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mercoledì 9 aprile 2014

Donna Tartt, l'eccezione culturale

Perla rara della letteratura americana, romanziera coltissima, pubblica dopo 10 anni di silenzio "Il Cardellino".  

     


Donna Tartt è molto di più che una scrittrice cult, di un’eccezione culturale. Appena dopo la pubblicazione del suo primo romanzo nel 1992, entra nel circolo elitario degli scrittori mondiali i cui libri sono oggetto di pari interesse per critici e grande pubblico.
Da allora ha pubblicato solo due libri, l’ultimo dei quali, «Il Cardellino», le somiglia: immenso e fragile, misterioso come questo uccello, dipinto dal maestro olandese Fabritius, che l’ha ispirato. Perchè se ha pubblicato poco, Donna Tartt si fa vedere ancora meno. Ecco perché queste sono confidenze particolarmente preziose di una persona timida che si sente più a suo agio in Virginia, nella sua bella casa in stile sudista dove i suoi cani sono i suoi primi lettori.
Racconta, in questa opera monumentale (quasi 800 pagine serrate che danno l’impressione,una volta finite, di essere il doppio senza che mai il piacere di leggere sia venuto meno), la vita di Theo Decker, un giovane newyorkese che perde la sua amata madre proprio mentre insieme visitano il Metropolitan Museum of Art, messo a ferro e fuoco da una bomba.
Ferito ma vivo, Theo soccorre un vecchio che, prima di morire, gli chiede di portare via un quadro di un pittore olandese raffigurante un cardellino per salvarlo dalla distruzione. Theo riesce a riemergere dalle rovine e nasconde l’opera d’arte che la polizia ricerca attivamente.
Comincia a questo punto il lungo racconto del suo percorso nel quale incontrerà una distinta madre di famiglia di New York, una ragazza sopravvissuta all’attentato della quale Theo si innamora, un restauratore di mobili e un trafficante di eroina. E’ una cattedrale proustiana, un canto di morte e di amore e l’affascinante cinguettio del più straordinario scrittore-uccello dei nostri giorni.




Nel suo nuovo libro cita Camus, Rimbaud e La Rochefoucauld. Parla bene francese. Dove l’ha imparato?

L’ho imparato a scuola. Non lo parlo molto bene ma riesco a leggerlo. In effetti non parlo molto bene neanche in inglese! [Ride.] Mi risulta più facile scrivere o leggere piuttosto che esprimermi a voce in inglese. Provo a leggere un libro all’anno in francese e ci metto un’infinità.


Legge piuttosto dei classici? Balzac? Flaubert?


Balzac, no. E’ un po’ troppo lungo per me. Io affronto testi brevi ma ricordo di aver letto, a scuola, il primo volume della «Ricerca» di Proust in francese. Per finire il libro devo confessare di aver fatto ricorso a una traduzione. In ogni caso la letteratura francese conta molto per me. L’idea del «Cardellino» mi è venuta leggendo il «Mito di Sisifo». Il mio libro si ispira assolutamente alle idee esistenzialiste, di Camus in particolare. «La Caduta» del resto comincia a Amsterdam, come «il Cardellino».


Ma la scrittura di Camus è molto snella. Mai avrebbe scritto un libro spesso e ricco quanto «Il Cardellino»!


In effetti ,se parliamo di stile, ci sono molte differenze. Il mio si avvicina di più al romanzo inglese del XIXesimo secolo, ai romanzi russi anche. Dei grossi tomi in ogni caso.


Il titolo del romanzo fa riferimento a una tela del maestro olandese Carel Fabritius, che rappresenta un uccello nel suo trespolo. Perchè questa scelta?


E’ una piccolo quadro dai molti misteri. Gli storici avanzano numerose teorie a proposito ma nessuna prevale. Attualmente c’è un’esposizione dei capolavori del Mauritshuis alla Frick Collection, a New York, e quando confrontiamo il «Cardellino» alle opere di Vermeer per esempio, ci rendiamo conto di quanto questo quadro sia nudo. Niente decori, solo un piccolo uccellino. E’ un’illusione ottica involontaria : quando ci si avvicina alla tela si vedono molto bene le pennellate. E’ un quadro molto moderno rispetto al suo tempo. 


