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lunedì 23 febbraio 2015

Criolo: con Amore. Intervista al musicista brasiliano


L’ultima volta che sono stato a São Paulo non si riusciva a fare un passo per strada senza sentire da qualche parte la musica di Criolo. Era la fine del 2011 e il rapper 37enne era appena uscito con la sua magna opera multi-genere, Nò Na Orelha, dopo aver covato sotto le ceneri dell’underground paulista per decenni. Improvvisamente, cominciò a fare il pienone ad ogni concerto e festival a cui partecipasse. Ad ogni angolo, ci si poteva imbattere negli struggenti accordi e nel cantato delicato di Não Existe Amor en SP, (non c’è amore a São Paulo). Il pezzo meno brasiliano di sempre, un lento, cinico lamento sull’espansione della città più grande dell’America Latina di uno sconosciuto artista rap, senza essere un pezzo rap, in ogni caso. Ma il tipo di canzone che ti entra dentro.
Per quanto inatteso, nessuno poteva negare che Criolo stesse creando qualcosa di assolutamente nuovo e potente. In una città con almeno un migliaio di scene musicali differenti, lui si indirizzava a tutti. I boss dell’Hip Hop da favela lo prendevano in considerazione, i ragazzini indie in strettissimi jeans approvavano. Inoltre, aveva un “santo in paradiso”: in un articolo di qualche mese prima, Caetano Veloso ha scritto di lui: “Probabilmente la figura più rilevante della scena pop odierna”, che equivale a Michael Jordan che ti dice che sei il miglior giocatore di basket sulla terra.


Ciò che lo distingue dai suoi colleghi è che più che un musicista lui si sente un messaggero. Alla testa di una band di sette componenti, al Brazilian Summerfest nel Central Park di New York, passeggiava tranquillo sul palco con aria estatica, allucinato, quasi messianico: “questa è musica per il cuore e per lo stomaco” ha gridato, incoraggiando il pubblico a alzare le mani e far ondeggiare le dita, come se fosse una riunione della chiesa pentecostale. “Musica che rispetta la gente”. Si è inginocchiato ed inchinato davanti al pubblico, puntando un dito verso il cielo: “La musica è amore!”.
Prima della sua esibizione, ho avuto occasione di chiacchierare un po’ con lui della sua missione musicale, nel backstage. Di persona, è disarmante. È gentile, quasi timido ma con una notevole intensità. I suoi occhi restano fissi su chiunque a cui parli, la sua voce così melliflua va in crescendo ogni volta che l’argomento che affronta lo appassiona: disparità, disuguaglianze, ingiustizie. Parla forbito, evitando espressioni gergali, come a declamare delle grandi verità, in un portoghese preciso e labirintico allo stesso tempo. Eccovi i pensieri di Criolo, il re dei filosofi Paulisti.

Hai fatto un lungo viaggio per arrivare fin qui. Oggi sei stato elogiato come uno dei musicisti brasiliani più importanti. Che effetto ti fa?

In Brasile, puoi trovare persone talentuose dappertutto; certi trovano l’opportunità giusta, altri no. Molte persone mi hanno aiutato e continuano a farlo, sono molto grato a tutti loro per la fiducia e l’affetto che mi hanno dimostrato. Ciò che faccio, lo faccio col cuore. Ma allo stesso tempo non mi esalto.

Sei cresciuto col rap ma l’album che ha lanciato questa fase di successo della tua carriera non è un album propriamente rap. In realtà canti veramente nella maggior parte dei pezzi e la musica ha influenze che vanno dall’afrobeat al reggae. Cosa ti ha ispirato?

Certo, questo album contiene pezzi scritti negli ultimi quindici anni e col tempo anche il mio stile è evoluto. I miei genitori erano emigrati a São Paulo dal nord-est del Brasile quindi sento in me molte influenze che provengono da quella parte del paese. Sono cresciuto tra le feste da ballo scolastiche con DJ improvvisati e la chiesa e mi sono formato con la pop internazionale. Questo album è stato l’occasione di mettere insieme molti tipi di suoni spesso diversi fra loro. È molto organico, molto naturale.

Crescere in quella che a São Paulo chiamano pereferia (i sobborghi) sembra aver influenzato parecchio la tua musica. Puoi spiegarci un po’?


Sono nato e cresciuto nei sobborghi della Favela das Imbuidas. Ho vissuto laggiù per sei anni, in una baracca di legno, mura e soffitto, col pavimento in nuda terra. Poi ci siamo spostati a Grajaù, appena aldilà della strada, e lì ho vissuto tutto il resto della mia vita. Ogni giorno, vedevo mio padre alzarsi alle sei del mattino e rientrare a mezzanotte: era così per tutti.
Avevamo molte difficoltà: negli anni ’80 e ’90, secondo il tuo quartiere d’origine e i vestivi che portavi, la gente ti guardava con occhi diversi. Ma tutto quello che so l’ho imparato a Grajaù: il rispetto verso le persone, come sopravvivere a São Paulo, città traboccante d’arte e diversità culturali ma anche di dure prove da affrontare.

Credi che ci siano parecchi pregiudizi verso gli abitanti delle favelas?

Non soltanto in Brasile, ovunque nel mondo. È dovuto al fatto che le attitudini delle persone scaturiscono dal loro bagaglio culturale, dalle loro convinzioni, dalla maniera con cui etichettano la gente. Questo non succede solo nei paesi meno sviluppati, a causa della povertà materiale ma anche altrove, dove c’è una povertà morale che ci impedisce di capire che siamo tutti fratelli e tutti uguali. Questo male non è quindi limitato a certe zone del mondo, è nella mente umana. Perciò l’arte è così importante. Oltre a rigenerarci e farci vivere belle esperienze ci permette anche di riflettere. Crea delle interazioni tra le anime, ci dà la possibilità di cambiare idea, di chiederci “cosa ci stiamo a fare qui?”. I pregiudizi, al contrario, sono qualcosa di infimo ed insignificante, che non merita la nostra attenzione.


Il pezzo principale del tuo disco è “Não existe amor en SP”. Pensi davvero che non si possa trovare amore nella città che ami?


È una canzone che si indirizza direttamente alle persone che hanno creato la realtà attuale di São Paulo. L’amore esiste, certo, nel cuore di ogni persona, ma mi chiedo: c’è amore nel cuore delle persone che prendono le decisioni che riguardano tutto il mondo? E come possiamo creare una realtà nella quale ognuno stia meglio con sé stesso?
È facile dire che la gente è depressa, ma quando nasci, sei una creatura pura e da quel momento in avanti tutto ciò che vivi e che provi dipende dalla situazione in cui ti trovi: hai tutto se nasci ricco o niente se sei nato in una famiglia in ristrettezze. Le tue possibilità sono determinate da due o tre momenti prima di cominciare a prendere decisioni da solo. Quindi dove è nato questo scoraggiamento?
Possiamo viaggiare per il mondo e vedere che abbiamo punti in comune e diversità culturali, ma c’è gente che vive in strada e muore di fame. C’è così tanto amore nel cuore di ogni persona in ogni città di questo pianeta, ma c’è un pensiero positivo nelle teste di chi immagina queste città per i loro abitanti?

           


Si fa un gran parlare sull'impressionante crescita economica del Brasile. Credi che le cose miglioreranno? Che queste disuguaglianze scompariranno?

Questa domanda la devi fare ai nostri amministratori. Io ti posso dire che ogni giorno il 95% della nostra popolazione si sveglia e svende la sua vita per dare un minimo di dignità alla sua famiglia. Come possiamo immaginare di essere la sesta economia mondiale mentre le persone hanno ancora così tante necessità? La nostra gente è così meritevole, così di buon cuore, lavoratori instancabili che continuano a vivere così tante ingiustizie.

Prima ti facevi chiamare Criolo Doido. Criolo in portoghese è un dispregiativo usato per le persone di colore e Doido significa pazzo. Perché ti sei scelto questo nome?

La parola “pazzo” la vedo sotto un’accezione positiva, per me identifica qualcuno che prova ad essere diverso e cerca stili di vita alternativi. Credo che mi manca ancora molta strada prima di comprendere appieno questo aggettivo.

Parlami della canzone “Bogotà”. Non succede spesso che un cantante brasiliano si occupi di una città colombiana, cosa c’è dietro?

