giovedì 20 luglio 2017

7. Civiltà perduta (The lost city of Z), di James Gray (2016) - Eyeglass prescription - Best Film 2015/2016


7. Civiltà perduta (The lost city of Z)(2016)

L’ufficiale Percy Fawcett viene scelto della Royal Society per guidare una spedizione che ha il compito di mappare territori inesplorati in Brasile, Perù e Bolivia. Un’occasione per migliorare la condizione sociale della sua famiglia che si trasforma in una ragione di vita. Affascinato dalla giungla, Fawcett si imbarca in nuove spedizioni, nonostante le condizioni difficili e il distacco forzato dalla moglie e i figli. Nella foresta pluviale amazzonica Fawcett trova tracce di una civiltà perduta e si convince dell’esistenza di una antica e misteriosa città. La città di Z. Inizialmente deriso dalla comunità scientifica, Fawcett non si arrende. (141 min.)

Regista: James Gray
Stars: Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller, Tom Holland




James Gray e la battaglia di un regista della middle-class

Quando la gente parla della scomparsa dei film mid-budget per un pubblico adulto, che ne sia consapevole o meno, parla anche di James Gray.
Gray gira film dal 1994, quando, alla tenera età di 25 anni, ha scritto e diretto Little Odessa , uno splendido e toccante dramma poliziesco ambientato a New York, sulla spiaggia di Brighton.
Pur non potendo essere più diversi, il film uscì lo stesso anno di Pulp Fiction.
Dove Pulp Fiction praticamente esplode dell'inesauribile appetito di Quentin Tarantino per la storia della cultura pop, Little Odessa è invece misurato ed esistenziale, concentrato nella tradizione di importanti maestri europei come Jean- Pierre Melville e Bernardo Bertolucci.
Gray realizzerà altri quattro film ambientati a New York: due film polizieschi, The Yards e We Own the Night , entrambi interpretati da Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg; Two Lovers , con Phoenix e Gwyneth Paltrow; e The Immigrant, con Phoenix, Marion Cotillard e Jeremy Renner. Tutti e cinque i film appartengono a una scala di valori che oscilla tra il molto buono e il capolavoro, ma nessuno di loro sembra nemmeno suggerire che nel futuro di Gray ci sarebbe stato un film come The Lost City of Z.

L'adattamento dell'omonimo bestseller di David Grann si svolge nella giungla dell'Amazzonia e copre un periodo di 20 anni, diviso in due parti dall'avvento della Prima guerra mondiale.
Plan B, la società di produzione fondata da Brad Pitt, nel 2008, poco prima dell'uscita del libro, chiese a Gray se fosse interessato ad adattarlo. 
"Sul perché abbiano pensato di chiamarmi non ne ho la minima idea. Nulla nel mio precedente corpus di opere suggerirebbe una mia trasferta in Amazzonia, nel Regno Unito o qualcosa del genere" dice Gray.



Ma Gray è rimasto molto affascinato dal personaggio di Percy Fawcett, l'esploratore inglese che invecchia ossessionato dall'idea di una città perduta, la quale proverebbe come i nativi avessero una cultura molto più avanzata di quella che gli europei avevano, o avevano voluto attestare.
E si è scoperto che la Storia aveva tanto a che fare con le "cinture di castità vittoriane, e una cultura storica fossilizzata" come, materialmente, quella nella giungla. 

"L'esplorazione è un atto nobile, ma dentro c'è anche qualcos'altro, il voler e il dover sfuggire a ciò che ci è molto ostile, a una cultura rigida ", dice Gray. "Penso che per buona parte questo è ciò che mi ha affascinato. L'ho trovato interessante, lo comprendo, mi ci sono ritrovato in qualche modo. " 

Quando finalmente arriviamo all'argomento del film, abbiamo già passato mezz'ora a discutere della paralisi della nostra cultura.
Parliamo di come New York, il luogo in cui Gray ha ambientato i suoi primi cinque film, sia cambiata così drasticamente dalla metà degli anni '90; Gray dice che "la Brooklyn di Little Odessa è totalmente scomparsa, e che, invece gli appartamenti degli anni '20 in The Immigrant sono ancora lì, ora torreggiano sopra le boutique di John Varvatos".
Gray specifica che non è interessato a romanticizzare la città del passato dominata dalla criminalità, ma piuttosto a indagare su quello che ha portato una situazione dove, dice, un suo amico sembra essere il solo a vivere nel condominio a Central Park West, invece di utilizzarlo come investimento.

Quando discutiamo, la questione fondamentale nella mente di Gray è come il capitalismo influisca sulle nostre priorità come esseri umani.
  
"Marchiati con il debito studentesco dal momento in cui mettiamo piede in un'università, la nostra capacità di studiare per il piacere dell'apprendimento è finita; invece, siamo costretti a diventare capitalisti in erba".
Questa è la critica che ha focalizzato l'attenzione più alta durante la campagna elettorale di Bernie Sanders, e Gray si è fatto seriamente una sua idea. 

"Non abbiamo trovato un modo per monetizzare l'integrità e quando non puoi monetizzare l'integrità, o non puoi incentivare l'integrità, allora incoraggi l'individualità e implori il dio del mercato, creando una bestia molto strana che quasi si auto-divora", dice Gray. "È come se tutti fossero in debito con questo dio mercato, e nessuno sappia cosa fare".



