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mercoledì 27 novembre 2013

Douglas Coupland, un'intervista sulle interviste


Ho intervistato soltanto una persona in vita mia. Morrissey, a Roma, nel gennaio 2006. 
Nel 2000 sono stato a un passo dall’intervistare Martin Amis, a Vancouver, in occasione del tour di presentazione della sua autobiografia Esperienza. Avevo accettato di farlo perché, beh, perché lui è Martin Amis. E perché così, per una volta, avrei capito che si prova a essere nei panni dell’inquisitore. In realtà ero dall’altra parte della barricata sin dal 1991, ma in quel caso avrei avuto io il coltello dalla parte del manico. Avevo letto la sua autobiografia e preparato un elenco di domande. Era stato più impegnativo di quanto pensassi, perché all’improvviso quello che era partito come un articolo si era trasformato in una specie di compito a casa, e..... io ho sempre odiato i compiti a casa. Il tempo passava. All’una avrei dovuto trovarmi seduto in una stanza con Martin Amis. Ero fottuto.
Ho messo insieme un paio di domande, e mi sono presentato in un ristorante giapponese del centro. Vancouver aveva appena approvato una legge molto restrittiva riguardo al fumo nei luoghi pubblici ma Amis aveva dato la propria disponibilità all’intervista soltanto a condizione di poter fumare. L’imbarazzante preludio all’intervista è dunque consistito nella creazione di una sala fumatori clandestina, il chè faceva molto rockstar, ma non abbastanza da superare il fattore seccatura. Avevamo messo delle vedette alla porta d’ingresso, e tutti si muovevano agitati come fossimo sotto minaccia di una prossima invasione aliena.

Infine Martin Amis è entrato nella stanza, stressato e scorbutico, e mi ha detto: «Non penserai davvero di andare fino in fondo con questa cosa, no?». «No», gli ho risposto, con la sensazione di essere appena scampato al peggio nel migliore dei modi. Dopodiché mi ha chiesto se sapevo dove poter comprare dell’erba, così siamo andati da un tizio che conoscevo, ed è finita che Mr. Amis ha trascorso un piacevolissimo e rilassante pomeriggio senza intervista, giù al porto. 

Con Morrissey le cose sono andate un po’ diversamente. L’incarico di intervistarlo mi era stato offerto da un settimanale inglese assieme a una vergognosa somma di denaro e a un biglietto di prima classe, destinazione Roma. Ora: tenendo presente che la vita raramente offre occasioni divine come questa, se proprio dovete fare un’intervista nella vostra vita, fate in modo che sia con qualcuno di fronte a cui vale la pena di essere intimiditi, che preveda un volo in prima classe fino a Roma e un soggiorno in un hotel a cinque stelle vicino a piazza del Popolo. 

Avevo deciso di accettare, e mi ero preparato al viaggio. La preparazione includeva chiedere al mio medico alcune pillole di sonnifero di nuova generazione che mi sprofondassero in un dolce sonno REM sopra nuvole a forma di gattino e cagnolino. Nessun problema. Ho preso una di queste pillole sull’aereo per Francoforte, e sono stato avvolto da un sonno leggero. Ne ho presa un’altra all’aeroporto Da Vinci, al mio arrivo a Roma, ma non ha fatto effetto: così ne ho presa un’altra ancora e alle nove di sera sono sprofondato nel sonno. Mi sono svegliato alle cinque del mattino, troppo presto per fare qualsiasi cosa. Ho inghiottito ancora un’altra pillola, e mi sono svegliato intorno alle 11 del mattino, lucido e fiducioso. 

Mancavano ancora otto ore all’intervista. Ho passeggiato per la città in preda a una meravigliosa sensazione di acutezza dei sensi, uno stato di oblio simile a quello che talvolta precede l’influenza, bevendo grandi quantità di caffè ristretto italiano per aumentare l’effetto complessivo. 

