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venerdì 2 maggio 2014

Completamente isolati dal mondo, pazzi di solitudine, otto prigionieri americani si raccontano


Hanno passato 8, 15, persino 25 anni in isolamento totale nelle prigioni americane. Soli, tutto il giorno, tra quattro mura. Philippe Boulet Gercourt è riuscito a entrare in contatto con loro e ad incontrarne alcuni. Ecco la loro testimonianza.

La prigione di Thomson, Illinois, recentemente acquisita dallo Stato Federale per farne un penitenziario di massima sicurezza

Decine di migliaia di detenuti americani sono in regime di isolamento, certi vi restano per anni, talvolta senza conoscerne le ragioni. L’autore dell’inchiesta ha intrattenuto una lunga corrispondenza con alcuni di loro e ne ha incontrati altri, oggi liberi. 

  • Jerry Williams, 58 anni, incarcerato nella prigione centrale di Raleigh, Carolina del Nord. Affetto da schizofrenia e ritardo mentale (Q.I.=76). Condannato nel 1990 per furto con scasso. In isolamento da 8 anni nella sezione Unit One, soprannominata "il buco". Dichiarazioni raccolte dal suo avvocato, Elizabeth Simpson:

Credi che uscirai mai dall'isolamento?


Se non mi becco nessun rapporto disciplinare nei prossimi sei mesi, forse sì.

Pensi di riuscirci?

Credo di sì, devo solo evitare i rapporti disciplinari (non è stato il caso NDR). Però bisogna che la smetta di sbattere sulla porta della cella e di supplicare a gran voce che qualcuno venga a vedermi, a parlarmi. Devo smetterla di comportarmi così, è il solo modo di evitare una sanzione: lasciare in pace il personale e gli altri detenuti, starmene tranquillo, senza chiedere niente a nessuno...

Senti delle voci?

A volte. Cerco di capire cosa mi dicono ma non ci riesco. A volte sono voci calme, altre sono colleriche, urlano e bestemmiano.. certe volte ti fanno venire voglia di ucciderti...

Vedi delle cose che gli altri non vedono?

Vedo un serpente, qui nella mia cella. Sono sicuro che ci sia perché ne ho visto le tracce, per terra, lo giuro. Un’ora, un’ora e mezza dopo essermi addormentato ho sentito un dolore alla testa, come un bruciore, era qualcosa che mi mordeva. Allora mi sono svegliato e ho iniziato a picchiarmi la testa, con le mani, ma il dolore era sempre lì. Allora ho preso una scarpa e ho continuato con quella. Alla fine la bestia che mi mordeva è andata via. C’è una fessura in un muro della cella, dentro ci sono delle ragnatele. Mi son detto: “bastardo di un serpente, è lì che si nasconde quello stronzo..” allora ho preso dei fogli di giornale e ho chiuso la fessura. Qualche giorno dopo ho tirato fuori quei fogli e li ho ritrovati pieni di buchi, tutti stracciati. È lì che ho capito che era stato un serpente a mordermi.

Parli molto con te stesso?

Sì, molto di più da quando sono in isolamento. Come impedirselo del resto quando non si ha nient’altro da fare.. all'inizio restavo tre, quattro minuti a parlare da solo, prima di accorgermene e smettere.. ma adesso, porca miseria, parlo per sei, sette ore di fila.. Sento le voci degli altri prigionieri, qualcuno che mi dice “ti ammazzo!”, cose spaventose di questo genere. A quel punto ho paura e cerco di barricarmi nella mia cella. Le voci mi dicono che sono il diavolo e che vogliono uccidermi..

Il primo penitenziario "Supermax" è stato quello di Marion, Illinois, nel quale, dopo l'assassinio di due secondini nel 1983, i detenuti furono costretti ad un isolamento di 23 ore su 24.
Dichiarazione di Elizabeth Simpson, avvocato di Jerry Williams:

“Jerry è scappato di casa quand'era ancora un adolescente, ha commesso tutta la classica serie di reati minori (furto, vagabondaggio, stato di ebbrezza in luogo pubblico) tutti reati che si associano frequentemente all'assenza di fissa dimora e di un lavoro. 
Quando nel 1990 è stato condannato per furto con scasso, la sua schizofrenia era già stata diagnosticata e comprovata, fin dall'età di 21 anni. Già dai 17, 18 anni aveva cominciato a sentire delle voci. Una volta in carcere, ha cominciato a collezionare condanne per crimini commessi in prigione, come per esempio svariate aggressioni al personale carcerario. Piazzato in isolamento, senza le medicine necessarie al trattamento della sua patologia psichica, è piombato in uno stato di iper-agitazione costante che lo spingeva a commettere ulteriori infrazioni, anche se bisogna ammettere che la loro descrizione nei verbali è spesso molto più seria rispetto alla gravità reale dei fatti. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la Carolina del Nord è uno stato nel quale, una volta accumulato un certo numero di delitti, sei considerato un criminale recidivo e le tue condanne sono molto più severe. È stato picchiato in molte occasioni. Una volta ha bloccato la porta della sua cella e rifiutava di eseguire gli ordini ricevuti: dall'esterno gli hanno spruzzato una quantità spropositata di gas urticante. Quando sono infine riusciti ad entrare nella cella, l’hanno riempito di botte, ovviamente ben lontani dalle telecamere di sorveglianza. Se l’è cavata con molteplici fratture alle dita ma secondo una denuncia fatta da otto detenuti della stessa casa circondariale le punizioni corporali inflitte in luoghi non coperti dalle telecamere a circuito chiuso hanno causato non soltanto delle fratture ma addirittura la paralisi di un detenuto. Visite proibite, può ricevere a colloquio soltanto il suo avvocato. Idem per le chiamate. Ha diritto a qualche libro. 
L’unica maniera di comunicare con qualcuno, i detenuti dello stesso braccio, è di gridare a squarciagola. Per recarsi alle docce, una volta a settimana, passa le braccia fuori da una feritoia nella porta e si fa ammanettare. Una volta la porta aperta, gli vengono ammanettate anche le caviglie, spesso le due manette vengono legate tra esse con una catena. Una volta scortato alle docce viene liberato anche se talvolta non è il caso, lavarsi diventa quindi praticamente impossibile. Sarà dura farlo uscire dall'isolamento. Non penso che le autorità percepiscano il problema del suo stato mentale, vedono la faccenda dal punto di vista del “controllo”.. ho sentito ripetere questa parola talmente tante volte che non credo che abbia più un vero significato”.

