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lunedì 18 novembre 2024

Il Bambino murato vivo, di Emmanuel Carrère

 


Era del tutto prevedibile, ma non ero ancora capace di fare previsioni del
genere, che alla sovraeccitazione maniacale seguisse il crollo depressivo. Un
periodo atroce. Nella fase precedente mi ero esaltato alla prospettiva di un
nuovo libro e di una nuova vita piena di promesse e di conquiste. Avevo
subaffittato il grazioso appartamento in rue du Faubourg-Poissonnière. Avevo
comprato una cassa bluetooth e sottoscritto un abbonamento a Deezer, due
cose che consideravo, stranamente, come le prerogative della mia nuova vita:
prerogative modeste, ne converrete, ben lontane dall’acquisto compulsivo di tre
Ferrari. E ora eccomi solo come un cane, senza una donna o impotente quando
per caso ne rimorchio una, con il colletto coperto di forfora, l’uccello squamato
dall’herpes, incapace di scrivere, senza più un briciolo di fiducia nel progetto di
libro che fino a qualche settimana fa mi sembrava così giusto, così necessario,
così fattibile: bastava, per cominciare, raccontare quello che mi stava
succedendo. Il problema è che non so cosa mi stia succedendo e non sono più in
grado di raccontare né di raccontarmi niente. Per vivere c’è bisogno di una
storia, io non ne ho più. La mia vita si è ridotta a un continuo andirivieni tra il
letto, dove macero in un sudore malsano, e il Rallye, dove passo ore a fumare
una sigaretta dopo l’altra, inebetito, sotto lo sguardo preoccupato della gentile
cameriera cinese, quella che per farmi piacere mi aveva detto che Yoga per
bipolari era un buon titolo. Ancora oggi non posso passare lì davanti senza un
fremito di paura. Per quasi due mesi mi sono a stento lavato e cambiato. Lo
scarico della vasca da bagno si è otturato e io non ho fatto niente per porvi
rimedio, a stento mi sono levato di dosso, per dormire, la mia divisa da
depresso: un informe pantalone di velluto a coste, un vecchio pullover pieno di
buchi e un paio di scarpe da ginnastica a cui ho tolto i lacci come se mettessi
già in atto le precauzioni che presto mi avrebbero imposto all’ospedale
psichiatrico. Non smetto di tremare, gli oggetti mi cadono di mano. Se metto a
posto i vasetti di yogurt nel frigorifero, mi sfuggono frantumandosi sul
pavimento della cucina. Finché si tratta dei vasetti di yogurt, pazienza, ma un
giorno ho provato a spostare di qualche centimetro la statuina dei gemelli che
avevo sistemato su una mensola come su un altare e ho fatto cadere anche
quella. Si è rotta. Sono rimasto per un’ora fermo a guardare sul parquet, tra i
miei piedi, quei due pezzi di terracotta che erano stati il simbolo segreto del
mio amore, e ho pensato che non c’era modo più eloquente per dirlo: stava
andando tutto in frantumi, niente si sarebbe mai aggiustato, era tutto finito.