Questo stato delle cose, naturalmente, si è esteso all'industria cinematografica.
Lost city of Z sembra, e in molti modi lo è, il perfetto esempio di film che presumibilmente non vengono più realizzati - è un'epopea nello stile di John Huston e Werner Herzog, con attori di richiamo come Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller e Tom Holland, che è stato girato in esterni nella giungla su pellicola da 35mm - e il film rischiava di non essere mai fatto.
Ci sono voluti sei anni dal momento in cui Gray ha ricevuto il libro all'inizio della produzione nel 2015, e il protagonista del film è cambiato ben tre volte, passando da Brad Pitt - che è coinvolto profondamente nel prossimo film di Gray - a Benedict Cumberbatch fino a Hunnam.
Nel frattempo, Gray ha realizzato un altro film, The Immigrant , e a un certo punto si è più o meno rassegnato all'idea che Lost city non sarebbe mai stato girato.

Per un regista che opera al di fuori del sistema degli Studio, dove i film non esistono per promuovere un franchising o un universo cinematografico, ogni progetto è alla mercé del mercato, spesso dipendente da finanziamenti precari messi insieme insieme da più fonti e da un distributore che non deve assolutamente perdere interesse. Si può discutere sul perchè i finanziatori debbano rischiare per un film che non garantisce un profitto sicuro, ma comunque non è incoraggiante vivere in un mondo dove il guadagno è l'unica valida valutazione per l'approvazione di un film. E in ogni caso, basandoci sui risultati delle maggiori case di produzione, quanto è giusto e infallibile questo sistema di valutazione?

Tuttavia, più  delle circostanze che hanno portato alla sua creazione, è importante il film stesso, che incamminandosi verso il suo destino assume un ritmo decisamente insolito nel cinema contemporaneo, non promette il viaggio edificante dell'eroe, ma neanche un climax catartico. Fawcett, invece, sembra svanire nel tessuto del suo sogno. È il filmmaking come avventura: la forma si identifica al contenuto. Gray lo definisce il suo film più ambizioso, e non solo per le questioni di logistica.



Potrebbe essere ricompensato per questa ambizione. Gray pur avendo lavorato costantemente per due decenni, guadagnandosi non pochi attestati di stima e riconoscimenti, con i suoi film non ha mai esattamente fatto esplodere il botteghino. 
Solo uno, We Own the Night è riuscito a guadagnare più di qualche milione di dollari durante la sua uscita nelle sale; due hanno pagato salatamente i disaccordi con il loro distributore, Harvey Weinstein; e uno, Two Lovers , ha avuto la sfortunata e bizzarra sorte di uscire durante la fase finto- rapper di Joaquin Phoenix , che poi divenne il suo (e di Casey Affleck) gonzo mockumentary I'm still here (Phoenix avrebbe dovuto promuovere Two Lovers durante la sua leggendaria apparizione al Letterman show; Gray, sempre clemente, lo scelse anche nel suo film seguente).

Proprio come nel resto dell'economia americana, la classe dei cineasti a cui appartiene Gray è precaria più che mai.
"Sai, la gente suppone che, poiché sono un regista, guadagno un sacco di soldi. Invece finanziariamente è una lotta", dice Gray. "Ora, sono molto fortunato a fare quello che voglio fare. Ho fatto, bene o male, molti film senza compromessi, i film che esattamente volevo fare, e questo è un bel regalo, quindi non mi sto lamentando di questo. Ma io lotto. Ho difficoltà a pagare le mie bollette. Ho 47 anni, vivo in un appartamento, non posso comprare una casa. Se avessi raggiunto la maggiore età nel 1973, adesso vivrei a Bel Air.  Il vero motivo di tutto questo, dove il medium è andato a finire, è esattamente ciò di cui stavamo parlando. Quindi ora, o hai i sequel oppure: “Ho fatto un film sul mio iPhone!” In breve, questo è il sistema economico, giusto?
Cinque registi fanno Marvel, e poi il resto di noi cerca di rimediare in giro i soldi per fare film. E diventa una profezia che si autoavvera: se il pubblico va a vedere solo i film Marvel, allora vogliono solo Marvel, e se vogliono solo i film Marvel, faremo solo i film Marvel.
Non ho nessun problema con la Marvel. Il problema non è lo specifico di ogni film, il problema è che è l'unico film che ora puoi vedere in una multisala, e quando questa è l'unica possibilità, stai assistendo agli ultimi spasmi di una forma d'arte”.

Fortunatamente, The Lost City of Z non è neppure lontanamente assimilabile all'agonia di una forma d'arte. 
È grandioso, rischioso, è ambizioso in una maniera in cui i film di oggi non lo sono più, ed è bello in uno stile che raramente le opere contemporanee riescono ad elaborare. La distribuzione ad opera di Amazon in collaborazione con Bleecker Street, sia in sala che nella nuova tendenza delle piattaforme streaming, può essere una forma di rivalutazione dei film a mid-budget. Potremmo rimanere sorpresi dalla fortuna che andrà a trovare.


(articolo tratto da Vulture, Aprile, 2017, James Gray and the Struggle of the Middle-Class Filmmaker, di Kevin Lincoln - Trad. Luca Tanchis)


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La storia universale, quella scritta e quella tramandata, non ci è spesso di nessun aiuto; l'intuizione umana, invece, ci porta spesso fuori strada, ma comunque ci guida, non ci abbandona. Così, ad esempio, la tradizione relativa alle sette meraviglie del mondo è sempre stata accompagnata dalla voce che esisteva un'ottava meraviglia, anche su quest'ottava meraviglia si sono riferite cose che forse si contraddicono a vicenda, ma la cui incertezza veniva attribuita all'oscurità di quei tempi remoti.
(Gli otto quaderni in ottavo, Franz Kafka)


Ho letto e tradotto questo articolo circa un mese dopo aver visto il film di Gray, compiaciuto da come il suo punto centrale confortasse e avvalorasse le mie prime impressioni scritte subito dopo la visione di Lost City of Z.

