venerdì 1 giugno 2012

La storia di Pablito, di Oliviero Beha




Madrid, 11 luglio 1982, 22.30 
Guardavo la folla, i compagni, le bandiere dell’Italia sventolare ovunque, e dentro sentivo un fondo di amarezza. “Adesso dovete fermare il tempo, adesso.” mi dicevo. Non avrei più vissuto un momento del genere. Mai più in tutta la mia vita. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito... 
Paolo Rossi, alias Pablito


13 giugno - 11 luglio 1982. Sono i ventotto giorni che mi hanno consegnato alla storia, rendendomi immortale e sposando al mio nome uno dei ricordi più cari all’Italia e agli italiani, Li rivivo come se fosse adesso, con lo stesso valzer di emozioni. Con uno stato d’animo altalenante, paragonabile alla realtà di quegli istanti memorabili. Timoroso ma positivo, pronto a qualsiasi sacrificio 
pur di dimostrare agli altri quanto valessi, e soprattutto intenzionato a dire grazie con i fatti a chi ha creduto in me prima, durante e dopo i due anni devastanti e interminabili dì squalifica: 
Enzo Bearzot. E non l’ha fatto per simpatia, ma perché come nessun altro credeva che prima o poi sarei tornato il Pablito esploso con lui in Argentina nel Mondiale del 1978. 
“Bearzot insiste a chi vuole fuori squadra un Rossi ancora disorientato dalla lunga inattività ed aspetta. Sicuro lui solo, che prima o poi Rossi, rinfrancandosi, lo ripagherà di quel legame, che evidentemente non è fatto di cieca ostinazione ma di consapevole ragionamento e di radicata fiducia.” 
(Gino Palumbo, “Gazzetta dello Sport”, 1982) 