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  • Robert King, 72 anni, liberato nel 2001 da Angola, penitenziario di massima sicurezza della Louisiana, dopo 32 anni di detenzione, di cui 29 passati in isolamento. È uno dei “Tre di Angola” con Hermann Wallace (morto nel 2013, tre giorni prima della sua liberazione) e Albert Woodfox (attualmente ancora detenuto), divenuti celebri per aver subito un trattamento particolarmente severo, dovuto alla loro appartenenza al movimento Black Panthers. Intervistato nella sua casa di Harlem nel Febbraio 2014.

“L’isolamento carcerario per l’amministrazione penitenziaria è tutta una questione di procedure. Ero considerato come un militante, un ribelle e l’unica maniera di contrastare una ribellione è il castigo, la punizione. Non avevano bisogno di argomenti di discussione, obbedivano agli ordini e basta. Non c’è nessuna logica, nessuna giustificazione razionale nel condannare un uomo a 29 anni di isolamento. Semplicemente, erano autorizzati a farlo. 
È in quello stesso periodo che l’idea di riabilitazione durante la detenzione è stata completamente abbandonata. Si son detti: “Ok, invece di mettervi in isolamento per quattro anni, vi ci mettiamo per otto” e siccome l’opinione pubblica era completamente indifferente al trattamento subito dai carcerati, si sono permessi di fare ciò che volevano, non solo a quelli considerati come prigionieri politici ma a chiunque. E lo fanno ancora. Oggi però il vento è cambiato, la gente si interessa a ciò che succede in carcere. Ognuno vive l’isolamento a modo suo. Mi chiedono spesso come ho fatto a non diventare pazzo: ma io non ho mai affermato di non esserlo. È impossibile restare così a lungo nella merda e uscirne senza puzzare. Sei marchiato a fuoco. Forse non sono pazzo ma non sono neanche completamente sano, vorrei che sia chiaro. La gente fa spesso il paragone con Mandela e mi chiedono: “com'è possibile che non provi rancore?” Anche qui, vorrei puntualizzare: non ho mai negato di provare questo genere di sentimenti, non capisco come possano dedurlo dal solo fatto che non agisco con rancore. In isolamento si impara a vedere le cose da un’altra prospettiva. 
Non hai altra scelta. Ero in prigione, chiuso in una cella, solo. Anche i miei pensieri erano completamente imbrigliati dal fatto di essere tagliato fuori da tutto e da tutti. A volte mi dicevo: “oggi devo diventare qualcos'altro, una qualsiasi altra cosa purché diversa da ciò che sono”. Non la vivevo come una forma di evasione, era piuttosto un adattamento: quando non riesci a rassegnarti al tuo destino non ti resta che cercare di adattartici. Adoravo pensare, erano i miei momenti di pace. Quando riuscivo infine a sdraiarmi, in piena notte, mentre tutti dormivano, mi mettevo a pensare a cosa mi sarebbe piaciuto fare. Per qualche ora riuscivo a dormire, fare dei bei sogni, qualche volta; altre, gli incubi mi svegliavano. Certo, la solitudine è crudele, ma devi relativizzare: la gente guarda al limone e pensa soltanto che è un frutto aspro, senza accorgersi che con esso si può fare una buonissima limonata: basta aggiungerci qualcosa. Resta un limone, ma hai cambiato la sua essenza. Con la solitudine succede la stessa cosa: può significare due cose diverse per due persone diverse e una stessa persona può arrivare a vederne entrambi gli aspetti: è questo che ho imparato in prigione. Si tratta di tortura? La giustizia ha stabilito che un lungo periodo di detenzione in isolamento è un castigo inaudito e crudele. Sì, sono convinto che sia una forma di tortura. Restare da solo un minuto? Nessun problema, amo la solitudine. Ma non in eterno. Io sono stato in prigione ma la prigione non è mai stata in me. E questo fa una grossissima differenza: anche se fisicamente ci sono stato e per così tanto tempo, da un certo punto di vista posso affermare di non essere mai stato in galera”.