C'è una struttura organica e omogenea nella sintassi del linguaggio cinematografico di Gray. Tutto ha la stessa chiarezza e densità, ogni parte ha lo stesso grado di profondità: dal soggetto simbolico, al verbo tramico, al complemento fotografico: è una frase compiuta e piena di senso; Gray appartiene più a un classicismo di stile quindi, che a una middle-class economica della cinematografia americana.
Un classicismo moderno americano, che parte da un paragone azzeccato, quello con John Huston, e che aggiunge in filigrana una visione lirica e letteraria rispetto a quello dell' Eastwood di Changeling, del Cimino de I Cancelli del Cielo, di Spielberg in Lincoln.
Non mi sembrano inattaccabili i paragoni con Herzog, con Apocalypse Now, Ciro Guerra e il suo, molto bello, L'abbraccio del serpente con i quali può condividere le ambientazioni ma non lo stile e i temi: anche in questo frangente, quello di Gray rimane ricco di una certa purezza e al tempo stesso sicuro; uno sguardo che si fa quasi oggettivo, preciso come un rasoio nelle inquadrature, nel montaggio, nel sonoro, nel ritmo.



Questa volta il suo canone aderisce a una storia di un secolo fa, ma così paradigmatica da raccontarci molto anche dell'uomo contemporaneo e del regista stesso.
L'ufficiale Percy Fawcett è un uomo di grandi capacità, ma irrisolto perchè non ha quella medaglia al valore che solo l'esperienza diretta in guerra, dove ogni sovrastruttura sociale è azzerata, gli può conferire. Solo in una sorta di rappresentazione virtuale della battaglia, la caccia, riesce a dimostrare le sue potenzialità. 
Inizia il ventesimo secolo e l'uomo Fawcett si trova tra la rivoluzione industriale e l'imperialismo coloniale.
Quell'imperialismo coloniale che spostava l'avventura individuale (del mercante, dell'imprenditore privato)  all'avventura di massa (quella del soldato-pionere che predispone i territori alla venuta dei suoi connazionali), e quella Grande Macchina industriale che incominciava a creare il Mercato e le narrazioni dominanti alle quali dover aderire.
Proprio come una certa Hollywood patriottica e propagandistica che costruisce un immaginario e sorregge la nascita di un industria del merchandising di robottoni e supereroi alla quale Gray non vuole appartenere.




Non solo: anche a un livello più fine e spirituale, come lasciava intravedere, in un contesto contemporaneo, la Bigelow in The Hurt Locker, ci sono un colonnello, un uomo e un regista che rifiutano uno status quo conformista per ritrovarsi in una missione e un viaggio verso l'ignoto. 
Uno spirito d'indipendenza dall'ambiente sociale, certo, ma anche l'idea chiara della necessità di una ricerca spirituale, di un autentico sepolto, una città ideale dello spirito, che sia in Amazzonia, in un Falansterio¹, in Iraq o a Jauja.
Se per l'uomo contemporaneo disegnare nuove mappe, per mancanza di spazi esperibili, è un'opera prevalentemente di cartografia interiore, per Fawcett lo specchio della giungla è lo specchio della Natura. È il confrontarsi con la realtà primigenia, non modificata dall'uomo urbano, quella con cui misurarsi senza maschere, trucchi, dispositivi. La migliore possibilità di avere un confronto con il giudizio del dio creatore.



L'epica della Giungla diventa un piano di ripristino dell'esperienza che la civiltà tecnologica ha lentamente eroso, e non è secondario l'esito delle diverse spedizioni a seconda della composizione dell'equipaggio: l'impresa è insieme individuale e collettiva. 

La prima formazione multiculturale aveva successo e produceva speranze, la seconda, guastata dal fariseismo di Murray, simbolo della società vittoriana, fallisce, la terza, legata da un vincolo d'amore ancestrale, si addentra nel Mistero.
Eppure l'atto di protesta contro un certo livellamento rimane, pur rischiando di sconfinare nel melodramma e nella retromania, prevalentemente un atto di rivolta personale.
Quella che per il Fawcett d'inizio secolo è la virile hora de la verdad: sogno, anarchia ed erotismo, per l'artista contemporaneo Gray, è invece l'emancipazione estetica del suo cinema.
Cinema come giungla, come organismo vivente in cui avventurarsi e da interpretare secondo la sua maniera: fusione di classico e moderno, parola e immagine, equilibrio dinamico dei tempi giocato sul pieno possesso di una visione complessiva.


Luca Tanchis



Note:
¹ Le Phalanstère, grande edificio destinato a una comunità autonoma di circa 1600 persone, secondo il sistema sociale pensato dal filosofo ed economista francese Charles Fourier. 
(La seduzione composta, ed. Stampa Alternativa, 2006)

mercoledì 5 luglio 2017

13 Reasons why serials: Le 13 migliori serie TV dell'anno 2016

13 Reasons why serials
Le 13 migliori serie TV dell'anno



1. The OA (2016 Serie TV)
Prairie Johnson, scomparsa da sette anni, ritorna nella comunità in cui è cresciuta. La trentenne, interrogata dall’FBI, non vuole rivelare nulla su quanto le sia accaduto. Prima di sparire, Prairie era cieca ma ora ha riacquisito la vista: qualcuno lo considera un miracolo, altri vedono la guarigione come un mistero pericoloso.
Autori: Brit Marling, Zal Batmanglij
Attori: Brit Marling, Jason Isaacs, Scott Wilson, Alice Krige
Stagione: 1 Episodi: 8