A distanza di trent’anni guardo le cose con occhi diversi, più maturi, e con disincanto sorrido all’idea di aver dubitato delle mie capacità di calciatore e di uomo. Eppure, in certi momenti di profondo sconforto dovuti alla gravosa condanna del calcioscommesse, mi sembrava impossibile poter rigiocare a certi livelli. 
A ventitré anni mi sentivo un calciatore finito, un talento inutile. Ero distrutto, talmente ferito da non avere più nemmeno la voglia di esultare per un pallone che terminava la sua corsa dritto in rete. Neanche se a buttarlo dentro fossi stato io. Tantomeno mi gratificava quella gente alla quale ero abituato, e affezionato, che continuava a stringermi la mano facendomi capire che credeva nella mia innocenza. All’improvviso l’universo che mi apparteneva, dove da tempo venivo considerato un semidio, mi si è rivoltato contro pugnalandomi alle spalle con un giudizio sbagliato e vigliacco. 
Non ero riuscito a convincere i giudici della Caf— la commissione d’appello federale che sentenzia in via definitiva sulle imputazioni nei confronti delle decisioni assunte dal giudice sportivo nazionale in materia d’infrazioni disciplinari — sulla mia estraneità allo scandalo della partita Avellino - Perugia, nonostante il processo penale si fosse chiuso a mio favore perché “il fatto non costituiva reato”. 
Per salvarmi dall’accusa di “illecito sportivo” avrei dovuto farmi coraggio e denunciare Mauro Della Martira, e prendermi sei mesi di squalifica solo per aver omesso quello che sapevo e che in molti conoscevano. Ma come si fa a denunciare un compagno di squadra? Il mio errore è stato tacere, cercare ingenuamente di proteggere Mauro. E mi sono ritrovato dalla sera alla mattina con tre anni da scontare lontano dal campo di calcio, poi ridotti a due dopo il mio ricorso in appello. Centoquattro settimane di vuoto totale, settecentotrenta giorni di prostrazione. Un lungo, tormentato, odiato esilio, isolato da quell’ambiente nel quale ero cresciuto e dove avevo appena terminato lo svezzamento. Mi sembrava irreale, incredibile, inammissibile. Non poteva essere accaduto proprio a me. Mi sentivo il personaggio perseguitato di un film di fantascienza. Il capro espiatorio di una vicenda tristemente folle, vittima ideale di una decisione dissennata. È stato l’incubo perfetto, quell’incontro di Avellino. Era il 30 dicembre del 1979, l’ultima partita dell’anno da aggiudicarsi e poi tutti a casa. Le circostanze hanno invece voluto che finisse sul 2 a 2, con una mia doppietta, e il gol del pari a un minuto dallo scadere, in mischia nell’area piccola. il mio giardino personale. Per l’accusa una serie di concomitanze diaboliche. 
Pensavo di venirne fuori svegliandomi una mattina e scoprendo che si trattava di una banale allucinazione, di uno stupido errore. Come quando ti muore una persona cara e speri che il giorno seguente la realtà sia diversa. Ma come quando perdi un tuo affetto non andò così, e non mi rimase altra scelta che iniziare a elaborare il lutto. Un dolore lacerante, dalle ferite croniche. Soprattutto se conosci la verità e ti viene negata. Ho meditato per settimane sulla possibilità di lasciare l’Italia e smettere. Mi ha salvato la consapevolezza di essere innocente. 
L’ho detto e ridetto nel tempo, e mi ripeto ancora oggi, come se fosse l’ennesima confessione a cuore aperto. dopo aver interamente scontato la mia pena: quella partita allo stadio Partenio si giocò regolarmente. Non c’è stata nessuna combine, nessun accordo fra le due squadre o fra i giocatori. Io segnai due volte, mi capitava spesso. Con il Perugia in quella stagione avevo realizzato tredici reti in ventotto gare e il Mondiale fu La conferma della mia facilità al gol. Era il mio ruolo, il mio compito. Nessuno mi favorì nel mettere tra i pali quelle due palle. Nessuno parlò mai di soldi. Oltre ai compensi dovuti, non ho mai preso un centesimo in più, né dal calcio, né dai millantatori che lo circondano. 
Mauro Della Martira, il giorno prima della partita, mi presentò solo un tizio strano, tale Massimo Cruciani, commerciante all’ingrosso di ortofrutta che tramite Alvaro Trinca, proprietario di un ristorante nella capitale rifornito dallo stesso Cruciani, era entrato in contatto con personaggi che lo avevano convinto a scommettere su alcune partite di serie A. Secondo loro, combinate. Tabellini alla mano, però, non tutti i risultati “prospettati” si verificarono e Cruciani perdette una consistente somma di denaro, tanto da denunciare il fatto alla Procura della Repubblica di Roma sostenendo di essere stato truffato. Ne seguirono condanne a fiume, la mia compresa. 
Ma per quanto mi riguarda, Cruciani, durante una brevissima conversazione nella hall dell’albergo di Vietri sul Mare (dove mi trovavo in ritiro con la squadra), mi fece sapere, tramite Mauro, di essersi sentito con i calciatori dell’Avellino, i quali avrebbero voluto pareggiare contro il Perugia, dove giocavo all’epoca da quando il presidente Franco D’Attoma — persona di stile, della quale conservo un ottimo ricordo — mi aveva ingaggiato in prestito dal Vicenza — appena retrocesso in B —, per settecento milioni di lire. Il contratto era stato perfezionato a Follonica, nella tenuta di Valmora di Giussy Farina, tra quest’ultimo e D’Attoma in persona. 