Tornato in hotel nel tardo pomeriggio, ho ricevuto una chiamata. Morrissey si annoiava, e si chiedeva se era possibile fare l’intervista subito. Annoiato? Che poteva esserci di più tipicamente Morrissey di un misto di irritazione e noia? Bene. Sono sceso al bar dell’hotel per incontrare l’uomo che ha scritto gran parte della musica che aveva definito la mia vita per oltre un decennio. Mi hanno portato in sala da pranzo ed eccolo, seduto a un tavolo, anche se l’unica cosa che sono riuscito a notare era la sua enorme testa. Non un po’ più grande: proprio clinicamente, antropologicamente sproporzionata. Due volte più grande di come avrebbe dovuta essere in base alle dimensioni del suo corpo. Mi ha chiesto di sedermi, e la cosa immediatamente successiva che ricordo sono io al telefono col mio agente, sei ore più tardi, che dico parole tipo: «Aspetta... Che ora è? Eh? Sul serio?». 

Non ricordavo assolutamente niente dell’intervista con Morrissey, tranne (e non ho davvero idea di cosa questo significhi) che stavo parlando di mostri — in particolare del Mostro della laguna nera — e che... uh, oh, sì, avrei comunque dovuto in qualche modo scrivere l’articolo (cosa che ho fatto: l’equivalente giornalistico di guardare dentro a un frigo vuoto cercando un modo per mettere in tavola un’omelette dignitosa). 

Caro Morrissey, se stai leggendo queste righe ti prego di accettare le mie scuse, e — per favore — se le nostre strade dovessero incrociarsi ancora in futuro, dimmi di cosa diavolo ti stavo parlando quella sera a Roma. Oh, e ti prego anche di credere che normalmente non sono uno che parla a vanvera. E che lì era tutto un po’ andato per la tangente. Colpa del jet lag e dei sonniferi di nuova generazione. 



Del resto la maggior parte delle interviste funzionano sempre nello stesso modo. L’intervistato si siede lì, e in cambio di un numero imprecisato di benifici dalla natura incerta, consente a un estraneo di calargli le braghe e attaccare delle sonde al suo corpo, accettando tacitamente di rispondere educatamente a domande scortesi o sconsiderate, mettendo il silenziatore ai propri veri pensieri e sentimenti, e finendo — spesso — per uscirne come un povero scemo. 

Qualche anno fa ho insegnato per un semestre alla Emily Carr University of Art and Design di Vancouver. Tenevo un corso sui media cartacei, e in una lezione abbiamo trattato il tema della fama e di quel che rappresenta. Ho chiesto agli studenti quale fosse il vantaggio principale dell’essere famosi, e la loro risposta mi ha mandato al tappeto: «Il fatto di essere intervistati!». Il buon Dio ci protegga da ciò che desideriamo... Non c’è stato modo di convincerli che le interviste sono spesso un’esperienza disgustosa, sgradevole e brutale: una specie di stupro della mente dai benefici decisamente relativi (la “pubblicità”? Ugh!). 

La mia prima intervista in assoluto l’ho concessa al Los Angeles Times. Un buon inizio. Ma il mio editore era l’unico sulla faccia della Terra che, davanti all’aumento delle vendite dei miei libri, invece di capitalizzare ha detto: «Hmm, secondo me non dura. Smettete pure di organizzare interviste per questo Coupland. Chiunque lui sia». Così, nel momento della mia vita in cui le interviste potevano essere davvero utili, sono stato abbandonato a me stesso. Erano gli albori: registratori a nastro che morivano o non avevano batterie di ricambio; appuntamenti telefonici negli orari più assurdi del giorno e della notte; scarso, quando non inesistente, aiuto della casa editrice nel trattare con i fuori di testa…Ed era prima dei blog, prima dei fan- site, prima di qualsiasi cosa. Dio, non riesco a credere quanto fosse tutto primitivo, low tech e triste. 