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  • Michael Williams, 45 anni, detenuto del carcere di Menard, Illinois. Problemi psichiatrici manifesti fin dall'infanzia. Dopo una serie di delitti minori, nel 1993 commette una rapina a mano armata (una pistola a piombini, per un bottino di 191 dollari). Inizialmente condannato a otto anni, dopo una serie di incidenti e di reati che gli valgono un cumulo di condanne supplementari di 42 anni, si trova oggi al 17simo anno di isolamento. Ecco un estratto della sua richiesta di grazia del 2008, respinta dalla corte suprema:
“..nel 2000 mi è stato prescritto del litio: è stato come se una nebbia si dissipasse dai miei occhi. Ho realizzato quanto avessi incasinato la mia vita e fui sommerso da un’ondata di rimorsi per tutti i crimini che avevo commesso. Miss Clover (la sua psicoterapeuta, NDR), la mia famiglia ed i miei amici mi hanno molto aiutato a mettere ordine nelle mie priorità e riportare la mia vita nella giusta direzione. Dopo aver ricevuto all'incirca 300 sanzioni disciplinari tra il 1994 ed il 2001, negli ultimi cinque anni non ne ho ricevuto nemmeno una (successivamente, nel 2014, Williams aggiunge a mano questo passaggio: “quando il 20 Dicembre 2012 la prigione di Tamms è stata chiusa e venni trasferito, avevo passato 12 anni al suo interno senza ricevere nessuna sanzione”).

Tamms, Illinois, penitenziari "Supermax", chiuso nel Dicembre 2012 
Lì, ho potuto seguire i corsi di autocontrollo e gestione della rabbia con discreto successo, ho conseguito un diploma e una specializzazione di assistente giuridico al Blackstone Career Institute, con un punteggio di 97/100. Ho concorso per una borsa di studio e sono stato selezionato tra 400 candidati; con questi soldi, ho potuto iscrivermi ad un corso di assistente giuridico di livello superiore e ottenere una laurea specialistica in cause civili con un voto di 93/100. La mia terapeuta, che vedo dal 1998, pensa che abbia delle buone speranze di diventare un membro produttivo della società, una volta uscito di prigione. La mia famiglia ed i miei amici hanno molta fiducia in me e sono certo che mi aiuteranno. Prolungare la mia detenzione non avrebbe nessun senso, mi ritengo un uomo riabilitato..”

Estratto di una lettera inviata a Philippe Boulet Gercourt, nel 2014:

“Le scrivo per raccontarle la storia della mia vita, della mia malattia mentale, del tempo che ho passato in prigione, dell’incapacità totale dell’apparato giuridico a trattare i miei problemi psichici, incapacità che mi è costata 42 anni anni di pena supplementare, dovuti a svariati incidenti che hanno avuto luogo durante la mia detenzione e in seguito al mio trasferimento in un penitenziario di massima sicurezza, in completo isolamento, senza alcun contatto umano, per gli ultimi 17 anni. Quando mi trovavo a Tamms, ho ricevuto un trattamento estremamente benefico per le mie turbe mentali; purtroppo, una volta che quel carcere è stato chiuso, ogni trattamento medico mi è stato sospeso mentre lo stato di isolamento è stato invece confermato. Temo che i miei problemi di irascibilità intermittente non si risolveranno in queste condizioni: essi mi comportano infatti degli ulteriori provvedimenti disciplinari che non fanno che moltiplicare i miei eccessi di rabbia. 
La situazione è tragica perché se voglio riuscire ad approfittare dei 17 anni e 9 mesi di buona condotta accumulati ed essere libero il 27 Gennaio 2016, non posso incorrere nel minimo richiamo disciplinare. Solo che al comitato di controllo non prendono in considerazione la mia situazione mentale, addirittura mi sbeffeggiano se oso evocarla, cosa che mi rende molto instabile e violento. Nessuno mi ascolta ne’ prende in considerazione le mie richieste ufficiali di assistenza. Non capisco perché continuo ad essere in isolamento. 
L’assenza di contatto umano è la cosa che più mi pesa. Il solo contatto fisico che ho avuto nel corso degli ultimi 17 anni è quello coi secondini che mi ammanettano polsi e caviglie. Altrimenti le zuffe con l’orange crush, le guardie che intervengono quando mi viene una crisi. So che a delle persone del mio stesso braccio è permesso incontrarsi in cortile, mi piacerebbe poterci andare anche io ma non me lo permettono, mi fanno uscire in un altro posto, da solo. Certe guardie mi prendono in giro e mi dicono che sono un vecchio cane rabbioso. Non lo trovo divertente”.

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  • Joe Loya, 52 anni, arrestato dopo aver rapinato 24 banche in California. Sette anni di prigionia, di cui due in isolamento, dove scopre il potere della scrittura. Autore di una biografia osannata dalla critica, giornalista, protagonista di un one-man-show, padre di una bambina di sette anni. Intervistato a San Francisco nel Dicembre 2012.

