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giovedì 10 aprile 2025

Perché «ora»? I misteri del Tempo secondo Paul Davies



Il presente non è oggettivamente privilegiato: secondo la relatività, tutti i momenti del tempo coesistono, quindi "ora" è solo una percezione soggettiva.
Il principio antropico e la statistica bayesiana suggeriscono che il nostro tempo di esistenza non è casuale ma legato a condizioni cosmiche favorevoli alla vita.
Viviamo in un’epoca speciale, in cui la vita intelligente è possibile, ma potrebbe essere solo una breve parentesi nella storia dell’universo. Paul Davies prova a spiegarci

Perché «ora»?


Perché non viviamo nel regno di Giorgio III?
John McTaggart


Non è solo l'idea di flusso temporale a lasciarci perplessi. Il passare del tempo è spesso visto come l'avanzare dell'«ora» attraverso il tempo. Possiamo immaginare la dimensione temporale come una linea del destino, e identificare un istante particolare - l'«ora» - in un piccolo punto luminoso sulla linea. Con il «trascorrere del tempo» il punto luminoso si muove regolarmente in avanti lungo la linea verso il futuro. Inutile dire che i fisici non trovano nulla del genere nel mondo oggettivo: nessuna lucina, nessun presente particolare, nessuna migrazione lungo la linea temporale. Ma dove se ne va l'«ora»? Da bambino fui profondamente colpito quando mia madre mi disse che se non avesse incontrato mio padre io non sarei nato: non mi era mai venuta in mente una cosa simile. Naturalmente lei avrebbe sì potuto dare alla luce un bambino nel 1946, ma quel bambino non sarei stato io, sarebbe stato qualcun altro! E allora? La mia infantile fiducia nell'idea che lei avesse ragione mi portò a pensare che sarei nato in un altro tempo, da altri genitori. Ma quando? Stavo sveglio di notte a meditare su tutto ciò. Perché stavo vivendo ora invece che in qualche altro periodo storico? Mi sarei così facilmente potuto trovare a vivere al tempo dei Romani, oppure nel XXI secolo. Dato che io devo esistere, che cosa, mi chiedevo sconcertato, determina il momento in cui esistere? Per me, «ora» è il momento in cui mi sento vivo e ho esperienza del mondo. E allora perché siamo nel XX secolo ora? In altre parole, perché ora è «ora»? C'è forse qualcosa di speciale rispetto a questo «ora» - il mio «ora» -in quanto opposto agli altri «ora», come quelli del xxv secolo? Forse anche gli spiriti problematici del XXV secolo si interrogheranno riguardo a cosa ci sia di speciale rispetto ai loro «ora»? 

Ovviamente, sempre che a quell’epoca ci sia ancora qualcuno. 

Ah, ma allora questo potrebbe spiegare perché sono vivo ora... forse perché non potrò esserlo allora? Oppure, ribaltando il discorso, forse il fatto che io sia vivo ora implica qualcosa di spiacevole per la razza umana del XXV secolo?

Brandon Carter, un astronomo inglese che vive in Francia, ha un suo parere in merito. Tra i colleghi astrofisici Carter è diventato famoso per il suo lavoro sui buchi neri. Altri ne conoscono il nome in rapporto al cosiddetto «principio antropico». Questo principio afferma in modo abbastanza innocente che il mondo che ci circonda non può essere tale da impedire l'esistenza di esseri coscienti. Dato che noi siamo qui e coscienti, non c'è da stupirsi se vediamo il mondo congruente con la nostra esperienza: non potrebbe essere altrimenti. In questa forma il principio antropico è banale. Diventa tuttavia più interessante quando si tiene conto del fatto che alcuni aspetti di ciò che osserviamo potrebbero non essere propri dell'intero complesso. Per esempio, non si può certo sostenere che la nostra localizzazione nello spazio sia tipica. La maggior parte dell'universo o è vuota oppure è costituita da gas rarefatto, mentre noi viviamo sulla superficie di un pianeta solido. La maggioranza dei pianeti è o molto fredda o molto calda, mentre il nostro ha condizioni intermedie. Non c'è nulla di misterioso in tutto ciò: l'esistenza di organismi biologici coscienti richiede circostanze speciali, quali quelle di un pianeta solido a una temperatura adatta. Non ci sarebbe stata evoluzione in condizioni molto diverse. Potrebbe anche essere che il nostro Sole, o la Via Lattea, siano in un qualche modo speciali (non esiste comunque alcuna evidenza osservativa che lo siano). Se così fosse, ci sarebbe allora una ragione per cui ci troviamo a vivere in questa parte dell'universo piuttosto che in qualsiasi altra. 