(...) La mia politica nei riguardi delle interviste è di non leggere mai quello che scrivono su di me, nel bene e nel male, perché se si crede al bene allora è necessario credere anche al male — rischiando di perdersi in un labirinto di specchi come è accaduto a Courtney Love, che perlustra il pianeta inseguendo ogni molecola di stampa esistente su di lei. Io in genere chiedo a un paio di persone di cui mi fido di leggere tutto quel che esce, e se c’è qualcosa di insolito me lo passano. Fine. 

Una volta, nel 1995, ero in visita in Irlanda, dove vive mia cugina. Avevo dato un’intervista all’Irish Times, ma avevo bevuto troppo e mi ero dilungato in allarmanti dettagli sui demoni che abitavano dentro di me. Una settimana dopo mia cugina mi ha faxato (ebbene sì: faxato!) l’articolo e l’ho letto. Il giornalista si era semplicemente inventato l’intervista. Ogni singola citazione o aneddoto erano frutto di fantasia. Era come se non ci fossimo mai incontrati. È stato allora che ho deciso che non ne potevo più delle interviste vecchio stile — e nel 1995 mi sono iscritto al partito della tecnologia digitale. Sapevo che la svolta stava per arrivare. Usavo il servizio email di Aol e ho realizzato che con le interviste online non esistono citazioni errate: le risposte riflettono davvero la realtà, e il risultato è in genere migliore e più vero. Ho quindi cominciato a concedere solo interviste via mail, e stavo in effetti ottenendo qualche risultato quando i Duran Duran hanno mandato all’aria l’idea stessa dell’intervista via mail quando è venuto fuori che era il loro ufficio stampa a rispondere ai posto loro. Grazie ragazzi!

     

Se digitate su Google il mio nome e le lettere “Q” e “A” sarete sommersi da una quantità imbarazzante di interviste, in gran parte successive al 1998. Apprenderete qualcosa su di me? Sì. No. Sono un intervistato difficile, perché troppo consapevole del processo e troppo poco tollerante davanti a domande noiose o a cui ho risposto molte volte — o davanti alle persone incompetenti. Vai al punto. Non farmi perdere tempo.
Che tipo di persona sceglie di fare interviste? Una domanda che nessuno ti ha mai posto prima può essere molto interessante, e nei casi migliori può anche finire che tu diventi amico del tuo intervistatore: a me è capitato. Devo invece rilevare (con tristezza) che non sono mai finito a letto con qualcuno conosciuto durante un’intervista. Questo non perché manchino gli intervistatori attraenti, anzi: credo piuttosto abbia a che fare con la natura asessuata delle interviste. 

Andy Warhol l’aveva capito. La gente è noiosa. Le macchine sono sexy. Che camicia indossi? Cosa hai mangiato a colazione? Dopo 20 minuti le riposte diventano inevitabilmente stupide. È quello il momento in cui ti chiedono cosa hai mangiato a colazione. I particolari che distinguono una persona da un altra non sono per forza eccezionali, e il 21esimo minuto lo rende fin troppo evidente. Così negli ultimi tempi ho semplicemente smesso di preoccuparmi, e dico esattamente quello che ho in mente. Forse avrei dovuto farlo fin dall’inizio. Magari in questo modo negli articoli sembrerò più antipatico di quello che sono, ma che c’è di male? Essere gentile è noioso. Soffrire della sindrome di Tourette è parecchio più interessante. 