L’articolo di Wyatt Mason

In quel periodo un giornalista e scrittore americano di nome Wyatt Mason è
venuto a trovarmi per scrivere un lungo articolo su di me per il «New York
Times Magazine». In un altro momento quella visita e l’interesse del «New York
Times Magazine» mi avrebbero fatto molto piacere perché da tempo aspiro a un
maggiore riconoscimento da parte del mondo letterario anglosassone. Ma in
quel momento non me ne importava niente del riconoscimento da parte del
mondo letterario anglosassone, ero messo troppo male per potermi rallegrare di
qualcosa. [...]
Il libro "Vite che non sono la mia", metteva in piazza l’intimità di parecchie persone,
ma prima di pubblicarlo ho fatto leggere il manoscritto a tutti gli interessati, i quali
hanno dato il loro assenso, cosicché il libro, che parla di avvenimenti tristi e anche
terribili, è stato scritto con serenità e rimane di gran lunga il mio preferito
perché mi ha dato l’illusione, condivisa da molti lettori, di essere un uomo
buono. Ma è un’illusione, dico ancora a Wyatt Mason. Non sono un uomo buono.
Mi piacerebbe esserlo, darei la vita e l’anima per esserlo perché ho un elevato
senso etico che mi porta a distinguere con chiarezza il bene dal male e non
colloco niente al di sopra della bontà, e invece no, ahimè, non sono buono e cito
a Wyatt Mason, quante volte l’ho citata, quante volte me la sono ripetuta, la
frase di san Paolo che chiede a Dio, probabilmente il solo a cui si possa fare
questa domanda: «Perché non compio il bene che desidero, ma il male che
odio?». È chiaro che, arrivato a questo punto, Wyatt Mason non considera più le
mie frasi come riflessioni o argomentazioni di un uomo responsabile, ma come
sintomi di un preoccupante stato di sconforto per il quale mostra una
compassione sincera. «È impossibile non accorgersi» scrive «che quest’uomo
estremamente cortese, attento al suo interlocutore, che si sforza di esprimersi
con precisione, che mi offre il tè e mi offre se stesso, per quanto gli è possibile,
in realtà soffre terribilmente». Si concludono così la prima parte dell’articolo e
la prima giornata che abbiamo trascorso insieme, perché trattandosi di un
lungo ritratto, otto pagine sul «New York Times Magazine», io e Wyatt Mason,
che era venuto a Parigi apposta, avevamo deciso che avremmo trascorso
insieme due giorni. Che fare nel secondo? Esaurito il fascino del monologo sul
divano simile a un cane depresso, l’idea era di uscire dalla forma statica e
convenzionale dell’intervista per passare a qualcosa di un po’ più vivace. Per
esempio, fare insieme una cosa che mi piaceva: la spesa al mercato, un pranzo
in un buon ristorante, una partita di calcio... Quando Wyatt Mason mi ha chiesto
se avevo qualche idea, l’ho portato al Rallye sperando che sarebbe rimasto
soddisfatto da questo cliché: il tipico caffè parigino dove lo scrittore parigino va
tutte le mattine a prendere un doppio espresso e un croissant, a osservare gli
altri clienti, in teoria a scrivere su un taccuino. Magari l’idea non era male, ma
ho voluto strafare. Mi sono lasciato prendere la mano dal ruolo dell’habitué e ho
rivolto alla cameriera cinese frasi di una giovialità stridente, che lei ha accolto
come se fossi impazzito. Wyatt Mason ha bevuto il suo caffè, pensieroso, poi mi
ha chiesto se mi piaceva Rembrandt. Penso che pochi rispondano di no a una
domanda del genere e difatti sì, Rembrandt mi piace. Come potrebbe non
essere, anzi, il mio pittore preferito uno che ha passato tutta la vita a scrutare
con ansia la propria faccia? Allora Wyatt Mason ha suggerito di andare a vedere
la mostra di Rembrandt che era stata appena inaugurata al museo Jacquemart-
André. Ho accettato, era sempre meglio di un ristorante da gran gourmet dove
non avrei potuto mandar giù non dico un antipasto ma nemmeno uno
«stuzzichino», come li chiamano, e non so perché ho proposto di andarci con il
mio scooter, invece di prendere il taxi. Più che la mostra di Rembrandt, su cui
non c’è molto da dire, il tragitto in scooter è il clou dell’articolo di Wyatt Mason.
Non è il primo, lo fanno già in molti tra parenti e amici, a descrivere la mia
guida sulle due ruote come prudente, forse un po’ troppo prudente, così
prudente da risultare pericolosa, con frenate brusche quando non ce n’è alcun
bisogno e curve prese con una lentezza tale che lo scooter minaccia di inclinarsi
su un lato, inclinarsi al punto da cadere sotto il peso della sua inerzia. Così
sballottato, sballonzolato, Wyatt Mason, dietro di me, è sempre più teso.
Nell’articolo rievoca il rumore che fa la parte anteriore del suo casco urtando a
ogni frenata contro la parte posteriore del mio, racconta di aver tentato in tutti
i modi di evitare di urtare con la parte anteriore del suo casco contro la parte
posteriore del mio e alla fine scrive una cosa stupefacente, che ancora più di
tutto il resto mi ispira una grande simpatia per lui: «Sarebbe stato molto più
facile se fossimo stati amici. Non sarei stato costretto a irrigidirmi per
mantenere la distanza tra noi, avrei potuto tenermi a lui, non è certo il
comportamento che ci si aspetta da parte di un giornalista nei confronti della
persona che è venuto a intervistare, ma mi dico che in fondo è proprio quello
che avrei dovuto fare: abbracciare quell’uomo così infelice».

Il bambino murato vivo

L’articolo di Wyatt Mason non si chiude con questo brano, notevole sia dal
punto di vista letterario che da quello umano, ma con le frasi: «Per quanto la
perdita, la violenza e la pazzia siano per Emmanuel Carrère quasi
un’ossessione, i suoi libri si avviano sempre verso una conclusione in cui appare
all’orizzonte uno spazio di gioia. La loro forza è che sono scritti da uno che
conosce bene il prezzo di quella gioia». Rileggo queste righe oggi, mentre mi
avvio verso la conclusione del libro che sto scrivendo, e provo a far apparire
all’orizzonte uno spazio di gioia. Ci provo, avanzo a tentoni, non so ancora che
cosa troverò ma credo sia possibile. La gioia, o quanto meno la possibilità della
gioia, è tornata nella mia vita. L’amore, o quanto meno la possibilità dell’amore,
è tornato nella mia vita. Se me lo avessero predetto tre anni e mezzo fa, quando
abitavo in rue du Faubourg-Poissonnière, non ci avrei creduto e avrei trovato
questa predizione addirittura offensiva tanto era fuori luogo. Ero sicuro che la
tristezza sarebbe durata per sempre e che qualora mi fosse capitato di scrivere
ancora qualcosa, eventualità a cui credevo sempre meno, lo avrei fatto per dire
che la tristezza sarebbe durata per sempre, che ci sarei rimasto murato vivo in
eterno. Circa vent’anni fa mi sono imbattuto in un articolo di cronaca
pubblicato su «Libération» che mi ha segnato per tutta la vita: i genitori di un
bambino di quattro anni portano il figlio in ospedale per un’operazione di
routine. Deve uscire il giorno dopo. Ma l’anestesista commette un errore, e il
bambino, nonostante settimane di cure disperate, resta sordo, muto, cieco e
paralizzato. Irreversibilmente, definitivamente. Quando l’ho letto sono rimasto
annichilito dal terrore. Niente mi ha mai fatto così male. Non riuscivo più a
pensare ad altro, non riuscivo più a pensare ad altro che al risveglio di quel
bambino. All’istante in cui ha ripreso conoscenza, al buio. All’inizio è spaventato
ma in cuor suo è ancora convinto che lo spavento passerà presto. I suoi genitori
non devono essere lontani. Accenderanno la luce, gli parleranno. E invece non
succede niente. Non una luce. Non un rumore. Cerca di muoversi, ma non ci
riesce. Di gridare ma non sente neppure la sua voce. Forse si accorge che lo
toccano, che gli aprono la bocca per farlo mangiare. Forse lo nutrono con le
flebo, l’articolo non lo dice. I genitori, il personale dell’ospedale sono accanto al
letto, stravolti dall’orrore, ma lui non lo sa. Impossibile comunicare con lui,
impossibile raggiungerlo. Non è in coma. Sanno che è cosciente, che dietro quel
faccino cereo, contratto, dietro quelle pupille che non vedono c’è un bambino
murato vivo che sta urlando di terrore in silenzio. Nessuno può spiegargli la
situazione, e chi ne avrebbe il coraggio? Nessuno può immaginare cosa succede
nella sua testa, come si racconta quello che gli sta accadendo. Non ci sono
parole per una cosa del genere. Io non ho parole. Io, di solito così facondo, non
trovo il modo di esprimere ciò che questa storia smuove dentro di me. Ma
smuove qualcosa che ho nel profondo, qualcosa che è la sostanza della mia
stessa storia e che mi spinge a credere che la realtà della realtà, la sostanza
delle cose, l’ultima parola non sia lo spazio di gioia inalienabile verso cui a detta
di Wyatt Mason si avviano tutti i miei libri, ma l’orrore assoluto, la paura
inenarrabile di un bambino di quattro anni che si risveglia nel buio eterno.

