lunedì 2 febbraio 2015

W.H. Auden, Per il tempo presente : Oratorio di Natale


La strage degli innocenti

ERODE: 

Poiché sono perplesso, poiché devo decidere, poiché la decisione dev’essere conforme alla Natura e alla Necessità, lasciate che onori coloro per i quali la mia natura è necessariamente ciò che è. 
Alla Fortuna — di essere diventato Tetrarca, di essere sfuggito agli attentati, di essere arrivato ai sessanta con la testa lucida e la digestione sana. 
A mio Padre — per i mezzi che mi hanno permesso di appagare il mio amore per i viaggi e per lo studio. 
A mia Madre — per un nasino dritto. 
A Eva, la mia balia di colore — per abitudini regolari. 
A mio fratello, Sandy, che ha sposato un’artista del trapezio ed è morto alcolizzato — per aver in tal modo confutato l’Edonismo. 
Al signor Steward, soprannominato La Carpa, che mi ha istruito negli elementi di geometria, grazie ai quali ho riconosciuto gli errori dei poeti tragici. 
Al Professor Lighthouse — per le sue lezioni sulla Guerra del Peloponneso. 
Allo sconosciuto sulla nave per la Sicilia — per avermi consigliato Marinai del re. 
Alla mia segretaria, Miss Button — per aver ammesso che i miei discorsi non si sentivano. 
Non c’è disordine apparente. Non c’è crimine — cosa potrebbe essere più innocente della nascita del figlio di un artigiano?


Oggi è stato uno di quei giorni d’inverno perfetti, freddo, limpido, assolutamente immobile, uno di quei giorni in cui il latrato di un cane pastore si propaga per miglia, le grandi montagne selvagge si stagliano vicinissime alle mura della città, la mente è del tutto sveglia, e ora che cala la sera mi affaccio alla finestra alta nella cittadella e non c’è niente nell’intero, magnifico panorama di distese e monti che indichi che l’Impero è minacciato da un pericolo molto più terribile di qualsiasi invasione di tartari sui loro cammelli in corsa o delle cospirazioni della Guardia Pretoriana. 
Le chiatte stanno scaricando fertilizzanti sulle banchine fluviali. Le taverne offrono bibite e panini a prezzi ragionevoli. L’orticultura urbana è ormai pratica diffusa, L’autostrada dalla costa si spinge diritta oltre le montagne e i camionisti non girano più armati. Le cose iniziano a prendere forma. 
Da tempo nessuno ruba più le panchine dal parco né uccide i cigni. In questa provincia ci sono bambini che non hanno mai visto un pidocchio, negozianti che non hanno mai avuto per le mani una moneta falsa, donne sulla quarantina che non si sono mai nascoste in un fossato se non per svago. 
Sì, in questi vent’anni sono riuscito a fare qualcosa. Non abbastanza, certamente. 

Ci sono villaggi a pochi chilometri da qui dove ancora credono alle streghe. Non c’è una sola città dove una buona libreria renda qualcosa. Le persone in grado di risolvere il problema di Achille e la Tartaruga si contano sulle dita della mano. Ma è un inizio. 
In vent’anni l’oscurità è stata ricacciata indietro di qualche centimetro. E che cos’è l’Impero dopotutto, con le sue poche migliaia di chilometri quadrati in cui è possibile condurre la Vita Razionale, se non una macchiolina di luce, comparato con le immense aree di notte barbarica che lo circondano da ogni lato, quella landa incoerente di furia e terrore dove i mongoloidi sono considerati sacri e le madri che partoriscono due gemelli sono giustiziate all’istante, dove la malaria è curata strillando, dove guerrieri dal superbo coraggio obbediscono agli ordini di tizi isterici acconciati da donna, dove i migliori pezzi di carne sono riservati ai morti, dove se viene avvistato un merlo bianco si sospende il lavoro per l’intera giornata, dove si crede fermamente che il mondo è stato creato da un gigante a tre teste o che i moti degli astri sono controllati dal fegato di un furente elefante solitario?

Eppure perfino all’interno di questa piccola enclave civilizzata, dove, al costo di dio sa quanto dolore e quale spargimento di sangue, nessuno che abbia più di dodici anni ha bisogno di credere alle fate o che la Causa Prima risieda in oggetti mortali e finiti, sono in tanti a rimpiangere quel disordine che legittimava la frenesia di qualsivoglia passione. 
Cesare fugge al suo padiglione di caccia incalzato dal tedio; nei sobborghi della Capitale la Società si abbruttisce corrotta dalle sete e dalle essenze, rammollita dallo zucchero e dall’acqua calda, resa insolente dai teatri e dagli schiavi attraenti; e ovunque, inclusa questa provincia, nuovi profeti spuntano ogni giorno a intonare la vecchia barbarica nota.

Le ho provate tutte. Ho proibito la vendita di cristalli e di tavolette ouija; ho tassato pesantemente il gioco d’azzardo; le corti hanno il potere di sbattere gli alchimisti ai lavori forzati nelle miniere; chi fa girare i tavoli o tasta le protuberanze è perseguibile per legge. Ma non c’è niente che funzioni davvero. Come posso pretendere che le masse siano ragionevoli mentre so per certo che, per esempio, il capitano della mia guardia porta un amuleto contro il Malocchio e il mercante più ricco della città consulta una medium per ogni transazione importante?

La legislazione è impotente di fronte all’esaltata preghiera trepidante che si leva, giorno dopo giorno, da tutte le dimore sotto la mia protezione: «O Dio, accantona giustizia e verità poiché non le possiamo comprendere e non le vogliamo. L’eternità ci annoierebbe a morte. Lascia le Tue sfere e scendi sulla nostra terra di orologi ad acqua e siepi. Diventa nostro zio. Occupati del Bebè, diverti il Nonno, accompagna Madame all’Opera, aiuta Willy con i compiti, presenta Muriel a un bell’ufficiale di marina. Sii interessante e debole come noi, e ti ameremo come amiamo noi stessi». 

La Ragione è impotente, e ora neppure il Compromesso Poetico funziona più, tutte quelle amabili favole in cui Zeus, travestito da cigno, toro, pioggia o quel-che-ti-pare, giace con una bella donna e genera un eroe. 
Ormai il Pubblico è troppo sofisticato. Sotto i simboli e le intriganti metafore percepisce l’ordine severo: «Sii ed agisci eroicamente»; dietro al mito dell’origine divina coglie la vera eccellenza umana che è un’accusa alla sua bassezza. Così, con un muggito di rabbia, caccia la Poesia e manda a chiamare la Profezia. «Tua sorella mi ha appena insultato. Ho chiesto un Dio che sia il più possibile simile ame. 
A cosa mi serve un Dio la cui divinità consiste nel fare cose difficili che io non so fare, dire cose intelligenti che non so capire? Il Dio che mi serve e intendo procurarmi deve essere qualcuno che riconosco immediatamente, senza dover aspettare di vedere quel che dice o fa. Non ci deve essere niente che non sia ordinario in lui. E cerca di fornirmelo subito, per favore, che sono stufo di aspettare». 