Questo testo è un estratto dalla prefazione al libro Interviews Vol. 2 di Hans Ulrich Obrist (Charta, 2010).

lunedì 1 ottobre 2012

Io sono Dieguito, Maradona secondo Martin Amis



C’è una fotografia terrificante di Diego Armando Maradona: è del 2000, l’anno del suo primo attacco di cuore. Indossa un cappellino da baseball messo alla rovescia che fa intravedere una ciocca di capelli tinti alla punk color cacca di bambino, occhiali scuri, una maglietta da batterista senza maniche che lascia scoperto tutto il tatuaggio di 'Che' Guevara sulla spalla destra. Poi, un sogghigno beffardo con la bocca aperta. E si arriva all’enorme massa della pancia. 
Sarebbe impossibile esagerare l’ubiquità del diminutivo (ito, ita) nello spagnolo latinoamericano, che ha origine nell'estrema riverenza e indulgenza concessa ai più piccoli. È un continuo incontrare uomini chiamati come bambini piccoli: gagliardi Sergito, forzuti Huguito (e un mio amico di 60 anni si chiama semplicemente Ito). Ma vi strozzereste, oggi, chiamando Maradona 'Dieguito'. Lo si vede ancora frequentemente in tv, barcollante negli aeroporti o incastrato in un golf cart; ha recuperato il suo vecchio colore dei capelli e si veste più discretamente, ma la sua corpulenta dimensione resta prodigiosa e impossibile da ignorare. È evidente quanto ciò lo torturi. E lo si vede, Dieguito, dentro il suo nuovo involucro: bloccato, sofferente. Eppure non si ribella. Dentro ogni uomo grasso, si dice, c'è un uomo magro che tenta di uscire. Nel caso di Maradona sembra che ci sia un uomo ancora più grasso che tenta di entrare.

L'autobiografia di Maradona, El Diego, stava per uscire e quaggiù si parlava del fatto che avrebbe concesso un'intervista a Buenos Aires (casualmente non ero lontano: Uruguay). Quando improvvisamente si spostò a Cuba, la sua seconda casa (o clinica) dal 2002, lo seguii con gioia. Maradona aveva già avuto un attacco cardiaco causato dalla droga ad aprile, è vero, ma ufficialmente si disse che si trattava di un viaggio di routine, una disintossicazione, o un decarburare. Il suo agente, un giovane con le stesse forme di Dieguito chiamato Ponzalo, mi ricevette nel suo albergo e, cautamente, mi disse che sembrava stesse migliorando. 
Ebbi una risposta più precisa il giorno dopo, nel notiziario. I medici – i medici di Fidel del centro di salute mentale – erano chiari. Il paziente era collegato alle macchine come un astronauta e non avrebbe incontrato chicchessia. Maradona si era ritirato nel 1997. Nel 2001 aveva giocato (assai corpulento) in una partita mandata in onda. Ora, nel 2004, ha bisogno che gli si dia il permesso di guardare una partita in tivù. Ha 43 anni.