2. Billions (2016 Serie TV)
Chuck Rhoades è un potente procuratore distrettuale del Southern District of New York. Durante la sua brillante carriera da procuratore non ha ancora perso un caso.Quando sulla sua scrivania finisce un documento su Bobby "Axe" Axelrod, miliardario che ha costruito la sua fortuna guidando una compagnia finanziaria specializzata su fondi speculativi, è chiamato a decidere se avviare un caso che potrebbe definitivamente consacrare la sua carriera, correndo tuttavia pesanti rischi nello scontrarsi con il mondo dell'alta finanza. La moglie Wendy, inoltre, lavora presso la società di Axe.
Autori: Brian Koppelman, David Levien, Andrew Ross Sorkin
Attori: Paul Giamatti, Damian Lewis, Maggie Siff, Malin Akerman
Stagione: 1 Episodi: 12


3. The Affair - Season 3 (2016 Serie TV)
Noah Solloway e Alison Lockhart instaurano una relazione extraconiugale dopo essersi incontrati nella località turistica di Montauk a Long Island. Noah è un insegnante di New York che ha pubblicato un romanzo, e sta cercando di scrivere un secondo libro. È felicemente sposato con quattro figli, ma risente del carisma del ricco suocero, scrittore di successo. Alison è una giovane cameriera nativa di Montauk che sta cercando di tenere in piedi la sua vita e il suo matrimonio dopo la tragica morte del figlio. I risvolti e le conseguenze psicologiche della storia tra Noah e Alison vengono raccontati da due punti di vista differenti, quello maschile e quello femminile, durante un interrogatorio per scoprire l'autore di un omicidio avvenuto proprio negli anni del loro amore.
Autori: Sarah Treem, Hagai Levi
Attori: Dominic West, Ruth Wilson, Maura Tierney, Joshua Jackson, Irene Jacob
Stagione: 3 Episodi: 10


4. Quarry (2016 Serie TV)
Mac Conway, detto "Quarry", un disilluso veterano della guerra del Vietnam, torna a casa, a Memphis, nel 1972, solo per trovarsi l'odio della gente comune e il rifiuto di coloro che ama. Fino a quando un uomo misterioso conosciuto come "Il Broker" gli farà un'offerta che non potrà rifiutare, lavorare per lui come killer.
Autori: Graham Gordy, Michael D. Fuller, Max Allan Collins
Attori: Logan Marshall-Green, Peter Mullan, Jodi Balfour, Damon Herriman, Edoardo Ballerini
Stagione: 1 Episodi: 8


5. Homeland - Season 5 (2015/16 Serie TV)
Il gioco è cambiato per Carrie Mathison. Ormai è fuori dalla CIA e vive a Berlino, sta cercando di iniziare una nuova vita, ma si rende conto di essere un bersaglio. Il pericolo aumenta e si rende conto che senza Saul e Quinn su cui fare affidamento lei non è mai stata più a rischio come ora.
Autori: Howard Gordon, Alex Gansa, Gideon Raff 
Attori: Claire Danes, Mandy Patinkin, Damian Lewis, Rupert Friend, Murray Abraham
Stagione: 5 Episodi: 12


6. The Night Of (Mini-Series 2016)
La vita dello studente universitario Nasir 'Naz' Khan, di origine pakistana, precipita nel caos quando una sera esce da casa sua nel Queens di New York e ruba il taxi del padre per raggiungere una festa a Manhattan. Naz finisce per perdersi e per dare un passaggio a una ragazza con cui trascorre la serata a base di sesso e droga. Quando nel cuore della notte si risveglia confuso nella cucina di Andrea, sale in camera per salutarla ed andarsene, ma la trova morta sul letto in un bagno di sangue. Incastrato dall'arma del delitto e da diverse testimonianze, Nasir si affida all'aiuto di un avvocato caduto in disgrazia, John Stone, per dimostrare la sua innocenza al processo. (60 minuti).
Autori: Peter Moffat, Richard Price, Steven Zaillian
Attori: Riz Ahmed, John Turturro, Bill Camp, Amara Karan
Stagione: 1 Episodi: 8


7. Horace and Pete (2016 Serie TV)
La storia di due uomini, Horace e Pete, che danno il nome – come i loro padri prima di loro – al locale che gestiscono.
Autori: Louis C.K.
Attori: Louis C.K., Steve Buscemi, Edie Falco, Steven Wright, Alan Alda, Jessica Lange
Stagione: 1 Episodi: 10


8. Atlanta (2016 Serie TV)
La serie è incentrata su due cugini che cercano di farsi strada nella scena rap di Atlanta nel tentativo di migliorare le loro vite e quelle delle loro famiglie.
Autori: Donald Glover
Attori: Donald Glover, Brian Tyree Henry, Lakeith Stanfield, Zazie Beetz
Stagione: 1 Episodi: 10


9. 11.22.63 (Mini-Serie 2016)
L’insegnante di liceo Jake Epping si ritrova a viaggiare nel tempo per cercare di impedire l’assassino di JFK, ma dovrà vedersela con Lee Harvey Oswald, un amore imprevisto e con il passato, che non vuole essere cambiato. Basata sul romanzo di Stephen King
Autori: Stephen King, Bridget Carpenter, J.J. Abrams
Attori: James Franco, Sarah Gadon, George MacKay, Chris Cooper
Stagione: 1 Episodi: 8


10. Stranger Things (2016 Serie TV)
Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell'Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; sua madre, un capo della polizia e i suoi amici devono affrontare forze terrificanti per riportarlo indietro.
Autori: Matt e Ross Duffer
Attori: Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Winona Ryder, David Harbour
Stagione: 1 Episodi: 8