Quando l’ha visto per la prima volta sapeva che era quello giusto? 


Avevo bisogno di una piccola tela che Theo potesse trasportare facilmente. Poi avevo bisogno di una pittura che potesse parlare a un bambino. All’inizio avevo pensato un’opera di Holbein ma non era adatta. Così, quando ho visto per la prima volta «il Cardellino», in un’asta di Christie's ad Amsterdam, ho subito capito di aver trovato il mio quadro. 
In più non assomigliava affatto a un’opera olandese del XVIIesimo secolo, bensì a una pittura francese del XIXesimo... Questo fatto aggiungeva del mistero senza parlare del fatto che stava per finire tra le fiamme del grande incendio di Delft. La maggior parte degli altri quadri di Fabritius sono andati persi ahimè, solo una dozzina sono stati salvati. E così ho vissuto per dieci anni con una riproduzione di questo quadro appesa al muro, davanti a me. 


Lo stile del quadro ha influenzato la sua scrittura? 


Sì, lo penso. Questa idea, per esempio, di mescolare il vero e il falso, il realismo e l’illusione. E’ il cuore del libro. Alla fine del romanzo ho lasciato andare la punteggiatura. Un po’di forma in meno. E’ in questo spirito che l’ho concepito, per sentire innanzi tutto la pennellata – come nel quadro. C’è anche la catenella che tiene la zampetta dell’uccello. La storia del libro è lì racchiusa: la prigionia, la fuga. Questo funzionava ad ogni livello. 


L'uccello è legato al suo trespolo quanto lei al suo libro? 


Certamente. Tanto più che io scrivo a mano, su dei bloc notes. Il libro è diventato così grosso che alla fine ero circondata da pile di bloc notes. Negli ultimi tre anni specialmente: ero letteralmente intrappolata nel romanzo. 


Come fa a ricordarsi, dopo dieci anni di lavoro, di quello che ha scritto in un capitolo o in un altro? 


Mi ricordo di tutto. Assolutamente tutto. Non mi sfugge neanche un dettaglio. 


Quando parla di dieci anni di lavoro, quanti sono gli anni di preparazione e ricerca, e quanti di scrittura? 


Sono dieci anni di scrittura. E dieci anni di preparazione e ricerca. Tutto si fa allo stesso tempo. Apporto costantemente delle aggiunte e faccio molto avanti e indietro. A dire il vero ho cominciato a scrivere il libro dalla fine. La mia amica romanziera Ann Patchett paragona la scrittura alla preparazione di un soufflé, ed è esattamente così che va per quanto mi riguarda: mentre si scrive si aggiungono delle informazioni come il bianco dell’uovo alla pasta. E finisce per prendere corpo. 


Non guadagnerebbe molto più tempo con un computer? 


Ho iniziato a scrivere e a pubblicare poesie all’età di 13 anni. Poi le novelle ma non ero troppo entusiasta neanche di questa forma. Quando sono passata al romanzo ho intuito di aver trovato la mia forma espressiva ideale. Le mie abitudini però erano già radicate, perciò ho continuato con i bloc notes. Uso il computer per trascrivere io stessa il contenuto dei bloc notes in forma dattilografica.

     



Come è diventata scrittrice?

Disegnando. Quando avevo cinque anni disegnavo, scrivevo delle storie. Piano piano i disegni hanno lasciato il posto alle sole storie. Ho ancora dei blocchetti di quando avevo dieci o undici anni. Pagine e pagine su quello che avevo mangiato a cena, su ciò che il gatto aveva fatto, le prof che detestavo,una discussione a scuola. Era veramente il diario della mia vita quotidiana.
Oggi continuo a farlo ma non è più un diario propriamente detto. Sono presenti meno elementi autobiografici e più descrizioni di scene, trascrizioni di conversazioni o di cose che potrebbero dire i miei personaggi. Talmente che nei miei appunti più recenti non sono più io che parlo ma Theo, Boris, tutti i miei personaggi.