“La mia cella: delle dimensioni di un posteggio per auto, a volte nel seminterrato, senza finestre. Se non stai attento, il letto si trasforma in sabbie mobili: l’isolamento ti deprime completamente, ti sdrai un attimo e subito vieni risucchiato dalla spirale della follia. Quando ho realizzato tutto questo, ho cominciato a fare attenzione: mi concedevo di sedermi sul letto per leggere ma non mi sdraiavo mai, almeno non fino all'ora di dormire. E mi sono messo a scrivere. La scrittura mi ha davvero aiutato. Dopo un anno ho cominciato a sentire dei rumori. Del resto, ancora oggi ho spesso degli strani ronzii nelle orecchie. Mi succedeva dopo una o due settimane di silenzio assoluto. Non una sola parola. 
Lì ho cominciato ad impazzire davvero: cominciato a sentire dei boati, dei tintinnii, rumori di fondo, come di una festa dall'altra parte della strada.. e ancora ronzii, sempre più forti. La cosa mi intrigava, persino. Poi riuscivo ad addormentarmi e d’improvviso: “Joe!!”. Mi sedevo sul letto, mi guardavo intorno per vedere chi mi chiamava ma niente, nessuno. Allora ritornavo a dormire. Qualche giorni dopo, mentre stavo appoggiato al muro a pensare, di nuovo: “Joe!!”. Lì ho capito che si trattava di allucinazioni uditive. 
Qualche settimana più tardi, al mio risveglio, ho aperto gli occhi e cosa vedo? Un bambino, completamente calvo, nella mia cella. Mi sono sforzato a riaddormentarmi, dicendomi che si trattava soltanto di un sogno.. ma sapevo che non era così e ho cominciato davvero a temere il peggio. Avevo conosciuto parecchie persone che erano impazzite in isolamento, per giorni ho vissuto la più grande paura della mia vita. Poi mi sono ricordato: quando avevo sette anni c’era un bambino nel mio quartiere che si era ammalato di leucemia e aveva perso tutti i capelli. Mi avevano detto che sarebbe morto, cosa che puntualmente successe tre o quattro mesi dopo. Mia madre era ancora viva all'epoca, la sua malattia ai reni sarebbe stata diagnosticata di lì a poco. L’isolamento per me è un vero paradosso: da un lato, è stata la miglior cosa che mi sia mai successa perché è in quel periodo che ho scoperto la versione di Joe Loya che esiste oggi. Al contempo è stata anche la peggior esperienza della mia vita e ne porto tuttora le cicatrici. Continuo ad essere un uomo ferito. 
Ci sono voluti dieci anni dalla mia scarcerazione perché gli incubi cessino. Quando ho cominciato a frequentare quella che poi sarebbe diventata mia moglie, ci siamo quasi lasciati a causa di ciò: ero perso, la notte, nel sonno, non potevo proteggermi dalla mia parte più oscura”.

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  • Vicente Rodriguez, 44 anni, condannato a 40 anni per un omicidio commesso a 16 anni. Libertà vigilata dopo 25 anni di detenzione, di cui 12 passati in isolamento a Tamms. In prigione, ha cominciato a dipingere. Intervista telefonica del Marzo 2014.
“Sì, mi son messo a disegnare. Prima in bianco e nero. In isolamento è impossibile procurarsi dei fogli completamente bianchi, senza scritte o righe, allora ho cominciato ad utilizzare il retro delle buste della Federal Express che mi inviava la mia famiglia.
 Chiedevo loro di scrivermi le lettere a matita in modo da poterle cancellare una volta lette e riutilizzare quei fogli e di spedirle in buste dal formato più grande possibile, per recuperare della carta. Tutto ciò che avevo era una penna a sfera speciale, flessibile, per evitare che i detenuti la utilizzino come arma contro sé o gli altri. All'inizio erano delle penne blu, poi alcuni detenuti hanno cominciato a scrivere sui muri e il blu non andava via facilmente, allora ci hanno dato delle nere: un giorno un compagno artista mi ha detto: “perché non usi i colori?” – “perché non me li danno!” ho risposto io. Lui ha sorriso e mi spiegato che potevo usare gli M&M’s e le Skittles per estrarne i pigmenti dei coloranti che mischiati all'acqua danno dei magnifici colori ad acquarello. Basta solo avere un po’ di pazienza perché la carta assorba il colore. Questi prodotti si possono acquistare allo spaccio della prigione ma non tutti possono accedervi: bisogna diventare detenuti di terzo livello. E basta un niente per perdere questa possibilità. Per esempio, se qualcuno scopre che hai quattro paia di calze invece delle tre autorizzate. Oppure un secondino che cerca di provocarti perché è di cattivo umore, tu reagisci, lui dice che gli hai sputato addosso e anche se mente spudoratamente tu perdi quel privilegio. Una volta che hai i colori, ti serve il pennello. 
Ogni settimana i detenuti ricevono una spugna per fare le pulizie della loro cella: io staccavo dei pezzetti di questa spugna, li intrecciavo e li infilavo nella penna che avevo svuotato. Altri facevano dei pennelli con dei ciuffi dei propri capelli. Ovviamente, se una guardia ti trovava il pennello te lo sequestrava e ti faceva rapporto per distruzione di beni dello stato e ti ritrovavi con un provvedimento disciplinare in più. Dipingevo di tutto: la mia famiglia mi chiedeva delle cose in particolare ed io eseguivo: ritratti, carte di auguri.. dipingevo ciò che vedevo dalla finestra, la mia cella: ma questi disegni non potevo conservarli perché avrebbero pensato che progettavo un’evasione e mi avrebbero punito. 
L’arte ha avuto il duplice merito di permettere che mi comprendessi meglio ed evitare che facessi delle stupidaggini. Da quando sono uscito (16 Maggio 2011) ho difficoltà a reinserirmi: abito con mia madre e mia moglie, che ho conosciuto dopo il carcere, ricevo un sussidio che mi permettere di frequentare un corso di amministrazione pubblica all'università del Colorado. Ma la vita non è facile. Continuo a vedere un terapeuta, mi è stata diagnosticata una sindrome da stress post-traumatico, la stessa dei militari che ritornano dal fronte. 
Prendo il Prozac. Ora va un po’ meglio ma appena uscito non mi capacitavo di non essere più in prigione. La notte mi sveglio ancora di soprassalto, convinto di essere dentro la mia cella. Mia moglie deve calmarmi, mi dice “non sei rinchiuso, non sei rinchiuso!!”.