11. Fleabag (2016 TV Series)
"Fleabag" racconta di una giovane donna londinese e della sua vita problematica, dovuta a una famiglia disfunzionale, alle difficoltà economiche legate alla gestione di un bar a tema porcellino d'India, che aveva aperto con la sua migliore amica, ora defunta, e alla sua instabile, quanto frenetica vita sessuale e sentimentale.
Autori: Phoebe Waller-Bridge
Attori: Phoebe Waller-Bridge, Sian Clifford, Jenny Rainsford, Bill Paterson
Stagione: 1 Episodi: 6


12. The Young Pope (2016 TV Series)
Lenny Belardo è un giovane cardinale statunitense, mite e dallo scarso peso politico. Abbandonato in orfanotrofio in tenera età, Lenny è continuamente tormentato da tale abbandono e ha sviluppato un rapporto molto turbolento con la fede e con Dio. Inaspettatamente Lenny viene eletto pontefice dal collegio cardinalizio, che crede forse di avere trovato una pedina da potere manovrare a piacimento. Tuttavia Lenny, salito al soglio con il nome pontificale di Pio XIII, si dimostrerà un papa controverso e per nulla incline a farsi comandare, machiavellico e manipolatore.
Autori: Paolo Sorrentino
Attori: Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando, Javier Cámara, Ludivine Sagnier
Stagione: 1 Episodi: 10


13. American Crime Story: Il caso O. J. Simpson (2016 TV Series)
La prima stagione si concentra sulla figura di O. J. Simpson e sul delitto della moglie Nicole Brown e del compagno di quest'ultima. La stagione, infatti, parte dall'omicidio della donna e segue il lungo processo che vide come protagonista O.J., accusato dell'omicidio di Nicole.
Autori: Scott Alexander, Larry Karaszewski
Stars: Cuba Gooding Jr., Sarah Paulson, Courtney B. Vance, Romeo Visca
Stagione: 1 Episodi: 10

sabato 17 giugno 2017

Richard Powers, Galatea 2.2, ovvero la singolarità e il suo Pigmalione


"Richard Powers, il protagonista, entra in contatto, dopo il ritorno dall’Olanda alla patria americana in veste di ricercatore umanista a contratto in una superuniversità di scienze cognitive, con il professor Lentz, autorità in fatto di neuroscienza, convinto che il meccanismo cognitivo ed emotivo del cervello umano sia teoricamente e praticamente replicabile artificialmente. Powers e Lentz, nel breve arco di due mesi iniziatici, giungono a programmare un cervello artificiale che sembra disporre di tutti i requisiti strutturali e reattivi di quello umano. Sullo sfondo c’è anche una struggente storia di amor perduto, che Powers fa convergere magistralmente nella tramatura del suo romanzo."
(Dalla recensione su Carmilla)


Le fornimmo un’immagine eidetica della Bibbia. Le opere complete di Shakespeare. Una piccola biblioteca su cd-rom, seicento volumi scannerizzati con cui avrebbe potuto trastullarsi. Anche quella, almeno suppongo, era una forma di inganno. Un esame con il libro aperto, quando invece il candidato umano doveva confidare solo sulla memoria. Ma del resto era proprio questo che volevamo verificare: se il silicio fosse una materia di cui potessero essere fatti i sogni. 
E oltre tutto, Helen non conosceva questi testi. Disponeva solo di una struttura digitale di tipo lineare, che poteva utilizzare per ritrovarli. Era come una bambina con computer incorporato. Un indice Hasher frontale la aiutava a localizzare quello che cercava. Poteva quindi trasferire l’intero testo sui suoi strati di input e avviare le proprie meditazioni. 
In questo modo poteva leggere anche di notte, senza nessuno intorno. E non aveva bisogno nemmeno di una lampadina. L’unica cosa che mancava alla sua educazione era il senso del pericolo. Del proibito. Il fattore di rischio. Qualcuno che potesse dirle di piantare tutto e andare a dormire. 
Con un salto di qualità prodigioso, Helen acquisì l’intero sistema di regole relative ai simboli della realtà fisica che era stato elaborato da Chen e Keluga, e lo fece in due diversi modi. A un livello elementare, inserimmo molte delle relazioni simboliche in vere e proprie strutture di dati, che poi connettemmo a una serie di giunture tra le reti che andavano a costituire la superrete unica, ottenendo che applicassero concretamente dei filtri semantici ai suoi pensieri. Ma Helen imparò il lavoro dei nostri colleghi anche provvedendo direttamente a raccogliere le loro conoscenze per poi incollarle, con dubbi risultati, alla sua riflessione platonica che, pesata e qualificata, si era già spinta ad altissimi livelli. 
La dimensione mondana era impressionante per proporzioni e più profonda di qualunque cavità marina. Alla fine, l’unico modo in cui si poteva tradurla era sotto forma di catalogo. 

Le parlammo dei biglietti per il parcheggio e delle offerte tre per due. Di forche, forchette, lingue biforcute e biforcazioni mai prese. Di resistenze e condensatori, di alteratori della verità, alternatori di corrente e stili di vita alternativi, dell’integrazione su larga scala e del fallimento del tentativo di salvare la società da se stessa grazie all’istruzione. 

Le parlammo della lana, del lino e del damasco. Le parlammo di frenuli e di freni, di banalità e banane, del sonar, dei semafori e di tutti i tipi di segnale che il corpo potesse produrre. Di moschee e mosche, di insettivori e insetticidi, di fusioni che durano una vita o un minuto solo. 