(tratto da Yoga, di Emmanuel Carrère. 2021 Adelphi, trad. di Lorenza Di Lella, Francesca Scala)

lunedì 29 marzo 2021

I fiumi d'Amour di Amélie Nothomb nella Siberia di Manu Chao

Primo fax
aereo, 10/1/1997

Cara Ethel,
in questo momento stiamo sorvolando la Germania; poi sarà la Polonia, la Russia, la Siberia, il Mar del Giappone e finalmente Tokyo. È la prima volta che un viaggio mi fa tanto effetto: la lista di luoghi che ti ho appena elencato mi sconvolge quanto altrettanti miti. Se mi apprestassi ad attraversarli su una slitta trainata da una muta di cani, non sarei più emozionato. Di solito, i viaggi in aereo sono per me formalità noiose e astratte: oggi, sento anima e corpo la realtà di questo volo, e ciò mi dà le vertigini. Deve essere l’idea della tua sofferenza a sprofondarmi in questo stato di iperestesia. Per solidarietà con il tuo spirito, il mio ha perduto le sue difese immunitarie. Mi hai detto che sono tuo fratello: non sai fino a che punto sia vero. Non faccio che pensarti. Avrei voluto non partire e restarti vicino; hai deciso diversamente. Così lancio le mie parole al tuo inseguimento. Per quanto riguarda me, è di un’efficacia spaventosa: basta che ti scriva per sentire la tua presenza. La mia stilografica ti evoca ed eccoti qui. Mi chiedo come facciano i prestigiatori a stupire la gente: cosa sono i loro giochi di prestigio a confronto dell’irrefutabile magia della scrittura?

E per te? Funziona? Lo senti che sei con me? Se ancora non è così, lo sarà tra una dozzina di ore, ammesso che l’aereo non vada a schiantarsi da qualche parte. La hostess ha distribuito i vassoi del pranzo: nel menu, tanto per fare una cosa nuova, c’era cartone in salsa di cartone.

Non l’ho toccato. Intorno a me, le persone divorano ingordamente quella roba. Hanno l’aria di trovarla uno schifo. Lo credo bene, lo è. Ma allora perché mangiano quella schifezza? Non capisco come ragioni questo genere di individui, e penso che tu e io non ne facciamo parte. Noi siamo della razza di coloro che vogliono il meglio e rifiutano il resto: abbiamo probabilmente poche possibilità di ottenere ciò che desideriamo.Ma questo nulla cambia al nostro desiderio. Aspiriamo al sublime e tanto peggio per quelli che ci trovano idioti.