Oggi, a giudicare dal terzetto che è venuto a trovarmi stamane, con quei ghigni estatici stampati sulle facce erudite, si direbbe che l’opera sia compiuta. «Dio è nato» gridavano, «l’abbiamo visto con i nostri occhi. Il Mondo è salvo. Nient’altro importa». 
Uno non deve essere chissà che psicologo per capire che se queste voci non vengono soppresse ora, tra qualche anno saranno capaci di infestare tutto l’Impero, e uno non deve essere un profeta per predire le conseguenze che ciò avrebbe. 
       

La Ragione lascerà il posto alla Rivelazione. Invece della Legge Razionale — verità oggettive, evidenti a tutti coloro che si sottopongono alla necessaria disciplina intellettuale, e per tutti uguali — la Conoscenza degenererà in una sommossa di visioni soggettive — sentori nel plesso solare indotti dalla malnutrizione, immagini angeliche generate da febbre o droga, sogni premonitori ispirati dal suono dell’acqua che cade. Intere cosmogonie create da qualche risentimento personale dimenticato, epiche scritte in linguaggi privati, gli sgorbi dei bambini apprezzati al pari dei maggiori capolavori. 

L’Idealismo sarà rimpiazzato dal Materialismo. Priapo dovrà solo trasferirsi a un buon indirizzo e farsi chiamare Eros per diventare il prediletto delle signore di mezza età. La vita dopo la morte sarà un eterno banchetto dove gli invitati hanno tutti vent’anni. Deviato dal suo normale e salubre sfogo nel patriottismo e nell’orgoglio civico o familiare, il bisogno delle Masse materialiste di un Idolo visibile da adorare sarà incanalato in vie totalmente asociali dove l’educazione non lo può raggiungere. Saranno resi onori divini alle teiere in argento, a leggeri avvallamenti nel terreno, ai nomi sulle mappe, agli animali domestici, ai mulini diroccati, e perfino, in casi eccezionali che diventeranno sempre più comuni, ai mal di testa, ai tumori maligni o alle quattro del pomeriggio.

Come virtù umana cardinale, la Giustizia verrà rimpiazzata dalla Pietà, e tutti i timori del castigo svaniranno. I perdigiorno si compiaceranno: «Sono un tale peccatore che Dio è dovuto scendere di persona per salvarmi. Devo essere un vero demonio». E i malviventi argomenteranno: «A me piace commettere crimini. A Dio piace perdonarli. Il mondo è davvero ben congegnato». 
E l’ambizione dei giovani poliziotti sarà di ottenere un pentimento dell’ultima ora. La Nuova Aristocrazia consisterà esclusivamente di eremiti, barboni e invalidi permanenti. Il Burbero Dal Cuore Tenero, la Troia Tisica, il bandito gentile con la madre, l’epilettica che sa trattare gli animali, questi saranno gli eroi e le eroine della Nuova Tragedia quando il generale, l’uomo di stato, il filosofo saranno diventati lo zimbello di farse e satire.
Naturalmente, non si può permettere che ciò accada. La civiltà deve essere salvata anche se questo implica l’intervento armato, come suppongo sia il caso. E’ un vero guaio. Perché alla fine la civiltà deve sempre ricorrere a questi depuratori di professione per i quali non fa differenza se è Pitagora o un maniaco omicida che devono eliminare? Oh cielo, perché questo infante sciagurato non è nato altrove? Perché la gente non sa essere ragionevole? 
Io non vorrei essere spietato. 
Perché non capiscono che la nozione di un Dio finito è assurda?
Perché lo è. E allora immaginiamo, solo per il gusto della speculazione, che non lo sia, che questa storia sia vera, che in qualche modo inspiegabile questo bambino sia Dio e Uomo insieme, che cresca, viva, muoia senza commettere alcun peccato. La vita ne risulterebbe anche minimamente migliorata?

Al contrario, sarebbe molto, molto peggiore. Perché vorrebbe dire una sola cosa: che una volta mostrato loro come, Dio si aspetterebbe che ogni uomo, a prescindere dalla sua condizione, conduca una vita senza peccato della carne e sulla terra. A quel punto la razza umana sprofonderebbe nella follia e nella disperazione. 
Mentre per quel che riguarda me, personalmente, ciò vorrebbe dire che Dio mi ha dato il potere di distruggerLo. Io non ci sto. Non può giocarmi un simile, orribile tiro. Perché dovrebbe odiarmi a tal punto? Ho lavorato come uno schiavo. Chiedi a chi vuoi. Ho letto tutti i comunicati ufficiali senza mai saltare una riga. Ho preso lezioni di dizione. Le mazzette non le ho quasi mai accettate. Come osa permettermi di decidere? Ho cercato di essere buono. Mi lavo i denti ogni sera. E da un mese che non scopo. Io protesto. Sono un liberale. Voglio che tutti siano felici. Vorrei non essere mai nato.

Oratorio di Natale, W. H. Auden ; trad. di Vanni Bianconi - Transeuropa, 2011


NOTA DEL TRADUTTORE 

Oratorio di Natale (For the Time Being. A Christmas Oratorio, 1941-1942) è un poema sulla nascita di Cristo diviso in nove sezioni:
Avvento, L’Annunciazione, La Tentazione di San Giuseppe, La Chiamata, La Visione dei Pastori, Al Presepio, La Meditazione di Simeone, La Strage degli Innocenti, La Fuga in Egitto. Si tratta dunque di poesia di ispirazione religiosa, ma in cui riecheggiano eventi biografici — la morte della madre, a cui l’opera è dedicata, e una grave crisi nella relazione con Chester Kallman — e storici, essendo stata scritta nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, l’Oratorio era pensato come libretto per il compositore Benjamin Britten, che invece rifiutò di musicarlo data la lunghezza e la complessità del testo, segnando in tal modo la fine dell’amicizia tra lui e Auden.
A questa stratificazione di contenuti corrisponde una ricchezza di forme — metri e schemi di rime rigorosi, tradizionali o inventati, parti recitative, ninnananne, filastrocche —, registri e toni, dal meditativo al bollettino meteo, dal profetico al paradossale, dal lirico all’elegiaco.
È uno dei risultati più completi dell’opera di Auden, sia per la qualità sia per l’apparente eterogeneità, che condensa in un unico testo tanti elementi propri della sua poesia: la speculazione teologica, la spietata analisi del “tempo presente”, la conoscenza dell’ansia, l’intimità della voce, l’umanità dei personaggi, con esiti commoventi e comici, sensuali, visionari e lirici.
Il poema mancava in Italia dall’edizione Scheiwiller del 1964 (Per il tempo presente, All’insegna del pesce d’oro); la presente traduzione ha cercato, nel restituire ai lettori il capolavoro di Auden, di tenere conto della sua ricchezza formale e musicale.
Vanni Bianconi 

martedì 6 gennaio 2015

Karoo, di Steve Tesich: L'uomo del Millennio


Attraverso la cronaca di un divorzio, Steve Tesich dipinge in Karoo una società americana agonizzante. Un romanzo folle, profetico e geniale.