Nell’America del Sud si dice a volte, o si suppone, che la chiave per capire il carattere degli argentini si trovi nella loro valutazione dei due gol di Maradona nella Coppa del Mondo del 1986. 
Per il primo gol, battezzato “la mano di dio”, Maradona era lievitato in maniera incredibile su un cross e aveva mandato la palla in porta con un intelligentemente nascosto colpo della mano sinistra. Ma il secondo gol, che arrivò pochi minuti dopo, fu uno di quelli che Bobby Robson chiama “un maledetto miracolo”: raccolto un passaggio da una punizione nella sua stessa area, Maradona, come in un'espiazione, chinò la testa e sembrò volesse aprirsi una strada attraverso tutta la squadra inglese prima di mandare a terra Shilton con una finta e la palla in rete. 
Ebbene, in Argentina è il primo gol, non il secondo, quello che piace veramente. Per il “macho” argentino (o questo almeno dice una calunniosa generalizzazione) i modi furbi danno molta più soddisfazione di quelli corretti. Lo stesso succede a livello di governo e negli affari. Non solo si tollera la corruzione: la si idolatra. 
Si tratta di una propensione che si estende alla sfera sessuale e alla quale si attribuisce un grande valore nell’ambiente dei “macho”. E nel lessico di Maradona una stessa parola, “vaccinare”, è usata per il segnare un gol e per il fornicare. Nella sua logica, il secondo gol contro l’Inghilterra fu una languida epifania erotica; il primo era un brivido in una strada laterale. Entrambi erano stati un colpo azzeccato. Più in generale, in questa cultura, l’umiliazione, l’abiezione, è il giocare sempre secondo le regole.
Quando in El Diego si arriva alla descrizione della partita contro l’Inghilterra, il lettore è totalmente sedotto dalla storia e dalla turbolenta ingenuità con la quale Maradona la racconta. Innanzitutto, le passioni coinvolte non sono solo ludiche (“nelle interviste precedenti la partita avevamo tutti detto che non si doveva confondere il calcio con la politica, ma era tutto una bugia; ci pensavamo in continuazione. Balle che era solo un’altra partita!). 
E non si trattava neppure solo delle Falkland-Malvinas: era la revancha di un popolo soggiogato e impoverito. 
Dunque, avendo esultato a lungo per il secondo gol (“volevo appendere ogni fotogramma dell'intera sequenza, ben ingranditi, sopra la testiera del mio letto”), Maradona volge la sua attenzione al primo (“anche dall’altro gol avevo avuto molta soddisfazione, a volte penso che quasi mi era piaciuto di più...”). 
E il lettore può per ora solo assentire alla soddisfatta cortesia della sua conclusione (“entrambi avevano un proprio fascino”). In altre parole, tutto è corretto – tutto è tenero – in amore e in guerra e, per qualche ragione, il calcio è tutto lì, e quelle sono le energie che richiama: le energie dell'amore e della guerra.


La sua è stata un'infanzia senza cuscini protettivi, in tutti i sensi. Se la società aveva le sue malattie, niente stava tra esse e Dieguito (“Tutti parlano di modelli di comportamento. Modelli un cazzo! In Argentina non abbiamo un solo modello di comportamento vivente, quindi smettete di rompermi le palle con i ruoli!”). 
Questo bel gioco era un modo di uscire dalla bidonville, ma difficilmente poteva rappresentare un faro di virtù per il ragazzo che cresceva. Il calcio era corrotto e rapace come ogni altra cosa, con una federazione in cui i giocatori dovevano passare le mazzette al manager per entrare nell'organico della squadra. Il barrio di Maradona a Buenos Aires era Villa Fiorita, negli anni 60 una giungla corrotta, oggi una Saddam City della criminalità in armi. “I miei genitori erano persone modeste, umili lavoratori”, scrive, ma la frase fatta è poco aderente: tutti i dieci Maradona vivevano in una baracca di tre stanze in cui l’acqua corrente era quella che arrivava dal tetto (“ti bagnavi di più dentro che fuori”).

L’ossessione per il calcio è innata; non ci sono memorie che la precedono, e nessun interesse a sfidarla. Quando il bambino Diego andava a fare le commissioni, lo faceva palleggiando con un'arancia. Quando aveva 3 anni il cugino gli regalò la sua prima palla di cuoio (“dormivo con la palla e l'abbracciavo al mio petto”). E quando si recò al suo primo provino, all’età di 9 anni, era così avanti che l'allenatore credette di avere davanti un nano. 
A 15 anni stava già tra i seniores e con i primi stipendi si comprò un altro paio di pantaloni per completare quelli di velluto a coste turchese con i grandi risvolti. La sua ascendenza era quindi perfetta per allontanarlo dalla realtà – e la realtà allora includeva la guerra sporca e il terrorismo e i 30.000 desaparecidos (“all'età in cui la maggior parte dei ragazzini ascolta le storie”, si legge in un titolo, “lui ascoltava ovazioni”). tre mesi dopo il suo debutto si stava già allenando con la nazionale, insieme a Daniel Passerella e a Mario Kempes. A 18, dopo aver vinto contro la squadra statunitense dei Cosmos, aveva già scambiato la maglietta con Franz Beckenbauer. A 19 aveva segnato il suo centesimo gol. Era già il volto della Coca-Cola, della Puma, dell'Agfa.
Marginali e relativamente impoverite, le federazioni sudamericane fungono da base di reclutamento per le squadre europee, e nel 1982 Maradona puntualmente si trasferisce al Barcellona per 8 milioni di dollari. Due anni dopo, quando si sposta a Napoli, prende 7 milioni di dollari l’anno, più altri 3 dalla televisione italiana (e c'erano gli altri 5 di Hitachi). Un sondaggio dell’International Management Group lo definisce “l’uomo più famoso del mondo”, e gli vengono offerti 100 milioni di dollari per i “diritti sull’immagine”. Li rifiuta per ragioni di patriottismo. 
Il 1986 gli regala l’apoteosi nazionalistica: è il capitano alla Coppa del Mondo e gli argentini la vincono. Aveva 26 anni.