Le insegnammo cos’era la Commissione per le società e la borsa. Le parlammo dei collezionisti che si specializzano in oggetti di vetro risalenti agli anni Trenta. Del salto triplo e del bob a due. Di come i genitori si sforzassero da subito di insegnare ai figli la destra e la sinistra. Della defecazione, la respirazione, la circolazione. Degli appunti scritti su un post-it. Dei marchi registrati e della renitenza alla leva. Degli Oscar, i Grammy e gli Emmy. Della morte per infarto. Dell’esercizio divinatorio con una bacchetta di ontano. 

Le spiegammo come erano distribuite le note su un pianoforte. Le intestazioni delle lettere. I balli delle debuttanti. Le dirette radiofoniche e i docudrammi televisivi. I colpi di freddo e le febbri, con annesso un breve excursus su cinque secoli di cure. La Grande Muraglia e la Strada di Burma, la Cortina di Ferro e la Luce alla fine del Tunnel. L’aspetto della Terra vista dallo spazio. Un incendio che divampava da trent’anni sotto una cittadina della Pennsylvania, senza mai venire in superficie. 

Le mostrammo la differenza tra un triforium e un clerestorio. Rintracciammo nello spazio e nel tempo le famose rotte dei pellegrini. Le parlammo della conservazione e della refrigerazione dei cibi. Di come un tempo il sale valesse tanto oro quanto pesava. Di come le spezie avessero alimentato l’intera, tragica macchina dell’espansione umana. Di come l’invenzione della plastica avesse risolto uno degli incubi della nostra civiltà solo per crearne un altro. 

Le mostrammo Detroit, devastata da un’economia di tipo speculativo. Le mostrammo Saraievo nel 1911. Dresda e Londra nel 1937. Atlanta nel 1860. Bagdad, Tokyo, il Cairo, Johannesburg, Calcutta, Los Angeles. Subito prima e subito dopo. 
Le riferimmo barzellette dell’Africa orientale sui parenti acquisiti, o battute giavanesi su quanto sono stupidi gli abitanti di Sumatra. E ancora, barzellette da montanari sul rischio di vendere polpettine ebree senza licenza. La storiella del topo di campagna e del topo di città. Aneddoti su Tizio, Calo e Sempronio. Indovinelli con elefanti come protagonisti. Favole eschimesi in cui i pesci e gli orsi si fanno beffe della semplice idea che possa esistere un essere umano. 

Le parlammo di vendetta, perdono, contrizione. Le parlammo della vendita al dettaglio, delle tasse sul commercio, della noia, di un mondo nel quale senti parlare di tutto ma niente ti accade direttamente. Le dicemmo come la storia si svolgesse sempre in un luogo diverso da quello in cui ci si trovava. Le insegnammo a non procedere mai alla cieca e a non mandare mai un ragazzo a fare il lavoro di un uomo. Le raccontammo lo scandalo della collana della regina e l’embargo commerciale su Cuba. Il saccheggio di foreste grandi quanto un continente e la grande truffa della fusione fredda. Le parlammo dei codici a barre e della calvizie. Di lenti, lenticchie, lentezza. Delle speranze, vergogne, perversioni e dell’incerta sopravvivenza dell’umanesimo liberale. Della grazia, della disgrazia e delle seconde possibilità. Del suicidio. Dell’eutanasia. Del primo amore e dell’amore a prima vista. 



Helen doveva usare il linguaggio per creare i concetti. Le parole venivano per prime: era questo il principale ostacolo alla sua educazione. Il cervello faceva le cose esattamente al contrario. Manipolava i lessici della mente attraverso molteplici sotto- sistemi, e gli ultimi arrivati, i lobi più indispensabili, erano quelli che contenevano i nomi in sé. 
All’inizio dell’evoluzione non c’era la parola, ma il luogo su cui avevamo imparato a inchiodare la parola stessa. I lattanti registravano e trasmettevano dati sulle loro madri molto prima di aggiungere un nuovo elemento, cominciando a chiamarle ‘mamma’. Gli afasici, persino i sordomuti, tessevano sontuosi arazzi concettuali mediante i numerosi vettori dei loro corpi e in assenza anche di un solo verbo. 

Il sogno di Chen e Keluga mi sembrava sempre più disperato. Le regole lessicali del discorso non erano enumerabili. E ancor meno lo erano le regole dell’esistenza vissuta e provata. Leggevo a Helen frasi che potevano prestarsi almeno a una mezza dozzina di analisi, come a nessuna. Mi impietosivo per lei mentre snocciolavo le eccezioni alla categorizzazione di ‘albero’ effettuata da Chen e Keluga. Tutti gli alberi hanno le foglie verdi almeno in un periodo dell’anno, a meno che l’albero non sia un acero rosso, o un saguaro, o malato, quiescente, pietrificato, oppure allo stadio di pianticella, o visitato dalle locuste o dal fuoco o da una banda di bambini maligni, o ancora sia un albero genealogico, un albero della trasmissione, o ancora... Per stampare un dizionario che esaurisse le varie accezioni del termine sarebbe stato necessario abbattere tutti gli alberi del pianeta. 
Per non parlare degli alberi nella politica, nella religione, nel commercio o nella filosofia. Avrei potuto leggere a Helen la poesia nella quale si insisteva che nessuna poesia al mondo potesse eguagliare un qualsiasi albero. Ma non avrei mai potuto tracciare la differenza tra popolare e accademico, tra il significato terreno-e l’ermeneutica, tra la poesia e i versi, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, tra il termine ‘allora’ riferito al presente e al passato, tra una similitudine evocativa e la confusione più totale, tra il sentimentalismo prebellico e la poesiapaesaggio completamente spoglia d’alberi scritta subito prima della morte del poeta in una trincea francese. Le parole non sarebbero bastate a spiegare a Helen la differenza tra ‘poesia’ e ‘albero’. Poteva tracciare diagrammi, ma non affrontare la salita impervia verso un livello superiore. 