C’era stato anche un colloquio telefonico con Corrado Ferlaino, che mi voleva al Napoli. Declinai l’offerta, spiegandogli che desideravo andare in una squadra costruita per vincere. Erano legittime ambizioni di un giovane giocatore nel pieno della sua marcia. Non potevo rischiare di finire la carriera senza conquistare qualcosa di significativo. Il mio rifiuto fu vissuto dai napoletani come un atteggiamento snobistico, mi scrissero di tutto, accusandomi di essere razzista. Me ne dispiace ancora, ma avevo chiesto a Ferlaino una squadra che potesse competere in campionato e nelle coppe internazionali: non me ne dette mai garanzia. Solo sei anni dopo, con l’avvento di Maradona, il Napoli cominciò a fare sul serio. Anche la Juventus intendeva riacquistarmi, dopo avermi perso alle buste con il Vicenza di Farina, ma i rapporti fra le due società erano ancora tesi. Milan e Inter non furono da meno nel pressing per assicurarsi le mie prestazioni, ma non se ne fece nulla per evitare di scatenare un’asta. Alla fine, l’opzione più gradita fu il prestito al Perugia. Farina trattò con D’Attoma, io acconsentii. La Juventus rimaneva il sogno. 
Tornando a Cruciani, con la mediazione di Della Martira gli risposi che "un uomo da solo non può fare nulla, nemmeno con i miracoli!”. La sera ne parlammo con la squadra, interrompendo una divertente tombolata, ma nessuno prese in considerazione quella proposta che reputammo tutti contraria ai nostri principi etici e sportivi. Non avevamo bisogno di quel pareggio, non se ne fece nulla. In albergo riprendemmo le nostre sfide a tombola, a scacchi, a carte e a biliardino, senza dare più peso a ciò che era accaduto. 
L’indomani la partita si svolse correttamente. Feci il mio dovere, ma quella conversazione per interposta persona mi costò molto cara. Il 27 aprile 1980 giocai la mia ultima partita, Juventus - Perugia, terminata sul 3 a 0. Poi l’amaro “confino”. 
Provate a immaginare un giovane di ventitré anni, all’apice della sua carriera, corteggiato dalle squadre più forti e dagli sponsor di ogni settore, alle prese con un torbido faccendiere. Cosa mi avrebbe potuto dare in più di quello che già possedevo? Non mi mancava il successo, non mi mancavano i soldi, non mi mancava la popolarità. Avevo il mondo nelle mie mani e una carriera in ascesa. Solo un pazzo avrebbe buttato una vita invidiabile per niente. Purtroppo non sono stato creduto, o magari, essendo uno dei giocatori più in vista all’epoca, sono stato “usato” come esempio di punizione eccellente . Cinque anni dopo Cruciani confermò le mie convinzioni ammettendo che fui tirato in ballo solo perché ero un simbolo. Anche per questo, mi piacerebbe ancora oggi conoscere le motivazioni che portarono i giudici sportivi a condannarmi, non avendo in mano nessuna prova che dimostrasse la mia colpevolezza. Cosa cambierebbe? Chi potrebbe ripagare me e la mia famiglia del dolore subito e delle lacrime versate? 
Per un minuto e mezzo di chiacchierata sono stato derubato di due anni di carriera nel periodo di maggior splendore, quando dagli addetti ai lavori del mondo del calcio venivo considerato un astro nascente. All’improvviso mi apparve tutto assurdo, perfino quello sport che avevo amato fin da bambino e per il quale avevo lasciato presto la mia casa e la mia famiglia. Ero alla deriva. 
Paolo Rossi era innocente. Pagò con due anni di squalifica le accuse di tre testimoni falsi e l’eccesso di zelo dei giudici sportivi che, colpendo lui, un intoccabile per di più con l’aria da bravo ragazzo, poterono dimostrare di non avere guardato in faccia nessuno e di avere un solo obiettivo, la salvezza dello sport più popolare, il calcio. 
Lo sostiene Fabrizio Corti, impiegato del comune di Roma, assessorato alla Nettezza urbana. Chi è Corti? Il portaborse, l’uomo ombra, il factotum di altri due personaggi romani un po’ più noti (per mesi, nel 1980, tennero le prime pagine dei giornali): Massimo Cruciani, fruttivendolo, e Alvaro Trinca, proprietario di un ristorante. Trinca e Cruciani furono i due accusatori principali nel processo che provocò un terremoto nel mondo del calcio. E Corti fu sempre accanto a loro, come testimone e anche come detenuto, quando tutti e tre finirono in galera. Un testimone straordinario, dunque... 
“Corrado De Biase mi chiese più volte: ‘È proprio sicuro che Rossi abbia preso i soldi?’. Io risposi sì, senza fare una piega. Contro Paolo Rossi non c’era uno straccio di prova, solo la testimonianza mia, di Trinca e di Cruciani. Ma Trinca e io abbiamo avuto la colpa di dare retta a Cruciani, d’averlo appoggiato contro Paolo Rossi.” 
Cruciani, pochi anni dopo, ha scagionato Paolo Rossi. Troppo tardi. 

(Oliviero Beha, Roberto Chiodi, ‘La verità ha fatto gol ma a tempo scaduto’, “Epoca”, 26 aprile 1985)


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