El Diego è una narrativa trasparente, e nei suoi interstizi si continua a percepire uno sbalorditivo caos interno: acute e croniche carenze di carattere e di giudizio, e soprattutto una conoscenza di se stessi che è l’assente assoluto. Quando Maradona aveva 14 anni cadde sotto le grinfie del suo primo manager, un vecchio consigliere dal poco incoraggiante nome di Jorge Cyterszpiler. 
Si capisce ciò che accadrà appena Maradona spiega che gestivano tutto “sulla base dell’amicizia” (“non c'era un solo pezzo di carta firmato”). E, inevitabilmente, quando arriva a Napoli, dieci anni più tardi, rivelerà, sconcertando tutti, che “Cyterszpiler aveva una tale sfortuna con i numeri che a me non è rimasto niente”. O meno di niente. “Quel che è fatto è fatto”, alza le spalle Diego, e ribadisce che ogni investimento (ogni locale da bingo) era il risultato delle sue decisioni. 
Molto più tardi, quando Maradona decide di rimettersi in forma, assume un allenatore: Ben Johnson (“sì, Ben Johnson! L'uomo più veloce al mondo, checché ne dicano gli altri”). 
Lo stesso succede con la camorra a Napoli (“mi offrivano in continuazione delle cose, ma io non volevo mai accettarle: per via del vecchio detto che prima danno e poi chiedono”). Non voleva accettarle, ma le accettava. Lo stesso con i falli e gli arbitri. Quando Maradona formula un giudizio, si ha l'impressione di star assistendo a uno dei suoi dribbling (“quel bastardo di Luigi Agnolin, l'arbitro italiano, mi ha annullato un gol... quell’Agnolin è un figlio di puttana... abbiamo cercato di far pressione su di lui dall'inizio, ma l'italiano non era un tipo che si lasciava intimidire... Agnolin mi piaceva”).
La vena anarchica di Maradona si rivela anche nella sua noncuranza – anzi, nel suo disgusto – per la legge. Nelle occasioni in cui attira l'attenzione della polizia non è quasi neppure in grado di spiegare il perché, “sono stato arrestato, arrestato!”, dice, e descrive brevemente la farsa che ne deriva; nel frattempo, come un educato colpo di tosse, una nota a piè di pagina si inserisce per informare sull'accusa (possesso di cocaina). 
Più tardi, di ritorno in Argentina: “Ho reagito... ho reagito come avrebbe fatto chiunque... l'episodio con il fucile ad aria compressa, sehh, quello”. Ed ecco un’altra nota à piè di pagina, evasiva, in cui Diego spiega che “l’affare” si riferisce all'episodio in cui aveva sparato con un fucile ad aria compressa contro un gruppo di giornalisti, senza precisare di averne colpiti quattro e di aver avuto una condanna, in seguito sospesa.


Poi ci sono frequenti accenni a quel che si potrebbe definire eccezionalismo, o megalomania di basso livello. Parla correntemente di se stesso usando la terza persona, non solo come Maradona (“lo abbiamo reso più forte di Maradona”; “questa è la cosa più importante che Maradona possa ricevere”; “la droga è una cosa troppo grande perché Maradona si possa fermare”), ma anche come El Diego (“perché io sono El Diego, anch'io chiamo me stesso così: El Diego”; “vediamo se possiamo stabilire questo punto una volta per tutte: io sono El Diego”; “sono lo stesso di sempre. Sono io, Maradona. Io sono El Diego”). 
Dopo un po’ queste frasi non suonano più come autocelebrazione, ma come autoipnosi. Passerella era “un buon capitano, sì”, concede, ma “il grande capitano, il vero capitano, ero e sempre sarò io”. Questo tipo di parole trovano un’eco più tardi, nel 1996, quando lancia una campagna nazionale, “sole senza droghe”, affermando che “io sono stato, sono e sarò sempre un tossicodipendente”. 
Il mantra del programma di disintossicazione, in genere un finto vanto di un’astinenza duramente conquistata, sembra in questo caso più una dichiarazione di verità irriducibile. Maradona ha consumato droga per vent’anni: da qui la sospensione di 15 mesi (in Italia), l’espulsione dalla coppa del mondo del 1994 (“mi avevano dato [sic] dell'efedrina, e l'efedrina è legale, o dovrebbe esserlo”) e il ritorno da canto del cigno al Boca Juniors, nel 1997.
Si tratta di un libro lirico, emozionale e anche eccezionalmente vivido. L’esotismo della parlata di Maradona è bilanciato dai cliché zeppi di imprecazioni del calcio, che sono, a quanto pare, universali (“la folla è impazzita”; “quella sega”). Ma ci sono anche accenni di un più intenso livello di percezione. La tensione nello spogliatoio prima della partita (“percepii un silenzio, troppo profondo, troppo freddo. Guardai le facce e le vidi pallide, come se fossero già stanche”) o un brutto incidente (“mi lanciai di slancio dietro a una palla persa e sentii l'inconfondibile rumore del muscolo che si strappa, come una cerniera lampo che si apre nella mia gamba”). 
Quanto a emozione, Maradona si piange addosso a dirotto una pagina sì, una no. E poi ci sono i poemi dedicati alla moglie e alla sua famiglia, che sono i più toccanti, perché sappiamo che ora è divorziato e che si è allontanato dai suoi due fratelli, e anche perché sappiamo che i legami amorosi non sono riusciti a trattenerlo nella loro orbita.


Sono molti gli sportivi che si vantano di essere campioni del popolo, tuttavia, il populismo di Maradona porta il segno del suo percorso: l’ambiente proletario di Buenos Aires, Napoli, e ora L'Avana (l’unica squadra francese con la quale ha flirtato è, guarda caso, il Marsiglia). A Buenos Aires, a chiedere in giro, le risposte su Diego sono sempre un tanto meditate, sempre di simpatia; gli abitanti di L'Avana, invece, che non hanno mai conosciuto un Maradona non in disgrazia, sembrano adorarlo incondizionatamente. Cuba è perfetta per lui, può essere l'uomo del popolo, e quello del presidente, intimo com’è di Fidel Castro. 
Jorge Valdano disse una cosa buona su di lui, e in alto stile latinoamericano: “povero vecchio Diego. Abbiamo continuato a dirgli per tanti anni ‘sei un dio’, ‘sei una stella’, che ci siamo scordati di dirgli la cosa più importante: ‘sei un uomo’”. Ma non ci siamo ancora. 
In Italia la gente gli diceva spesso: “ti amo più dei miei figli!”. Non è un dire blasfemo come suona. Con le sue arrabbiature, il suo autolesionismo e la sua mai scomparsa dolcezza, Maradona resta El Pibe de Oro, il bambino di dio. E’ ancora Dieguito.


Martin Amis, 2 ottobre 2004, La Repubblica (Link originale)