Le insegnai le componenti di un motore a combustione interna e come cambiare il denaro. Le dissi quanto mio fratello adorasse entrare nei negozi che vendevano ‘tutto a un dollaro’ e chiedere quanto costassero alcuni oggetti. Le dissi la barzelletta preferita di Taylor, quella del prete, dello scienziato e del critico letterario condannati tutti e tre a morte. Le parlai della WPA6 e del sistema di strade interstatali. Mi chiese perché ci fossero delle interstatali alle Hawaii. Non seppi cosa risponderle. 

Le raccontai come, da ragazzo, giocassi spesso a salvare dal diluvio universale i miei animaletti di plastica. Solo quando ero riuscito a guidarli tutti dentro una piccola scatola di cartone potevano considerarsi salvi. A quel punto cercavo un’arca di cartone ancora più piccola e le operazioni di salvataggio riprendevano, in condizioni più disperate. 
Le riferivo tutti questi dati, ricavandone un intreccio di frasi ben organizzate. Ma utilizzando solo quelle frasi non sarebbe mai arrivata all’essenza delle cose. Le dissi quale fosse il termine per la sensazione che proviamo quando un nome nel quale andiamo letteralmente a sbattere rinsalda il nostro legame con i concetti viventi sui quali è basato il nostro mondo. Ma appropriarsi di quel termine non le era di alcun aiuto che fosse anche remotamente paragonabile al sostegno che il nome stesso, piombando a cascata nei suoi circuiti, le garantiva. 
Seguire il flusso delle sensazioni mi condannava alla solitudine. Le immagini e i suoni si accumulavano. Un’immagine in bitmap, per quanto basata su algoritmi di compressione del tutto aleatori, valeva comunque molto più di un kilobyte di parole. Volevo costringerla a lavorare sui concetti. Costringerla a immergere le mani fino al gomito in quella pozza d’acqua di cui le parole erano meri sostituti.

Le feci ascoltare ancora Mozart. Anzi, una serie di Mozart di ogni natura e modello, da ogni epoca storica e da ogni continente. Lasciai che si soffermasse a meditare su una serie di rondò ripetuti all’infinito. Le restavo accanto e la guardavo mentre lottava con la canzone più banale trasmessa alla radio, lanciandosi nel tentativo di riprodurla e ricadendo sempre a un buon palmo di distanza dalla cadenza dolorosa del sentimento. 

(Galatea 2.2, Richard Powers, Fanucci 2003 - Trad. (straordinaria, ndr) di Luca Briasco
***
 Prima edizione: New York, 1995 - Editore: Farrar, Straus and Giroux

Richard Powers è un romanziere statunitense, da sempre interessato alle scienze e all'effetto che la sperimentazione scientifica estrema può avere sull'umanità. Laureato in Letteratura (che ha prediletto a Fisica, sua prima scelta), ha lavorato per tanti anni come programmatore, prima di fare della scrittura un lavoro a tempo pieno. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Tre contadini che vanno a ballare nel 1985 edito in Italia nel 1991, da Bollati Boringhieri), dedicandosi quindi alla carriera letteraria e accademica tra Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Vincitore di numerosi premi, tra cui il "MacArthur Fellowship" nel 1989 e il "Lannan Literary Award" nel 1999, in Italia ha pubblicato Il dilemma del prigioniero (Bollati Boringhieri, 1996), Galatea 2.2 (Fanucci, 2003) Sporco denaro (Fanucci, 2007), Il fabbricante di eco (Mondadori, 2008, che ha vinto il "National Book Award"), Il tempo di una canzone (Mondadori, 2010), Generosity (Mondadori, 2011) e Orfeo (Mondadori, 2014). Oltre a questi romanzi, è autore con Phillys Richardson anche di Modern Living. Guida alla casa contemporanea (L'Ippocampo, 2005).

Sito internet: www.richardpowers.net
Un'intervista: Intervista a Richard Powers su Galatea 2.2
Un articolo di Luca Sofri su Ray Kurzweil e le previsioni sull'intelligenza artificiale: Cosa mi aspetto dal domani


"Young Farmers", August Sander, 1914

mercoledì 14 giugno 2017

6. American honey, di Andrea Arnold (2016) Eyeglass prescription - Best Film 2015/2016


6. American honey (2016)

La diciottenne Star abbandona la problematica famiglia aggregandosi a un gruppo di ragazzi conosciuti nel posteggio di un supermarket. Il gruppo vende abbonamenti a riviste, girovagando di città in città, di porta in porta, lungo gli stati del Midwest. Non completamente a suo agio in questa gang bizzarra e scalmanata, Star si adegua al loro stile di vita, ai loro ritmi e intreccia un intenso ma instabile legame con Jake. (163 min.)

Director: Andrea Arnold
Stars: Sasha Lane, Shia LaBeouf, Riley Keough, McCaul Lombardi

La vecchia generazione di zombie è ancora tutta asserragliata dentro il centro commerciale.
Dawn of the Dead (1978) e il successivo The Store (1983) ci fornivano in fieri - uno in maniera beffardamente speculare e l'altro in chiave socio-antropologica – una topografia del fenomeno.
Oggi le cose sono cambiate; non solo la crisi economica, l'avvento del grande mercato online e l'erosione della classe media, ma anche e soprattutto tre decenni di globalizzazione, di velocissima crescita tecnologica, di colonizzazioni e decolonizzazioni, di successivi enormi flussi migratori che hanno destabilizzato e ricreato, insieme agli stessi indigeni, una grande zona di esuli, di clandestini, di società civile liminare alle prese con un nuovo paesaggio, alla ricerca di una nuova narrazione che sembra avere sempre però lo stesso denominatore: il mercato.