I grandi romanzi americani stanno al loro paese come un episodio di ER o Nip/Tuck sta al corpo umano: un viaggio selvaggio nei malfunzionamenti della clinica Stati Uniti. Don DeLillo con il suo Libra, William T. Vollmann con Riding Toward Everywhere, sono una mappa anatomica di una società che soffre di una miriade di mali.
Ora, a questa cartina, bisognerà aggiungere Karoo, romanzo postumo del drammaturgo e sceneggiatore Steve Tesich, pubblicato la prima volta nel 1998 e tradotto solo adesso.
La storia di Saul Karoo, script doctor per le situazioni disperate e mercenario di lusso dell'industria cinematografica, non è soltanto il ritratto al vetriolo di una Società dello Spettacolo asservita al mercato. Né Karoo può essere ridotto solamente ad una brillante variazione sulla missione di un cinquantenne che cerca di rimettere in ordine la propria vita. Al di là della cronaca di un esilarante, infinito divorzio con la moglie Dianah, oltre ai suoi patetici tentativi di riavvicinarsi a Bobby, figlio adottivo a lungo trascurato, Saul è soprattutto un caso clinico. Un uomo malato, sintomo di una società malata.
La malattia arriva al cuore della società: la famiglia. Karoo è una elegia grandiosa su una famiglia afflitta dal consumismo generale. Saul ricorda il momento esatto in cui alla coppia era stato dato l'assenso per l'adozione di Bobby: "Il giorno dopo [Dianah], per ben 23 ore, si lanciò in una folle razzia, uno shopping sfrenato; la porta si aprì e lei apparve, sopraffatta dai pacchetti per il bambino. Giocattoli. Vestiti. Coperte. Pannolini. Biberon. Animali di peluche troppo grandi per essere imbustati. "


Ma altri settori della società sembrano covare una degenerazione mortale. Prendete l'arte: il regno dei veri creatori è finito, è il tempo di dominio incontrastato per i rewriters come Saul. Una situazione mortifera come riconosce, non senza cinismo, lo stesso Karoo, e che conduce alla rovina le opere “rimaneggiate”. Prendete l'informazione: degli anni '90, Steve Tesich ha consegnato una diagnosi spietata: "come un tempo nei villaggi, i pettegolezzi erano ancora una volta la forma dominante di comunicazione”. L'informazione si svuota.
La malattia è fatale.
Prima vittima: l'identità di Saul. “Io sono un uomo aleatorio, che vive in un mondo casuale." annota con lucidità, firmando così il certificato di morte della propria individualità. Un altro moribondo catalogato da Saul è "l'uomo morale" in lui: la coscienza che gli avrebbe vietato di svolgere la sua "arte" su sceneggiature che non avevano bisogno di essere rielaborate, e che saranno così solo profanate. Ma questo "uomo morale" è debole, esangue ed incapace di farsi ascoltare.
Come in un attacco di febbre, le sue percezioni sono distorte e le vite dei pazienti in uno stato di confusione permanente.
Karoo è il romanzo dei paradossi, un romanzo dove verità e menzogna diventano indistinti. Anzi, non è più la verità, ma la menzogna a diventare universale: "Le mie bugie sono state il mio legame ultimo con i miei congeneri". Stessa confusione paradossale nel caso della privacy personale, che Saul ravvisa come uno spettacolo: "Il nostro tipo di intimità, - osserva a proposito di Dianah e lui - esigeva un pubblico".
Come se i confini tra vita privata e quella pubblica siano stati aboliti.
L'uomo del ventesimo secolo, è gravemente malato. Ma, per adesso, non soccomberà. L'ipotesi di Steve Tesich è più spaventosa: Saul e la sua gente annunciano l'avvento dell' "uomo del millennio". L'uomo del futuro in cui tutti i valori agonizzanti di Saul sono definitivamente disciolti. Questo uomo nuovo ha un nome: il "Nulla". Più di dieci anni dopo la pubblicazione del romanzo, nel nostro mondo attuale, falso e virtuale, bisogna riconoscere come Steve Tesich fosse un grande scrittore, ma anche un inspirato profeta.

(Traduzione di Luca Tanchis, dall'articolo originale di Damien Aubel su Transfuge Magazine)


Quando prega, Ulisse non prega più Dio, prega piuttosto che Dio resti in vita, perchè il nulla non abbia l'ultima parola.
Quel briciolo di fede che gli era rimasto, al quale si aggrappava con disperazione maniacale adesso è completamente scomparso. Non ne ha più bisogno, tanta o poca che sia.
Al suo posto c'è un amore naturale per tutto ciò che vive. Un amore privo di ogni movente.
Vede il Dio vivente affondare il suo vomere nel nulla e respingerlo con la creazione. Oltre alla nascita del tempo e dello spazio, Ulisse a volte vede, come una pioggia di scintille che si sprigionino da una fucina, una miriade di particelle subatomiche che scaturiscono dal nulla e lo avvolgono da tutti i lati. In quelle particelle, vede la flora e la fauna del mondo subatomico. Ognuna di esse è viva.
Ma non tutto è come immaginava Ulisse quando si era messo alla ricerca di Dio. Lui era sicuro che trovare Dio avrebbe dato una risposta ad ogni sua domanda. Invece no.
Le sue domande sul perchè abbia vissuto come ha vissuto sono rimaste senza risposta. Il grande “Perchè?” è ancora dentro di lui.
Come pure il grande dolore per i tanti crimini che ha commesso. Sperava che Dio avrebbe fatto sparire quel dolore una volta per tutte, ma adesso scopre che nulla è una volta per tutte. Scopre che non si può fare ammenda.
Per quanto Ulisse possa amare, e per quanto ami, adesso sa che neanche un istante di non amore potrà mai essere recuperato.
Mai.
E non può superare l'abisso che lo separa da Dio. Continua a navigare nello spazio e nel tempo creati, ma Dio Creatore è sempre davanti e ne crea sempre di più, e la distanza tra loro non potrà mai essere colmata.
E così Ulisse naviga, seguendo Dio senza alcuna speranza di poterlo mai raggiungere o di arrivare in un posto chiamato casa.
Non sa che rotta segua, ma sa che non è perso nell'universo.
Di tanto in tanto prega.
“Benedetta sia ogni creatura vivente. Padre, madre, fratelli, sorelle, figli della terra, benedette siano le vostre vite, poiché esse sono la gioia del mondo”.
E poi continua a navigare.

tratto da Karoo, di Steve Tesich. Adelphi, collana Fabula 2014 - Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra


Stojan Steve Tesich (Užice, 29 settembre 1942 – Sydney, 1º luglio 1996) è stato uno sceneggiatore, drammaturgo e scrittore jugoslavo naturalizzato statunitense. Ha vinto l'Oscar alla migliore sceneggiatura originale con All american boys e scritto la sceneggiatura per altri film come Il mondo secondo Garp e Four friends di Arthur Penn.

Steve Tesich al Letterman Show, 1982

lunedì 5 gennaio 2015

Protégées - Best Music 2014



MIGLIORI ALBUM 2014

  1. Roddy Frame - Seven Dials
  2. Hauschka - Abandoned City 
  3. Riccardo Sinigallia - Per tutti
  4. Teebs - Estara 
  5. Damon Albarn - Everyday Robots 
  6. Vashti Bunyan - Heartleap 
  7. Eno/Hyde - High Life 
  8. Caribou - Our Love 
  9. C'mon Tigre - C'mon Tigre 
  10. Meshell Ndegeocello - Comet, Come To Me 
  11. D'Angelo - Black Messiah 
  12. Vincent Peirani, Emile Parisien - Belle Époque 
  13. Majid Bekkas - Al Qantara 
  14. Mo Kolours - Mo Kolours 
  15. Paul White - Shaker Notes 
  16. Busta Rhymes, Q- Tip - The Abstract Dragon 
  17. Ben Howard - I Forget Where We Were 
  18. Shabazz Palaces - Lese Majesty 
  19. Chet Faker - Built on Glass 
  20. Sean Nicholas Savage - Bermuda Waterfall 
  21. Andy Stott - Faith In Strangers 
  22. SOHN - Tremors 
  23. Kendrick Lamar - The Art of Peer Pressure 
  24. Moodymann - Moodymann 
  25. Thievery Corporation - Saudade 
  26. Thom Yorke - Tomorrow's Modern Boxes 
  27. Tony Allen - Film of Life 
  28. Peter Broderick - (Colours of the Night) Satellite 
  29. Bryan Ferry - Avonmore 
  30. Wovenhand - Refractory Obdurate 
  31. Yelena Eckemoff - A Touch of Radiance 
  32. Owen Pallett - In Conflict 
  33. Exmag - Proportions 
  34. Franco Battiato, Pinaxa - Joe Patti's Experimental Group 
  35. Ghostface Killah - 36 Seasons 
  36. Gustavo Santaolalla - Camino 
  37. Beck - Morning Phase 
  38. Howie B. - Down With The Dawn 
  39. Joakim - Tropics Of Love 
  40. Artisti Vari - Master Mix Red Hot + Arthur Russell 
  41. The Juan Maclean - In A Dream 
  42. Spoon - They Want My Soul 
  43. Kindness - Otherness 
  44. Leonard Cohen - Popular Problems 
  45. Deptford Goth - Songs 
  46. Cliff Martinez - The Knick (Original Series Soundtrack) 
  47. Sasha Dobson - Into the Trees 
  48. Boozoo Bajou - 4 
  49. Paolo Conte - Snob 
  50. Deru - 1979

domenica 4 gennaio 2015

Vivienne Westwood : la nascita del Punk



La prima biografia autorizzata e scritta a 4 mani dalla stessa protagonista è uscita il 9 Ottobre scorso. Ripercorriamo la vita di un’icona che è riuscita a trasformare una moda di strada in una griffe internazionale.


Sex. Una parola banale, oggi, ma talmente incisiva quarant’anni fa, quand’era considerata persino rivoluzionaria. É quella utilizzata da Vivienne Westwood e Malcolm McLaren per battezzare il loro negozio, nell’Ottobre del 1974. L’insegna è formata dalle tre lettere in plastica rosa, al 430 di King’s Road, Londra, e tutta la storia del Punk, stilistica e musicale, è nata lì. 
Vivienne e Malcolm, che vivono insieme, sono lì da tre anni. Prima di adottare il nome definitivo per la loro boutique hanno esitato a lungo con altri: Let It Rock, Too Fast To Live, Too Young To Die. Erano arrivati tre anni prima, installandosi in un primo momento nel retro-bottega di un altro negozio, il Paradise Garage, specializzato in abiti retrò e pop. Malcolm vi si era ritrovato verso la fine dei suoi studi quando, mentre bighellonava in un mercatino delle pulci, uno dei gestori l’aveva avvicinato, incuriosito dai suoi pantaloni in lurex, materiale insolito per quell’inizio degli anni ’70. Era stata Vivienne a confezionarli e i due prendono rapidamente possesso del locale dal quale furono subito molto impressionati. A Malcolm ricorda il libro England’s Dreaming scritto dal giornalista Jon Savage, uno dei maggiori testimoni dell’epopea Punk: ”avevano un jukebox a tutto volume e pochissima luce, stavano immobili e avevano un’assoluta mancanza di classe. Ne fui elettrizzato perchè tutto ciò faceva tremendamente anni ‘50”. Una volta padroni dei luoghi, si mettono a vendere abiti di seconda mano, dischi rari (di cui Malcolm aveva una vasta collezione), riviste, etc. Passano il tempo ad ascoltare dei pezzi di Rock Garage sul vecchio jukebox, gruppi americani dal suono abrasivo ed elettrico: The Creations, The Troggs, Count Five, The Spades ed altri nello stesso filone sixties.

Malcolm e Vivienne a Londra nel 1975

Culturalmente, Malcolm e Vivienne si sentono vicini ai Teddy Boys, quei ragazzi degli anni ’50 che ascoltavano Rock e si vestivano con stile e disciplina, lungi dalla nonchalance degli Hippies che li hanno seguiti. La loro concezione si cristallizza però quando, delusi dai Teddy Boys che frequentavano la boutique, si rivolgono alla scena newyorkese e scoprono, nell’Agosto del 1973, un nuovo gruppo, i New York Dolls. Quest’ultimo sarà una delle loro principali fonti d’ispirazione stilistica. L’anno seguente il negozio viene ribattezzato Sex, nome che manterrà per due anni. I muri sono tappezzati di slogans, specialmente frasi estratte dallo “SCUM Manifesto”, pamphlet femminista scritto nel ’67 da Valerie Solanas, balzata successivamente agli onori della cronaca per aver sparato ad Andy Warhol. La maggior parte dei giovani che fanno parte dell’ambiente Rock e che successivamente migreranno al Punk frequentano il loro negozio, sia per lavorarci, sia per acquistare i loro vestiti. Oltre ad abiti di marche specializzate in feticismo e bondage, Malcolm e Vivienne presentano le loro proprie creazioni, dal gusto sulfureo. Vivienne confeziona abiti originali ispirati da quella stessa cultura, aggiungendoci un ulteriore pizzico di provocazione, sempre a matrice sessuale. Spesso, i suoi clienti si fanno fermare in strada dalle forze dell’ordine a causa delle sue creazioni, specialmenti quelli che sfoggiano la t-shirt Two Cowboys che mostra due ragazzi con un cappellaccio texano in testa, coi calzoni abbassati e i peni all’aria che si sfiorano. Stessa sorte per quelli che portano la maglia Cambridge Rapist che rappresentava l’effige mascherata di un violentatore seriale, protagonista delle cronache del 1975. Quello stesso anno anche il loro negozio riceve la visita della polizia.
All’epoca l’Inghilterra è a dir poco pudica e coloro che vogliono rivoluzionarne la cultura lo fanno soprattutto utilizzando la provocazione sessuale. Nell arte contemporanea, per esempio, il collettivo Coum Transmissions produce delle performances molto fisiche e organizza persino un’esposizione all’ICA (Institut of Contemporary Art) intitolata Prostitution: Una dei membri del gruppo, Cosey Fanni Tutti, è attrice e modella porno. Successivamente il collettivo si riciclerà nella musica col nome di Throbbing Gristle, un’espressione di slang che designa l’erezione.
É anche l’epoca del sistema D e di un motto che da allora spopola: “do it yourself!”. Sesso, provocazione e arte d’arrangiarsi: tutto ciò governa le idee di Vivienne Westwood in quel momento. I suoi capi vestono i primissimi punks che cominciano ad apparire per le strade di Londra, ad autoprodursi i primi 45 giri, affollano i nuovi negozi di dischi come il mitico Rough Trade che aprirà nel 1976, a Ladbroke Grove, nel quartiere di Portobello.



Vivienne innova in continuazione, recuperando vecchi vestiti, abiti degli anni ’50 e ’60, modificandoli, aggiungendovi nuovi slogans, spesso ispirati dai manifesti dei situazionisti francesi e dai graffiti del Maggio ’68. L’urgenza ma anche la violenza che emanano dalle loro creazioni trovano la loro migliore espressione nel gruppo che i due prendono sotto la loro ala protettrice, i Sex Pistols. Rivedere le immagini di quel gruppo permette di comprendere ciò che Vivienne ha immaginato: uno stile composto da vestiti e stivali recuperati, maglie strappate, pantaloni bucati.. il tutto rammendato con delle immagini di Karl Marx, slogans dell’autore Joe Orton, foto di cowboys seminudi, parole come “Anarchy”. Ma è l’armonia d’insieme che conta: la nuova linea tracciata dalla Westwood partorisce una silhouette tenue ma affilata, chiara, che non avvizisce e non si lascia andare all’indolenza. La rivoluzione è cominciata, a partire da un lavoro quasi improvvisato di osservazione delle vie della città Vivienne riesce a confezionare una moda inedita, di una forza rara. A proposito di quell’epoca, Jon Savage ha recentemente dichiarato: “il fascino del Punk, aldilà della musica, si spiega perchè era innanzitutto un movimento molto grafico e visuale, radicato nella moda e basato su performances individuali. Malcolm e Vivienne hanno messo a punto le idee che lo avrebbero fatto esplodere. La loro unicità era di creare della moda, vendere dei vestiti, che se volete sono gli oggetti più rappresentativi del consumismo, ma lo facevano iniettandovi delle idee radicali e provocatorie. C’è una magnifica foto dei Sex Pistols apparsa su Bravo Magazine: si vedono dei vestiti fatti a mano da Malcolm e Vivenne, i “zoot suits”, un vecchio maglione strappato, delle maglie dei Pink Floyd ma con l’aggiunta, accanto, della scritta “I Hate”. Questa moda è ovviamente in contatto diretto con la gioventù del suo tempo: “il Punk è stato un movimento di gioventù – aggiunge Savage – il Punk voleva che le cose fossero nuove, che niente fosse più come prima. Il Punk è stato una grande negazione dello status quo”.

Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols e Malcolm, manager del gruppo, Marzo ‘77

L’idea di non sottomettersi mai alle abitudini vigenti impregna talmente Malcolm e Vivienne che la boutique cambia continuamente di nome, fino ad adottarne uno definitivo solo nel 1980: World’s End. Questo nome diventerà poi quello di una linea d’abbigliamento della stessa Westwood che è tuttora proprietaria dell’indirizzo di King’s Road, dove nel 1981 presentò la sua prima sfilata. Nel 1983 Malcolm e Vivienne si separano. Per molti, è la fine del Punk. Vivienne continuerà a produrre capi, diventando la star della moda che tutti conosciamo. Nella Primavera del 2013 il Metropolitan Museum di New York consacra un’esposizione alla moda Punk. Le sue prime t-shirts sono oggi pezzi venduti alle aste di Christie’s o Sotheby’s. Inoltre, un cappello di sua creazione presentato nel 1984 ed oggi pezzo vintage ha recentemente fatto il giro del mondo grazie a quello che potrebbe essere considerato come il Malcolm McLaren odierno: il suo nome? Pharrel Williams.

1976, Steve Jones dei Sex Pistols, una cliente, Alan Jones, allora impiegato da Sex, la cantante Chrissie Hinde, Jordan, commessa e Vivienne Westwood


Traduzione di Carlo Ligas (articolo originale)

venerdì 3 ottobre 2014

The Quiet Man At The Cinema (Un uomo tranquillo al Cinema)




  1. Youth Without Youth (2007) Francis Ford Coppola/ music: Osvaldo Golijov - (Main Theme)
  2. Lost Highway (1997) David Lynch/ music: Barry Adamson - Hollywood Sunset
  3. The Quiller Memorandum (1966) Michael Anderson/ music: John Barry - He Knows The Way Out
  4. Bittersweet Life (2005) Kim Ji-Woon/ music: Jang Young-Gyu Dalparan - Uh Doo Oon Bang
  5. Clean (2004) Olivier Assayas/ music:  Maggie Cheung - She Can't Tell You
  6. Les Choses De La Vie (1970) Claude Sautet/ music: Philippe Sarde - (Main Theme)
  7. The Tree of Life (2011) Terrence Malick/ music: Alexandre Desplat - River
  8. Beginners (2010) Mike Mills/ music: Bach - Cello Suite No.1 Prelude      
  9. The Girl With The Dragon Tattoo (2011) David Fincher/ music: Trent Reznor - While Waiting
  10. Pusher II (2004) Nicolas Winding Ref/ music: Keli Hlodversson - Sad Disco
  11. Zero Dark Thirty (2012) Kathryn Bigelow/ music: Alexandre Desplat - Maya On Plane
  12. Hotel (1967) Richard Quine/ music: Johnny Keating & Carmen McRae - This Hotel
  13. Il Casanova di Federico Fellini (1976) Federico Fellini/ music: Nino Rota - Pin Penin
  14. Coriolanus (2011) Ralph Fiennes/ music: Ilan Eshkan - Gelany Beno
  15. Wall Street Money Never Sleeps (2010) Oliver Stone/ music: David Byrne - Sleeping Up
  16. Ruby Sparks (2012) Jonathan Dayton e Valerie Faris/ music: Nick Urata - She Came To Me
  17. La Piscine (1969) Jacques Deray/ music: Michel Legrand - Chassé-croisé
  18. Mr. Klein (1976) Joseph Losey/ music: Egisto Macchi and Pierre porte - La Prefecture
  19. La Guerre Est Finìe (1966) Alain Resnais/ Music: Giovanni Fusco - Marianne    
  20. Petulia (1968) Richard Lester/ music: John Barry - Petulia (Main Title)
  21. Prisoners (2013) Denis Villeneuve/ music: Johan Johansson - The Candlelight Vigil
  22. Moonrise Kingdom (2012) diretto da Wes Anderson/ music: Alexandre Desplat - The Heroic Weather-Conditions of the Universe, Part 7
  23. Frances Ha (2013) Noah Baumbach/ music: Felix Laband - Falling Off A Horse
  24. Sous Le Sable (2000) François Ozon/ music: Philippe Rombi - Ouverture
  25. L'Amour Fou (2011) Pierre Thoretton/ music: Côme Aguiar - L'Amour Fou
  26. The Private Life Of Sherlock Holmes (1970) Billy Wilder/ music: Miklòs Ròzsa - (Main Theme)
  27. Fallen Angels (1995) Wong Kar Wai/ music: Massive Attack - First Killing (Karmacoma)
  28. Faust (2011) Aleksandr Sokurov/ music: Andrey Sigle - (Main Theme)
  29. Chopper (2000) Andrew Dominik/ music: Mick Harvey - (End Theme)
  30. Babel (2006) Alejandro González Iñárritu/ music: Gustavo Santaolalla - Iguazu
  31. Rosemary's Baby (1968) Roman Polanski/ music: Krzysztof Komeda - Rosemary's Lullaby
  32. Moon (2009) Duncan Jones/ music: Clint Mansell - Memories (Someone We'll Never Know)
  33. Hammett (1983) Wim Wenders/ music: John Barry - (End Credits)
  34. Shutter Island (2010) Martin Scorsese/ music: Max Richter & Dinah Washington - This Bitter Earth
  35. The Quiet Man (1952) John Ford/ music: Victor Young - Cottage Fireside (Forlorn)

martedì 9 settembre 2014

Pasquale Panella, Una è la Canzone


Questo libro è già impaginato, adesso, mentre scrivo la prima frase, che è questa. Sono mesi e mesi che Mauro Ronconi mi chiede di dire qualcosa sulla canzone. Sono mesi e mesi che io non ho nulla da dire. 
Oggi è un giorno di maggio (il libro è impaginato) e Mauro mi dice: "Fammi un regalo". 
Ecco il regalo, è come se avessi in mano il pacchetto. Lo vedo, così come si vedono subito le cose immaginate quando sono semplici: hanno la prontezza degli inganni ad apparire, la scherzosa insolenza degli abbagli a sparire. La carta che lo riveste, benissimo piegata, è rossa. Cosa vuol dire rossa?
Vuol dire che sto dicendo la verità. Il nastro che lo infiocca è verde. Cosa vuol dire verde? Non vuol dire niente, non vuol dire altro. 

Vedo tutto, vedo perfino le mie mani. E fanno quattro, sommate a quelle con le quali, dita sulla tastiera, sto scrivendo.
So tutto, vedo tutto, vedo anche quello che non c'è. Una cosa non so: cosa ci sia nel pacchetto. Io non so, non so cosa sia "parlar di canzone". Mi è capitato di dirne tante, sopra/sotto, a destra/a sinistra, in alto/in basso; e poi mi è capitato di dirne poche, un po' al di sopra, un po' al di sotto, un po' più a destra, un po' più a sinistra, un po' più in alto, un po' più in basso (sembrava che stessi comodo, seduto, e che dessi indicazioni a una bella sistematrice di oggetti su mensole, per poi vedere l'effetto, e l'effetto era come si muoveva lei); e poi non ne voglio dire più.

Sì, faccio il muso, faccio il capriccioso, insomma state accorti: è capace che vi rivolti la minestrina canzone sulla testa, stelline e tutto. Sono mesi e mesi che non so, e adesso non so nemmeno quale sia il regalo. 
O, forse, il regalo è questo: nastro e carta, colori complementari, parole e musica. Ho tra le mani, e tra poco non più, la curiosità di sapere cosa c'è dentro. E adesso eccola a voi.

Cos'è la curiosità? E' mettersi a disposizione di ciò che non si sa cosa sia. 
E la curiosità è attesa, attesa di sé, di un sé che non sa. Se uno lo sapesse, gli si inumidirebbero gli occhi. Se uno sapesse dell'attesa di sé, non se uno sapesse cosa c'è dentro. Quel che c'è dentro si può anche polverizzare, anzi deve, può scoppiare con un piccolo sussulto della scatola, che trasmette un battito, solo un battito in più, dispari, nel petto di chi la riceve; può essere un orologio il cui vetro si frantuma e il cui tempo si ferma. 
Allora lì dentro c'è qualcosa come una piscina, come un lago, come un sonno, come braccia aperte, una cosa nella quale si può cadere, ma non come l'estate o le palestre, non come quei frustrati tuffi da turista, non come il sonno per mettere sopra di noi la notte come una pietra sopra.

No, c'è qualcosa di definitivo, come un abbandono in sè, come un cadere tra le braccia proprie, a braccia aperte tra le stesse braccia aperte; poi le braccia come l'acqua si richiudono. L'acqua è semplice, come un essere umano che dorme, lasciamo perdere le vigliacche insinuazioni sui sogni che hanno già scimunito parecchie generazioni, lasciamo le alghe alle alghe, stringano tra loro i loro soffocanti legami, lasciamo il fondo al fondo. Cosa c'è oltre il fiocco e la carta? Non c'è niente, ma ci puoi cadere dentro.

E cosa senti? Magari, anche qui, qualcosa di simile al niente: inconsistente un abbandono. Conoscete due abbandoni nella vita, l'abbandono che non sopportate e l'abbandono che desiderate. Questo abbandono qui è quello che volete, che desiderate, è il magnifico senso di negazione del resto. Come succede solo quando ci si butta, ci si sperpera in quella cosa delle quale non so che dire, e della quale qui non parlo: la canzone. 

E' lì che voi cadete tra le vostre braccia. E' lì che siete soli volendolo essere.
Conoscete in cuor vostro la segreta smentita di una di quelle pusillanimi avventure imprenditoriali della mistificazione: la musica che aggrega (già è brutto il verbo) statisticamente. La musica forse sì, al più basso livello di sigla opportunista di un'appartenenza, che è derelitta collusione con organizzazione e impresariato (il pubblico alle volte è manager pagante), ma la canzone no.

Chi fa veramente una canzone, il suo artefice, è colui che l'ascolta, e l'ascolta come un richiamo finalmente egoista, escludendo il resto. E non c'entra la musica, le parole non c'entrano.
Non c'entra il bello e il brutto: una canzone è bella e brutta nello stesso momento, il suo momento. E' come il nulla.
Forse può giudicarla soltanto chi, quella canzone, non l'ama, e dice: non vale niente. E chi non ama quelle che un altro ama, giudicherà quelle dell'altro: non valgono niente.

E' così, va bene così, è vero così. Ma, nella tua canzone, chi c'entra sei solo tu. 
Ti ascolti ascoltare, tu sei tu, e in te non c'è più posto per non esserlo, diventi un segreto.
Una canzone è di uno solo al mondo, e quell'uno è il mondo, tutto torna, tutto gira, come la terra e i dischi e, forse, l'universo, del quale tu sei il centro.

Pasquale Panella

(prefazione di: 100 dischi ideali per capire la NUOVA CANZONE ITALIANA, di Mauro Ronconi, Editori Riuniti 2002)

Vergogna, di J.M. Coetzee



 


Colui il quale si convince di comprendere, fin troppo a fondo, il mondo, improvvisamente o per gradi, si rende conto che l’acquisizione di tale coscienza è vana. Rincorrendo questa vanità si lasciano le terre conosciute e sicure. Incomincia così l’anti-epopea di David, il suo addentrarsi nelle terre selvagge. In questo altro mondo gli orpelli vanno persi, le gerarchie di ieri, i valori quantitativi e la fede in una formula narrativa diacronica si dissolvono. Sarcasmo, apparente senso di superiorità e falso cinismo precipitano in semplice disperazione. Ecco allora incombere sui piccoli l’ombra poderosa di Dio.
Qualcosa del genere è quanto ho tratto dalla lettura di Vergogna, il romanzo di J.M.Coetzee.
Forse Vergogna è un romanzo sulla presenza di Dio, presenza fatta di prepotente assenza. Può darsi sia un romanzo su un tale che invita il sommo fattore a venir fuori, a farsi avanti: convinto che il senso del tutto si possa dispiegare lungo la narrazione di ognuno di noi (come si stende un tappeto in un corridoio), scopre con amarezza che non è così, imparando, infine, che il suo rappresentarsi è invece più simile ad un’epifania, ad uno squarcio impietoso sulla realtà. Il senso profondo di Dio, scoprirà David, irrompe come uno scandalo, apre una breccia sulla trama che il protagonista ha costruito di sé.
“David gode di buona salute, la sua mente è lucida. Di professione è – o è stato – uno studioso, e l’erudizione, a tratti, lo avvince ancora. Vive nei limiti del suo reddito, nei limiti del suo carattere, nei limiti delle sue capacità sentimentali. È felice? Secondo i normali criteri di valutazione, sì, ne è convinto. Ma non ha dimenticato l’ultimo coro dell’Edipo: non dire di un uomo che è felice finché non è morto.”
Il protagonista della storia non vuole più far parte di quel luogo rassicurante, rappresentato dalla sua classe di riferimento, la borghesia colta di un paese tuttavia votato alla frontiera. Avverte di aver perso l’originario senso di unicità e intraprende dunque un’azione di rottura. La risposta alla noia è la sfida.
“[…] non c’è stata premeditazione. È cominciata come un’avventura, una di quelle piccole avventure insperate che capitano agli uomini di un certo tipo, che capitano anche a me e mi fanno sentire vivo. Mi scusi se ne parlo in questo modo, ma voglio essere franco.”
E così la storia di Coetzee affonda nel dilemmatico rapporto che lega l’individuo alla massa. Il protagonista intuisce che qualcosa in lui va perdendosi, qualcosa a cui deve opporsi. L’intelligenza, la cultura, il riconoscimento sociale si rivelano come inutili orpelli nello scontro per l’emersione dall’indistinto. La massa (sia essa intesa come ceto, etnia o genere) è l’indistinto, ciò che agisce verso il singolo individuo, l’agente che pretende da lui la capacità di fondersi in soluzione. Il problema narrativo nasce quando si inceppa questa possibilità di soluzione, quando la labile alchimia si rompe. David allora compie un atto che tradisce il suo ruolo, ha una relazione con una sua studentessa. Così prende piede Vergogna.
Egli abbandona quindi il mondo civilizzato, dove la vera natura di un uomo può essere nascosta a lungo, anche la vigliaccheria e l’incapacità di ribellarsi fino in fondo.
“David parla italiano, parla francese, ma né l’italiano, né il francese lo salveranno nel cuore dell’Africa nera. È inerme, una specie di personaggio da vignetta, un missionario in tonaca e casco coloniale che aspetta, mani giunte e occhi al cielo, mentre i selvaggi blaterano il loro idioma incomprensibile, preparandosi ad immergerlo nel calderone bollente. Il lavoro missionario: che cosa ha lasciato quell’immensa impresa di nobilitazione dell’uomo? Niente, si direbbe.”
Mentre leggevo Vergogna, mi è più volte tornato in mente un discorso che una volta mi fece un terapeuta dei mali dello spirito, una metafora che chiamava in causa il mondo dei lupi. Esistono tre tipi di lupi, mi disse: il maschio alfa, il gregario e il lupo solitario. Il primo conquista la supremazia sugli altri usando qualunque mezzo, tuttavia è costretto a piegarsi alle regole che strutturano il branco, lo deve fare comunque. Per quanto grande possa essere il suo potere, non potrà in ogni caso risparmiargli l’istintiva certezza che, presto o tardi, giungerà un nuovo maschio alfa che lo vincerà. I gregari, intanto, lottano per occupare i gradini di un mondo gerarchico, ma evitano lo scontro con il maschio dominante, a meno che non avvertano i segni propizi all’usurpazione della sua posizione. Nel loro mondo inesatte valutazioni possono costare care. Infine viene il lupo che vaga da solo. Tenendo d’occhio il branco, si muove a distanza ravvicinata e attende il momento giusto per violare l’harem del maschio dominante: sperando in una sua distrazione, ingraviderà le femmine. L'intraprendenza del lupo solitario, quindi, salva il branco dai rischi del sangue stanco. Quale di queste categorie potrebbe riferirsi a David?
“E così è arrivato, il giorno della prova. Senza preavviso, senza fanfare, eccolo lì, e lui ci è dentro. Il cuore gli martella il petto con tale violenza che persino quell’organo ottuso deve aver capito. Riusciranno, cuore e proprietario, a superare la prova?”
Il trauma accade d’improvviso, senza che David lo possa prevedere. Due nativi adulti e un ragazzino irrompono nella casetta colonica della figlia Lucy: è violenza.
“È sul pavimento del bagno, il bagno della casa di Lucy. Stordito riesce a mettersi in piedi. La porta è chiusa, la chiave sparita. Si siede sulla tazza e cerca di riprendersi. La casa è silenziosa; i cani abbaiano, ma più per dovere, si direbbe, che per la smania di mordere.”
Se nel mondo intellettuale, a cui David apparteneva, la posizione del lupo solitario poteva essere considerata come una scelta avventurosa, dignitosa, carica di possibilità, quando questo mondo viene abbandonato, l’uomo bianco di città è posto di fronte alle concrete conseguenze di tale scelta.
“La giornata non si è ancora spenta, anzi è viva e vegeta. Guerra, atrocità: questa giornata inghiotte nella sua gola nera qualunque parola si usi per cercare di impacchettarla.”
I fatti narrati da Coetzee mettono in crisi le vite in cui non si sono prese delle posizioni nette, coerenti con il contesto in cui si vive. In questa storia si smascherano tante forme di dissimulazione della debolezza, mettendo a nudo l’insufficiente potere barbarico del protagonista, la sua incapacità di affermarsi. Se nel mondo urbano e intellettuale, che ha abbandonato, le occasioni di confronto brutale potevano essere evitate, così non accade nella nuova realtà in cui giunge. La scelta di vita solitaria, a cui David approda, si potrebbe forse ricondurre all’insufficienza di forza brutale necessaria al rovesciamento del maschio alfa, è forse questa la ragione per la quale odia i gregari: loro rappresentano quella debolezza di cui non si riesce a liberare. Fatto sta che David, in qualunque condizione, è tagliato fuori dal branco.
In Vergogna il tempo è una variabile interessante; il protagonista infatti cerca le motivazioni utili all’azione riferendosi anche all’unità di tempo percepita. Ecco perché David guarda di continuo al mondo degli animali; non comprendendo appieno il mondo degli uomini, fantastica sulla condizione di questi esseri, in qualche modo anela alle loro risorse. Il cervello animale, a cui David si affida per la sopravvivenza, ragiona solo su coordinate del qui e ora. Quando si crea una necessità, un allarme, un’informazione ambientale quest’organo risponde subito e adeguatamente. Mette in moto succhi, umori e tensioni, preparando la macchina alla guerra. Ciò nonostante i guai nascono quando entrano in gioco i filtri delle emozioni umane, e David è suo malgrado un uomo; ecco allora il lungo rettile del tempo muovere le sue spire, e l’uomo sgomento, percepisce nel qui e adesso l’irruzione del passato. Questa lunga biscia atavica, cresciutaci dentro fin dal nostro concepimento, si muove stimolata da ciò che percepiamo, creando delle anse fra le sue spire, che, dalla percezione animale, sono falsate come appartenenti al qui e ora. Esse però non sono altro che echi del passato, appena percepibili eppure potenti. Il loro innesco è causato da un fenomeno di risonanza, (come risuonano fra loro le corde di una chitarra): l’emozione di un vissuto lontano irrompe in un’epifania sincronica. In un attimo David, cinquantaduenne, ritorna un bambino abbandonato, o forse un vecchio, debole e indifeso.
“Il tremito e la debolezza non sono che i segni iniziali e più superficiali del trauma. Ha la sensazione che dentro di lui sia rimasto contuso e ferito un organo vitale, forse addirittura il cuore. Per la prima volta ha un assaggio della vecchiaia, quando diventerà un uomo spossato, senza speranze, senza desideri, indifferente al futuro. Abbandonandosi su una sedia di plastica in mezzo al puzzo di piume di pollo e mele marce, sente l’interesse per il mondo defluirgli dal corpo goccia a goccia. Forse ci vorranno settimane, anche mesi, prima di restare dissanguato, ma il fluido vitale sta fuggendo. E quando questo processo si sarà compiuto, di lui non resterà che l’involucro di una mosca in una ragnatela, fragile al tocco, più leggero della pula, pronto per essere trascinato per altri lidi.”
Penso che Vergogna tracci il percorso di una peregrinazione di un uomo, che non trova la forza di affrontare la realtà relazionale, che non vince l’horror vacui e non si abbandona al tuffo dentro al magma del sé. Forse solo alla fine intuisce che il riscatto può avvenire nel riconoscimento dell’altro, ma questa possibilità gli sfugge ancora.
“Ama sua figlia, ma ci sono momenti in cui vorrebbe che fosse una creatura più semplice: più semplice e più schietta. L’uomo che l’ha violentata, il capobanda, era così. Come una lama che taglia il vento.”


Davide Ferreri


Vergogna (Disgrace), di J. M. Coetzee, Einaudi (2000) (trad. di Gaspare Bona)

Catherine E. Morgan, Tutti i viventi



C'è un luogo letterario dove gli eventi dell'esperienza umana assumono una risonanza profonda, tanto da accedere, nei casi migliori, a una dimensione quasi epica, mantenendo allo stesso tempo la concretezza e la vicinanza stretta agli elementi naturali. Quel luogo letterario è il Sud degli Stati Uniti, culla di tanti capolavori che nulla hanno perso della loro forza, e mai la perderanno, per le ragioni sopra citate. Sul solco di questa tradizione si pone Tutti i viventi, opera d'esordio della giovanissima Catherine E. Morgan, uscita nel 2010, salutata dalla critica come opera di grande maturità espressiva. 
Protagonista del romanzo è la giovane Aloma, un'orfana cresciuta "in un luogo buio, in una contea buia di uno stato buio"; la ragazza sogna la fuga e la libertà, che per lei coincidono con la scoperta della musica e con il sogno di diventare una pianista. A scompigliare i piani di Aloma arriva un ragazzo taciturno, Orren, dagli occhi chiari segnati da rughe e la voce incolta. Lui la porta via sul suo furgone al tramontare del sole per lunghi giri fra le campagne, nei quali i due ragazzi sperimentano un po' maldestramente la fusione dei corpi con un'urgenza scarna di parole, come il paesaggio arso dal sole:
("si avvinghiavano, i corpi spogliati dagli abiti, le bocche aperte verso l'altro come uccellini implumi, e in quella fusione non pensavano al tempo, non pensavano alle differenze").
Quando la famiglia di Orren viene sterminata in un terribile incidente automobilistico, il ragazzo chiede ad Aloma di seguirlo nella fattoria dei genitori, e di aiutarlo nella gestione della piantagione di tabacco della quale è ormai unico responsabile. I due giovani si ritrovano all'improvviso alle prese con qualcosa di più grande di loro, in una casa cadente dove uno dei due si sente legato indissolubilmente al ricordo dei cari, che occhieggiano dalle foto incorniciate, straziato ma ruvidamente radicato in quella terra scabra, "sbiancata sotto il sole in una polvere gessosa", e l'altra si sente prigioniera, privata ingiustamente dei sogni della giovinezza. La nuova vita della ragazza amante della musica è fatta di giornate che si susseguono tutte uguali tra la fatica estenuante del lavoro e il silenzio opprimente della solitudine, laddove esplode la violenza di un gallo impazzito che artiglia entrambi i ragazzi, simbolo di una natura ostile e difficile da domare, e anche il sesso fra i due, nel letto matrimoniale che fu dei genitori, si fa sempre più rabbioso:
("lo spinse via scocciata, e, per un istante, ebbe la voglia sfrenata di colpirlo sul viso e sul petto per averla trascinata lì, al misero margine delle montagne, l'unico posto al mondo che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle, dove non c'era nulla che funzionasse, dove tutto si consumava fino all'osso.").

L'inquietudine di Aloma la spinge a tentare una fuga oltre i confini della proprietà, in una chiesa locale dove conosce il pastore della comunità, Bell, colui che le offre la possibilità di suonare l'amato pianoforte. La ragazza si sorprende a vagheggiare un sogno d'amore insieme al pastore, amore che sia più corrispondente alla sua natura intima e ai suoi sogni. Desiderio di fuga che si rivelerà illusorio. In un finale bellissimo, lento, dalle cadenze quasi bibliche, Aloma realizza quanto lei e Orren siano legati in modo profondo e oscuro, per un bisogno reciproco che entrambi non riescono a decifrare completamente, ma che, semplicemente, si impone. Perchè forse vivere è l'accettazione del proprio destino, un destino che si lega strettamente a quello di tutti i viventi, come dice il versetto dell'Ecclesiaste posto in apertura del romanzo:
"Questo è un male in tutto ciò che si fa sotto il sole: hanno tutti la stessa sorte, e inoltre il cuore dei figli degli uomini è pieno di malvagità e la follia risiede nel loro cuore mentre vivono, poi se ne vanno a morte. Finchè uno è unito a tutti i viventi c'è speranza, perchè un cane vivo val meglio di un leone morto."
Echi di Curson Mc Cullers e di Flannery O' Connor, si è detto a proposito della Morgan, ma anche echi faulkneriani, nella rappresentazione di un luogo ai confini del mondo, nell'attenzione a personaggi marginali e perdenti alle prese con il mistero dell'amore, del dolore, della morte. E' una grazia poetica aspra, quella della Morgan, una scrittura, la sua, di precisissimo nitore, attenta a ogni singolo dettaglio concreto dell'esperienza umana. L'autrice riesce a trasmettere al lettore contemporaneo, immerso nell'acquario della società "liquida", la sensazione precisa dell'importanza della fatica, del sudore, del sesso; il valore ineliminabile del contatto diretto con il reale.


Laura Anfossi



C. E. Morgan, Tutti i viventi (All the living) - Einaudi Supercoralli, 2010