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domenica 27 gennaio 2013

Kathryn Bigelow e Mark Boal, Oscar di coppia - Zero Dark Thirty


Kathryn Bigelow e Mark Boal, regista e sceneggiatore di Zero Dark Thirty, film in corsa per 5 oscar e fra pochi giorni sugli schermi italiani, sono una delle coppie più potenti di Hollywood, compagni nella vita e in campo professionale. 
Con la prima collaborazione, nel 2008 in The Hurt Locker, si assicurarono sei statuette tra cui miglior regia - lei, prima donna nella storia dell’Academy of Motion Picture - sceneggiatura e film. Zero Dark Thirty (termine militare che indica il cuore della notte, 12.30 AM) racconta la guerra al terrorismo di Al Qaeda e la cattura del pericolo pubblico n.1 Osama Bin Laden, che dopo l’11 settembre diventa il must dei presidenti americani. Obama in particolare: tanto che al film, negli Usa, non sono state lesinate fin dai tempi della lavorazione critiche di eccessiva foga filo-governativa, al limite dello spot per la rielezione del candidato Barack. Alla spettacolarità del film concorre poi il cast stellare che interpreta il gruppo di agenti Cia: Jessica Chastain (premiata nei giorni scorsi col Golden Globe), Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez. 
Incontriamo Bigelow & Boal al Mandarin Hotel di New York, quando il film ha già fatto incetta di premi dei critici, da New York a Boston, da Los Angeles a Washington, più quelli di American Film Institute e National Board of Review.


Cominciamo dall’inizio. Come è nato il tutto?

Bigelow: Quando Osama Bin Laden è stato assassinato, nel maggio 2011, stavamo già lavorando da tre anni alla sceneggiatura di un film che narrasse i misteri dietro il suo esilio. Alla notizia della sua morte, però, abbiamo cestinato il lavoro fatto fino a quel momento, per scrivere un nuovo film. Mark e io sentivamo l’obbligo di andare avanti, raccontando la storia che stava sviluppandosi sotto i nostri occhi. 


Boal: Ho iniziato la mia carriera da reporter raccontando esperienze di guerra su riviste come PIayboy, The Village Voice e Rolling Stone, e amo integrare le sceneggiature che scrivo utilizzando il mio background giornalistico.


Alcune parti del film sono basate su fatti realmente accaduti, altre comprese le scene controverse sulle torture sono interpretazioni di testimonianze di gente coinvolta nelle vicende. Ma, alla fine, quanto c’è di vero?

Boal: Prima di tutto questo non è un resoconto giornalistico a cui riferirsi per capire la verità dei fatti accaduti. Volevamo fare un film, che catturasse un momento della nostra storia e sopravvivesse al passare del tempo, che al pari di altre storie sullo stesso soggetto valesse la pena di essere visto anche 5, 10 anni dopo. Quando molti dei fatti saranno stati esaminati con accuratezza. E' un soggetto delicato, su cui è stato scritto molto e su cui si scriverà ancora: come film-maker speriamo di essere stati coerenti, ma resta un film, non un documentario. Quindi è sempre difficile dire quali sono i fatti storici e quelli romanzati.

Kathryn, quando ha scoperto che una delle protagoniste di questa storia era donna, è rimasta sorpresa?

Bigelow: Sono rimasta positivamente sorpresa del fatto che c’erano e ci sono oggi parecchie donne ai vertici della Cia. Quando pensiamo a un cacciatore di terroristi, non credo che la prima immagine che ci viene in mente sia molto femminile: è ancora difficile pensare che una donna sia al centro della caccia all’uomo più pericoloso del mondo. Però è stata una realtà. Comunque per me era interessante raccontare la storia di donne e uomini che ogni giorno rischiano la vita per la sicurezza del nostro Paese, ritrarre i segreti della quotidianità del loro lavoro, aspetti di vita sconosciuti, visti con curiosità, rispetto e responsabilità.

Ha pensato di mostrare una sorta di potere femminile?

Bigelow: Se devo essere sincera, mi sono interessata alla storia al di là del fatto che una donna fosse protagonista. Per me era importante la qualità del personaggio, la sua forza e determinazione, non tanto la sua identità sessuale. Il carattere della mia protagonista è definito dalle sue azioni. Però, sì, l’idea che fosse una donna ha aumentato le mie emozioni, ha eccitato i miei pensieri. Ho letto la sceneggiatura - incredibile - ero felicissima di avere il privilegio di dirigere un film così interessante. Devo ringraziare Mark.

Quanto è reale il personaggio di Jessica Chastain?

Boal: I personaggi del film sono basati su persone reali, ma i dialoghi sono stati scritti come sceneggiatura, in modo da poter riassumere dieci anni in poco più di due ore, integrandoli poi con le informazioni che mi ha dato la gente che ho incontrato e con ciò che ho ricostruito della storia. Jessica-Maya (nel film) è un personaggio fittizio nel nostro racconto (visto che nessuno sa chi sia in realtà l’agente di cui si parla) ma anche vero, reale, basato su molti reportage di persone che hanno vissuto queste vicende incontrandola e lavorando con lei. Nessuno di noi ha mai ricevuto il nulla osta per incontrare la vera Maya, nemmeno Jessica si e mai trovata vis-à-vis con lei. Perché? Perché nessuno deve sapere chi sia, altrimenti ne andrebbe della sua vita.

Come lavorate insieme? Quanto è stato importante aver già lavorato insieme per The Hurt Locker?


Bigelow: Ci sono aspetti comuni tra The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, certo non avrei mai potuto fare questo film senza l’esperienza dei precedenti. Il nostro è un processo collaborativo molto creativo, siamo in sintonia da vari punti di vista, estetici e di contenuti, non è facile avere rapporti così interessanti, profondi con molte persone. Siamo fortunati. 

Boal: Come dico sempre a Kathryn, tu sei lo chef, mentre io ti fornisco gli ingredienti per cucinare un piatto ricco, appetitoso.


E' stato difficile raccontare una storia che sapevate già come andava a finire?

Bigelow: Ciò che mi ha intrigato della sceneggiatura è stato il fatto che era una storia drammatica, affascinante, stimolante. E che ci faceva intravedere molti aspetti, sconosciuti alla gente normale, attraverso gli occhi di Jessica e Jason: la dedizione, il coraggio, i sacrifici di gente che lavora per la sicurezza, e il prezzo che pagano ogni giorno per le loro scelte. Una storia molto drammatica: e il fatto che si sappia la fine non fa che aggiungere suspence.

Qual è stata la scena più complessa da girare?

Bigelow: Logisticamente, la cattura di Osama è stata complicata. Volevo che gli spettatori fossero immersi fisicamente in tutti gli aspetti dell’operazione, come se fossero sul luogo, al fianco degli agenti. Abbiamo girato senza luce, replicando quella famosa notte senza luna, applicando degli occhiali per la visione notturna sopra le lenti delle nostre telecamere. stato interessante vedere un centinaio di persone, tra membri della troupe e soldati, girovagare nel buio totale, cercando di non rovinare le mie riprese!

Come regista, cosa si impara da attori di talento?

Bigelow: Imparo tantissimo facendo il casting, specialmente per scoprire se la persona davanti a me ha le qualità emotive del personaggio che sto costruendo. Ho un rispetto immenso per il mestiere di attore: sono persone speciali, meritevoli di tutta la nostra-vostra venerazione. Il loro è un lavoro massacrante, infame, da infinite sedute psichiatriche. Ma allo stesso tempo li eleva, e gli permette di allargare consciamente e inconsciamente i limiti della personalità.

(Intervista di Roberto Croci, tratta da D di Repubblica, 26 gennaio 2013)

domenica 15 aprile 2012

La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy), di Tomas Alfredson (2011)


La Talpa (Tinker Tailor Soldier Spy) (2011)

Quando si inizia a sospettare che ai vertici dei servizi segreti inglesi ci sia un traditore, un finto amico che fa il gioco del nemico e che è assolutamente necessario smascherare il più in fretta possibile per la sicurezza della Gran Bretagna e dell’intero occidente, toccherà all’agente segreto George Smiley snidare la talpa. Nella sua pericolosa impresa Smiley non potrà fidarsi di nessuno.

Director: Tomas Alfredson
Story: John le Carré
Stars: Mark Strong, John Hurt, Gary Oldman, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Tom Hardy

Piccole, ma non insignificanti corrispondenze, lasciavano presagire un incontro artistico tra uno dei più interessanti registi apparsi negli ultimi anni, Tomas Alfredson, e i libri dello scrittore ed ex agente segreto del MI6, John Le Carrè. 
Innanzitutto un indizio di comunanza stilistica, un'impassibile sobrietà tragica che entrambi stendono, come un mantello stoico, sull'intera opera, e l'incidentale (?) somiglianza dell'incipit di un romanzo di John le Carré, 'The Looking Glass War' ('Lo specchio delle spie' in Italia) : "La neve copriva l'aeroporto, era venuta dal Nord, nella foschia, spinta dal vento notturno, odoroso di mare. Sarebbe rimasta tutto l'inverno, una polvere sottile, gelida, granulosa che non si scioglieva, era statica, come un anno senza stagioni." 
con quello del film che ha reso noto al mondo intero il regista svedese, 'Let the right one in' (Lasciami entrare) :


'La Talpa' non è solo un film di spionaggio acre e rassegnato, dalle atmosfere cineree rese perfettamente con una messa in scena assoluta, è anche e soprattutto un'indagine certosina sull'inconsistenza dei giochi dei grandi. L'ossessiva cura di prassi, codici, meccanismi, che diventa il fine e non più il mezzo per celare e trafugare fantomatici segreti. 
Il perseguimento di una vittoria incolore, insapore e senza nome, se non quello della vanità personale, pedissequamente all'amnesia totale di una causa (chi parla più di causa?). 
“Ci hanno adoperati...ci hanno truffati tutti perché era necessario.., In questo gioco esiste soltanto una legge... Che cosa credi che siano le spie? Santi, martiri, preti? Sono una squallida processione di idioti vanesi e di traditori, di omosessuali, sadici ubriaconi, di gente che gioca agli Indiani e Cowboys per rallegrare una vita squallida. Credi che se ne stiano a Londra, occupati a soppesare bene e male? […] Non credo in niente, neanche nella distruzione o nell’anarchia. Sono nauseato, nauseato di uccidere, ma non vedo che cosa posso fare di diverso: dappertutto è lo stesso, gente truffata e imbrogliata, vite intere sprecate, gente fucilata ed imprigionata, interi gruppi e classi di uomini cancellati senza ragione.”


Dal setaccio di una regia perfetta emerge lentamente l'oro della reale sostanza in gioco: vite non vissute realmente, o meglio come infiltrati in se stessi, talpe che si celano i segreti dei sentimenti, dissimulatori dei propri gusti sessuali. Osservatori, da dietro due fondi di bottiglia, dello spleen fatale di non sentirsi parte del mondo che scorre, forse con la malata ambizione di credersi "spia al servizio dell’Altissimo" come scrisse Kierkegaard.George Smiley è l'esatto contrario di James Bond, proprio come sono, culturalmente e stilisticamente, agli antipodi Fleming e Le Carrè. Il male, nei libri e film di 007, è una minaccia fisica, nel lavoro di Alfredson è invece una consapevolezza spirituale e un'impostura dialettica.
Proprio il personaggio interpretato da un sublime Gary Oldman, all'interno di una matassa intricata, è proprietario di un'epifania struggente; una ritorsione delle sue stesse parole, così centellinate e ambigue, ma mai abbastanza: anche solo una rarissima conversazione personale gli costa il tradimento della moglie. Per chi educhi la propria anima alla costante dissimulazione, non c'è segreto che pronunciato non porti dolore.

Voto: 8

Luca Tanchis