Tu aspiri al sublime attraverso il tuo amore, e Xavier trova che sia una stupidaggine: lo vedi quale abisso ti separa da lui? È fiero di avere i piedi nel fango; lui è della razza di quelli che mangiano il pranzo precotto per la semplice ragione che è commestibile, che è solido, che ne hanno diritto e che bisognerebbe essere fessi per non prendere ciò cui si ha diritto. Capisci dove voglio arrivare? È per questo che Xavier ti ha presa: perché eri commestibile, perché ti offrivi, perché tanto gli bastava per credersi degno di te, perché bisognerebbe essere fessi per non prendere ciò che si offre. Non ti paragono neppure un istante a questo cibo insipido, è lui che associo a quei divoratori ripugnanti. So di ferirti. Non è questo il mio intento; per parlare come il bruto che non sono, ti faccio del male, ma è per il tuo bene. Mi angoscio all’idea che tu possa cambiare parere. Sei dolce e incline alla compassione, basterebbe che Xavier ti lanciasse un’occhiata languida e tu lo perdoneresti. 
Mi rendo conto di non sapere neanche fin dove si sia spinto, la sera della prima; ignoro quali cattiverie abbia potuto dire dopo che mi avete mollato. Forse dopo non ti ha detto niente di peggio, cosa che non cambia nulla alla situazione. Eppure, il peggio deve essere arrivato. La prova è che tu, così poco avara di confidenze negli ultimi tempi, non mi hai raccontato niente. Penserai: “È questo, il suo fax di consolazione? Ma è sadismo puro!”
Ethel, preferirei mille volte dirti cose gentili. Sento però che hai soprattutto bisogno di essere scossa. Il colmo sarebbe che tu soffrissi senza arrivare a nulla. Se non rompi, allora il tuo dolore sarà stato sterile. In questo momento, sei l’eroinomane che ha deciso di smettere di bucarsi. I primi giorni sono atroci, soffri come una disperata. Se tieni duro ne uscirai, se non liberata, almeno fortificata contro la droga. Se molli, avrai vissuto l’inferno per niente. La mia metafora non è gratuita; quel tipo è uno stupefacente. La prima volta ti ha procurato un piacere folgorante che in seguito ha continuato a diminuire, fino a scomparire. Credi di amarlo e invece provi per lui solo una dipendenza. È un sentimento miserabile, a immagine di colui che lo ispira. Sì, lo so, ti ho parlato bene di lui negli ultimi giorni: mi sbagliavo. Sai meglio di me quanto è seduttore. Pure io mi sono lasciato prendere dal suo gioco, anche perché con me si era lanciato in una vera e propria campagna di conquista. Ero lusingato.
Alla prima, ci ha mostrato il suo vero volto. Hai notato quanto la sua qualità più incontestabile si fosse offuscata? Non era più neanche bello, ma solo comune e volgare. Un grugno da piccolo borghese scontento perché il programma della televisione non gli piaceva. Mi sono interrotto un lungo istante per guardare fuori dall’oblò: non c’era niente da vedere e questo era interessante. Nulla di cui meravigliarsi, sorvoliamo la Polonia. Alfred Jarry scrisse questa didascalia per Ubu: “La storia si svolge in Polonia, cioè in nessun luogo.” Come mi piacerebbe vivere in Polonia! In aereo stanno proiettando un film americano. Non so cosa sia (non voglio saperlo), vedo soltanto che l’attrice principale, insulsa come un piatto di pasta scotta, indossa un vestito di kleenex. Non mento: è un tessuto che ha la consistenza e il colore rosato del kleenex. Viene voglia di soffiarcisi il naso dentro. Me ne intendo, da quando sono nella moda. Non ha l’aria, però, di essere un film comico. Sembrerebbe una storia d’amore. Anche senza cuffie, è disgustoso. Eppure, intorno a me, la gente si è messa le cuffie e si è tuffata in questo capolavoro cinematografico. Nessuno ha l’aria entusiasta, e lo credo bene. Ciò non toglie che guardino. È la versione spettacolo del pranzo precotto. Sono sicuro che Xavier farebbe come loro. Il tropismo evanescente non era abbastanza bello per lui, ma il piatto di pasta scotta vestito di kleenex se lo sarebbe fatto fuori tutto. Ora ti lascio riprendere fiato. Mi sono portato dietro la Critica della ragion pura. Capirai bene che ardo dalla voglia di rileggerlo. Sinceramente tuo,
Epiphane

(Non mi ero portato la Critica della ragion pura. Avevo bisogno di rileggermi e di riflettere. Il nulla, dal finestrino, era invitante. Mi sentivo il contrario del paesaggio: denso come un uovo. Squisita pienezza dello strazio amoroso, che prendevo per sofferenza, quando avrei dovuto godere della tensione che mi animava.
In verità, non fui capace di alcuna riflessione: ci vuole un minimo di vuoto in sé per riuscire a traslocare le idee e a trovar loro un buon posto. Ero troppo pieno.
Ignoro quante ore sono rimasto sprofondato in questo pantano interiore. La scrittura dunque non serviva solo a mettermi in presenza di Ethel, ma anche a mettermi in presenza di me stesso.)