Era una brava allieva a scuola?

No, non valevo nulla! La scuola mi annoiava molto. Odiavo la matematica. Poi ho cominciato a partecipare a dei concorsi di scrittura e a vincerli. Era veramente l’unica cosa che ero capace di fare.

Quali libri, all’epoca, l’hanno segnata?

«Peter Pan». C’è d’altronde un po’ di Peter Pan in ciascuno dei miei libri. Più tardi, il primo autore per adulti che ho letto è Edgar Allan Poe. Lo adoravo a 12 o 13 anni. E Stevenson. L'altro libro che mi ha molto impressionata è «Doctor Jekyll e Mister Hyde». I temi dello sdoppiamento, della colpa, mi hanno molto colpita. Il primo romanzo russo a 17 anni fu «Delitto e Castigo», poi ho più o meno divorato tutti i romanzi di Dostoevskij. Tolstoj, in età più adulta. Da adolescente, trovavo quelle storie matrimoniali molto noiose.

L'esplosione che descrive, al Metropolitan Museum di New York, ricorda l’11 Settembre. Si è ispirata alle immagini degli attentati per queste scene?

A dire il vero avevo già cominciato la stesura del libro prima dell’11 Settembre. La scena era scritta. Io mi sono ispirata piuttosto all'attentato di Oklahoma City, precedente a quello del World Trade Center.

Bisognerà aspettare dieci anni per leggere il suo prossimo libro?

Spero di no! Ci sto lavorando. Ma non pensavo, iniziando questo libro, che mi prendesse così tanto tempo! Pensavo di raccontare solamente l’infanzia del mio eroe, non la sua maturità.

Scrive più volentieri a New York o in campagna?

Tutti e due. Ho una vecchia casa nel Sud, vecchia in ogni caso per gli Stati Uniti, del 1800. Ma ho scritto buona parte del libro a New York. Ho scritto praticamente tutto il mio primo libro a New York.

Può descrivere la stanza nella quale lavora?

In Virginia lavoro in un mezzanino. E’ una stanza minuscola, come una cella, sotto il portico. Era la camera degli schiavi e mi sembrava logico utilizzarla come ufficio per scrivere. E’ piena di carte. Anche i miei cani ci stanno - tutto il mondo chiuso al suo interno. Le finestre sono così basse, all’altezza dei fiori. Io lavoro in una scrivania da bambino che ho comprato a un’asta. Mi piace utilizzare la penna a sfera perchè scrivo sui due lati e non passa attraverso la carta. Immaginate la scena: io e i miei cani mentre riempio i miei bloc notes come una forsennata!


Articolo e intervista di Didier Jacob, Le Nouvel Observateur

Traduzione di Ilaria Cervone  (Articolo originale)



    

Romanzi:
The Secret History / Dio di illusioni (1992, Alfred A. Knopf)
The Little Friend / Il piccolo amico (2002, Alfred A. Knopf)
The Goldfinch / Il cardellino (2013, Little, Brown and Company)