Riconoscere che la nostra localizzazione nello spazio non è tipica porta facilmente alla stessa conclusione per quanto riguarda il tempo. Forse viviamo in quest'epoca piuttosto che in altre perché la vita nelle altre sarebbe impossibile?

L'astrofisico americano Robert Dicke sottolineò molti anni fa che la vita (almeno come noi la conosciamo) richiede alcuni elementi chiave, come il carbonio, ed è improbabile che tali elementi esistessero subito dopo il Big Bang. Il carbonio all'inizio non esisteva ma venne prodotto solo in seguito all'interno delle stelle. Queste possono liberare poi il carbonio nello spazio in molti modi diversi, per esempio con l'esplosione di una supernova, che permette di riciclare il carbonio con una nuova generazione di stelle e di pianeti. Dicke calcolò che sarebbe occorso che almeno una generazione di stelle vivesse e morisse prima che potesse avere inizio la vita biologica. D'altro canto, dopo qualche generazione, le stelle comincerebbero a scarseggiare e i sistemi planetari equabili, come il sistema solare, sarebbero qualcosa che appartiene al passato. Ciò significa che la nostra esistenza in quest'epoca (circa due o tre generazioni stellari dall'inizio del grande dramma cosmico) è del tutto particolare e per nulla sorprendente. Nel corso di un memorabile incontro alla Royal Society di Londra nel 1983, Brandon Carter impresse al tema del «perché ora?» un drammatico (e, almeno secondo l'opinione di molti, assurdo) sviluppo.

Ecco il suo ragionamento: provate un po' a immaginare tutti gli esseri umani che esisteranno nel corso del tempo. Se l'umanità risolvesse i suoi attuali problemi e prosperasse per migliaia o persino milioni di anni, la maggior parte degli uomini vivrà nel nostro futuro. Noi saremmo quindi degli esseri umani molto atipici che vivono alla fine del XX secolo. Ma quale ragione abbiamo di supporre che noi, gente del tardo XX secolo - semplici esseri umani casuali nella vastità della storia umana - siamo speciali? Nessuna. Di conseguenza, l'idea che l'umanità prospererà a lungo è sospetta. Se noi siamo davvero atipici, allora il genere umano è condannato e destinato a una scomparsa imminente. Questa predizione apocalittica venne formulata in tono serio e tranquillo e resa quindi oscura da diapositive quasi illeggibili, e fu forse a causa di ciò che all'epoca rimase inascoltata. Lo stesso Carter non insistette sull'argomento pur ritenendo che i comandanti dei sottomarini nucleari avrebbero fatto bene a rifletterci sopra. L'audace riscontro di Carter dell'enigma del «perché vivo ora» era simile alla mia perplessità infantile.



Osservate le tre curve della figura. Mostrano tre possibili scenari per il futuro dell'umanità basati su proiezioni alternative della crescita della popolazione. In
a il numero degli esseri umani continua a crescere anche nel lontano futuro. È difficile immaginare come ciò possa accadere senza una rapida colonizzazione degli altri pianeti. In b la popolazione della Terra cresce impetuosamente, per poi stabilizzarsi forse intorno ai venti miliardi. In c la curva raggiunge il suo massimo in corrispondenza di un valore che non è molto maggiore di quello attuale, per poi scendere bruscamente. Ogni grafico mostra la nostra posizione approssimativa (l'«ora») che coincide con il brusco aumento della popolazione caratteristico del XX secolo. È interessante notare che, a causa della crescita accelerata di popolazione, circa il 10% degli esseri umani che esisteranno nel corso del tempo stanno vivendo proprio ora.

Siamo al giorno del giudizio? I grafici mostrano tre proiezioni alternative per la crescita della popolazione umana. La caratteristica comune è la brusca crescita nel xx secolo. La nostra esistenza in questa particolare epoca è atipica e casuale eccetto nel caso della curva c, in cui la crescita della popolazione subirà un brusco declino, forse a causa di una catastrofe improvvisa.

Appare subito chiaro che vivere su questa ripida pendenza è altamente atipico sia nello scenario a, sia in quello b, mentre è abbastanza naturale nel caso c. Ciò ci suggerisce che c possa essere più vicino alla vera distribuzione degli esseri umani, e che il valore massimo probabilmente non è troppo lontano nel futuro. Il successivo e drastico declino della popolazione potrebbe avere molte cause; guerra nucleare, malattia, disastro ecologico, impatto di un asteroide, ecc. 

Molti accantonano l'argomento di Carter in maniera sprezzante. Come è possibile predire il futuro di esseri umani liberi basandosi su grafici immaginari e argomentazioni probabilistiche? Quei futuri esseri umani non esistono neppure. Come possiamo porre le loro osservazioni (per esempio gli «ora» del xxv secolo) - o forse le loro non-osservazioni - sullo stesso piano delle nostre osservazioni ora (cioè in questo «ora»)? Dopotutto noi esistiamo davvero ora, mentre loro ancora non esistono! Ma questa è un'obiezione fallace. Einstein ha demolito l'idea di un «ora» universale e ha indicato la strada verso un «tempo bloccato», nel quale tutti gli eventi - passati, presenti e futuri - sono ugualmente reali. Per il fisico, gli esseri umani del XXV secolo sono «là» (oppure no, se la curva c della figura 12.1 è una previsione corretta). Loro sono là, nel futuro.

Anche se Carter si è mostrato cauto riguardo a quest'argomentazione apocalittica (e infatti la omise nella versione della sua conferenza che pubblicò in seguito), il filosofo canadese John Leslie le ha dedicato molta attenzione. Leslie paragona l'insieme di tutti gli esseri umani che esisteranno nel corso del tempo a gettoni collocati dentro un'urna immaginaria. C'è un gettone per ognuno di noi con sopra scritto il nostro nome. La mano del destino si tuffa nell'urna ed estrae i gettoni uno a uno, portando così in vita la persona corrispondente. Sappiamo che fino a oggi sono stati estratti circa quaranta miliardi di gettoni (oggi ci sono circa quattro miliardi di persone). A partire dai dati disponibili possiamo trarre delle conclusioni riguardo al numero di gettoni che rimangono nell'urna? Carter e Leslie dicono di sì, e sostengono che è poco probabile che il numero sia molto più grande del totale estratto finora.

Per capire perché, proviamo a ridurre i numeri in gioco alle dimensioni di una vera urna e facciamo un semplice esperimento pratico. Supponiamo che vi venga mostrata un'urna e vi venga detto che esistono due possibilità: 

1) l'urna contiene dieci gettoni (la visione apocalittica di Carter) e 

2) l'urna contiene mille gettoni. 

Non avete alcuna idea riguardo a quale delle due possibilità corrisponda al vero stato delle cose, ma vi viene detto che, in ogni caso, il vostro nome è scritto su uno e un solo gettone. Vi viene chiesto di scommettere su 1) o su 2). In assenza di qualsiasi indizio ulteriore ogni risposta è buona. Supponiamo che voi siate scettici rispetto a 1) e lo diate 50 a 1. I gettoni vengono ora estratti uno a uno e dopo averne estratti tre appare già il vostro nome. Vi viene allora chiesto se intendete rivedere le vostre stime delle probabilità. Naturalmente lo vorrete: state puntando forte sull'urna che contiene mille gettoni e il vostro è stato estratto dopo tre soltanto. È più probabile che ci siano solo dieci gettoni nell'urna piuttosto che mille. Alla luce di questa nuova prova, c'è una ben nota formula matematica, chiamata «regola di Bayes», per calcolare le probabilità migliori. Con le cifre sopra indicate risulta che la probabilità che 1) sia corretta è ora 2/3, cioè doppia di quella 2). 

La regola di Bayes è una tecnica standard per assegnare delle stime di probabilità a ipotesi tra loro in competizione quando siano disponibili solo informazioni limitate. Leslie crede che la si possa applicare al caso della «grande urna umana»; visto che «i nostri gettoni» sono stati estratti abbastanza presto, noi possiamo ragionevolmente concludere che Carter ha ragione e che presto arriverà l'apocalisse. 

L'argomento del giudizio universale trova ancora un inatteso sostegno. Non è strano, ha chiesto Carter, che «ora» sia circa quando il Sole si trova nella sua mezza età? Se l'evoluzione fosse avanzata solo poco più lentamente, noi non avremmo mai fatto in tempo a esserci. Il Sole avrebbe bruciato costantemente per qualche miliardo di anni; la vita sarebbe nata sulla Terra e si sarebbe sviluppata un poco, per venir poi spazzata via dai raggi mortali della nostra stella, prima che qualunque essere senziente potesse comparire per preoccuparsene. Dal momento che i processi dell'evoluzione biologica sono in gran parte casuali e non hanno un'ovvia connessione con i processi che determinano il tasso di invecchiamento del Sole, sembrerebbe non esistere alcun collegamento fisico tra la durata della vita del Sole e la scala temporale dell'evoluzione. Il fatto che questi lunghi periodi risultino tuttavia differire all'incirca solo di un fattore due sembra decisamente sospetto. 

Carter spiega l'approssimativa «coincidenza» di queste due scale temporali, evidentemente indipendenti, con una curiosa argomentazione. Forse, ragiona Carter, gli esseri intelligenti come noi sono altamente improbabili, tanto improbabili che ci si aspetterebbe un'enormità di tempo perché si possano evolvere. Ciò non significa che non possono sorgere prima (il che è ovvio, dal momento che l'hanno fatto) - un processo casuale molto raro può sempre verificarsi più velocemente per puro caso, contro ogni probabilità - ma è preferibile che queste probabilità si concretizzino il più tardi possibile, per consentire la massima durata di tempo necessario a che si verifichi una qualsiasi sequenza rara di eventi.

Per chiarire questo punto ricorrerò a un'altra analogia con il gioco d'azzardo. Supponiamo che vi venga chiesto di lanciare tre dadi e di ottenere dapprima tre uno, seguiti a un certo punto da tre due, e infine da tre tre. Queste improbabili terne corrispondono a un qualche passo poco probabile nell'evoluzione dell'umanità (per esempio, l'emergere della coscienza). Vi vengono concessi cinquanta lanci in tutto. Le possibilità sono: di non ottenere del tutto la sequenza richiesta; oppure di ottenerla, ma allora è più probabile che i tre tre compaiano verso la fine della serie di lanci piuttosto che all'inizio, affinché ci sia il maggior numero di tentativi perché i primi due passi si verifichino contro le previsioni. La ragione di ciò è che le probabilità di ottenere tre uno, tre due e tre tre sono molto più basse nei primi lanci rispetto alla fine.

Applichiamo queste idee pericolose all'evoluzione umana: se ci sono n passi improbabili nel nostro sviluppo, maggiore è il numero n, più vicini probabilmente saremo alla «fine del processo», cioè al giorno del giudizio. Ora, alcuni biologi potrebbero argomentare che n è uguale a uno o due. Se ciò è corretto allora si spiega facilmente il fatto curioso che l'epoca in cui si è sviluppata la vita dell'uomo risulta coincidere (con l'approssimazione di un fattore due) con la probabile vita totale del Sole. D'altro canto, si può fare a meno del Sole e della coincidenza tra le scale temporali e ribaltare l'argomento, supponendo invece che n sia un numero molto grande.

Molti biologi, in realtà, pensano che si sia verificata una lunga serie di eventi improbabili per arrivare all'Homo sapiens. Se hanno ragione, allora molto probabilmente siamo vicini al giorno del giudizio. Carter è riuscito a determinare una formula pratica, basata sulla semplice teoria delle probabilità, per stabilire quanto tempo possiamo sopravvivere. Per calcolare il tempo che ci rimane, si divide la presunta vita totale del Sole (diciamo otto miliardi di anni) per n + 1. Se n è pari a un milione, possiamo pensare di avere non più di circa ottomila anni prima di essere annientati in un modo o nell'altro. (Per una lista delle orribili alternative vi consiglio il mio libro Gli ultimi tre minuti.) 

Se credete all'argomento di Carter, allora non avete bisogno di preoccuparvi del perché siete esseri umani che vivono ora anziché piccoli omini verdi nella galassia di Andromeda tra cento miliardi di anni. Molto probabilmente questi esseri non esisteranno, né verdi né di nessun altro tipo. Anche se la possibilità di una forma di vita inferiore da qualche altra parte rimane aperta, l'argomento lascia intendere che la vita intelligente è verosimilmente circoscritta alla Terra di quest'epoca, il che fornisce un'unica e improbabile apertura nello spazio e nel tempo che a noi capita di occupare per un puro colpo di fortuna.


Paul Davies, I misteri del tempo. L'universo dopo Einstein, traduzione di Elisabetta del Castillo, Milano, Mondadori, gennaio 1996

Paul Charles William Davies (Londra, 22 aprile 1946) è un fisico, saggista e divulgatore scientifico inglese, famoso anche per i suoi studi di cosmologia e di esobiologia. Si è laureato in fisica presso l'University College di Londra nel 1967 e ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1970 lavorando all'osservatorio astronomico della stessa università diretto da Fred Hoyle. È titolare della cattedra di Natural Philosophy presso l'Australian Centre for Astrobiology della Macquarie University a Sydney. È stato titolare di cattedre presso l'Università di Cambridge, l'Università di Londra, l'Università di Newcastle-upon-Tyne e l'Università di Adelaide. I suoi interessi di ricerca vanno dalla cosmologia, alla teoria quantistica dei campi, all'esobiologia. Dal 2005 è direttore del programma SETI "Post-Detection Science and Technology Taskgroup" dell'Accademia Internazionale di Astrofisica.

venerdì 8 aprile 2016

IL CANTO DELLA PERLA, raccontato da Pietro Citati


IL CANTO DELLA PERLA

Un giovanissimo principe viveva in un lontano regno d'Oriente. Il «re dei re» era suo padre, la regina sua madre, il fratello maggiore primo ministro; e una folla di principi e di dignitari si affollava nelle sale dei grandi palazzi, colmi di ricchezza e di gioia. Per qualche tempo, il giovane principe soggiornò nella «casa del padre». Di quel primo periodo della sua esistenza conosciamo pochissimo. Sappiamo soltanto che il padre e la madre gli avevano tessuto una veste colorata e splendente, ornata d'oro e di berilli, di calcedonii e di sardonii, con le giunture unite da fermagli di diamante, nella quale era dipinta l'immagine del «re dei re». Questa veste non era un semplice abito. Era il suo doppio celeste, il suo io permanente ed essenziale, che stava al di là dei fenomeni e delle apparenze: insieme diverso e identico a lui, come sono diverse e identiche una figura e la sua immagine riflessa allo specchio. Ma il principe era ancora troppo giovane e ingenuo, per conoscere il vero significato dell'abito che gli avvolgeva le membra.

Un giorno, questa vita inconscia e beata si interruppe. Il padre e la madre tolsero al figlio la veste splendente; e conclusero un patto con lui, che scrissero nel suo cuore, perché egli non lo dimenticasse: come nel cuore di ognuno di noi sta inciso il segno del nostro destino. Egli doveva discendere nell'Egitto, e liberare una perla, l'unica degna di questo no-me, che stava nel mezzo del mare, custodita da un serpente schiumante di veleno e di rabbia.

Ogni lettore del Canto della perla comprende che esso nasconde delle verità segrete, dietro la lettera del racconto.

Qualcuna di queste verità ci è subito chiara. Il regno d'Oriente non è altro che il regno dei cieli: l'Egitto il mondo della materia, e il serpente è il sovrano di questo mondo. Chi è il giovane principe? E la perla? Come nei grandi simboli, le verità parallele o contradittorie si intrecciano l'una nell'altra, si dispongono fraternamente l'una sull'altra. Il principe che compie il viaggio nella materia è il Redentore; e la perla l'anima umana, questa goccia di sole o di rugiada celeste, chiusa nella prigione del corpo. Ma il principe è anche l'immagine di tutti gli uomini, che scendono sulla terra per conquistare il regno di Dio, l'unica perla degna di questo nome.

Insieme a due compagni, il principe attraversa le frontiere del proprio dominio e le mura di Babilonia, abitate da malvagi e da demoni. 
Quando giunge in Egitto, i compagni lo abbandonano. Allora egli resta solo, doppiamente straniero: lontano dai suoi, perduti nelle profondità del m o n d o celeste, ed estraneo agli Egiziani, che non potrebbero mai amarlo e comprenderlo. Egli li teme e, per nascondersi agli occhi indifferenti ed ostili, indossa il loro abito impuro, il loro corpo d'acqua e di terra, come Cristo aveva indossato un corpo umano. Ignoriamo quanto duri questa vita nascosta: forse qualche mese, forse il tempo di una intera esistenza. Finché in un momento di disattenzione e di distrazione, il principe rivela il proprio segreto agli Egiziani, i quali si accorgono che è un «orientale», un uomo di luce, e gli danno da mangiare il loro cibo. Allora egli cade in un profondissimo sonno: non il sonno ristoratore, che riposa le membra e la mente affrante, ma quello tremendo, che ci fa perdere la nostra identità, ci fa dimenticare il nostro io, e commettere in sogno azioni nelle quali non ci riconosciamo. Dimentica la propria origine regale, la veste luminosa, e la perla che avrebbe dovuto liberare.

Mentre Cristo aveva conservato la natura divina scendendo attraverso le sfere celesti, l'ignoto Redentore fallisce nella sua impresa: simile a ciascuno di noi, che non può conquistare il regno di Dio soltanto con le proprie forze.

Chissà quanto a lungo egli avrebbe vissuto così, sopraffatto dall'oppio della dimenticanza, se lo sguardo amoroso del cielo non l'avesse soccorso. Il «re dei re», la regina, il fratello, i principi e i dignitari della corte d'Oriente gli scrivono una lettera, invitandolo a ricordare la propria origine. Ci immagineremmo che qualche messo scenda in Egitto a portargliela, oppure che una visione gliela riveli in sogno. Scritta su seta di Seleucia o di Cina, la lettera si trasforma invece in una creatura vivente, come tutti i concetti astratti, i simboli, i pensieri e i sentimenti di questo mito, che assumono un corpo animato. La lettera attraversa il cielo nella forma di un'aquila; e l'aquila, appena scesa sulla terra d'Egitto, diventa una voce, una parola, un altissimo grido, che risuona nelle tremende profondità del sonno. Questa voce è identica al patto che il «re dei re» aveva scritto nel cuore del principe al momento della discesa: è il suo destino, che gli viene ricordato dall'alto dei cieli.

Il principe si risveglia. Afferra la lettera, che ora è di nuovo soltanto un foglio di seta, la stringe al petto, la bacia, la legge; e subito la memoria ricrea nella sua mente l'immagine della patria e della perla dimenticate. Il Redentore sconfitto viene redento: l'anima perduta viene liberata dall'incantesimo che la teneva avvinta. Il principe non ha alcun merito in questo risveglio: ma vince in sé ogni debolezza, ogni esita-zione, ogni distrazione colpevole, rafforza la propria volontà, e si muove per liberare la perla. Raggiunge il serpente che soggiorna sulle rive del mare, lo incanta e lo addormenta, pronunciando i nomi magici del Padre, della Madre e del Figlio. Apre la conchiglia, libera la perla dalla doppia schiavitù del sovrano di questo m o n d o e del rigido involucro; e la espone alla luce d'Oriente. L'anima prigioniera può finalmente tornare nella sua vera patria, insieme al Redentore che l'ha salvata.

Nessun impedimento, nessuna forza terrena cercano di ostacolare il ritorno. Il principe lascia il corpo di terra sulle sabbie d'Egitto, e comincia il viaggio - quel viaggio che avviene sia dopo la nostra morte, sia nei momenti estatici della visione - verso la casa del padre. Il cammino è lungo e difficile; e questa volta ad accompagnare il principe è il suo destino compiuto, che gli viene incontro nella forma della lettera inviata dal cielo. Vivace come la più viva persona, nobile come la più eletta creatura angelica, la lettera è ancora davanti a lui: la superficie di finissima seta irradia luce quanto la lampada che illumina le strade della notte, la voce miracolosa rianima lo slancio, l'intensità dell'amore lo attira verso l'alto. Il Redentore percorre un'altra volta le piste carovaniere: attraversa i fiumi, i deserti, le pianure fittamente coltivate, e le mura terrificanti di Babilonia.

Quando giunge ai confini del suo regno, trova ad attenderlo l'abito luminoso e colorato dell'infanzia. Mentre viveva sepolto nella prigione dell'oblìo, l'aveva dimenticato completamente. Ora si accorge che la veste, di cui da giovane non aveva compreso il significato, è divenuta il suo specchio vivente: essi sono due, persone divise e separate, eppure so-no la stessa persona, la stessa immagine, la stessa forma, dove si riflette la lontana immagine di Dio. Egli la ascolta parlare e capisce che la veste è animata dai movimenti della conoscenza più perfetta. Intanto essa si stende regalmente verso di lui, si precipita verso di lui perché la indossi, si affretta verso di lui perché la accolga per sempre. L'amore appena nato spinge il principe ad andarle incontro, a stendere le mani ed il corpo; e si avvolge interamente dentro di essa, adornandosi con la bellezza dei suoi colori. Così, dopo aver realizzato il proprio destino, il principe si identifica con il suo doppio celeste, lo comprende e ne viene compreso, lo ama e ne viene amato. La scissione dell'io è ricomposta: l'io apparente si riunisce all'io trascendente, la persona al suo specchio; e tanto il Redentore quanto ogni uomo «diventano quello che sono».

Tornato nei palazzi d'Oriente, il principe adora suo padre, mentre i principi e i dignitari lo acclamano. Egli è d u n q u e tornato davanti al «re dei re», che aveva abbandonato bambino? Noi lo crediamo. Eppure, nel momento in cui giunge a casa, il Canto della perla ci informa che il padre dovrà condurlo davanti al trono del vero «re dei re». Se avesse raggiunto questo trono, certo avrebbe dovuto procedere verso un altro trono, dietro il quale sarebbe apparsa l'ombra di un altro trono. Il movimento verso Dio non può finire: perché egli si sposta, si allontana da noi, fugge in uno spazio sempre più alto e remoto, celato dietro una sempre nuova cortina, mentre qualcuno immagina di averlo raggiunto.


Il canto della perla è stato composto nel primo o nel secondo secolo dopo Cristo. Non sappiamo chi l'abbia scritto, né il luogo dove è stato scritto, sebbene il suo testo più antico sia siriaco. Gli studiosi moderni hanno rintracciato paralleli con le tarde apocalissi giudaiche, con i Vangeli e le lettere di san Paolo, con la tradizione giudeo-cristiana, con quella della Chiesa di Siria, con la gnosi pagana e cristiana, con la cultura zoroastriana, mandea e manichea; e perfino con gli antichi romanzi greci, ispirati al culto del sole. Nessuno di questi paralleli esclude l'altro. Tutti si compongono e si rafforzano l'uno con l'altro: perché questo canto meraviglioso è una perla, che raccoglie tutte le influenze e gli echi del mondo, tutte le gocce della rugiada celeste, le assorbe, le chiude nella perfezione della propria sfera, e le fa diventare invisibili, come il raggio di luce che si perde sempre più intimamente nel grembo compatto del mare.

Tratto da La luce della notte. I grandi miti nella storia del mondo, di Pietro Citati
Editore: Mondadori, 1996



«Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall'oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande, eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo. Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: 'Quando andrai in Egitto e ne riporterai l'Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra di esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede nel nostro regno'.
Lasciai l'Oriente e m'avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d'incontro dei mercanti dell'Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarburg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell'albergo. Pure vidi là uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re. Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Egli mi avvertii di guardarmi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia una bevanda, e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai che ero figlio di re e servii il loro re. Io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza del loro cibo caddi in un sonno profondo.
I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell'Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi.
"Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre, signora dell'Oriente, e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto, salute. Svegliati e sorgi dal tuo sonno, e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l'Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato, erede nel nostro regno". Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarburg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alati, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re e che la mia anima, nata libera, aspirava ai suoi simili. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai ad incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando su di lui il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre, la regina dell'Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l'Oriente.
Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti. I miei genitori mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino in casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati, eppure ancora uno per l'uguaglianza della forma. E l'immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso. E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa: "Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche". E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch'io ero mosso dall'amore a correre verso di esso per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salii alla porta della salvezza e dell'adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch'egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso. Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce di organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui».



Descrizione

Il "Canto della perla", compreso negli Atti apocrifi dell'apostolo Tomaso, è universalmente considerato il capolavoro della poesia religiosa gnostica; ma è anche un testo fondamentale della storia delle origini cristiane e l'essenziale anello di congiunzione fra il cristianesimo e la religione di Mani.

Bio:
Pietro Citati (Firenze, 20 febbraio 1930) è uno scrittore, saggista, critico letterario e biografo italiano.

Nato a Firenze da una nobile famiglia siciliana, trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Torino, dove frequenta l'Istituto Sociale e in seguito il liceo classico Massimo d'Azeglio. Nel 1942, durante la guerra, si trasferisce con la famiglia in Liguria. Si laurea nel 1951 in Lettere moderne alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Incomincia la sua carriera di critico letterario collaborando a riviste come Il Punto - dove conosce, tra gli altri, il giovane Pasolini - L'approdo e Paragone.

Dal 1954 al 1959 insegna italiano nelle scuole professionali di Frascati e della periferia di Roma.
Negli anni Sessanta scrive per il quotidiano Il Giorno. Dal 1973 al 1988 è critico letterario del Corriere della Sera; dal 1988 al 2011 de la Repubblica; dal 2011 al giugno 2017 scrive recensioni letterarie per il Corriere della Sera. Il 28 luglio 2017 riprende a pubblicare su La Repubblica.

Scrittore poliedrico, si è cimentato con successo nella saggistica e nella biografia letteraria di grandi scrittori (Alessandro Manzoni, Kafka, Goethe, Tolstoj, Katherine Mansfield, Giacomo Leopardi ecc.). Varie sue pagine sono dedicate anche ai miti dei popoli antichi e della grecità (Omero innanzi tutto), alle dottrine religiose e filosofiche come l'Ermetismo.
Nel 2002 lo scrittore spagnolo Javier Marías, Re di Redonda, lo ha nominato Duca di Remonstranza. Nel 1984 vinse il Premio Strega con la biografia di Tolstoj, edita da Longanesi.

domenica 3 agosto 2014

Vincenzo Cardarelli, La luce



LA LUCE


C’è, si direbbe, una luce che abita nelle cose, che i corpi irradiano in luogo di ricevere.
Quei monti che di qua scopro, balzati dalle regioni sottomarine con un impeto immane, sono certamente concreti di luce. Le loro fronti sono ingioiellate. La notte non può nulla sopra di loro.
Allorché il cielo, nelle primavere piovose, si ricopre, le acque paiono più lucide. Il mare s’illumina, le onde gonfie e ferme compongono praterie iridescenti e sterminate, e pare che qualchecosa le agiti internamente come la nostalgia di fiorire.
Venere è forse la personificazione della bella che viene dalle acque.
Di sera i laghi sembrano specchi gelidi, che il vento sfiora e appanna come un fiato, incastonati, non si sa come, nella cornice arabescata e difficile delle loro sponde montane.
Le luminose isole di verde che sorgono, a quell’ora, dal fondo bruno del mare, soltanto la lastra trasparente d’un finto acquario le potrebbe imitare.



Tratto da Prologhi. Viaggi. Favole - Viaggi nel tempo (1916-17)
I Meridiani Mondadori 1981

venerdì 20 aprile 2012

Unisci i puntini - Elementi pop di storia # 02 Palestina, di Joe Sacco


Elementi pop di storia # 02: Palestina, di Joe Sacco

Joe Sacco (Chircop, 2 ottobre 1960) è un fumettista maltese, che vive e lavora negli Stati Uniti. Combina il lavoro di fumettista con quello di giornalista. Interessato a scenari di guerra, ha disegnato opere sul conflitto palestinese (Palestine) e anche sulla guerra serbo bosniaca (Safe Area Goražde, Neven). 
Nel 2010 è stato pubblicato il suo ultimo lavoro ancora una volta sul dramma della popolazione palestinese: "Gaza 1956". Tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992 Joe Sacco ha trascorso due mesi in Israele e nei Territori Occupati, viaggiando e prendendo appunti. Ha vissuto nei campi palestinesi, condividendone la vita (o meglio, la loro sopravvivenza) in mezzo al fango, in baracche di lamiera arrugginita, tra coprifuoco e retate dell'esercito israeliano. Risultato del suo meticoloso lavoro d'inchiesta è questo volume che, combinando la tecnica del reportage di prima mano con quella della narrazione a fumetti, riesce a dare espressione a una realtà tanto complessa e coinvolgente come quella del Medio Oriente. 
E’ un reportage lontano dalle luci dei riflettori, che ci porta all’interno della prima Intifada palestinese.




Palestina, di Joe Sacco, Traduttore: D. Brolli, Ed. Mondadori, 2006