Scrissi un altro fax.
aereo, 10/1/1997


Cara Ethel,
ho finito la Critica della ragion pura. Un buon libro, te lo consiglio. Non ti stupire della mia strana calligrafia, non guardo quello che scrivo: ho gli occhi incollati all’oblò. Sorvoliamo la Siberia da più di un’ora e non sono riuscito a vedere nulla. Intendiamoci bene, non ha niente a che fare con il nulla polacco. Qui non è il nulla: c’è un mondo al di sotto dell’aereo, ma c’è da giurare che l’uomo non ci abbia mai messo piede.
Invano cercheresti qualcosa che somigli a una strada, a una casa o anche a un sentiero. Null’altro che colline boscose e innevate, a perdita d’occhio. Però, a sentire SolzŠenicyn e compagni, degli esseri umani ci sono stati. I gulag erano sotto terra? Oppure è la neve che dissimula la traccia dell’uomo. No, è impossibile; ho sorvolato la Polonia e la Russia, anch’esse coperte di neve, e strade e abitazioni si distinguevano ancora meglio. A maggior ragione visto che siamo al 10 gennaio: il candido mantello non è caduto ieri. Qui, invece, ha proprio l’aria di essere vergine. È incredibile. Osservo la posizione dell’apparecchio sullo schermo: l’enorme Siberia è appena all’inizio, ne abbiamo per cinque ore almeno. Ricomincerò a scriverti appena avvisto una parvenza di civiltà.
Un’ora dopo: sempre il nulla. Mi sembra che avrei dovuto se non altro vedere qualche rotaia: dov’è la famosa Transiberiana? In fondo, questa situazione mi incanta; i critici hanno dato del contaballe a Cendrars: per loro La prosa della transiberiana sarebbe un puro fantasma di adolescente, perché la fuga verso est non avrebbe mai avuto luogo. Posso controbattere: è evidente, cari imbecilli occhialuti, che Cendrars non ha mai viaggiato sulla Transiberiana! Lo credo bene, quel treno non esiste. Invece di dare del bugiardo al poeta, non sarebbe meglio ammirarlo per aver scritto uno dei più bei testi del mondo, dedicato a una linea ferroviaria inesistente?
A forza di guardare dall’oblò, finisco per sentirmi Cendrars in fuga dall’Europa con una ragazza in mente: lui con una puttana sifilitica che chiama la piccola Jehanne di Francia, io con te. All’inizio della poesia, si ha l’impressione che lei lo accompagni davvero. A poco a poco, si capisce che lei è un’idea. Anche tu, che non hai niente della puttana sifilitica, mi accompagni con il pensiero – e questa evocazione è così forte che, talvolta, ci sei sul serio.
Un’ora dopo: sempre il nulla. Quante migliaia di chilometri ho sorvolato senza vedere la minima traccia umana? Io che ho l’angoscia della sovrappopolazione planetaria, non posso che rallegrarmi di un tale spettacolo. Il paesaggio è di una monotonia stupefacente; le colline regolarmente spopolate sono la visione più confortante del mondo. C’è di che ritrovare la propria fede nell’Apocalisse: quanto ci ignora la Terra! Come sarà nobile e calma quando noi saremo scomparsi!
Un’ora dopo: sempre il nulla. Vincerò la scommessa. Se i miei ricordi scolastici sono esatti, il fiume Amour dovrebbe scorrere da queste parti. Tutto questo è pieno di senso: l’Amour non ha scelto come letto una regione sovrappopolata come il Bangladesh o il Belgio, ha eletto il territorio meno frequentato. L’Amour non ha scelto come letto una zona calda o temperata, si diletta là dove i ghiacci hanno reso la vita se non impossibile, quanto meno difficile e faticosa. Tra i paesi freddi, ha optato per il meno ospitale, di modo che la sua neve resti vergine. Quando si dice “Siberia” nessuno ha voglia di sorridere, è una parola che evoca prigionia e morte. La gente normale non ha voglia di esplorare la Siberia: bisogna essere matti per voler andare a vedere dove scorre il fiume Amour.

E poi, non è significativo che l’Amour sia un fiume, e non una montagna, una palude, una pianura o un altopiano? Il fiume non è, per eccellenza, ciò che scorre, ciò che non cessa di fluttuare? L’amore non è il sentimento più eracliteo che esista? Non ci si bagna mai due volte nello stesso amore. Il fiume è ciò che collega la terra al mare, lo stabile all’instabile, il noto all’ignoto. Il fiume è ciò che raccoglie i ruscelli dei dintorni, così come l’amore collega tra loro le inclinazioni di portata inferiore per formare un fiotto torrenziale. Il fiume è ciò che di volta in volta è calmo e navigabile e poi precipita nella cascata, o meglio, nella caduta.

L’analogia più sorprendente è che il fiume è inesauribile. In periodi di siccità, si impoverisce e dà quasi l’impressione di essere scomparso: c’è sempre, però. Comprendo gli antichi che avevano deificato i fiumi, da bambino restavo incantato di fronte alla loro facoltà di ricrearsi all’infinito. Mi chiedevo da dove venisse tutta quell’acqua e dove avesse l’intenzione di andare: il mare non avrebbe finito per traboccare? Sono rimasto molto male quando ho saputo della condensazione, della falda freatica e delle altre spiegazioni di quel mistero. C’è anche gente che ti spiega l’amore a botte di ormoni e di istinto di riproduzione.

Dovrei smetterla di parlarti d’amore: nel tuo stato, forse non è la cosa migliore.
D’altronde, che te ne frega se la Siberia esiste?

Un’ora dopo: Thalassa! Thalassa! Vedo il mare del Giappone. Ma quel che mi sembra cento volte più straordinario è che ho visto una strada: una stupidissima strada dritta che porta a una specie di hangar vicino alla costa. È la prima traccia umana che vedo da migliaia e migliaia di chilometri. Non hai idea dell’effetto che fa.
Quaranta minuti dopo: terra! Ecco l’Impero del Sol Levante. Se è la prima volta in vita mia che ho l’impressione di viaggiare, è probabilmente a causa del prestigio della mia destinazione: nel mio immaginario, non c’è nulla di più lontano, di più “fuori dal mondo”, come direbbe Baudelaire, del Giappone. È irrazionale, lo so. Devo essere vittima di innumerevoli luoghi comuni, se ho di questo paese una tale mitologia. Non ho
d’altronde alcun desiderio di riprenderli in esame, ho al contrario l’intenzione di confermarli attraverso l’osservazione, a rischio di falsarla.
Oggi, tutti vogliono distruggere i miti: lo trovo volgare e stupido. È tanto più facile distruggere una leggenda che costruirne una – e quando uno l’ha distrutta, mi chiedo che cosa ci ha guadagnato. Io invece lo so che cosa si perde. È sempre il mio lato alla Eugénie Grandet.
Come a darmi ragione, ecco sorgere all’oblò il monte Fuji. Che visione! Cade a strapiombo sulle nuvole, è bianco e perfetto: corrisponde punto per punto all’idea che me ne ero fatto. Evviva i luoghi comuni!