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  • Brian Nelson, 49 anni, condannato all'età di 17 per furto a mano armata e complicità in omicidio. Ha passato 23 anni da solo nella sua cella, di cui gli ultimi 12 a Tamms. Oggi è assistente giuridico all’Uptown People’s Law Center di Chicago, ente che aiuta i detenuti a difendere i loro diritti civili. Intervista telefonica del Febbraio 2014.
“Dal 1978 scontavo la mia pena in un carcere di livello di sicurezza “minimum”, nel Nuovo Messico, senza essere in isolamento, nel quale rammendavo, lavavo e stiravo le divise. Un giorno del 1987 mio hanno trasferito, senza nessun preavviso, nell’Illinois, nel carcere di Menard. Sono originario di Chicago quindi conoscevo parecchi detenuti. 
In quel periodo vigeva una guerra tra clan rivali nella prigione e conoscevo molte persone di entrambe le fazioni. La direzione del penitenziario mi ha chiesto di tentare una mediazione e al contempo di diventare un loro confidente. Ovviamente ho rifiutato: al minimo problema, mi sarei ritrovato morto in poche ore. Una settimana dopo mi son ritrovato in isolamento, senza mai sapere quanto sarebbe durato. A Tamms, dove sono stato trasferito nel 1998, ero rinchiuso in cella, da solo, 23 ore su 24. Sempre solo, anche per andare a fare la doccia settimanale o per fare degli esercizi fisici. Non vedevo nessuno, per darmi i pasti aprivano la feritoia nella porta, me li passavano e richiudevano immediatamente. 
Camminavo tutto il giorno, ho camminato tanto da avere le vesciche ai piedi. 
Ho ricopiato la Bibbia, parola per parola. L’avevo già letta due volte allora ho voluto copiarla. Mi ci è voluto “appena” un anno, nove mesi e due giorni. Ho ancora la pila di fogli nel mio ufficio. Sono uscito di prigione nel 2010 ma, nella mia testa, sono ancora rinchiuso in quella cazzo di scatola grigia. Quando ne parlo è come se la vedessi, ne sentissi letteralmente il sapore, l’odore del cemento di quei muri. A lungo andare diventano come degli amici, ne conosci la minima fessura, imperfezione. Un ragno lo vedi molto diversamente da come faresti fuori. È come qualcuno sotto la tua responsabilità, devi nutrirlo. 
La mia ragazza ve lo confermerà, grido nel sonno. Mi hanno visitato i migliori medici, non ne cavano piedi. Spesso incontro altri ex detenuti, ci aiutiamo, cerchiamo di vederci più chiaro insieme. Ora che Tamms ha chiuso, vorrebbero costruire un altro penitenziario “Supermax” nell'Illinois, noi ci opponiamo e facciamo il possibile perché ciò non accada”.

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  • Damon Thibodeaux, 39 anni, condannato alla pena capitale nel 1997 per l’assassinio di sua cugina, 15 anni nel braccio della morte del penitenziario di Angola, Louisiana. È il 141simo condannato a morte scagionato dalla prova del DNA, dal 1976 ad oggi. Libero dal Settembre 2012. Estratto della sua deposizione davanti alla commissione giudiziaria del Senato, il 25 Febbraio 2014.
“..ho passato gli anni ad Angola, mentre i miei avvocati si battevano per la mia liberazione, in una cella di meno di 8 m². I muri erano dipinti di bianco, c’era una porta, un lavandino, un WC e una scrivania con una seggiola incorporata, attaccata al muro, un letto in acciaio e un materasso finissimo. Questa è la tua vita: stare lì dentro 23 ore su 24 ti uccide lentamente. Bisogna trovare il modo di vivere come se non fossi lì, se non ci riesci diventa una lenta agonia mentale che ti porta a sperare di morire per davvero, piuttosto che continuare quell'esistenza. Il lato peggiore dell'isolamento è la mancanza di speranza. 
All'inizio, sono arrivato a considerare l’idea di abbandonare ogni mio diritto e di lasciare che eseguano la mia condanna. Per fortuna Denise Leboeuf, il mio avvocato, mi ha convinto che un giorno sarei stato scagionato e liberato. In 15 anni ho potuto ricevere cinque visite da parte dei miei familiari. Nel braccio della morte, nelle lunghe estati della Louisiana, il caldo era intollerabile, ovviamente non avevamo l’aria condizionata ma quegli aguzzini soffiavano dell’aria calda dall'esterno nell'edificio dei condannati a morte, facendo salire la temperatura fino a 50 °C in ogni cella, come se la nostra esistenza non fosse già abbastanza insopportabile. In inverno succedeva esattamente il contrario: la temperatura nelle celle oscillava tra i 4°C e i 10°C poiché spesso il riscaldamento era fuori uso. Cercavamo di recuperare il massimo di felpe e coperte, a volte le regalavamo a quelli che non potevano permettersele ma se nessuno ti aiutava, restavi a sbattere i denti nella tua cella. Nessuno, per quanto orribili siano i crimini per i quali è stato condannato, può durare a lungo in una tale assenza di stimoli, di contatti e di attività. Ho visto gente perdere letteralmente la testa. Certi urlavano per tutta la notte, altri fissavano il muro della loro cella per ore, anche durante l’ora d’aria, restavano lì. Altri erano talmente pieni di medicine da sembrare in un constante stato comatoso. 
Certi cercavano di mettere da parte questi medicinali per prenderli poi tutti insieme e suicidarsi. Altri spalmavano i loro escrementi sul muro. Per anni, ho visto lo Stato eseguire le sue condanne a morte ben prima di piantare un ago nelle vene dei condannati. 
Gli animali domestici sono trattati molto meglio. Se infliggeste un trattamento di questo tipo ad un animale verreste arrestato e perseguito per legge. 
Ma con le persone, a quanto pare, non è la stessa cosa”.

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  • Richard Ausmus, 48 anni, condannato nel 1989 a 75 anni di prigione per il sequestro e lo stupro di una sedicenne, incinta di 5 mesi. Libertà condizionale prevista a metà della pena, il 2 novembre 2024. Dopo aver passato sette anni in una prigione “normale”, a media sicurezza, è rientrato in isolamento nel 2013. Brani estratti da numerose sue lettere.
“..dal mio trasferimento in una prigione di media sicurezza ho immediatamente approfittato della possibilità di seguire dei corsi universitari, programmi di sviluppo personale, studi sulla Bibbia.. dopo due mesi avrei dovuto essere trasferito in un carcere nel quale si può sostenere l’esame di maturità quando all'improvviso mi hanno piazzato in “detenzione amministrativa” (isolamento). Mi hanno interrogato assieme ad altri su un presunto tentativo di protesta pacifica all'interno del carcere. La direzione mi rassicurava dicendomi che non ero l’obiettivo principale dell’inchiesta e che preferivano mettermi in disparte fino alla fine delle loro indagini. Qualche settimana più tardi invece mi hanno notificato un rapporto disciplinare che mi accusava di essere uno degli organizzatori della protesta non violenta, cosa che non corrispondeva affatto al vero. Dopo venti giorni, queste accuse sono state abbandonate e ritirate dal mio dossier ma malgrado ciò sono stato ugualmente trasferito nel reparto di massima sicurezza, in isolamento. Ad oggi, non ho ricevuto alcuna comunicazione, ne’ scritta ne’ verbale, nessuna convocazione che mi spiegasse il perché di questo provvedimento. 
Ho protestato, ma la sola risposta che ho avuto è che trattandosi di un a detenzione amministrativa e non di un’azione disciplinare ogni ricorso è impossibile. 
Pare che ogni 90 giorni il caso venga riesaminato ma non sono autorizzato ad assistere alla delibera della commissione ne’, in realtà, sono sicuro che questo riesame abbia davvero luogo.


Ogni volta che esco dalla mia cella ho i polsi ammanettati dietro la schiena e sono scortato da una guardia e un sergente. Sono rinchiuso nella mia cella 24 ore al giorno, tutti i giorni tranne due volte alla settimana in cui posso passare circa due o tre ore in un piccolo cortile circondato da inferriate, in compagnia di altri detenuti. Ho anche diritto a due docce alla settimana, di 15 minuti ciascuna. Se ricevo una visita, posso vedere i miei cari da dietro un vetro molto spesso che impedisce ogni contatto e durante il colloquio sono ammanettato allo sgabello sul quale sono seduto e legato da una catena. Il tempo limite delle chiamate telefoniche è 15 minuti, 30 se non si è in isolamento, la direzione verifica ogni mia lettera, inviata o ricevuta, cosa che causa dei lunghi ritardi. A causa del mio isolamento sono particolarmente nervoso e ansioso quando mi ritrovo nel cortile, in compagnia di altri detenuti. Mi ritrovo in un recinto con sei, otto altre persone e anche se c’è dello spazio per camminare, un canestro da basket e dei pesi non riesco a rilassarmi e approfittare di questi momenti. Quando rientro nella cella sono fisicamente molto provato, in preda a un terribile mal di testa e ad una sensazione di vuoto. Devo dormire per ore ed ore prima di tornare ad uno stato di calma apparente”.

Articolo e intervista di Philippe Boulet Gercourt per Le nouvel Observateur.
Traduzione di Carlo Ligas (Articolo originale)

mercoledì 9 aprile 2014

Donna Tartt, l'eccezione culturale

Perla rara della letteratura americana, romanziera coltissima, pubblica dopo 10 anni di silenzio "Il Cardellino".  