I figli di queste generazione di zombie, sono quelli che l'ipermercato non l'hanno mai visto da “fuori”, stagliato sull'orizzonte e luogo da assaltare, ma l'hanno vissuto come propria genetica e casa: À L'Intérieur. L'aspirazione oggi è quella che prefigurava Charlie Brooker, in Dead Set: il reality e la riconoscibilità mediatica come ultimo fortino da divorare.



Andrea Arnold filma questa progenie all'atto della ribellione adolescenziale, della fuga da casa, dai grandi mall (non prima di averne raccolto i rifiuti - un pollo buono come cibo per cani -e inscenato una divertita coreografia di sfregio) e lo fa nel momento giusto sia a livello allegorico che economico, cioè quando, negli USA, questi grandi magazzini incominciano a chiudere per lo sgretolamento della middle class (a favore di discount per poveri e negozi di lusso) e nel modo giusto: un 4/3 televisivo che nega ogni spettacolarizzazione e cinemiracle.



Questa fuga sembra esaurirsi in un reale svuotato, in un'altra subordinazione: nell'impresa vuota del vendere prodotti arcaici (le riviste cartacee) a una classe agiata che le compra per carità.
La comunità si salda nella reiterazione di riti collettivi ammaestrati. Si riconosce in bolle di conformismo, nell'adorazione di figure trash (ed è divertente costruire una corrispondenza tra gli estremi apicali che si formano nella visione di una parodia come Popstar: Never Stop Never Stopping, che diventa quasi un surreale spin-off, non solo per la “simbolica” tartaruga, ma soprattutto per questa ellisse che si crea tra desiderio di emulazione, gigantismo e horror vacui: “Beh, quando ero piccola, trascorrevo ore guardando coppie famose nelle riviste: US Weekly, People, Vogue, e tutti si domandavano: “Sono una coppia reale o sono insieme solo per pubblicità?” E io sapevo che quando sarei cresciuta, volevo essere una di quelle coppie.”¹




Questo è un road movie disperato, a cui non si può non voler bene, perchè cerca ancora di indagare sulla realtà quando la "realtà" è diventata fisiologicamente cinema.
In questo si situa agli antipodi di un'altra escursione  tra le file della generazione Z: Spring Breakers. Se il capolavoro di Korine mostrava una mutazione compiuta² - Faith e gli altri protagonisti hanno uno sguardo da dietro una maschera cinematografica che è così connaturata ai personaggi da essere diventata genetica (“Look at 'ma shit!”) - nel film di Arnold vi è ancora una reazione contro questa sorta di cinema incarnato che è diventata la realtà: Star (ironicamente i nomi delle due eroine dei rispettivi film sarebbero più calzanti a parti inverse) si ribella alla frode inscenata da Jake pur di vendere qualche abbonamento:
"Sei andato troppo oltre con la storia della mamma e del tir. Non puoi fare così."; vi è in lei ancora una esile richiesta di verità.

C'è in Star ancora un sussulto di libertà interiore, a differenza della docilità quasi autistica dei suoi compagni, della loro accettazione a partecipare a routine tribali di premio e punizione con tormentoni da ripetere all'unisono, come i carcerati di Cool Hand Luke, come i cori militari di Full Metal Jacket, come i commessi Apple che intonano canti aziendali per incitare alla resistenza lunghe file di fanboy in attesa.
La sua ribellione (come quella di Mia in Fish Tank)  è un sentimento compresso che destabilizza lo stesso Jake, il quale scopre improvvisamente di non conoscere bene i meccanismi che lo spingono ad operare così disinvoltamente, all'oscuro di se stesso, e, al tempo stesso, trasporta tutti i caratteri del racconto verso una zona neutra a loro sconosciuta precedentemente. 
Come nel meraviglioso viaggio di Kelly Reichardt, Meek's Cutoff - che si situa temporalmente dalla parte opposta del timing americano (1860, il mito della frontiera) e che inizia geograficamente dove finisce lo scorrere fluviale di American Honey (Missouri) -
il film di Andrea Arnold 
è un road movie dove la macina delle grandi trasformazioni storiche sacrifica volentieri i figli meno abbienti, e dove, tra questi, voler speculare attorno a vittime e carnefici è pura captatio benevolentiae.


Eppure, come recita la canzone che dà il titolo al film (non casualmente un brano country) e che la piccola comunità canta in coro nel pulmino-capsula-ipod, "C'è un sussurro selvatico che soffia nel vento, chiama il mio nome come un amico di vecchia data, Oh mi mancano quei giorni, mentre passano gli anni, Oh nulla è più dolce dell'estate e della bellezza americana".


Andrea Arnold riesce a tradurre cinematograficamente quel pulviscolo di brace adolescenziale che giace sotto montagne di degrado economico, civile e culturale; questa volta è riuscita a raccontarlo dentro quel che resta del sogno americano. L'educazione sentimentale di una piccola donna attraverso i simboli dei miti fondativi dell'America: cowboy, nativi, grizzly, secessioni, petrolio (e guerre per) e quella giovinezza ferina di cui l'Europa ha avuto sempre grande invidia.



Luca Tanchis



Note:
¹ dialogo tratto da Popstar: Never Stop Never Stopping
² nel bellissimo documentario della BBC di Adam Curtis, HyperNormalisation, l'autore traccia l'inizio di questo passaggio, da groupie a star, nei video ginnici di Jane Fonda, passando per l'avvento delle prime videocamere domestiche: