volta accumulato un certo numero di delitti, sei considerato un criminale recidivo e le tue condanne sono molto più severe. È stato picchiato in molte occasioni. Una volta ha bloccato la porta della sua cella e rifiutava di eseguire gli ordini ricevuti: dall'esterno gli hanno spruzzato una quantità spropositata di gas urticante. Quando sono infine riusciti ad entrare nella cella, l’hanno riempito di botte, ovviamente ben lontani dalle telecamere di sorveglianza. Se l’è cavata con molteplici fratture alle dita ma secondo una denuncia fatta da otto detenuti della stessa casa circondariale le punizioni corporali inflitte in luoghi non coperti dalle telecamere a circuito chiuso hanno causato non soltanto delle fratture ma addirittura la paralisi di un detenuto. Visite proibite, può ricevere a colloquio soltanto il suo avvocato. Idem per le chiamate. Ha diritto a qualche libro. 
L’unica maniera di comunicare con qualcuno, i detenuti dello stesso braccio, è di gridare a squarciagola. Per recarsi alle docce, una volta a settimana, passa le braccia fuori da una feritoia nella porta e si fa ammanettare. Una volta la porta aperta, gli vengono ammanettate anche le caviglie, spesso le due manette vengono legate tra esse con una catena. Una volta scortato alle docce viene liberato anche se talvolta non è il caso, lavarsi diventa quindi praticamente impossibile. Sarà dura farlo uscire dall'isolamento. Non penso che le autorità percepiscano il problema del suo stato mentale, vedono la faccenda dal punto di vista del “controllo”.. ho sentito ripetere questa parola talmente tante volte che non credo che abbia più un vero significato”.

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  • Robert King, 72 anni, liberato nel 2001 da Angola, penitenziario di massima sicurezza della Louisiana, dopo 32 anni di detenzione, di cui 29 passati in isolamento. È uno dei “Tre di Angola” con Hermann Wallace (morto nel 2013, tre giorni prima della sua liberazione) e Albert Woodfox (attualmente ancora detenuto), divenuti celebri per aver subito un trattamento particolarmente severo, dovuto alla loro appartenenza al movimento Black Panthers. Intervistato nella sua casa di Harlem nel Febbraio 2014.

“L’isolamento carcerario per l’amministrazione penitenziaria è tutta una questione di procedure. Ero considerato come un militante, un ribelle e l’unica maniera di contrastare una ribellione è il castigo, la punizione. Non avevano bisogno di argomenti di discussione, obbedivano agli ordini e basta. Non c’è nessuna logica, nessuna giustificazione razionale nel condannare un uomo a 29 anni di isolamento. Semplicemente, erano autorizzati a farlo. 
È in quello stesso periodo che l’idea di riabilitazione durante la detenzione è stata completamente abbandonata. Si son detti: “Ok, invece di mettervi in isolamento per quattro anni, vi ci mettiamo per otto” e siccome l’opinione pubblica era completamente indifferente al trattamento subito dai carcerati, si sono permessi di fare ciò che volevano, non solo a quelli considerati come prigionieri politici ma a chiunque. E lo fanno ancora. Oggi però il vento è cambiato, la gente si interessa a ciò che succede in carcere. Ognuno vive l’isolamento a modo suo. Mi chiedono spesso come ho fatto a non diventare pazzo: ma io non ho mai affermato di non esserlo. È impossibile restare così a lungo nella merda e uscirne senza puzzare. Sei marchiato a fuoco. Forse non sono pazzo ma non sono neanche completamente sano, vorrei che sia chiaro. La gente fa spesso il paragone con Mandela e mi chiedono: “com'è possibile che non provi rancore?” Anche qui, vorrei puntualizzare: non ho mai negato di provare questo genere di sentimenti, non capisco come possano dedurlo dal solo fatto che non agisco con rancore. In isolamento si impara a vedere le cose da un’altra prospettiva. 
Non hai altra scelta. Ero in prigione, chiuso in una cella, solo. Anche i miei pensieri erano completamente imbrigliati dal fatto di essere tagliato fuori da tutto e da tutti. A volte mi dicevo: “oggi devo diventare qualcos'altro, una qualsiasi altra cosa purché diversa da ciò che sono”. Non la vivevo come una forma di evasione, era piuttosto un adattamento: quando non riesci a rassegnarti al tuo destino non ti resta che cercare di adattartici. Adoravo pensare, erano i miei momenti di pace. Quando riuscivo infine a sdraiarmi, in piena notte, mentre tutti dormivano, mi mettevo a pensare a cosa mi sarebbe piaciuto fare. Per qualche ora riuscivo a dormire, fare dei bei sogni, qualche volta; altre, gli incubi mi svegliavano. Certo, la solitudine è crudele, ma devi relativizzare: la gente guarda al limone e pensa soltanto che è un frutto aspro, senza accorgersi che con esso si può fare una buonissima limonata: basta aggiungerci qualcosa. Resta un limone, ma hai cambiato la sua essenza. Con la solitudine succede la stessa cosa: può significare due cose diverse per due persone diverse e una stessa persona può arrivare a vederne entrambi gli aspetti: è questo che ho imparato in prigione. Si tratta di tortura? La giustizia ha stabilito che un lungo periodo di detenzione in isolamento è un castigo inaudito e crudele. Sì, sono convinto che sia una forma di tortura. Restare da solo un minuto? Nessun problema, amo la solitudine. Ma non in eterno. Io sono stato in prigione ma la prigione non è mai stata in me. E questo fa una grossissima differenza: anche se fisicamente ci sono stato e per così tanto tempo, da un certo punto di vista posso affermare di non essere mai stato in galera”.

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  • Michael Williams, 45 anni, detenuto del carcere di Menard, Illinois. Problemi psichiatrici manifesti fin dall'infanzia. Dopo una serie di delitti minori, nel 1993 commette una rapina a mano armata (una pistola a piombini, per un bottino di 191 dollari). Inizialmente condannato a otto anni, dopo una serie di incidenti e di reati che gli valgono un cumulo di condanne supplementari di 42 anni, si trova oggi al 17simo anno di isolamento. Ecco un estratto della sua richiesta di grazia del 2008, respinta dalla corte suprema:
“..nel 2000 mi è stato prescritto del litio: è stato come se una nebbia si dissipasse dai miei occhi. Ho realizzato quanto avessi incasinato la mia vita e fui sommerso da un’ondata di rimorsi per tutti i crimini che avevo commesso. Miss Clover (la sua psicoterapeuta, NDR), la mia famiglia ed i miei amici mi hanno molto aiutato a mettere ordine nelle mie priorità e riportare la mia vita nella giusta direzione. Dopo aver ricevuto all'incirca 300 sanzioni disciplinari tra il 1994 ed il 2001, negli ultimi cinque anni non ne ho ricevuto nemmeno una (successivamente, nel 2014, Williams aggiunge a mano questo passaggio: “quando il 20 Dicembre 2012 la prigione di Tamms è stata chiusa e venni trasferito, avevo passato 12 anni al suo interno senza ricevere nessuna sanzione”).

Tamms, Illinois, penitenziari "Supermax", chiuso nel Dicembre 2012 
Lì, ho potuto seguire i corsi di autocontrollo e gestione della rabbia con discreto successo, ho conseguito un diploma e una specializzazione di assistente giuridico al Blackstone Career Institute, con un punteggio di 97/100. Ho concorso per una borsa di studio e sono stato selezionato tra 400 candidati; con questi soldi, ho potuto iscrivermi ad un corso di assistente giuridico di livello superiore e ottenere una laurea specialistica in cause civili con un voto di 93/100. La mia terapeuta, che vedo dal 1998, pensa che abbia delle buone speranze di diventare un membro produttivo della società, una volta uscito di prigione. La mia famiglia ed i miei amici hanno molta fiducia in me e sono certo che mi aiuteranno. Prolungare la mia detenzione non avrebbe nessun senso, mi ritengo un uomo riabilitato..”

Estratto di una lettera inviata a Philippe Boulet Gercourt, nel 2014:

“Le scrivo per raccontarle la storia della mia vita, della mia malattia mentale, del tempo che ho passato in prigione, dell’incapacità totale dell’apparato giuridico a trattare i miei problemi psichici, incapacità che mi è costata 42 anni anni di pena supplementare, dovuti a svariati incidenti che hanno avuto luogo durante la mia detenzione e in seguito al mio trasferimento in un penitenziario di massima sicurezza, in completo isolamento, senza alcun contatto umano, per gli ultimi 17 anni. Quando mi trovavo a Tamms, ho ricevuto un trattamento estremamente benefico per le mie turbe mentali; purtroppo, una volta che quel carcere è stato chiuso, ogni trattamento medico mi è stato sospeso mentre lo stato di isolamento è stato invece confermato. Temo che i miei problemi di irascibilità intermittente non si risolveranno in queste condizioni: essi mi comportano infatti degli ulteriori provvedimenti disciplinari che non fanno che moltiplicare i miei eccessi di rabbia. 
La situazione è tragica perché se voglio riuscire ad approfittare dei 17 anni e 9 mesi di buona condotta accumulati ed essere libero il 27 Gennaio 2016, non posso incorrere nel minimo richiamo disciplinare. Solo che al comitato di controllo non prendono in considerazione la mia situazione mentale, addirittura mi sbeffeggiano se oso evocarla, cosa che mi rende molto instabile e violento. Nessuno mi ascolta ne’ prende in considerazione le mie richieste ufficiali di assistenza. Non capisco perché continuo ad essere in isolamento. 
L’assenza di contatto umano è la cosa che più mi pesa. Il solo contatto fisico che ho avuto nel corso degli ultimi 17 anni è quello coi secondini che mi ammanettano polsi e caviglie. Altrimenti le zuffe con l’orange crush, le guardie che intervengono quando mi viene una crisi. So che a delle persone del mio stesso braccio è permesso incontrarsi in cortile, mi piacerebbe poterci andare anche io ma non me lo permettono, mi fanno uscire in un altro posto, da solo. Certe guardie mi prendono in giro e mi dicono che sono un vecchio cane rabbioso. Non lo trovo divertente”.

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  • Joe Loya, 52 anni, arrestato dopo aver rapinato 24 banche in California. Sette anni di prigionia, di cui due in isolamento, dove scopre il potere della scrittura. Autore di una biografia osannata dalla critica, giornalista, protagonista di un one-man-show, padre di una bambina di sette anni. Intervistato a San Francisco nel Dicembre 2012.

“La mia cella: delle dimensioni di un posteggio per auto, a volte nel seminterrato, senza finestre. Se non stai attento, il letto si trasforma in sabbie mobili: l’isolamento ti deprime completamente, ti sdrai un attimo e subito vieni risucchiato dalla spirale della follia. Quando ho realizzato tutto questo, ho cominciato a fare attenzione: mi concedevo di sedermi sul letto per leggere ma non mi sdraiavo mai, almeno non fino all'ora di dormire. E mi sono messo a scrivere. La scrittura mi ha davvero aiutato. Dopo un anno ho cominciato a sentire dei rumori. Del resto, ancora oggi ho spesso degli strani ronzii nelle orecchie. Mi succedeva dopo una o due settimane di silenzio assoluto. Non una sola parola. 
Lì ho cominciato ad impazzire davvero: cominciato a sentire dei boati, dei tintinnii, rumori di fondo, come di una festa dall'altra parte della strada.. e ancora ronzii, sempre più forti. La cosa mi intrigava, persino. Poi riuscivo ad addormentarmi e d’improvviso: “Joe!!”. Mi sedevo sul letto, mi guardavo intorno per vedere chi mi chiamava ma niente, nessuno. Allora ritornavo a dormire. Qualche giorni dopo, mentre stavo appoggiato al muro a pensare, di nuovo: “Joe!!”. Lì ho capito che si trattava di allucinazioni uditive. 
Qualche settimana più tardi, al mio risveglio, ho aperto gli occhi e cosa vedo? Un bambino, completamente calvo, nella mia cella. Mi sono sforzato a riaddormentarmi, dicendomi che si trattava soltanto di un sogno.. ma sapevo che non era così e ho cominciato davvero a temere il peggio. Avevo conosciuto parecchie persone che erano impazzite in isolamento, per giorni ho vissuto la più grande paura della mia vita. Poi mi sono ricordato: quando avevo sette anni c’era un bambino nel mio quartiere che si era ammalato di leucemia e aveva perso tutti i capelli. Mi avevano detto che sarebbe morto, cosa che puntualmente successe tre o quattro mesi dopo. Mia madre era ancora viva all'epoca, la sua malattia ai reni sarebbe stata diagnosticata di lì a poco. L’isolamento per me è un vero paradosso: da un lato, è stata la miglior cosa che mi sia mai successa perché è in quel periodo che ho scoperto la versione di Joe Loya che esiste oggi. Al contempo è stata anche la peggior esperienza della mia vita e ne porto tuttora le cicatrici. Continuo ad essere un uomo ferito. 
Ci sono voluti dieci anni dalla mia scarcerazione perché gli incubi cessino. Quando ho cominciato a frequentare quella che poi sarebbe diventata mia moglie, ci siamo quasi lasciati a causa di ciò: ero perso, la notte, nel sonno, non potevo proteggermi dalla mia parte più oscura”.

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  • Vicente Rodriguez, 44 anni, condannato a 40 anni per un omicidio commesso a 16 anni. Libertà vigilata dopo 25 anni di detenzione, di cui 12 passati in isolamento a Tamms. In prigione, ha cominciato a dipingere. Intervista telefonica del Marzo 2014.
“Sì, mi son messo a disegnare. Prima in bianco e nero. In isolamento è impossibile procurarsi dei fogli completamente bianchi, senza scritte o righe, allora ho cominciato ad utilizzare il retro delle buste della Federal Express che mi inviava la mia famiglia.
 Chiedevo loro di scrivermi le lettere a matita in modo da poterle cancellare una volta lette e riutilizzare quei fogli e di spedirle in buste dal formato più grande possibile, per recuperare della carta. Tutto ciò che avevo era una penna a sfera speciale, flessibile, per evitare che i detenuti la utilizzino come arma contro sé o gli altri. All'inizio erano delle penne blu, poi alcuni detenuti hanno cominciato a scrivere sui muri e il blu non andava via facilmente, allora ci hanno dato delle nere: un giorno un compagno artista mi ha detto: “perché non usi i colori?” – “perché non me li danno!” ho risposto io. Lui ha sorriso e mi spiegato che potevo usare gli M&M’s e le Skittles per estrarne i pigmenti dei coloranti che mischiati all'acqua danno dei magnifici colori ad acquarello. Basta solo avere un po’ di pazienza perché la carta assorba il colore. Questi prodotti si possono acquistare allo spaccio della prigione ma non tutti possono accedervi: bisogna diventare detenuti di terzo livello. E basta un niente per perdere questa possibilità. Per esempio, se qualcuno scopre che hai quattro paia di calze invece delle tre autorizzate. Oppure un secondino che cerca di provocarti perché è di cattivo umore, tu reagisci, lui dice che gli hai sputato addosso e anche se mente spudoratamente tu perdi quel privilegio. Una volta che hai i colori, ti serve il pennello. 
Ogni settimana i detenuti ricevono una spugna per fare le pulizie della loro cella: io staccavo dei pezzetti di questa spugna, li intrecciavo e li infilavo nella penna che avevo svuotato. Altri facevano dei pennelli con dei ciuffi dei propri capelli. Ovviamente, se una guardia ti trovava il pennello te lo sequestrava e ti faceva rapporto per distruzione di beni dello stato e ti ritrovavi con un provvedimento disciplinare in più. Dipingevo di tutto: la mia famiglia mi chiedeva delle cose in particolare ed io eseguivo: ritratti, carte di auguri.. dipingevo ciò che vedevo dalla finestra, la mia cella: ma questi disegni non potevo conservarli perché avrebbero pensato che progettavo un’evasione e mi avrebbero punito. 
L’arte ha avuto il duplice merito di permettere che mi comprendessi meglio ed evitare che facessi delle stupidaggini. Da quando sono uscito (16 Maggio 2011) ho difficoltà a reinserirmi: abito con mia madre e mia moglie, che ho conosciuto dopo il carcere, ricevo un sussidio che mi permettere di frequentare un corso di amministrazione pubblica all'università del Colorado. Ma la vita non è facile. Continuo a vedere un terapeuta, mi è stata diagnosticata una sindrome da stress post-traumatico, la stessa dei militari che ritornano dal fronte. 
Prendo il Prozac. Ora va un po’ meglio ma appena uscito non mi capacitavo di non essere più in prigione. La notte mi sveglio ancora di soprassalto, convinto di essere dentro la mia cella. Mia moglie deve calmarmi, mi dice “non sei rinchiuso, non sei rinchiuso!!”.

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  • Brian Nelson, 49 anni, condannato all'età di 17 per furto a mano armata e complicità in omicidio. Ha passato 23 anni da solo nella sua cella, di cui gli ultimi 12 a Tamms. Oggi è assistente giuridico all’Uptown People’s Law Center di Chicago, ente che aiuta i detenuti a difendere i loro diritti civili. Intervista telefonica del Febbraio 2014.
“Dal 1978 scontavo la mia pena in un carcere di livello di sicurezza “minimum”, nel Nuovo Messico, senza essere in isolamento, nel quale rammendavo, lavavo e stiravo le divise. Un giorno del 1987 mio hanno trasferito, senza nessun preavviso, nell’Illinois, nel carcere di Menard. Sono originario di Chicago quindi conoscevo parecchi detenuti. 
In quel periodo vigeva una guerra tra clan rivali nella prigione e conoscevo molte persone di entrambe le fazioni. La direzione del penitenziario mi ha chiesto di tentare una mediazione e al contempo di diventare un loro confidente. Ovviamente ho rifiutato: al minimo problema, mi sarei ritrovato morto in poche ore. Una settimana dopo mi son ritrovato in isolamento, senza mai sapere quanto sarebbe durato. A Tamms, dove sono stato trasferito nel 1998, ero rinchiuso in cella, da solo, 23 ore su 24. Sempre solo, anche per andare a fare la doccia settimanale o per fare degli esercizi fisici. Non vedevo nessuno, per darmi i pasti aprivano la feritoia nella porta, me li passavano e richiudevano immediatamente. 
Camminavo tutto il giorno, ho camminato tanto da avere le vesciche ai piedi. 
Ho ricopiato la Bibbia, parola per parola. L’avevo già letta due volte allora ho voluto copiarla. Mi ci è voluto “appena” un anno, nove mesi e due giorni. Ho ancora la pila di fogli nel mio ufficio. Sono uscito di prigione nel 2010 ma, nella mia testa, sono ancora rinchiuso in quella cazzo di scatola grigia. Quando ne parlo è come se la vedessi, ne sentissi letteralmente il sapore, l’odore del cemento di quei muri. A lungo andare diventano come degli amici, ne conosci la minima fessura, imperfezione. Un ragno lo vedi molto diversamente da come faresti fuori. È come qualcuno sotto la tua responsabilità, devi nutrirlo. 
La mia ragazza ve lo confermerà, grido nel sonno. Mi hanno visitato i migliori medici, non ne cavano piedi. Spesso incontro altri ex detenuti, ci aiutiamo, cerchiamo di vederci più chiaro insieme. Ora che Tamms ha chiuso, vorrebbero costruire un altro penitenziario “Supermax” nell'Illinois, noi ci opponiamo e facciamo il possibile perché ciò non accada”.

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  • Damon Thibodeaux, 39 anni, condannato alla pena capitale nel 1997 per l’assassinio di sua cugina, 15 anni nel braccio della morte del penitenziario di Angola, Louisiana. È il 141simo condannato a morte scagionato dalla prova del DNA, dal 1976 ad oggi. Libero dal Settembre 2012. Estratto della sua deposizione davanti alla commissione giudiziaria del Senato, il 25 Febbraio 2014.
“..ho passato gli anni ad Angola, mentre i miei avvocati si battevano per la mia liberazione, in una cella di meno di 8 m². I muri erano dipinti di bianco, c’era una porta, un lavandino, un WC e una scrivania con una seggiola incorporata, attaccata al muro, un letto in acciaio e un materasso finissimo. Questa è la tua vita: stare lì dentro 23 ore su 24 ti uccide lentamente. Bisogna trovare il modo di vivere come se non fossi lì, se non ci riesci diventa una lenta agonia mentale che ti porta a sperare di morire per davvero, piuttosto che continuare quell'esistenza. Il lato peggiore dell'isolamento è la mancanza di speranza. 
All'inizio, sono arrivato a considerare l’idea di abbandonare ogni mio diritto e di lasciare che eseguano la mia condanna. Per fortuna Denise Leboeuf, il mio avvocato, mi ha convinto che un giorno sarei stato scagionato e liberato. In 15 anni ho potuto ricevere cinque visite da parte dei miei familiari. Nel braccio della morte, nelle lunghe estati della Louisiana, il caldo era intollerabile, ovviamente non avevamo l’aria condizionata ma quegli aguzzini soffiavano dell’aria calda dall'esterno nell'edificio dei condannati a morte, facendo salire la temperatura fino a 50 °C in ogni cella, come se la nostra esistenza non fosse già abbastanza insopportabile. In inverno succedeva esattamente il contrario: la temperatura nelle celle oscillava tra i 4°C e i 10°C poiché spesso il riscaldamento era fuori uso. Cercavamo di recuperare il massimo di felpe e coperte, a volte le regalavamo a quelli che non potevano permettersele ma se nessuno ti aiutava, restavi a sbattere i denti nella tua cella. Nessuno, per quanto orribili siano i crimini per i quali è stato condannato, può durare a lungo in una tale assenza di stimoli, di contatti e di attività. Ho visto gente perdere letteralmente la testa. Certi urlavano per tutta la notte, altri fissavano il muro della loro cella per ore, anche durante l’ora d’aria, restavano lì. Altri erano talmente pieni di medicine da sembrare in un constante stato comatoso. 
Certi cercavano di mettere da parte questi medicinali per prenderli poi tutti insieme e suicidarsi. Altri spalmavano i loro escrementi sul muro. Per anni, ho visto lo Stato eseguire le sue condanne a morte ben prima di piantare un ago nelle vene dei condannati. 
Gli animali domestici sono trattati molto meglio. Se infliggeste un trattamento di questo tipo ad un animale verreste arrestato e perseguito per legge. 
Ma con le persone, a quanto pare, non è la stessa cosa”.

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  • Richard Ausmus, 48 anni, condannato nel 1989 a 75 anni di prigione per il sequestro e lo stupro di una sedicenne, incinta di 5 mesi. Libertà condizionale prevista a metà della pena, il 2 novembre 2024. Dopo aver passato sette anni in una prigione “normale”, a media sicurezza, è rientrato in isolamento nel 2013. Brani estratti da numerose sue lettere.
“..dal mio trasferimento in una prigione di media sicurezza ho immediatamente approfittato della possibilità di seguire dei corsi universitari, programmi di sviluppo personale, studi sulla Bibbia.. dopo due mesi avrei dovuto essere trasferito in un carcere nel quale si può sostenere l’esame di maturità quando all'improvviso mi hanno piazzato in “detenzione amministrativa” (isolamento). Mi hanno interrogato assieme ad altri su un presunto tentativo di protesta pacifica all'interno del carcere. La direzione mi rassicurava dicendomi che non ero l’obiettivo principale dell’inchiesta e che preferivano mettermi in disparte fino alla fine delle loro indagini. Qualche settimana più tardi invece mi hanno notificato un rapporto disciplinare che mi accusava di essere uno degli organizzatori della protesta non violenta, cosa che non corrispondeva affatto al vero. Dopo venti giorni, queste accuse sono state abbandonate e ritirate dal mio dossier ma malgrado ciò sono stato ugualmente trasferito nel reparto di massima sicurezza, in isolamento. Ad oggi, non ho ricevuto alcuna comunicazione, ne’ scritta ne’ verbale, nessuna convocazione che mi spiegasse il perché di questo provvedimento. 
Ho protestato, ma la sola risposta che ho avuto è che trattandosi di un a detenzione amministrativa e non di un’azione disciplinare ogni ricorso è impossibile. 
Pare che ogni 90 giorni il caso venga riesaminato ma non sono autorizzato ad assistere alla delibera della commissione ne’, in realtà, sono sicuro che questo riesame abbia davvero luogo.


Ogni volta che esco dalla mia cella ho i polsi ammanettati dietro la schiena e sono scortato da una guardia e un sergente. Sono rinchiuso nella mia cella 24 ore al giorno, tutti i giorni tranne due volte alla settimana in cui posso passare circa due o tre ore in un piccolo cortile circondato da inferriate, in compagnia di altri detenuti. Ho anche diritto a due docce alla settimana, di 15 minuti ciascuna. Se ricevo una visita, posso vedere i miei cari da dietro un vetro molto spesso che impedisce ogni contatto e durante il colloquio sono ammanettato allo sgabello sul quale sono seduto e legato da una catena. Il tempo limite delle chiamate telefoniche è 15 minuti, 30 se non si è in isolamento, la direzione verifica ogni mia lettera, inviata o ricevuta, cosa che causa dei lunghi ritardi. A causa del mio isolamento sono particolarmente nervoso e ansioso quando mi ritrovo nel cortile, in compagnia di altri detenuti. Mi ritrovo in un recinto con sei, otto altre persone e anche se c’è dello spazio per camminare, un canestro da basket e dei pesi non riesco a rilassarmi e approfittare di questi momenti. Quando rientro nella cella sono fisicamente molto provato, in preda a un terribile mal di testa e ad una sensazione di vuoto. Devo dormire per ore ed ore prima di tornare ad uno stato di calma apparente”.

Articolo e intervista di Philippe Boulet Gercourt per Le nouvel Observateur.
Traduzione di Carlo Ligas (Articolo originale)