domenica 30 marzo 2014

Robert Lepage e Pedro Pires: Un Triptyque in tandem


Robert Lepage e Pedro Pires firmano la realizzazione di Triptyque, adattamento cinematografico di una delle «tre trilogie» che formavano l’opera Lipsynch del celebre regista che torna dietro la camera per la prima volta dopo “La face cachée de la lune” di dieci anni fa.
Che sia chiaro : malgrado non abbia realizzato lungometraggi da un decennio, Robert Lepage non ha mai perso il gusto del cinema. 
“E’ solo che non volevo più lavorare nel contesto in cui si faceva cinema 10 anni fa” precisa. Non pensavo ci fossero altri modi di fare cinema, e la maniera in cui funzionava all’epoca, tramite finanziamenti, era talmente complesso, bisognava mettersi in ginocchio.. ho altro da fare, io!»
Ma colui che abbiamo visto alla regia di molteplici progetti teatrali – specialmente l’allestimento del Cirque du Soleil o di altri produzioni d’opera, per non parlare delle prossime, a Montréal, come lo spettacolo Pique et Cœur alla TOHU (teatro di Montréal, NDT) e Les aiguilles e l’opium al TNM – non ha mai perso il contatto con il mondo della settima arte, moltiplicando i cameo e le collaborazioni . E non è un caso se l’artista è stato molto presente durante la realizzazione di alcuni cortometraggi di Pedro Pires, che firma ora con lui la realizzazione di Triptyque.
«All’inizio, è stata mia sorella, Lynda Beaulieu – la produttrice di Triptyque – a chiedermi di cosa avessi bisogno per riprendere il cinema, ricorda Lepage. Ho stilato una lunga lista di condizioni dicendomi che non avrebbe mai funzionato e alla fine lei ha trovato il modo di strutturarlo e finanziarlo. Volevamo assolutamente lavorare con Pedro.»
«A teatro si parla molto per evocare delle situazioni mentre il cinema le mostra in maniera più efficace, più immediata. Non ho mai preteso di stravolgere l’arte cinematografica. Sono più un uomo di teatro. Lavorare con Pedro Pires mi ha permesso di cambiare la forma, di renderla più interessante, più aderente al contesto, più contemporanea.» 


E’ stata la prima esperienza per Robert Lepage di codirezione di uno dei suoi lungometraggi ma malgrado ciò l’artista si è ritrovato in un terreno familiare : «A teatro, lavoro un po’ così, afferma. C’è il direttore d’orchestra e il regista. Hanno eguale importanza e il cantante deve dare ascolto a entrambi. Se si cerca di sconfinare nel territorio dell’altro le cose non funzionano. Il rispetto è reciproco. E’ necessario trovare dei punti forti ma anche accettare le proprie debolezze. Ci sono delle circostanze di fronte alle quali sono disarmato mentre per Pedro queste stesse sono naturali e fisiologiche.»
Ma Pires sottolinea che lui e Lepage hanno significativi punti in comune in materia artistica in generale e anche nel cinema. «Non ci dirigiamo in direzioni opposte, rimarca il cineasta. C’è un rispetto reciproco, una complementarietà nell’interesse per la realizzazione. Io ho i miei obiettivi, le mie inquadrature; Robert si occupa di ciò che concerne il testo e la drammaturgia. Una delle sue doti è di riuscire sempre a far trionfare il valore dell’idea.»
«Ciò che mi importa è l’opera, aggiunge Lepage. E’ così che lavoro a teatro. Si crea insieme: abbiamo tutti il nostro ego, delle convinzioni da difendere ma, a un certo punto, è l’opera a richiede qualcosa ed è quello che bisogna realizzare. All’inizio siamo tutti un po’ persi, il film non ha ancora forma e vogliamo far prevalere le nostre idee. Ciascuno ha le sue teorie. Poi arriva il momento in cui il film prende forma. E da quel momento bisogna seguire questo suo sviluppo.»


Trovare la propria voce

Lipsynch durava nove ore ed era in un certo senso composta da nove storie che si intrecciavano (una «trilogia di trilogie», riassume Robert Lepage). Per Triptyque, il regista ha scelto tre di questi personaggi, innanzi tutto per realizzarne dei cortometraggi che sono in seguito diventati il lungometraggio che uscirà la settimana prossima. Michelle (Lise Castonguay), libraia schizofrenica appena uscita dall’ospedale, punto di partenza del film; poi sua sorella, Marie (Frédérike Bédard), cantante che, operata di tumore al cervello, rimane momentaneamente priva di voce e soggetta a perdite di memoria; e Thomas (Hans Piesbergen), il fidanzato di Marie, che è stato prima di tutto il medico che l’ha operata quando attraversava un’importante crisi esistenziale. Le vicende di due originari del Quebec e di un Tedesco, che si intersecano e rimandano alla voce, alla parola, alla lingua. 
«L’attenzione per la lingua è una prerogativa del Quebec ma in questo caso la politica non c’entra, non c’è un legame col tema della salvaguardia della lingua, precisa Lepage. L’identità è sempre una tematica importante in Quebec. I personaggi sono internazionali ma alle prese con delle questioni di identità.»
Allo stesso modo, la religione, molto presente nello sfondo, marca una differenza culturale tra i personaggi. 
«Il rapporto con la religione di un abitante del Quebec è molto diverso rispetto a quello di un europeo. A un personaggio europeo riconduciamo soprattutto opere religiose, l’iconografia e oggetti da museo, sottolinea Lepage. In Québec – e siamo nel pieno del dibattito sulla laicità –, ci si sta appena liberando di una identità estremamente legata alla religione. Il rapporto dei personaggi con la spiritualità è dunque differente – per esempio, Thomas, che viene dal mondo della razionalità, è in crisi esistenziale, vive un vuoto spirituale enorme che cerca di colmare con l’alcool. Nelle mie opere c’è sempre un personaggio o due molto credenti o non credenti per niente, in ricerca spirituale.»