È una città di cui si parla ancora e soltanto sotto una luce negativa. Perché è così facile stigmatizzare certi luoghi? Ma la canzone non parla realmente di Bogotà. Ogni giorno, ovunque, si fa mercato di droga ed armi ed alla fine tutto ciò arriva fin dentro casa della gente, distruggendo le loro vite. Perché succede? Chi li ha fatti entrare? Quindi la canzone è un tributo alla gente per bene in una città che soffre. È facile andare in TV e accusare un bambino di otto anni che vende droga ma chi è che ci guadagna milioni e milioni? Diventiamo trafficanti di libri, arte, bellezza e amore. Di questo parlo.



Quel che dici è molto interessante perché ascoltando l’album non appare evidente che molte canzoni abbiano un messaggio politico così forte, sembrano piuttosto sottili allusioni. Era questa la tua intenzione?

Questo è il mio modo naturale di fare musica. Se pensassi solo ad accattivarmi la tua attenzione mentre faccio musica ciò che otterrei sarebbe una bugia e non meriterei che tu ascoltassi i miei dischi.

Come hai sviluppato questo interesse nelle tematiche sociali e nell'attivismo?

Quello che faccio io non è niente. Crescere nelle difficoltà di una favela lascerebbe il segno a chiunque. Da cui l’importanza della musica nella mia vita. Perché ti permette di elevarti, ti fa sentire forte. Ti sembra di essere qualcuno per il solo fatto che hai creato qualcosa. Questa è l’importanza dell’arte.

Pensi che la tua capacità di parlare dei mali del mondo da un palco possa cambiare le coscienze delle persone?

Ho fatto quello che sto facendo per ventitré anni, credo che la vera forza venga dagli scambi collettivi. Una persona sola non può cambiare il mondo. Un piccolo gesto può fare molto ma in grande scala c’è bisogno di uno sforzo collettivo. Devo ringraziare tutti i brasiliani di aver ascoltato e diffuso la mia musica, dandomi la forza e la possibilità di ritrovarmi dove sono oggi. Questa è stata, per esempio, una coscienza collettiva, tutte queste mani tese che ti aiutano e ti supportano lungo il cammino, quest’energia positiva che sgorga ad ogni momento. La vita è fatta di momenti, è ciclica, ma penso che la mia sia una voce collettiva, un’unica entità che fa il possibile pur di non tacere.

Il rap in Brasile è sempre stato un movimento underground. Pensi che oggi, col tuo successo e quello di altri artisti come Emicida per esempio, possa raggiungere una platea più vasta?

In effetti il rap è stato sempre molto presente in Brasile. Non tutti se ne sono accorti ma l’hip hop è un’energia universale, un’attitudine positiva. Ognuno crea le sue connessioni a partire da questo unico strumento e ne interpreta la sua individualità. Come ci si muove dentro, come cattura le realtà che lo circondano e come le elabora, sono cose che sgorgano dal suo cuore. Questo ci offre entrambi gli aspetti, quello individuale e quello collettivo, ognuno come unità individuale ma ognuna di queste unità che trae energia dalla forza collettiva. Quindi a mio avviso il rap è sempre stato forte e sempre lo sarà, perché scaturisce da un bisogno semplice: la ricerca dell’uguaglianza. Ovunque si manifesterà un’ingiustizia, un gesto positivo apparirà per contrastarla.

Oggi molti accusano il rap di essersi trasformato da arte di coscienza sociale in un genere materialistico e schiavo del capitalismo. Che ne pensi?

Ognuno ha la sua opinione. Ciò che fa piangere alcuni fa ridere altri. Ciò che facciamo, ciò che siamo, sta ad ognuno di noi.


Traduzione: Carlo Ligas (Articolo Originale)

martedì 17 febbraio 2015

Antonio Inoki, il wrestler giapponese che quasi amputò una gamba a Muhammad Ali


A volte, il wrestling, fa sul serio.


Se non avete mai sentito parlare dell’incontro del Giugno 1976 che ha quasi causato l’amputazione di una gamba a Muhammad Ali, non sentitevi ignoranti, malgrado la vostra passione per lo sport: probabilmente significa soltanto che non siete giapponesi. Eccovi gli eventi: nel 1975, Ali venne a conoscenza della New Japan Pro Wrestling League e apparentemente ebbe a dire: “C’è qualche lottatore orientale che avrebbe il coraggio di sfidarmi? Sono pronto a scommettere un milione di dollari”.

La notizia arrivò fino in Giappone ed un “tizio” decise di accettare la sfida di Ali. Dopo qualche mese e il classico viavai di documenti, le basi di uno dei più strani e pericolosi incontri a cui Ali avesse mai partecipato erano gettate.

All'angolo destro, Muhammad Ali


Età: 34 anni
Altezza: 1,92 m
Peso: 97 kg
Portata di braccio: 198 cm
Paese d’origine: USA
Stile di combattimento: Boxe
Particolarità: Campione del Mondo dei pesi massimi.
Vola come una farfalla, punge come un’ape.

All'angolo sinistro, Antonio Inoki


Età: 33 anni
Altezza: 1,92 m
Peso: 108 kg
Portata di braccio: Non importa (vedremo perché)
Paese d’origine: Giappone
Stile di combattimento: Lotta libera
Particolarità: Wrestler professionistico formatosi alla leggendaria scuola Rikidozan. Celebre per la sua “presa del polpo”. Il suo allenatore una volta l’ha spinto fuori da un’auto in corsa, per temprarlo.

Comincia lo spettacolo

Ovviamente, i media sono impazziti all'annuncio del combattimento. Ali si lavorò le camere e i microfoni come solo lui sapeva fare, pavoneggiandosi e vantandosi di come avrebbe ridotto Inoki in poltiglia.


Il giorno del combattimento

Anche il fatidico giorno arrivato, Alì continuava con le sue dichiarazioni strafottenti e provocanti. Gridò che “non ci sarebbe stata un’altra Pearl Harbor” e derise Inoki chiamandolo “pellicano” per via del suo mento particolarmente sporgente. Inoki non raccolse la provocazione sulla Seconda Guerra Mondiale ma rispose ad Alì tramite il traduttore che avrebbe fatto meglio a procurarsi dei buoni guantoni, capaci di evitargli di ferirsi i pugni su quel mento. Aggiunse poi: “Fatti insegnare un po’ di giapponese amico: nella nostra lingua, Ali significa piccolo insetto”, con un atteggiamento che avrebbe avuto un cattivo dei manga sul punto di uccidere il suo antagonista.

Primo Round

I due contendenti salirono sul ring in un Tokyo Budokan Hall tutto esaurito. L’evento era stato presentato come il più grande combattimento di tutti i tempi, la folla è letteralmente in delirio. Al suono del primo gong, Alì saltella come suo solito ma Inoki non si lascia coinvolgere. Al contrario, resta rannicchiato per terra, indietreggiando come se fosse già stato colpito. Improvvisamente, attacca in scivolata e colpisce Ali ad una gamba, con un calcio. Per il resto del round, non fa altro che aggirarsi sul tappeto come un granchio, senza mai alzarsi ad un’altezza tale che permetta ad Alì di scaricare un solo pugno. A volte si limita a giacere supino, sfidando Alì ad avvicinarsi abbastanza per ricevere un altro calcio. Ali sembra confuso ed agitato e grida ad Inoki di “alzarsi e combattere da uomo”. E nulla di più.


Ma facciamo un passo indietro: ci sono versioni contrastanti sugli eventi, specie sull'organizzazione del match; siccome però c’è abbastanza letteratura al riguardo diffusa in inglese e partigiana di Ali, daremo qui di seguito la versione di Inoki. Alì sarebbe arrivato in Giappone supponendo che l’incontro sarebbe stato poco più di una farsa. Conoscendo la teatralità del Wrestling americano, immaginava che avrebbe passato una serata divertente davanti ad un nuovo pubblico. Ma quando si presentò per le “prove” e vide Inoki allenarsi con uno sparring partner, tra calci volanti e prese da combattimento, cominciò a preoccuparsi: non assomigliava agli esercizi ginnici che era abituato a vedere in TV.


La risposta di Inoki alle interrogazioni di Ali fu glaciale: ”Niente prove, non sarà una pagliacciata, sarà un vero combattimento”. Ali lasciò la sala. Poi improvvisamente il suo staff apparve e proclamò che l’incontro sarebbe stato annullato se certe regole non sarebbero state prestabilite. La maggior parte di queste regole prevedeva sostanzialmente una limitazione alle capacità di combattimento di Inoki: niente prese, niente sgambetti, niente colpi diretti al volto, niente calci da dietro nè sopra la cintola nè se l’avversario ha un ginocchio per terra. In pratica, queste nuove regole bandivano tutto il repertorio di lotta di Inoki: la sola arma che gli restava erano i calci in scivolata.