     


Donna Tartt è molto di più che una scrittrice cult, di un’eccezione culturale. Appena dopo la pubblicazione del suo primo romanzo nel 1992, entra nel circolo elitario degli scrittori mondiali i cui libri sono oggetto di pari interesse per critici e grande pubblico.
Da allora ha pubblicato solo due libri, l’ultimo dei quali, «Il Cardellino», le somiglia: immenso e fragile, misterioso come questo uccello, dipinto dal maestro olandese Fabritius, che l’ha ispirato. Perchè se ha pubblicato poco, Donna Tartt si fa vedere ancora meno. Ecco perché queste sono confidenze particolarmente preziose di una persona timida che si sente più a suo agio in Virginia, nella sua bella casa in stile sudista dove i suoi cani sono i suoi primi lettori.
Racconta, in questa opera monumentale (quasi 800 pagine serrate che danno l’impressione,una volta finite, di essere il doppio senza che mai il piacere di leggere sia venuto meno), la vita di Theo Decker, un giovane newyorkese che perde la sua amata madre proprio mentre insieme visitano il Metropolitan Museum of Art, messo a ferro e fuoco da una bomba.
Ferito ma vivo, Theo soccorre un vecchio che, prima di morire, gli chiede di portare via un quadro di un pittore olandese raffigurante un cardellino per salvarlo dalla distruzione. Theo riesce a riemergere dalle rovine e nasconde l’opera d’arte che la polizia ricerca attivamente.
Comincia a questo punto il lungo racconto del suo percorso nel quale incontrerà una distinta madre di famiglia di New York, una ragazza sopravvissuta all’attentato della quale Theo si innamora, un restauratore di mobili e un trafficante di eroina. E’ una cattedrale proustiana, un canto di morte e di amore e l’affascinante cinguettio del più straordinario scrittore-uccello dei nostri giorni.




Nel suo nuovo libro cita Camus, Rimbaud e La Rochefoucauld. Parla bene francese. Dove l’ha imparato?

L’ho imparato a scuola. Non lo parlo molto bene ma riesco a leggerlo. In effetti non parlo molto bene neanche in inglese! [Ride.] Mi risulta più facile scrivere o leggere piuttosto che esprimermi a voce in inglese. Provo a leggere un libro all’anno in francese e ci metto un’infinità.


Legge piuttosto dei classici? Balzac? Flaubert?


Balzac, no. E’ un po’ troppo lungo per me. Io affronto testi brevi ma ricordo di aver letto, a scuola, il primo volume della «Ricerca» di Proust in francese. Per finire il libro devo confessare di aver fatto ricorso a una traduzione. In ogni caso la letteratura francese conta molto per me. L’idea del «Cardellino» mi è venuta leggendo il «Mito di Sisifo». Il mio libro si ispira assolutamente alle idee esistenzialiste, di Camus in particolare. «La Caduta» del resto comincia a Amsterdam, come «il Cardellino».


Ma la scrittura di Camus è molto snella. Mai avrebbe scritto un libro spesso e ricco quanto «Il Cardellino»!


In effetti ,se parliamo di stile, ci sono molte differenze. Il mio si avvicina di più al romanzo inglese del XIXesimo secolo, ai romanzi russi anche. Dei grossi tomi in ogni caso.


Il titolo del romanzo fa riferimento a una tela del maestro olandese Carel Fabritius, che rappresenta un uccello nel suo trespolo. Perchè questa scelta?


E’ una piccolo quadro dai molti misteri. Gli storici avanzano numerose teorie a proposito ma nessuna prevale. Attualmente c’è un’esposizione dei capolavori del Mauritshuis alla Frick Collection, a New York, e quando confrontiamo il «Cardellino» alle opere di Vermeer per esempio, ci rendiamo conto di quanto questo quadro sia nudo. Niente decori, solo un piccolo uccellino. E’ un’illusione ottica involontaria : quando ci si avvicina alla tela si vedono molto bene le pennellate. E’ un quadro molto moderno rispetto al suo tempo. 


Quando l’ha visto per la prima volta sapeva che era quello giusto? 


Avevo bisogno di una piccola tela che Theo potesse trasportare facilmente. Poi avevo bisogno di una pittura che potesse parlare a un bambino. All’inizio avevo pensato un’opera di Holbein ma non era adatta. Così, quando ho visto per la prima volta «il Cardellino», in un’asta di Christie's ad Amsterdam, ho subito capito di aver trovato il mio quadro. 
In più non assomigliava affatto a un’opera olandese del XVIIesimo secolo, bensì a una pittura francese del XIXesimo... Questo fatto aggiungeva del mistero senza parlare del fatto che stava per finire tra le fiamme del grande incendio di Delft. La maggior parte degli altri quadri di Fabritius sono andati persi ahimè, solo una dozzina sono stati salvati. E così ho vissuto per dieci anni con una riproduzione di questo quadro appesa al muro, davanti a me. 


Lo stile del quadro ha influenzato la sua scrittura? 


Sì, lo penso. Questa idea, per esempio, di mescolare il vero e il falso, il realismo e l’illusione. E’ il cuore del libro. Alla fine del romanzo ho lasciato andare la punteggiatura. Un po’di forma in meno. E’ in questo spirito che l’ho concepito, per sentire innanzi tutto la pennellata – come nel quadro. C’è anche la catenella che tiene la zampetta dell’uccello. La storia del libro è lì racchiusa: la prigionia, la fuga. Questo funzionava ad ogni livello. 


L'uccello è legato al suo trespolo quanto lei al suo libro? 