Traduzione di Ilaria Cervone (Articolo originale)

                  

                                                 

Robert Lepage (Québec, 12 dicembre 1957) è un attore teatrale, sceneggiatore, regista cinematografico e teatrale, oltre che direttore artistico e attore cinematografico canadese.
1995: Le Confessional
1997: Le Polygraphe
1998: Nô
2000: Possible Worlds
2003: Far Side of the Moon
2013: Triptych

Pedro Pires è nato a Nantes, in Francia, nel 1969 da genitori portoghesi. E' cresciuto a Quebec. E' regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e produttore.
1995: The Sound of the Carceri
2007: Danse Macabre
2010: Hope
2011: Totem
2013: Triptych

martedì 27 agosto 2013

Arthur Rimbaud, la foto ritrovata

"Ritornerò, con membra d'acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell'oro: sarò ozioso e brutale. Le donne son piene di cure per questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo."
(da 'Cattivo sangue', Arthur Rimbaud – Una stagione all’inferno, 1873)


Una vecchia foto inedita è stata scoperta in un mercatino dell’usato: quella di Arthur Rimbaud. 
Per la prima volta si vede chiaramente il volto del poeta in età adulta, in occasione del suo soggiorno all’ Hotel de l'Univers, a Aden, in Abissinia. Questa è la storia di una scoperta straordinaria.
Sedute a dei tavolini, sette persone sono in posa sulla scalinata dell’hotel de l'Univers a Aden, in Abissinia (oggi nello Yemen). _ Su questa foto della fine del XIX secolo, il primo uomo partendo da destra, teso in avanti, sguardo perso, assomiglia a Arthur Rimbaud. E’ ciò che pensano immediatamente Alban Caussé e Jaques Desse, due librai parigini, quando scoprono, in un mercatino dell’usato, questo pacchetto di vecchie foto di Aden. E’ successo 2 anni fa. “Si vedeva il viso, un tipo dagli occhi chiari che aveva l’aria di un extraterrestre in mezzo agli altri, un po’ come se fosse stato lì e contemporaneamente altrove”, racconta Jacques Desse. Nell’immagine, un tipo dagli occhi chiari e qualche parola scarabocchiata nel retro della foto finiscono per convincerli: “Hotel de l’Univers”… l’hotel nel quale Rimbaud ha soggiornato a Aden.


I due librai acquistano dunque tutte quelle vecchie immagini.
Dove? A che prezzo? Mistero. In merito a ciò, i due colleghi, che si definiscono loro stessi “cacciatori di tesori”, mantengono il segreto. Rimane da provare l’autenticità dell’imagine e confermare così la loro intuizione. Alban Caussé e Jacques Desse si rivolgono allora a Jean-Jacques Lefrère, biografo di Rimbaud e esperto incontestato. Autore anche di una corrispondenza postuma sul poeta che esce giovedì da Fayard. Jean-Jacques è subito convinto: si tratta dell’autore delle “Illuminazioni”. Il periodo, il contesto, i particolari, i personaggi corrispondono ai dettagli contenuti nelle lettere scritte all’epoca dal poeta. L’esperto confronta poi il ritratto di Rimbaud adolescente all’immagine ritrovata e nota numerose somiglianze. Queste ultime non lasciano alcun dubbio, scrive nell’articolo dedicato a questa straordinaria avventura nell’ultimo numero di Histories littéraires: “Ritroviamo la forma ovale del volto, la folta capigliatura che prende forma sulla fronte di una punta spostata un po’sulla destra”. Stesse somiglianze, secondo l’esperto, in “orecchie, naso e sopracciglia”. E’ una scoperta “straordinaria” racconta con entusiasmo François Desse e aggiunge: “è un po’ il collegamento che mancava tra la celebre foto del poeta diciassettenne di Etienne Carjat e i quattro autoritratti realizzati in condizioni molto poco favorevoli prima della sua morte nel 1891”.


Occhi azzurri in uno sguardo limpido. Questo anello mancante, questa famosa foto sarà presentata venerdì al Salon du Livre Ancien, contemporaneamente alla voluminosa “Corrispondenza postuma” di Jean-Jaques Lefrère. L’occasione per tutti di scoprire questo sguardo limpido che ha colpito coloro che hanno conosciuto Rimbaud, del quale il poeta Jean Richepin raccontava che aveva degli “occhi blu come non avevo mai visto: fastidiosi talmente erano chiari”. Centoventi anni dopo la sua morte, Rimbaud ci guarda dritto negli occhi.

Traduzione di Ilaria Cervone (Articolo originale)


"Un'apparizione maestosa, ineffabile: le sovrasta e le annulla tutte. Ecco "l'altro" Rimbaud. Il demiurgo spiega "il canto chiaro delle sciagure nuove", arreso alla forza di un avvenire che non conosce, non potrà mai conoscere. Potrà soltanto perdersi dentro quel flusso.
Nell'oscura preveggenza dell'avvenire quanti "altri" Rimbaud. Improbabili, falsi o falsificati. Frammenti di storie ferme al bivio dell'improbabile, dell'aleatorio, sempre sul punto di essere raccontate, per tentare di raffigurarne una: quella "vera", davvero imprendibile. Non si sa come siano nate, chi le abbia messe in moto, se quanto rievocano sia soltanto lo stravagante prodotto di una disposizione fantastica. " 
(tratto da "Rimbaud", Renato Minore, 1991 ed. Mondadori)

"Per delicatezza
ho perduto la mia vita"
(da 'Canzone della più alta torre', Arthur Rimbaud, Maggio 1872)

venerdì 5 luglio 2013

Zachar Prilepin vs Carrère : "L’Europeo medio esercita sempre meno fascino"


Lo scrittore Zachar Prilepin commenta Limonov, di Emmanuel Carrère, in occasione della pubblicazione del libro in Russia.

Diremo ancora una banalità ma, buon Dio, l’Europeo medio esercita sempre meno fascino . Ci sembrava cosi’ profondo, sottile, libero. Non come noi e, soprattutto, non come i nostri genitori… Bene, ho letto il libro di Emmanuel Carrère su Limonov. Si chiama così: Limonov.
Sì, Carrère ha scritto un libro molto attento e, nell’insieme, avvincente . Il passaggio più interessante – la voce di Carrère stesso, le sue osservazioni personali al di là di Limonov. Perciò, l’introduzione – le prime 30 pagine, sono le più intense.
Più avanti si passa all’esposizione, a volte parola per parola, dei libri di Limonov stesso (all’inizio nel dettaglio, in seguito vieppiù precipitosa) ; cosa che tutti i lettori di Edouard Benjaminovitch troveranno, chiaramente, un po’ pesante.
Carrère si ostina a definire il suo libro « romanzo » sebbene rientri, nella forma, assolutamente nei canoni tradizionali di una biografia – niente riporta al romanzo.
Eppure, comprendiamo perchè Carrère lo faccia. Componendo la sua opera, non ha operato alcuna distinzione tra gli eroi lirici dei libri fantastici dello scrittore Limonov e l’uomo chiamato Edouard Savenko.
Non sospettando nulla, Carrère riempie il suo racconto di episodi dei romanzi di Limonov, facendoli passare in una maniera o nell'altra per degli avvenimenti reali.
Per evitare questa responsabilità, chiameremo il libro "romanzo" - e il gioco è fatto.
Carrère agisce nei miei confronti esattamente nella stessa maniera (nel suo libro, uno dei capitoli è quasi interamente consacrato al vostro umile servitore) - utilizzando i romanzi Sankya e Péché come le basi per disquisire sulla mia vita.
Non dico che questo mi abbia particolarmente addolorato; al contrario, sull'immagine di Limonov nel libro - sorgono numerosi interrogativi.
Carrère aveva la possibilità di parlare con delle conoscenze francesi di Limonov, e di descrivere almeno il periodo parigino della sua vita facendo una comparazione tra la fantasiosa prosa e la realtà. A Parigi, una decina se non centinaia di persone si ricordano molto bene sia di Limonov sia di Natalia Medvedeva! Come lasciarsi sfuggire l'opportunità di lavorare un po' con le fonti originali? Tuttavia, l'obiezione principale non è nemmeno qui.
Sì, Carrère ha scelto la via più facile - esponendo liberamente gli argomenti più piccanti delle travolgenti opere di Limonov. Ma bisogna anche ammettere che il clamoroso successo del suo libro è legato intrinsecamente al fatto che egli ha scritto un libro leggero e anche, oso dire - privo di profondità.
Se il libro fosse stato più intelligente – Sarkozy si sarebbe davvero messo a raccomandarlo alla Francia intera? (perchè l'ha raccomandato, e addirittura due volte!)
E' un'altra la cosa che mi dispiace: questa insolita superficialità di molte delle rappresentazioni di Carrère sulla Russia – essa non è, secondo i criteri occidentali, assolutamente superficiale. Tutti i loro stereotipi e pregiudizi a nostro riguardo – è esattamente il marchio intellettuale dell'Europa. E non c’è modo di farlo sparire!
Il povero Carrère puntualizza trecento volte nel suo libro, specialmente rivolgendosi al suo lettore europeo, che Limonov è un « vile fascista » – e trecento volte ancora dopo ciò, con la più grande sincerità, tenta di spiegare che malgrado il suo « vile fascismo », Limonov è un brav'uomo – compassionevole, onesto, coraggioso.
Ma, un secondo, perchè gli Europei ci fanno da avvocati, chiarendo - a loro stessi d'altronde - che noi non siamo dei fascisti? Non ci capisco niente – chi ha liberato chi dal fascismo? Noi li abbiamo liberati o loro hanno liberato noi? Noi, vero? E perchè allora dovrebbero curarci? Forse tocca a noi curare loro?
Periodicamente, malgrado tutti i suoi sforzi di essere obiettivo, Carrère non riesce a liberarsene e soccombe sotto l'influenza dei suoi colleghi francesi.
Esempio:
Carrère mostra la fotografia di una marcia di Natzbols¹ a un giornalista. Bisogna precisare che era il periodo assolutamente eroico nel quale, a metà degli anni 90, Limonov con un gruppo di nostri compagni si era lanciato verso i villaggi cosacchi, ancora pieno di speranza riguardo la « passionaritಠ» di Razine e Pougatchev (capi cosacchi all’origine di insurrezioni contro il potere nel 17esimo e 18esimo secolo). Di questa passionarità, naturalmente, nessuna traccia - ma i Natzbols in compenso hanno incontrato più di una volta dei seri problemi con i servizi speciali.
Dunque, avendo visto la foto dei Natzbols a torso nudo, nel calore estivo, il collega francese di Carrère di getto ha sentenziato: "Una banda di froci, sono andati a incularsi lontano da Mosca per non farsi vedere".
Raccontando questa storia nel suo libro, manifesta una timida tendenza a non essere d'accordo col suo interlocutore, ma lì stesso pone una domanda retorica "Anche se fosse, chi lo sa?".
Emmanuel, puah!


Hai passato un lungo periodo con i rappresentanti di un partito del quale 120 membri sono stati in prigione, almeno sei membri sono morti in circostanze tra le più tragiche, mille hanno subito arresti, centinaia torture e pestaggi; e scrivi una tale scelleratezza. Il tuo amico o è un umorista infelice, o un idiota - a cosa serve citarlo?
In effetti, in questo libro, i Russi appaiono a volte come dei centauri, a volte come dei marziani e altre volte ancora come rappresentanti di tribù africane che hanno sorprendentemente appreso la letteratura. Naturalmente, questo non è espresso esplicitamente in Carrère in nessun passaggio, ma il sentimento di una abissale differenza tra l'Europeo e l'uomo russo non lascia mai l'autore.
La sorpresa più dolorosa mi aspettava alla fine dell'opera, quando Carrère assicura che Putin e Limonov - sono quasi la stessa cosa.
La base di questa conclusione è sorprendentemente semplicistica: Putin un giorno ha detto che solo un bastardo poteva non rimpiangere il crollo dell'URSS. E Limonov rimpiange l'URSS! Vedete? Tutto torna!
Ah sì, Putin , come Limonov, ha anche posato una volta nudo su una fotografia e con un coltello. Che spettacolo orribile per il saggio europeo (questo è almeno ciò che gli piace pensare di se stesso) che disprezza ogni violenza!
Per i più intelligenti, i più sottili, i più istruiti europei che si interessano alla Russia, un qualsiasi nostro pensiero sul tema del collasso del paese - è una diagnosi inequivocabile. E ancora, una diagnosi spaventosa. Forse anche definitiva. Che il Putin che assomiglia a Limonov abbia un capitale di più di 40 miliardi di dollari e Limonov nulla - sono solo dettagli meschini.
Che Putin nei primi anni novanta abbia lasciato i servizi segreti, tradendo il suo giuramento, per partire all'avventura col democratico Sobchak e che Limonov, invece, abbia cercato tenacemente la possibilità di evitare il collasso del paese presso la Casa Bianca, a volte prendendo parte a centinaia di incontri, a volte in Transnistria - sono ugualmente dei dettagli. Che alla fine, Limonov è un grande umanista e un grande scrittore e che Putin, in molti sensi, sia il suo esatto contrario, ancora una volta, non importa. La sostanza - entrambi rimpiangono l'URSS.
...Pertanto, avendo un po' ripreso fiato, mi sono detto: cosa voglio, tutto sommato, da Carrere? È lui che ha decretato che il crollo dell'URSS è stata una grande benedizione, che la storia sovietica era un flusso di crudeltà e schifezze reiterate, che il cercare di pensare gli eventi in Jugoslavia in maniera un po' differente rispetto all'Occidente era un primo passo verso il fascismo e che Putin è stato luogotenente del KGB, restauratore dell'Impero e un orribile militarista su un trono? Mi chiedo se questo sia veramente lui, Carrère.
Ma con noi, pensano la stessa cosa tutti i meravigliosi tribuni liberali - i fratelli, che insegnano al popolo da lustri il giusto atteggiamento verso sé e il paese.


Note:
*1 Natzbols, membri del partito nazional-bolscevico fondato nel 1992 e guidato da Eduard Limonov
*2 Passionarità, energia vitale di un gruppo umano, concetto creato dall'etnologo russo Lev Goumilev

Zachar Prilepin è uno scrittore, linguista, giornalista e uomo politico russo nato il 7 luglio 1975 nel villaggio di Ilinka (regione di Ryazan). Il suo vero nome è Yevgeny Nikolayevich Prilepin. Prilepin è veterano della guerra in Cecenia, membro del Partito Nazional Bolscevico dal 1996 e un oppositore di Vladimir Putin. Buona parte delle sue opere (Il peccato, San'kja e Patologie) è tradotta in italiano dalla casa editrice Voland.

Traduzione di Ilaria Cervone dalla versione francese
(Articolo originale russo)