Secondo e Terzo Round

Più o meno stesso scenario del primo: Inoki sdraiato di schiena, Ali che gli grida di alzarsi. Inoki di tanto in tanto si solleva e tenta un calcio, Ali riesce, per il momento, ad evitarli.


Nel filmato dell’incontro la telecamera inquadra occasionalmente l’angolo di Ali ed il suo staff che sembra cominciare ad innervosirsi; all'angolo di Inoki invece tutti stanno letteralmente tremando di tensione: la cosa non fu di dominio pubblico se non molto tempo dopo l’incontro ma Inoki aveva investito una somma esorbitante per realizzare l’incontro. Non erano i soldi della federazione, erano i suoi e buona parte di essi presi in prestito. Quindi, in caso di sconfitta, lui e tutta la sua squadra sarebbero finiti in rovina. Ma forse ancor più del denaro, l’onore dei due combattenti era davvero in gioco; nessuno dei due avrebbe accettato facilmente la sconfitta.

Quarto Round

Inoki incolla Ali alle corde. Ali tenta di rispondere ai calci ma in realtà non fa che agitarsi invano, mentre i calci di Inoki cominciano a far danni.



Ovviamente, nella squadra di Inoki sapevano benissimo che Ali non avrebbe saputo difendersi coi piedi e avevano basato gli allenamenti su questa particolare situazione all'angolo. Spesso Ali è salvato dall'arbitro che viene a interporsi tra i due. Fino ad ora, il pubblico è deluso: quello sotto i loro occhi non è il combattimento che si attendevano.

Quinto Round

Inoki comincia a girare intorno ad Ali, cercando una faglia nella sua difesa. Trova un’opportunità e ci si fionda, mettendo Ali per la prima volta al tappeto. Ali scivola ma riesce ad aggrapparsi ad una corda, appena in tempo per evitare un sinistro al volto portato da Inoki. Il pubblico ha un sobbalzo: questo è il tipo d’incontro che sono venuti a vedere!



Sesto Round

Inoki guadagna centimetro dopo centimetro nella distanza che li separa e calcia. Ali commette l’errore di bloccare il piedi di Inoki e quest’ultimo effettua una rotazione su sé stesso che stende l’americano: questo genere di contromossa è il suo pane quotidiano, l’occasione che stava cercando.



Inoki gli si siede sul petto, lo blocca e comincia a stringere le gambe in una vera e propria morsa. Ma Ali riesce ad agguantare una corda e l’arbitro interviene per separarli. Se i due fossero stati al centro del ring, l’incontro si sarebbe probabilmente concluso in quel preciso istante.

Settimo Round


Inoki mette a segno almeno quindici calci nel corso della ripresa. Le gambe di Ali sanguinano almeno dal terzo round ed ora l’emorragia è così forte da obbligare l’arbitro ad una pausa. L’angolo del campione del mondo accusa Inoki di aver nascosto qualcosa di tagliente nei suoi stivaletti.


In effetti, l’intuizione degli americani non era del tutto infondata: prima dell’incontro, l’allenatore di Inoki gli aveva procurato un paio di stivaletti con speciali cuciture in acciaio. Inoki li indossò ma non riuscì a tenerli: il rimorso di aver barato in quello che sapeva sarebbe diventato il più importante incontro della sua vita sarebbe stato troppo forte per lui. Sfilò quindi i nuovi stivaletti e ne indossò un paio normali. Insomma, non c’era niente nascosto negli stivaletti di Inoki ma si decise ugualmente di proteggerli con del nastro adesivo.


Nono Round

Alì riceve un calcio particolarmente brutale. A partire da questo momento, le intenzioni di Inoki sono chiare: non sta semplicemente mirando alle gambe ma si sta focalizzando su di un punto in particolare per farlo crollare. Tutti i suoi calci sono indirizzati nella parte posteriore del ginocchio sinistro di Ali.

Decimo Round

Ali riesce a metter a segno il secondo pugno della serata, colpendo Inoki alla testa. Anche se Alì era rinomato per la sua agilità e non certo per la sua potenza, Inoki confessò in seguito la sensazione di stordimento conseguente ad ogni colpo centrato dal boxeur.

Undicesimo Round

La gamba sinistra di Ali è completamente gonfia. Fino a quel punto, riusciva a schivarsi saltellando per far intendere che i calci di Inoki non gli facevano male ma ora non può più fingere. La farfalla non riesce più a volare.

Dodicesimo Round

Inoki va a segno con dieci calci. Non si preoccupa più della precisione, ogni contatto è suscettibile di arrecare dolore all'avversario. Le gambe di Ali sono pesanti ma la sua bocca va ancora e riprende le sue aggressioni verbali.

Tredicesimo Round

Ali mantiene il suo incedere strafottente ma zoppica visibilmente. Inoki finta un calcio, Ali si spaventa e si scopre sul lato vulnerabile, esponendo la gamba ferita. Inoki affonda e afferra Ali alla cintola, ingaggiando un corpo a corpo.



È quasi riuscito ad avere la meglio – a suo dire – se avesse stretto Ali qualche centimetro più in basso sarebbe senza dubbio riuscito a farlo scivolare al tappeto. Ma Ali riesce ad incurvarsi e l’arbitro li separa. Inoki tenta di divincolarsi ma non riesce ad affondare. Stringe Ali, cerca di sollevarlo ma quest’ultimo riesce a liberarsi aggrappandosi alle corde. Inoki comincia a peccare di presunzione. E Ali parte in contrattacco.



Scarica una serie di tre pugni che porteranno ad un totale di cinque nell'intero incontro. Ma al suono della campana si sdraia al suo angolo con la gamba ferita a penzoloni fuori dal ring.

Quattordicesimo Round

Niente da segnalare. Essenzialmente i due si guardano in cagnesco e si insultano, entrambi esausti.

Quindicesimo Round

Inoki raggiunge il centro del ring per stringere la mano al suo avversario. Ali gli scaccia la mano col guantone. Cominciano a girarsi intorno.. e nulla più.

L’ultima campana

Inoki alza le braccia al cielo in segno di disgusto, chiaramente frustrato dalle innumerevoli regole che gli hanno impedito di battersi come poteva. Ali avanza, abbraccia il suo avversario e gli dice qualcosa all'orecchio. Sorride ma sembra anche sollevato che tutto sia finito.



La folla non è altrettanto divertita. Erano venuti per vedere scorrere il sangue (quello di Inoki, quello di Ali, quello di chiunque) ma l’incontro è stato di una noia mortale. Ora, questo genere di cose sono all'ordine del giorno negli incontri di MMA (Mixed Martial Arts, ndt) ma all'epoca il pubblico voleva vedere darsele, e di santa ragione. Il palazzetto si trasformò in una mini-sommossa: la gente spintonava, urlava, tirava ogni genere di spazzatura sul ring per manifestare la sua delusione. Probabilmente vi immaginate il giapponese medio come una persona educata e pulita ma vi sbagliate, ci vollero giorni per riordinare quel casino.

Niente Knock Out, la parola ai giudici


Inoki mise a segno un totale di sessantaquattro calci. Ali, cinque pugni.

..e chissà come.. fu un pareggio!

“In termini di colpi portati, ero certo della vittoria di Antonio” ha recentemente dichiarato un rappresentante dello staff di Inoki. “Ma uno dei giudici diede il suo voto ad Ali vincente! Andai su tutte le furie, ero sicuro che fosse stato corrotto. Dopo il match, giravo intorno e gridavo:"Trovatemi quello stronzo di giudice, voglio ucciderlo!". 
Alla fine della storia, Inoki tenne il suo denaro ed il suo orgoglio ben in alto. Ma non ne uscì incolume: dopo tutti quei calci, aveva riportato molteplici fratture al suo piede destro.

Ma per Ali fu molto peggio!

Pare che abbia lasciato discretamente il ring ed una volta che le porte dell’ascensore chiuse dietro di lui sia stramazzato al suolo. Soffriva maledettamente ma aveva una tournée d’incontri previsti nelle Filippine ed in Korea e, a dispetto dell’opinione del suo allenatore, mantenne gli impegni presi. Una volta tornato a Los Angeles gli vennero diagnosticati due trombi alla gamba sinistra e per qualche tempo ci fu il rischio di dover ricorrere ad un’amputazione per contrastare le infezioni. Passò molte settimane in ospedale e ci tornò regolarmente per effettuare dei controlli nei cinque anni seguenti, fino al suo ritiro. Come confermò il suo allenatore, il suo leggendario gioco di gambe non fu più. Ma Ali non era il tipo di atleta da covare rancore, per quanto imbarazzante e dannosa fosse stata l’esperienza vissuta in Giappone. Quando Inoki dichiarò pubblicamente nel 1994 che avrebbe effettuato il suo ultimo incontro, Ali volò dritto a Tokyo ed assistette in prima fila. A fine incontro salì sul ring ed offrì ad Inoki un bouquet di fiori e due o tre parole discrete che nessuno saprà mai.


Per ragioni del tutto evidenti, le biografie ufficiali di Muhammad Ali non si sono mai soffermate a lungo sull'incontro con Inoki per il quale invece fu un episodio leggendario della sua carriera come del resto uno degli eventi sportivi più celebrati in Giappone. A partire da quel giorno ed in onore al suo avversario Inoki adotto la canzone “Ali Bom-Ba-Yè” scandita dal pubblico di Kinshasa durante il match contro Foreman, trasformandolo in “Inoki Bom-Ba-Yè”. Un recente sondaggio in Giappone ha dimostrato che le generazioni più giovani non hanno idea che la canzone appartenesse in origine ad Ali. Questo gesto di grande riconoscenza e di rispetto ha forse aiutato Ali a guarire dalle ferite (morali) riportate su quel ring.

Un’ultima cosa...


Inoki ed Ali condividono un altro aspetto. Nel 1991, poco prima l’esplosione della prima Guerra del Golfo, una quarantina di ufficiali e diplomatici giapponesi erano praticamente tenuti in ostaggio dal governo di Saddam Hussein. I negoziati del governo nipponico erano in stallo così Inoki salì a sue spese su un aereo diretto in Iraq. Organizzò un evento sportivo e pacifico, del wrestling e della musica con l’intenzione di ammorbidire le relazioni tra i due paesi. Durante questa visita, ebbe occasione di visitare una moschea e ne uscì convertito all'islam, prendendo proprio il nome di Muhammad Ali. I giapponesi furono tutti rilasciati.

Highlights Inoki VS Ali





Traduzione: Carlo Ligas (Articolo Originale)

domenica 4 gennaio 2015

Vivienne Westwood : la nascita del Punk



La prima biografia autorizzata e scritta a 4 mani dalla stessa protagonista è uscita il 9 Ottobre scorso. Ripercorriamo la vita di un’icona che è riuscita a trasformare una moda di strada in una griffe internazionale.


Sex. Una parola banale, oggi, ma talmente incisiva quarant’anni fa, quand’era considerata persino rivoluzionaria. É quella utilizzata da Vivienne Westwood e Malcolm McLaren per battezzare il loro negozio, nell’Ottobre del 1974. L’insegna è formata dalle tre lettere in plastica rosa, al 430 di King’s Road, Londra, e tutta la storia del Punk, stilistica e musicale, è nata lì. 
Vivienne e Malcolm, che vivono insieme, sono lì da tre anni. Prima di adottare il nome definitivo per la loro boutique hanno esitato a lungo con altri: Let It Rock, Too Fast To Live, Too Young To Die. Erano arrivati tre anni prima, installandosi in un primo momento nel retro-bottega di un altro negozio, il Paradise Garage, specializzato in abiti retrò e pop. Malcolm vi si era ritrovato verso la fine dei suoi studi quando, mentre bighellonava in un mercatino delle pulci, uno dei gestori l’aveva avvicinato, incuriosito dai suoi pantaloni in lurex, materiale insolito per quell’inizio degli anni ’70. Era stata Vivienne a confezionarli e i due prendono rapidamente possesso del locale dal quale furono subito molto impressionati. A Malcolm ricorda il libro England’s Dreaming scritto dal giornalista Jon Savage, uno dei maggiori testimoni dell’epopea Punk: ”avevano un jukebox a tutto volume e pochissima luce, stavano immobili e avevano un’assoluta mancanza di classe. Ne fui elettrizzato perchè tutto ciò faceva tremendamente anni ‘50”. Una volta padroni dei luoghi, si mettono a vendere abiti di seconda mano, dischi rari (di cui Malcolm aveva una vasta collezione), riviste, etc. Passano il tempo ad ascoltare dei pezzi di Rock Garage sul vecchio jukebox, gruppi americani dal suono abrasivo ed elettrico: The Creations, The Troggs, Count Five, The Spades ed altri nello stesso filone sixties.

Malcolm e Vivienne a Londra nel 1975

Culturalmente, Malcolm e Vivienne si sentono vicini ai Teddy Boys, quei ragazzi degli anni ’50 che ascoltavano Rock e si vestivano con stile e disciplina, lungi dalla nonchalance degli Hippies che li hanno seguiti. La loro concezione si cristallizza però quando, delusi dai Teddy Boys che frequentavano la boutique, si rivolgono alla scena newyorkese e scoprono, nell’Agosto del 1973, un nuovo gruppo, i New York Dolls. Quest’ultimo sarà una delle loro principali fonti d’ispirazione stilistica. L’anno seguente il negozio viene ribattezzato Sex, nome che manterrà per due anni. I muri sono tappezzati di slogans, specialmente frasi estratte dallo “SCUM Manifesto”, pamphlet femminista scritto nel ’67 da Valerie Solanas, balzata successivamente agli onori della cronaca per aver sparato ad Andy Warhol. La maggior parte dei giovani che fanno parte dell’ambiente Rock e che successivamente migreranno al Punk frequentano il loro negozio, sia per lavorarci, sia per acquistare i loro vestiti. Oltre ad abiti di marche specializzate in feticismo e bondage, Malcolm e Vivienne presentano le loro proprie creazioni, dal gusto sulfureo. Vivienne confeziona abiti originali ispirati da quella stessa cultura, aggiungendoci un ulteriore pizzico di provocazione, sempre a matrice sessuale. Spesso, i suoi clienti si fanno fermare in strada dalle forze dell’ordine a causa delle sue creazioni, specialmenti quelli che sfoggiano la t-shirt Two Cowboys che mostra due ragazzi con un cappellaccio texano in testa, coi calzoni abbassati e i peni all’aria che si sfiorano. Stessa sorte per quelli che portano la maglia Cambridge Rapist che rappresentava l’effige mascherata di un violentatore seriale, protagonista delle cronache del 1975. Quello stesso anno anche il loro negozio riceve la visita della polizia.
All’epoca l’Inghilterra è a dir poco pudica e coloro che vogliono rivoluzionarne la cultura lo fanno soprattutto utilizzando la provocazione sessuale. Nell arte contemporanea, per esempio, il collettivo Coum Transmissions produce delle performances molto fisiche e organizza persino un’esposizione all’ICA (Institut of Contemporary Art) intitolata Prostitution: Una dei membri del gruppo, Cosey Fanni Tutti, è attrice e modella porno. Successivamente il collettivo si riciclerà nella musica col nome di Throbbing Gristle, un’espressione di slang che designa l’erezione.
É anche l’epoca del sistema D e di un motto che da allora spopola: “do it yourself!”. Sesso, provocazione e arte d’arrangiarsi: tutto ciò governa le idee di Vivienne Westwood in quel momento. I suoi capi vestono i primissimi punks che cominciano ad apparire per le strade di Londra, ad autoprodursi i primi 45 giri, affollano i nuovi negozi di dischi come il mitico Rough Trade che aprirà nel 1976, a Ladbroke Grove, nel quartiere di Portobello.



Vivienne innova in continuazione, recuperando vecchi vestiti, abiti degli anni ’50 e ’60, modificandoli, aggiungendovi nuovi slogans, spesso ispirati dai manifesti dei situazionisti francesi e dai graffiti del Maggio ’68. L’urgenza ma anche la violenza che emanano dalle loro creazioni trovano la loro migliore espressione nel gruppo che i due prendono sotto la loro ala protettrice, i Sex Pistols. Rivedere le immagini di quel gruppo permette di comprendere ciò che Vivienne ha immaginato: uno stile composto da vestiti e stivali recuperati, maglie strappate, pantaloni bucati.. il tutto rammendato con delle immagini di Karl Marx, slogans dell’autore Joe Orton, foto di cowboys seminudi, parole come “Anarchy”. Ma è l’armonia d’insieme che conta: la nuova linea tracciata dalla Westwood partorisce una silhouette tenue ma affilata, chiara, che non avvizisce e non si lascia andare all’indolenza. La rivoluzione è cominciata, a partire da un lavoro quasi improvvisato di osservazione delle vie della città Vivienne riesce a confezionare una moda inedita, di una forza rara. A proposito di quell’epoca, Jon Savage ha recentemente dichiarato: “il fascino del Punk, aldilà della musica, si spiega perchè era innanzitutto un movimento molto grafico e visuale, radicato nella moda e basato su performances individuali. Malcolm e Vivienne hanno messo a punto le idee che lo avrebbero fatto esplodere. La loro unicità era di creare della moda, vendere dei vestiti, che se volete sono gli oggetti più rappresentativi del consumismo, ma lo facevano iniettandovi delle idee radicali e provocatorie. C’è una magnifica foto dei Sex Pistols apparsa su Bravo Magazine: si vedono dei vestiti fatti a mano da Malcolm e Vivenne, i “zoot suits”, un vecchio maglione strappato, delle maglie dei Pink Floyd ma con l’aggiunta, accanto, della scritta “I Hate”. Questa moda è ovviamente in contatto diretto con la gioventù del suo tempo: “il Punk è stato un movimento di gioventù – aggiunge Savage – il Punk voleva che le cose fossero nuove, che niente fosse più come prima. Il Punk è stato una grande negazione dello status quo”.

Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols e Malcolm, manager del gruppo, Marzo ‘77

L’idea di non sottomettersi mai alle abitudini vigenti impregna talmente Malcolm e Vivienne che la boutique cambia continuamente di nome, fino ad adottarne uno definitivo solo nel 1980: World’s End. Questo nome diventerà poi quello di una linea d’abbigliamento della stessa Westwood che è tuttora proprietaria dell’indirizzo di King’s Road, dove nel 1981 presentò la sua prima sfilata. Nel 1983 Malcolm e Vivienne si separano. Per molti, è la fine del Punk. Vivienne continuerà a produrre capi, diventando la star della moda che tutti conosciamo. Nella Primavera del 2013 il Metropolitan Museum di New York consacra un’esposizione alla moda Punk. Le sue prime t-shirts sono oggi pezzi venduti alle aste di Christie’s o Sotheby’s. Inoltre, un cappello di sua creazione presentato nel 1984 ed oggi pezzo vintage ha recentemente fatto il giro del mondo grazie a quello che potrebbe essere considerato come il Malcolm McLaren odierno: il suo nome? Pharrel Williams.

1976, Steve Jones dei Sex Pistols, una cliente, Alan Jones, allora impiegato da Sex, la cantante Chrissie Hinde, Jordan, commessa e Vivienne Westwood


Traduzione di Carlo Ligas (articolo originale)

venerdì 2 maggio 2014

Completamente isolati dal mondo, pazzi di solitudine, otto prigionieri americani si raccontano


Hanno passato 8, 15, persino 25 anni in isolamento totale nelle prigioni americane. Soli, tutto il giorno, tra quattro mura. Philippe Boulet Gercourt è riuscito a entrare in contatto con loro e ad incontrarne alcuni. Ecco la loro testimonianza.

La prigione di Thomson, Illinois, recentemente acquisita dallo Stato Federale per farne un penitenziario di massima sicurezza

Decine di migliaia di detenuti americani sono in regime di isolamento, certi vi restano per anni, talvolta senza conoscerne le ragioni. L’autore dell’inchiesta ha intrattenuto una lunga corrispondenza con alcuni di loro e ne ha incontrati altri, oggi liberi. 

  • Jerry Williams, 58 anni, incarcerato nella prigione centrale di Raleigh, Carolina del Nord. Affetto da schizofrenia e ritardo mentale (Q.I.=76). Condannato nel 1990 per furto con scasso. In isolamento da 8 anni nella sezione Unit One, soprannominata "il buco". Dichiarazioni raccolte dal suo avvocato, Elizabeth Simpson:

Credi che uscirai mai dall'isolamento?


Se non mi becco nessun rapporto disciplinare nei prossimi sei mesi, forse sì.

Pensi di riuscirci?

Credo di sì, devo solo evitare i rapporti disciplinari (non è stato il caso NDR). Però bisogna che la smetta di sbattere sulla porta della cella e di supplicare a gran voce che qualcuno venga a vedermi, a parlarmi. Devo smetterla di comportarmi così, è il solo modo di evitare una sanzione: lasciare in pace il personale e gli altri detenuti, starmene tranquillo, senza chiedere niente a nessuno...

Senti delle voci?

A volte. Cerco di capire cosa mi dicono ma non ci riesco. A volte sono voci calme, altre sono colleriche, urlano e bestemmiano.. certe volte ti fanno venire voglia di ucciderti...

Vedi delle cose che gli altri non vedono?

Vedo un serpente, qui nella mia cella. Sono sicuro che ci sia perché ne ho visto le tracce, per terra, lo giuro. Un’ora, un’ora e mezza dopo essermi addormentato ho sentito un dolore alla testa, come un bruciore, era qualcosa che mi mordeva. Allora mi sono svegliato e ho iniziato a picchiarmi la testa, con le mani, ma il dolore era sempre lì. Allora ho preso una scarpa e ho continuato con quella. Alla fine la bestia che mi mordeva è andata via. C’è una fessura in un muro della cella, dentro ci sono delle ragnatele. Mi son detto: “bastardo di un serpente, è lì che si nasconde quello stronzo..” allora ho preso dei fogli di giornale e ho chiuso la fessura. Qualche giorno dopo ho tirato fuori quei fogli e li ho ritrovati pieni di buchi, tutti stracciati. È lì che ho capito che era stato un serpente a mordermi.

Parli molto con te stesso?

Sì, molto di più da quando sono in isolamento. Come impedirselo del resto quando non si ha nient’altro da fare.. all'inizio restavo tre, quattro minuti a parlare da solo, prima di accorgermene e smettere.. ma adesso, porca miseria, parlo per sei, sette ore di fila.. Sento le voci degli altri prigionieri, qualcuno che mi dice “ti ammazzo!”, cose spaventose di questo genere. A quel punto ho paura e cerco di barricarmi nella mia cella. Le voci mi dicono che sono il diavolo e che vogliono uccidermi..

Il primo penitenziario "Supermax" è stato quello di Marion, Illinois, nel quale, dopo l'assassinio di due secondini nel 1983, i detenuti furono costretti ad un isolamento di 23 ore su 24.
Dichiarazione di Elizabeth Simpson, avvocato di Jerry Williams:

“Jerry è scappato di casa quand'era ancora un adolescente, ha commesso tutta la classica serie di reati minori (furto, vagabondaggio, stato di ebbrezza in luogo pubblico) tutti reati che si associano frequentemente all'assenza di fissa dimora e di un lavoro. 
Quando nel 1990 è stato condannato per furto con scasso, la sua schizofrenia era già stata diagnosticata e comprovata, fin dall'età di 21 anni. Già dai 17, 18 anni aveva cominciato a sentire delle voci. Una volta in carcere, ha cominciato a collezionare condanne per crimini commessi in prigione, come per esempio svariate aggressioni al personale carcerario. Piazzato in isolamento, senza le medicine necessarie al trattamento della sua patologia psichica, è piombato in uno stato di iper-agitazione costante che lo spingeva a commettere ulteriori infrazioni, anche se bisogna ammettere che la loro descrizione nei verbali è spesso molto più seria rispetto alla gravità reale dei fatti. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che la Carolina del Nord è uno stato nel quale, una volta accumulato un certo numero di delitti, sei considerato un criminale recidivo e le tue condanne sono molto più severe. È stato picchiato in molte occasioni. Una volta ha bloccato la porta della sua cella e rifiutava di eseguire gli ordini ricevuti: dall'esterno gli hanno spruzzato una quantità spropositata di gas urticante. Quando sono infine riusciti ad entrare nella cella, l’hanno riempito di botte, ovviamente ben lontani dalle telecamere di sorveglianza. Se l’è cavata con molteplici fratture alle dita ma secondo una denuncia fatta da otto detenuti della stessa casa circondariale le punizioni corporali inflitte in luoghi non coperti dalle telecamere a circuito chiuso hanno causato non soltanto delle fratture ma addirittura la paralisi di un detenuto. Visite proibite, può ricevere a colloquio soltanto il suo avvocato. Idem per le chiamate. Ha diritto a qualche libro. 
L’unica maniera di comunicare con qualcuno, i detenuti dello stesso braccio, è di gridare a squarciagola. Per recarsi alle docce, una volta a settimana, passa le braccia fuori da una feritoia nella porta e si fa ammanettare. Una volta la porta aperta, gli vengono ammanettate anche le caviglie, spesso le due manette vengono legate tra esse con una catena. Una volta scortato alle docce viene liberato anche se talvolta non è il caso, lavarsi diventa quindi praticamente impossibile. Sarà dura farlo uscire dall'isolamento. Non penso che le autorità percepiscano il problema del suo stato mentale, vedono la faccenda dal punto di vista del “controllo”.. ho sentito ripetere questa parola talmente tante volte che non credo che abbia più un vero significato”.

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  • Robert King, 72 anni, liberato nel 2001 da Angola, penitenziario di massima sicurezza della Louisiana, dopo 32 anni di detenzione, di cui 29 passati in isolamento. È uno dei “Tre di Angola” con Hermann Wallace (morto nel 2013, tre giorni prima della sua liberazione) e Albert Woodfox (attualmente ancora detenuto), divenuti celebri per aver subito un trattamento particolarmente severo, dovuto alla loro appartenenza al movimento Black Panthers. Intervistato nella sua casa di Harlem nel Febbraio 2014.

“L’isolamento carcerario per l’amministrazione penitenziaria è tutta una questione di procedure. Ero considerato come un militante, un ribelle e l’unica maniera di contrastare una ribellione è il castigo, la punizione. Non avevano bisogno di argomenti di discussione, obbedivano agli ordini e basta. Non c’è nessuna logica, nessuna giustificazione razionale nel condannare un uomo a 29 anni di isolamento. Semplicemente, erano autorizzati a farlo. 
È in quello stesso periodo che l’idea di riabilitazione durante la detenzione è stata completamente abbandonata. Si son detti: “Ok, invece di mettervi in isolamento per quattro anni, vi ci mettiamo per otto” e siccome l’opinione pubblica era completamente indifferente al trattamento subito dai carcerati, si sono permessi di fare ciò che volevano, non solo a quelli considerati come prigionieri politici ma a chiunque. E lo fanno ancora. Oggi però il vento è cambiato, la gente si interessa a ciò che succede in carcere. Ognuno vive l’isolamento a modo suo. Mi chiedono spesso come ho fatto a non diventare pazzo: ma io non ho mai affermato di non esserlo. È impossibile restare così a lungo nella merda e uscirne senza puzzare. Sei marchiato a fuoco. Forse non sono pazzo ma non sono neanche completamente sano, vorrei che sia chiaro. La gente fa spesso il paragone con Mandela e mi chiedono: “com'è possibile che non provi rancore?” Anche qui, vorrei puntualizzare: non ho mai negato di provare questo genere di sentimenti, non capisco come possano dedurlo dal solo fatto che non agisco con rancore. In isolamento si impara a vedere le cose da un’altra prospettiva. 
Non hai altra scelta. Ero in prigione, chiuso in una cella, solo. Anche i miei pensieri erano completamente imbrigliati dal fatto di essere tagliato fuori da tutto e da tutti. A volte mi dicevo: “oggi devo diventare qualcos'altro, una qualsiasi altra cosa purché diversa da ciò che sono”. Non la vivevo come una forma di evasione, era piuttosto un adattamento: quando non riesci a rassegnarti al tuo destino non ti resta che cercare di adattartici. Adoravo pensare, erano i miei momenti di pace. Quando riuscivo infine a sdraiarmi, in piena notte, mentre tutti dormivano, mi mettevo a pensare a cosa mi sarebbe piaciuto fare. Per qualche ora riuscivo a dormire, fare dei bei sogni, qualche volta; altre, gli incubi mi svegliavano. Certo, la solitudine è crudele, ma devi relativizzare: la gente guarda al limone e pensa soltanto che è un frutto aspro, senza accorgersi che con esso si può fare una buonissima limonata: basta aggiungerci qualcosa. Resta un limone, ma hai cambiato la sua essenza. Con la solitudine succede la stessa cosa: può significare due cose diverse per due persone diverse e una stessa persona può arrivare a vederne entrambi gli aspetti: è questo che ho imparato in prigione. Si tratta di tortura? La giustizia ha stabilito che un lungo periodo di detenzione in isolamento è un castigo inaudito e crudele. Sì, sono convinto che sia una forma di tortura. Restare da solo un minuto? Nessun problema, amo la solitudine. Ma non in eterno. Io sono stato in prigione ma la prigione non è mai stata in me. E questo fa una grossissima differenza: anche se fisicamente ci sono stato e per così tanto tempo, da un certo punto di vista posso affermare di non essere mai stato in galera”.

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  • Michael Williams, 45 anni, detenuto del carcere di Menard, Illinois. Problemi psichiatrici manifesti fin dall'infanzia. Dopo una serie di delitti minori, nel 1993 commette una rapina a mano armata (una pistola a piombini, per un bottino di 191 dollari). Inizialmente condannato a otto anni, dopo una serie di incidenti e di reati che gli valgono un cumulo di condanne supplementari di 42 anni, si trova oggi al 17simo anno di isolamento. Ecco un estratto della sua richiesta di grazia del 2008, respinta dalla corte suprema:
“..nel 2000 mi è stato prescritto del litio: è stato come se una nebbia si dissipasse dai miei occhi. Ho realizzato quanto avessi incasinato la mia vita e fui sommerso da un’ondata di rimorsi per tutti i crimini che avevo commesso. Miss Clover (la sua psicoterapeuta, NDR), la mia famiglia ed i miei amici mi hanno molto aiutato a mettere ordine nelle mie priorità e riportare la mia vita nella giusta direzione. Dopo aver ricevuto all'incirca 300 sanzioni disciplinari tra il 1994 ed il 2001, negli ultimi cinque anni non ne ho ricevuto nemmeno una (successivamente, nel 2014, Williams aggiunge a mano questo passaggio: “quando il 20 Dicembre 2012 la prigione di Tamms è stata chiusa e venni trasferito, avevo passato 12 anni al suo interno senza ricevere nessuna sanzione”).

Tamms, Illinois, penitenziari "Supermax", chiuso nel Dicembre 2012 
Lì, ho potuto seguire i corsi di autocontrollo e gestione della rabbia con discreto successo, ho conseguito un diploma e una specializzazione di assistente giuridico al Blackstone Career Institute, con un punteggio di 97/100. Ho concorso per una borsa di studio e sono stato selezionato tra 400 candidati; con questi soldi, ho potuto iscrivermi ad un corso di assistente giuridico di livello superiore e ottenere una laurea specialistica in cause civili con un voto di 93/100. La mia terapeuta, che vedo dal 1998, pensa che abbia delle buone speranze di diventare un membro produttivo della società, una volta uscito di prigione. La mia famiglia ed i miei amici hanno molta fiducia in me e sono certo che mi aiuteranno. Prolungare la mia detenzione non avrebbe nessun senso, mi ritengo un uomo riabilitato..”

Estratto di una lettera inviata a Philippe Boulet Gercourt, nel 2014:

“Le scrivo per raccontarle la storia della mia vita, della mia malattia mentale, del tempo che ho passato in prigione, dell’incapacità totale dell’apparato giuridico a trattare i miei problemi psichici, incapacità che mi è costata 42 anni anni di pena supplementare, dovuti a svariati incidenti che hanno avuto luogo durante la mia detenzione e in seguito al mio trasferimento in un penitenziario di massima sicurezza, in completo isolamento, senza alcun contatto umano, per gli ultimi 17 anni. Quando mi trovavo a Tamms, ho ricevuto un trattamento estremamente benefico per le mie turbe mentali; purtroppo, una volta che quel carcere è stato chiuso, ogni trattamento medico mi è stato sospeso mentre lo stato di isolamento è stato invece confermato. Temo che i miei problemi di irascibilità intermittente non si risolveranno in queste condizioni: essi mi comportano infatti degli ulteriori provvedimenti disciplinari che non fanno che moltiplicare i miei eccessi di rabbia. 
La situazione è tragica perché se voglio riuscire ad approfittare dei 17 anni e 9 mesi di buona condotta accumulati ed essere libero il 27 Gennaio 2016, non posso incorrere nel minimo richiamo disciplinare. Solo che al comitato di controllo non prendono in considerazione la mia situazione mentale, addirittura mi sbeffeggiano se oso evocarla, cosa che mi rende molto instabile e violento. Nessuno mi ascolta ne’ prende in considerazione le mie richieste ufficiali di assistenza. Non capisco perché continuo ad essere in isolamento. 
L’assenza di contatto umano è la cosa che più mi pesa. Il solo contatto fisico che ho avuto nel corso degli ultimi 17 anni è quello coi secondini che mi ammanettano polsi e caviglie. Altrimenti le zuffe con l’orange crush, le guardie che intervengono quando mi viene una crisi. So che a delle persone del mio stesso braccio è permesso incontrarsi in cortile, mi piacerebbe poterci andare anche io ma non me lo permettono, mi fanno uscire in un altro posto, da solo. Certe guardie mi prendono in giro e mi dicono che sono un vecchio cane rabbioso. Non lo trovo divertente”.

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  • Joe Loya, 52 anni, arrestato dopo aver rapinato 24 banche in California. Sette anni di prigionia, di cui due in isolamento, dove scopre il potere della scrittura. Autore di una biografia osannata dalla critica, giornalista, protagonista di un one-man-show, padre di una bambina di sette anni. Intervistato a San Francisco nel Dicembre 2012.

“La mia cella: delle dimensioni di un posteggio per auto, a volte nel seminterrato, senza finestre. Se non stai attento, il letto si trasforma in sabbie mobili: l’isolamento ti deprime completamente, ti sdrai un attimo e subito vieni risucchiato dalla spirale della follia. Quando ho realizzato tutto questo, ho cominciato a fare attenzione: mi concedevo di sedermi sul letto per leggere ma non mi sdraiavo mai, almeno non fino all'ora di dormire. E mi sono messo a scrivere. La scrittura mi ha davvero aiutato. Dopo un anno ho cominciato a sentire dei rumori. Del resto, ancora oggi ho spesso degli strani ronzii nelle orecchie. Mi succedeva dopo una o due settimane di silenzio assoluto. Non una sola parola. 
Lì ho cominciato ad impazzire davvero: cominciato a sentire dei boati, dei tintinnii, rumori di fondo, come di una festa dall'altra parte della strada.. e ancora ronzii, sempre più forti. La cosa mi intrigava, persino. Poi riuscivo ad addormentarmi e d’improvviso: “Joe!!”. Mi sedevo sul letto, mi guardavo intorno per vedere chi mi chiamava ma niente, nessuno. Allora ritornavo a dormire. Qualche giorni dopo, mentre stavo appoggiato al muro a pensare, di nuovo: “Joe!!”. Lì ho capito che si trattava di allucinazioni uditive. 
Qualche settimana più tardi, al mio risveglio, ho aperto gli occhi e cosa vedo? Un bambino, completamente calvo, nella mia cella. Mi sono sforzato a riaddormentarmi, dicendomi che si trattava soltanto di un sogno.. ma sapevo che non era così e ho cominciato davvero a temere il peggio. Avevo conosciuto parecchie persone che erano impazzite in isolamento, per giorni ho vissuto la più grande paura della mia vita. Poi mi sono ricordato: quando avevo sette anni c’era un bambino nel mio quartiere che si era ammalato di leucemia e aveva perso tutti i capelli. Mi avevano detto che sarebbe morto, cosa che puntualmente successe tre o quattro mesi dopo. Mia madre era ancora viva all'epoca, la sua malattia ai reni sarebbe stata diagnosticata di lì a poco. L’isolamento per me è un vero paradosso: da un lato, è stata la miglior cosa che mi sia mai successa perché è in quel periodo che ho scoperto la versione di Joe Loya che esiste oggi. Al contempo è stata anche la peggior esperienza della mia vita e ne porto tuttora le cicatrici. Continuo ad essere un uomo ferito. 
Ci sono voluti dieci anni dalla mia scarcerazione perché gli incubi cessino. Quando ho cominciato a frequentare quella che poi sarebbe diventata mia moglie, ci siamo quasi lasciati a causa di ciò: ero perso, la notte, nel sonno, non potevo proteggermi dalla mia parte più oscura”.

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  • Vicente Rodriguez, 44 anni, condannato a 40 anni per un omicidio commesso a 16 anni. Libertà vigilata dopo 25 anni di detenzione, di cui 12 passati in isolamento a Tamms. In prigione, ha cominciato a dipingere. Intervista telefonica del Marzo 2014.
“Sì, mi son messo a disegnare. Prima in bianco e nero. In isolamento è impossibile procurarsi dei fogli completamente bianchi, senza scritte o righe, allora ho cominciato ad utilizzare il retro delle buste della Federal Express che mi inviava la mia famiglia.
 Chiedevo loro di scrivermi le lettere a matita in modo da poterle cancellare una volta lette e riutilizzare quei fogli e di spedirle in buste dal formato più grande possibile, per recuperare della carta. Tutto ciò che avevo era una penna a sfera speciale, flessibile, per evitare che i detenuti la utilizzino come arma contro sé o gli altri. All'inizio erano delle penne blu, poi alcuni detenuti hanno cominciato a scrivere sui muri e il blu non andava via facilmente, allora ci hanno dato delle nere: un giorno un compagno artista mi ha detto: “perché non usi i colori?” – “perché non me li danno!” ho risposto io. Lui ha sorriso e mi spiegato che potevo usare gli M&M’s e le Skittles per estrarne i pigmenti dei coloranti che mischiati all'acqua danno dei magnifici colori ad acquarello. Basta solo avere un po’ di pazienza perché la carta assorba il colore. Questi prodotti si possono acquistare allo spaccio della prigione ma non tutti possono accedervi: bisogna diventare detenuti di terzo livello. E basta un niente per perdere questa possibilità. Per esempio, se qualcuno scopre che hai quattro paia di calze invece delle tre autorizzate. Oppure un secondino che cerca di provocarti perché è di cattivo umore, tu reagisci, lui dice che gli hai sputato addosso e anche se mente spudoratamente tu perdi quel privilegio. Una volta che hai i colori, ti serve il pennello. 
Ogni settimana i detenuti ricevono una spugna per fare le pulizie della loro cella: io staccavo dei pezzetti di questa spugna, li intrecciavo e li infilavo nella penna che avevo svuotato. Altri facevano dei pennelli con dei ciuffi dei propri capelli. Ovviamente, se una guardia ti trovava il pennello te lo sequestrava e ti faceva rapporto per distruzione di beni dello stato e ti ritrovavi con un provvedimento disciplinare in più. Dipingevo di tutto: la mia famiglia mi chiedeva delle cose in particolare ed io eseguivo: ritratti, carte di auguri.. dipingevo ciò che vedevo dalla finestra, la mia cella: ma questi disegni non potevo conservarli perché avrebbero pensato che progettavo un’evasione e mi avrebbero punito. 
L’arte ha avuto il duplice merito di permettere che mi comprendessi meglio ed evitare che facessi delle stupidaggini. Da quando sono uscito (16 Maggio 2011) ho difficoltà a reinserirmi: abito con mia madre e mia moglie, che ho conosciuto dopo il carcere, ricevo un sussidio che mi permettere di frequentare un corso di amministrazione pubblica all'università del Colorado. Ma la vita non è facile. Continuo a vedere un terapeuta, mi è stata diagnosticata una sindrome da stress post-traumatico, la stessa dei militari che ritornano dal fronte. 
Prendo il Prozac. Ora va un po’ meglio ma appena uscito non mi capacitavo di non essere più in prigione. La notte mi sveglio ancora di soprassalto, convinto di essere dentro la mia cella. Mia moglie deve calmarmi, mi dice “non sei rinchiuso, non sei rinchiuso!!”.

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  • Brian Nelson, 49 anni, condannato all'età di 17 per furto a mano armata e complicità in omicidio. Ha passato 23 anni da solo nella sua cella, di cui gli ultimi 12 a Tamms. Oggi è assistente giuridico all’Uptown People’s Law Center di Chicago, ente che aiuta i detenuti a difendere i loro diritti civili. Intervista telefonica del Febbraio 2014.
“Dal 1978 scontavo la mia pena in un carcere di livello di sicurezza “minimum”, nel Nuovo Messico, senza essere in isolamento, nel quale rammendavo, lavavo e stiravo le divise. Un giorno del 1987 mio hanno trasferito, senza nessun preavviso, nell’Illinois, nel carcere di Menard. Sono originario di Chicago quindi conoscevo parecchi detenuti. 
In quel periodo vigeva una guerra tra clan rivali nella prigione e conoscevo molte persone di entrambe le fazioni. La direzione del penitenziario mi ha chiesto di tentare una mediazione e al contempo di diventare un loro confidente. Ovviamente ho rifiutato: al minimo problema, mi sarei ritrovato morto in poche ore. Una settimana dopo mi son ritrovato in isolamento, senza mai sapere quanto sarebbe durato. A Tamms, dove sono stato trasferito nel 1998, ero rinchiuso in cella, da solo, 23 ore su 24. Sempre solo, anche per andare a fare la doccia settimanale o per fare degli esercizi fisici. Non vedevo nessuno, per darmi i pasti aprivano la feritoia nella porta, me li passavano e richiudevano immediatamente. 
Camminavo tutto il giorno, ho camminato tanto da avere le vesciche ai piedi. 
Ho ricopiato la Bibbia, parola per parola. L’avevo già letta due volte allora ho voluto copiarla. Mi ci è voluto “appena” un anno, nove mesi e due giorni. Ho ancora la pila di fogli nel mio ufficio. Sono uscito di prigione nel 2010 ma, nella mia testa, sono ancora rinchiuso in quella cazzo di scatola grigia. Quando ne parlo è come se la vedessi, ne sentissi letteralmente il sapore, l’odore del cemento di quei muri. A lungo andare diventano come degli amici, ne conosci la minima fessura, imperfezione. Un ragno lo vedi molto diversamente da come faresti fuori. È come qualcuno sotto la tua responsabilità, devi nutrirlo. 
La mia ragazza ve lo confermerà, grido nel sonno. Mi hanno visitato i migliori medici, non ne cavano piedi. Spesso incontro altri ex detenuti, ci aiutiamo, cerchiamo di vederci più chiaro insieme. Ora che Tamms ha chiuso, vorrebbero costruire un altro penitenziario “Supermax” nell'Illinois, noi ci opponiamo e facciamo il possibile perché ciò non accada”.

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  • Damon Thibodeaux, 39 anni, condannato alla pena capitale nel 1997 per l’assassinio di sua cugina, 15 anni nel braccio della morte del penitenziario di Angola, Louisiana. È il 141simo condannato a morte scagionato dalla prova del DNA, dal 1976 ad oggi. Libero dal Settembre 2012. Estratto della sua deposizione davanti alla commissione giudiziaria del Senato, il 25 Febbraio 2014.
“..ho passato gli anni ad Angola, mentre i miei avvocati si battevano per la mia liberazione, in una cella di meno di 8 m². I muri erano dipinti di bianco, c’era una porta, un lavandino, un WC e una scrivania con una seggiola incorporata, attaccata al muro, un letto in acciaio e un materasso finissimo. Questa è la tua vita: stare lì dentro 23 ore su 24 ti uccide lentamente. Bisogna trovare il modo di vivere come se non fossi lì, se non ci riesci diventa una lenta agonia mentale che ti porta a sperare di morire per davvero, piuttosto che continuare quell'esistenza. Il lato peggiore dell'isolamento è la mancanza di speranza. 
All'inizio, sono arrivato a considerare l’idea di abbandonare ogni mio diritto e di lasciare che eseguano la mia condanna. Per fortuna Denise Leboeuf, il mio avvocato, mi ha convinto che un giorno sarei stato scagionato e liberato. In 15 anni ho potuto ricevere cinque visite da parte dei miei familiari. Nel braccio della morte, nelle lunghe estati della Louisiana, il caldo era intollerabile, ovviamente non avevamo l’aria condizionata ma quegli aguzzini soffiavano dell’aria calda dall'esterno nell'edificio dei condannati a morte, facendo salire la temperatura fino a 50 °C in ogni cella, come se la nostra esistenza non fosse già abbastanza insopportabile. In inverno succedeva esattamente il contrario: la temperatura nelle celle oscillava tra i 4°C e i 10°C poiché spesso il riscaldamento era fuori uso. Cercavamo di recuperare il massimo di felpe e coperte, a volte le regalavamo a quelli che non potevano permettersele ma se nessuno ti aiutava, restavi a sbattere i denti nella tua cella. Nessuno, per quanto orribili siano i crimini per i quali è stato condannato, può durare a lungo in una tale assenza di stimoli, di contatti e di attività. Ho visto gente perdere letteralmente la testa. Certi urlavano per tutta la notte, altri fissavano il muro della loro cella per ore, anche durante l’ora d’aria, restavano lì. Altri erano talmente pieni di medicine da sembrare in un constante stato comatoso. 
Certi cercavano di mettere da parte questi medicinali per prenderli poi tutti insieme e suicidarsi. Altri spalmavano i loro escrementi sul muro. Per anni, ho visto lo Stato eseguire le sue condanne a morte ben prima di piantare un ago nelle vene dei condannati. 
Gli animali domestici sono trattati molto meglio. Se infliggeste un trattamento di questo tipo ad un animale verreste arrestato e perseguito per legge. 
Ma con le persone, a quanto pare, non è la stessa cosa”.

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  • Richard Ausmus, 48 anni, condannato nel 1989 a 75 anni di prigione per il sequestro e lo stupro di una sedicenne, incinta di 5 mesi. Libertà condizionale prevista a metà della pena, il 2 novembre 2024. Dopo aver passato sette anni in una prigione “normale”, a media sicurezza, è rientrato in isolamento nel 2013. Brani estratti da numerose sue lettere.
“..dal mio trasferimento in una prigione di media sicurezza ho immediatamente approfittato della possibilità di seguire dei corsi universitari, programmi di sviluppo personale, studi sulla Bibbia.. dopo due mesi avrei dovuto essere trasferito in un carcere nel quale si può sostenere l’esame di maturità quando all'improvviso mi hanno piazzato in “detenzione amministrativa” (isolamento). Mi hanno interrogato assieme ad altri su un presunto tentativo di protesta pacifica all'interno del carcere. La direzione mi rassicurava dicendomi che non ero l’obiettivo principale dell’inchiesta e che preferivano mettermi in disparte fino alla fine delle loro indagini. Qualche settimana più tardi invece mi hanno notificato un rapporto disciplinare che mi accusava di essere uno degli organizzatori della protesta non violenta, cosa che non corrispondeva affatto al vero. Dopo venti giorni, queste accuse sono state abbandonate e ritirate dal mio dossier ma malgrado ciò sono stato ugualmente trasferito nel reparto di massima sicurezza, in isolamento. Ad oggi, non ho ricevuto alcuna comunicazione, ne’ scritta ne’ verbale, nessuna convocazione che mi spiegasse il perché di questo provvedimento. 
Ho protestato, ma la sola risposta che ho avuto è che trattandosi di un a detenzione amministrativa e non di un’azione disciplinare ogni ricorso è impossibile. 
Pare che ogni 90 giorni il caso venga riesaminato ma non sono autorizzato ad assistere alla delibera della commissione ne’, in realtà, sono sicuro che questo riesame abbia davvero luogo.


Ogni volta che esco dalla mia cella ho i polsi ammanettati dietro la schiena e sono scortato da una guardia e un sergente. Sono rinchiuso nella mia cella 24 ore al giorno, tutti i giorni tranne due volte alla settimana in cui posso passare circa due o tre ore in un piccolo cortile circondato da inferriate, in compagnia di altri detenuti. Ho anche diritto a due docce alla settimana, di 15 minuti ciascuna. Se ricevo una visita, posso vedere i miei cari da dietro un vetro molto spesso che impedisce ogni contatto e durante il colloquio sono ammanettato allo sgabello sul quale sono seduto e legato da una catena. Il tempo limite delle chiamate telefoniche è 15 minuti, 30 se non si è in isolamento, la direzione verifica ogni mia lettera, inviata o ricevuta, cosa che causa dei lunghi ritardi. A causa del mio isolamento sono particolarmente nervoso e ansioso quando mi ritrovo nel cortile, in compagnia di altri detenuti. Mi ritrovo in un recinto con sei, otto altre persone e anche se c’è dello spazio per camminare, un canestro da basket e dei pesi non riesco a rilassarmi e approfittare di questi momenti. Quando rientro nella cella sono fisicamente molto provato, in preda a un terribile mal di testa e ad una sensazione di vuoto. Devo dormire per ore ed ore prima di tornare ad uno stato di calma apparente”.

Articolo e intervista di Philippe Boulet Gercourt per Le nouvel Observateur.
Traduzione di Carlo Ligas (Articolo originale)