Certamente. Tanto più che io scrivo a mano, su dei bloc notes. Il libro è diventato così grosso che alla fine ero circondata da pile di bloc notes. Negli ultimi tre anni specialmente: ero letteralmente intrappolata nel romanzo. 


Come fa a ricordarsi, dopo dieci anni di lavoro, di quello che ha scritto in un capitolo o in un altro? 


Mi ricordo di tutto. Assolutamente tutto. Non mi sfugge neanche un dettaglio. 


Quando parla di dieci anni di lavoro, quanti sono gli anni di preparazione e ricerca, e quanti di scrittura? 


Sono dieci anni di scrittura. E dieci anni di preparazione e ricerca. Tutto si fa allo stesso tempo. Apporto costantemente delle aggiunte e faccio molto avanti e indietro. A dire il vero ho cominciato a scrivere il libro dalla fine. La mia amica romanziera Ann Patchett paragona la scrittura alla preparazione di un soufflé, ed è esattamente così che va per quanto mi riguarda: mentre si scrive si aggiungono delle informazioni come il bianco dell’uovo alla pasta. E finisce per prendere corpo. 


Non guadagnerebbe molto più tempo con un computer? 


Ho iniziato a scrivere e a pubblicare poesie all’età di 13 anni. Poi le novelle ma non ero troppo entusiasta neanche di questa forma. Quando sono passata al romanzo ho intuito di aver trovato la mia forma espressiva ideale. Le mie abitudini però erano già radicate, perciò ho continuato con i bloc notes. Uso il computer per trascrivere io stessa il contenuto dei bloc notes in forma dattilografica.

     



Come è diventata scrittrice?

Disegnando. Quando avevo cinque anni disegnavo, scrivevo delle storie. Piano piano i disegni hanno lasciato il posto alle sole storie. Ho ancora dei blocchetti di quando avevo dieci o undici anni. Pagine e pagine su quello che avevo mangiato a cena, su ciò che il gatto aveva fatto, le prof che detestavo,una discussione a scuola. Era veramente il diario della mia vita quotidiana.
Oggi continuo a farlo ma non è più un diario propriamente detto. Sono presenti meno elementi autobiografici e più descrizioni di scene, trascrizioni di conversazioni o di cose che potrebbero dire i miei personaggi. Talmente che nei miei appunti più recenti non sono più io che parlo ma Theo, Boris, tutti i miei personaggi.

Era una brava allieva a scuola?

No, non valevo nulla! La scuola mi annoiava molto. Odiavo la matematica. Poi ho cominciato a partecipare a dei concorsi di scrittura e a vincerli. Era veramente l’unica cosa che ero capace di fare.

Quali libri, all’epoca, l’hanno segnata?

«Peter Pan». C’è d’altronde un po’ di Peter Pan in ciascuno dei miei libri. Più tardi, il primo autore per adulti che ho letto è Edgar Allan Poe. Lo adoravo a 12 o 13 anni. E Stevenson. L'altro libro che mi ha molto impressionata è «Doctor Jekyll e Mister Hyde». I temi dello sdoppiamento, della colpa, mi hanno molto colpita. Il primo romanzo russo a 17 anni fu «Delitto e Castigo», poi ho più o meno divorato tutti i romanzi di Dostoevskij. Tolstoj, in età più adulta. Da adolescente, trovavo quelle storie matrimoniali molto noiose.

L'esplosione che descrive, al Metropolitan Museum di New York, ricorda l’11 Settembre. Si è ispirata alle immagini degli attentati per queste scene?

A dire il vero avevo già cominciato la stesura del libro prima dell’11 Settembre. La scena era scritta. Io mi sono ispirata piuttosto all'attentato di Oklahoma City, precedente a quello del World Trade Center.

Bisognerà aspettare dieci anni per leggere il suo prossimo libro?

Spero di no! Ci sto lavorando. Ma non pensavo, iniziando questo libro, che mi prendesse così tanto tempo! Pensavo di raccontare solamente l’infanzia del mio eroe, non la sua maturità.

Scrive più volentieri a New York o in campagna?

Tutti e due. Ho una vecchia casa nel Sud, vecchia in ogni caso per gli Stati Uniti, del 1800. Ma ho scritto buona parte del libro a New York. Ho scritto praticamente tutto il mio primo libro a New York.

Può descrivere la stanza nella quale lavora?

In Virginia lavoro in un mezzanino. E’ una stanza minuscola, come una cella, sotto il portico. Era la camera degli schiavi e mi sembrava logico utilizzarla come ufficio per scrivere. E’ piena di carte. Anche i miei cani ci stanno - tutto il mondo chiuso al suo interno. Le finestre sono così basse, all’altezza dei fiori. Io lavoro in una scrivania da bambino che ho comprato a un’asta. Mi piace utilizzare la penna a sfera perchè scrivo sui due lati e non passa attraverso la carta. Immaginate la scena: io e i miei cani mentre riempio i miei bloc notes come una forsennata!


Articolo e intervista di Didier Jacob, Le Nouvel Observateur

Traduzione di Ilaria Cervone  (Articolo originale)



    

Romanzi:
The Secret History / Dio di illusioni (1992, Alfred A. Knopf)
The Little Friend / Il piccolo amico (2002, Alfred A. Knopf)
The Goldfinch / Il cardellino (2013, Little, Brown and Company)