                                                                         🔵🔵🔵

SCHEDA LIBRO
Epiphane Otos è di una bruttezza straziante e associa alla sua deformità una totale assenza di principi morali. Solo una cosa fatalmente lo attrae: l’angelica bellezza femminile. L’incontro con l’affascinante Ethel sembra far breccia nell’animo di Epiphane. Ma quando la ragazza s’innamora di un artista sciocco e privo di scrupoli, il dramma di questo moderno Quasimodo esplode in tutta la sua violenza.Umorismo spietato e finale inatteso per una moderna favola sull’amore impossibile che ci racconta anche di una società attenta solo alle apparenze.

prima edizione: aprile 1999
terza edizione: marzo 2008

AUTORE
Amélie Nothomb
Nata a Kobe, Giappone, nel 1967 da genitori diplomatici, oggi vive tra Bruxelles e Parigi.
Scrittrice di culto non solo in Francia – dove ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino, il romanzo che l’ha subito imposta – pubblica un libro l’anno, scalando a ogni uscita le classifiche di vendita.
Innumerevoli gli adattamenti cinematografici e teatrali ispirati ai suoi romanzi e i premi letterari vinti, tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo, e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore.
Sete, uscito in Francia nel 2019, è arrivato secondo al Prix Goncourt dello stesso anno.
Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Voland.

                                                                               🔵🔵🔵
Manu Chao,
Sibérie M’Etait Contée


Sibérie m'était contéee è il quarto album di Manu Chao uscito nel 2004.


Sibérie dans le train
Sibérie le matin
Sibérie je m'ennui
Sibérie dans ma vie
Sibérie tous les jours
Sibérie dans la cour
J'ai tant rêvé du fleuve amour
J'ai tant rêvé du fleuve amour
J'ai tant pêché à boire ton eau
Sur la place rouge de nos deux coeurs
J'ai tant rêvé du fleuve Amour
Sur la place rouge de nos deux coeurs
Sibérie dans le train
Sibérie le matin
Sibérie je m'ennui
Sibérie dans ma vie
Sibérie tous les jours
Sibérie dans la cour
J'ai tant rêvé du fleuve Amour
J'ai tant rêvé du fleuve Amour
Sur la place rouge de nos deux coeurs
Sur la place rouge de nos deux coeurs
J'ai tant rêvé du fleuve Amour
J'ai tant rêvé du fleuve Amour


martedì 31 dicembre 2019

La festa, di Michel Houellebecq


La festa
Michel Houellebecq

Lo scopo della festa è di farci dimenticare che siamo solitari, miserabili e destinati a morire. In altre parole, di trasformarci in animali. Per cui il primitivo ha un senso della festa molto sviluppato. Una bella fiammata di piante allucinogene, tre tamburelli ed ecco fatto: un niente lo diverte.
Invece, l’occidentale medio arriva a un’estasi insufficiente solo alla fine di raves interminabili da cui esce sordo e drogato: non ha affatto il senso della festa. Profondamente consapevole di se stesso, radicalmente estraneo agli altri, terrorizzato dall’idea della morte, è del tutto incapace di accedere a una qualsiasi fusione. Tuttavia, si ostina. La perdita della sua condizione animale lo rattrista, ne concepisce vergogna e stizza; gli piacerebbe essere un festaiolo, o per lo meno passare per tale. È in una brutta situazione.

CHE CI FACCIO CON QUESTI STRONZI?
“Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.” (Matteo 18:20)
Sta proprio qui tutto il problema: riuniti in nome di che cosa? In fondo, che cosa potrebbe giustificare l’essere riuniti?

RIUNITI PER DIVERTIRSI
È la peggiore delle ipotesi. In questo genere di circostanze (locali notturni, balli popolari, festini) che non hanno visibilmente nulla di divertente, un’unica soluzione: rimorchiare. Si esce allora dal registro della festa per entrare in quello di una feroce competizione narcisistica, con o senza opzione penetrazione (si ritiene classicamente che l’uomo abbia bisogno della penetrazione per ottenere la gratificazione narcisistica desiderata; prova allora qualcosa di analogo allo schiocco della partita gratuita nei vecchi flipper. La donna, il più delle volte, si accontenta della certezza che si desideri penetrarla). Se questo genere di giochi vi disgusta o se non vi sentite in grado di fare bella figura, un’unica soluzione: andarsene al più presto.

RIUNITI PER LOTTARE (MANIFESTAZIONI STUDENTESCHE, RADUNI ECOLOGISTI, TALK-SHOW SULLE PERIFERIE)
L’idea, a priori, è ingegnosa: infatti, l’allegro collante di una causa comune può provocare un effetto di gruppo, un sentimento di appartenenza, addirittura un’autentica ebbrezza collettiva. Purtroppo, la psicologia delle masse segue leggi invariabili: si arriva sempre a un dominio degli elementi più stupidi e più aggressivi. Ci si ritrova dunque in mezzo a una banda di fracassoni sguaiati, persino pericolosi. La scelta è dunque la stessa che si presenta nel locale notturno: andarsene prima che ci scappi lo scontro, o rimorchiare (in un contesto qui più favorevole: la presenza di convinzioni comuni, i sentimenti diversi provocati dallo svolgimento della protesta hanno potuto scalfire leggermente la corazza narcisistica).

RIUNITI PER SCOPARE (LOCALI PER AMMUCCHIATE, ORGE PRIVATE, CERTI GRUPPI NEW AGE)
Una delle formule più semplici e più antiche: riunire l’umanità su ciò che essa ha, in effetti, di più comune. Atti sessuali hanno luogo, anche se il piacere talvolta latita. È già qualcosa, ma è quasi tutto.

RIUNITI PER CELEBRARE (MESSE, PELLEGRINAGGI)
La religione propone una formula del tutto originale: negare audacemente la separazione e la morte affermando che, contrariamente alle apparenze, siamo immersi nell’amore divino mentre ci dirigiamo verso un’eternità beata. Una cerimonia religiosa, i cui partecipanti avessero la fede, offrirebbe dunque l’unico esempio di festa riuscita. Durante la cerimonia, alcuni partecipanti agnostici possono persino sentirsi pervasi da un sentimento di fede; ma rischiano poi una discesa penosa (un po’come per il sesso, ma peggiore). Una soluzione: essere toccati dalla grazia.
Il pellegrinaggio, combinando i vantaggi della manifestazione studentesca e quelli del viaggio
Nouvelles Frontières, il tutto in un’atmosfera di spiritualità aggravata dalla stanchezza, offre inoltre condizioni ideali per rimorchiare, che diventa quasi involontario, addirittura sincero. Ipotesi estrema alla fine del pellegrinaggio: matrimonio + conversione. Al contrario, la discesa può essere terribile.
Prevedere di far seguire subito un soggiorno UCPA con attività sportive sulla neve e sul ghiaccio, che si farà sempre in tempo ad annullare (informatevi prima sulle condizioni di annullamento).

LA FESTA SENZA LACRIME
Riassumendo, basta aver previsto di divertirsi per essere certi di rompersi le palle. L’ideale sarebbe dunque di rinunciare totalmente alle feste. Purtroppo, il festaiolo è un personaggio così rispettato che tale rinuncia comporta un forte degrado dell’immagine sociale. I pochi consigli seguenti dovrebbero permettere di evitare il peggio (restare soli fino alla fine, in uno stato di noia tendente alla disperazione, con l’impressione sbagliata che gli altri si divertano).
– Prendere bene coscienza in anticipo che la festa sarà inevitabilmente un disastro. Visualizzare esempi di fiaschi precedenti. Non si tratta per questo di adottare un atteggiamento cinico e disincantato. Anzi, l’accettazione umile e sorridente del disastro comune consente di arrivare a trasformare una festa fallita in un momento di gradevole banalità.
– Prevedere sempre che si rincaserà da soli e in taxi.
– Prima della festa: bere. L’alcol in dosi moderate produce un effetto socializzante ed euforizzante che resta senza reale concorrenza.
– Durante la festa: bere, ma diminuire le dosi (il cocktail alcol + erotismo diffuso conduce
rapidamente alla violenza, al suicidio e all’omicidio).
È più ingegnoso prendere mezza pastiglia di Lexomil al momento opportuno. Dato che l’alcol
moltiplica l’effetto dei tranquillanti, si osserverà un assopimento rapido: è il momento di chiamare un taxi. Una bella festa è una festa corta.
– Dopo la festa: telefonare per ringraziare.
Aspettare tranquillamente la festa seguente (rispettare un intervallo di un mese, che potrà scendere a una settimana in periodo di vacanze).
Infine, una prospettiva consolante: con l’età, l’obbligo delle feste diminuisce, la tendenza alla
solitudine aumenta; la vita reale riprende il sopravvento.

(estratto da Cahier, ed. La Nave di Teseo, 2019)

giovedì 7 novembre 2019

Le favole e i frisbees di Giulia Niccolai



Che cos'è?, chiede il bimbo alla mamma, indicando la bandiera
sopra il portone della scuola materna dove lei lo sta
accompagnando. È la bandiera italiana, gli risponde la madre
in tono neutro, appena un po' didattico: bianca, rossa e blu.

Vengo svegliata alle 9 in punto dal telefono e dalla voce di una
donna che con forte accento meridionale mi chiede di attendere
un attimo. Dal ricevitore comincia a diffondersi una musica
rock che dura più di un minuto. Torna poi la voce della donna
che dice: se sa il titolo della canzone le regalo un milione.
Mi scuso perché non la conosco e cerco di giustificarmi dicendo
che non seguo più da anni questo tipo di musica.
Ho tentato insomma di rispondere con delle parole educate,
ragionevoli, perché dal tono di voce della donna non poteva
essermi venuto in mente che si trattasse di uno scherzo.
Ho pensato piuttosto a un caso di analfabetismo visivo. Le
puntate di Indietro Tutta sono terminate da poco più di una
settimana e il mio sospetto era che la donna non avesse potuto
capirne l'ironia. Ho pensato a una solitudine mostruosa.
Al deserto.

Passando davanti al chiosco di Piazza Aquileia, sento la fioraia
che spiega a una signora: le roselline si vendono a mazzetti da
dieci altrimenti da sole non dicono niente. Proseguo
ripetendomi in silenzio: appunto, ne vorrei una che stesse zitta.

L'insegnante G.E. che è appena tornata da una gita a Parigi
con i suoi alunni, mi dice che questa volta la cosa che le è
piaciuta di più è stata la Torre Eiffel. Le è sembrata una
giraffa.

Nella sala d'attesa del reparto oculistico dell'ospedale S.
Raffaele, sento una ragazza che dice al medico che ora suo
fratello sta meglio. Tuttavia, dopo l'incidente in cui gli erano
entrate delle gocce di candeggina nell'occhio, continua a vedere
i colori un po' sbiaditi.

Appaiono sui muri di Milano labbroni in volo, scontornati e
fortemente imburrati di rossetto con sotto un'automobilina e la
scritta: Polo. Baciata dal successo.
Penso al povero Man Ray. Poi però mi diverte attribuire la
pubblicità al mio Ego di prima-della-cura, al mio Ego
narcisistico desideroso di successo. Beh, non proprio di
successo (non ero così illusa da credere che ai giorni nostri
esistesse il successo in poesia), ma certo il mio Ego cercava un
po' di riconoscimento, questo sì e non ci sono dubbi. Che
galera è stata quella, mi confesso dopo aver superato il manifesto, 
ora che il distacco e il tempo (sono passati 3 anni), 
mi permettono di vedere la trappola nella quale mi ero andata a
cacciare.
Ma, sputato il rospo, e giusto che aggiunga qua un'altra
osservazione, più sottile.
Il riconoscimento che il mio Ego desiderava, non riguardava me
in toto, non l'immagine di me che appare, non Giulia Niccolai
poetessa di 53 anni.
Solo una parte di me, nel profondo e in silenzio, esigeva questo
tipo di risarcimento per nostalgia della devozione e della
gratitudine che avevo provato adolescente verso certi poeti e
scrittori. Per la qualità, la pienezza di quella stima che mi
rendevano forte, invulnerabile e che sono andate perdute per
tutti.
Non credo infatti che alcun giovane le possa più provare oggi
per un letterato. Il mondo è meno ingenuo ed è così cambiato.

Ho il sospetto, il continuo sospetto di sfiorare una verità
importante quando mi dico che la rivoluzione è nostalgia. E ho
la certezza che anche la scrittura lo sia...

Per quanto questa asserzione possa rendermi impopolare, per
quanto possa venire presa per masochismo o altro, per quanto
Lucifero sia abile nel cambiare le carte in tavola, lo dico lo
stesso: il dolore è luce. (Ne so qualcosa perchè anagrammando
il nome Giulia Niccolai si ottiene: gioia luci lanci).
Il dolore è luce perché ci costringe a vedere ciò che facciamo di
tutto per evitare: il dolore...

Ogni tanto mi tornano alla mente certe espressioni che udivo
bambina e che ormai sono cadute in disuso. Quando penso a:
e buonanotte al secchio! mi viene da sorridere e mi figuro la
scena. Un uomo o una donna tirano su dal pozzo un secchio
pieno d'acqua. La catena o la corda si spezza o
inavvertitamente qualcuno fa cadere il secchio dopo che è stato
issato sul bordo.
Essendo pieno, il secchio non galleggia, affonda, finisce sul
fondo del pozzo dove è sempre buio, dove è notte e dove
nessuno potrà più ripescarlo.
Bello è pensare che la luna si riflette anche nel pozzo.

Ho messo insieme questi frisbees spulciando a ritroso tra gli
appunti dell'agenda di quest'anno. A ritroso, in omaggio o in
conformità al breve testo sulla rivoluzione, la scrittura e la
nostalgia.
Volendo si potrebbe dunque cominciare a leggerli da qui, da
nostalgia, per finire a Che cos'è?.

da Frisbees (poesie da lanciare), Campanotto, Udine 1994

                                   🔵🔵🔵

Giulia Niccolai (Milano, 21 dicembre 1934) è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana.

Di madre statunitense e padre italiano, frequenta giovanissima gli intellettuali del Bar Jamaica e si lega al Gruppo 63. Nel 1966 pubblica da Feltrinelli il suo primo romanzo: Il grande angolo con prefazione di Giorgio Manganelli.
A lungo legata sentimentalmente ad Adriano Spatola, nel 1972 fonda con lui, a Mulino di Bazzano, nell'Appennino Parmense, la rivista di poesia Tam Tam e l'omonima collana di poesia sperimentale. Si occupa di poesia concreta, poesia visuale, poesia sonora. Pratica il nonsense nella raccolta Greenwich. Successivamente si dedica alla poesia lineare.
Partecipa a numerose esposizioni di poesia visuale e nel 1979 cura con Adriano Spatola la rassegna Concreto & Visuale all'Università di Sydney e alla National Gallery di Melbourne, nello stesso anno entra a far parte del gruppo di poesia sonora Dolce Stil Suono, con Adriano e Tiziano Spatola, Sergio Cena, Agostino Contò, Arrigo Lora Totino, Giovanni Fontana, Milli Graffi.
Il volume Harry's Bar e altre poesie (1969-1980), pubblicato dall'editore Feltrinelli nel 1981, raccoglie i testi sperimentali già pubblicati dalle edizioni Geiger e la raccolta Prima e dopo la Stein.
Dopo la separazione da Adriano Spatola, vive a lungo in India, dove si raccoglie in meditazione e abbraccia il buddismo, divenendo monaca buddista nel 1990.
Traduce autori di lingua inglese, tra i quali Gertrude Stein, Virginia Woolf, Patricia Highsmith, Dylan Thomas.
La fine della relazione fra Spatola e la Niccolai è narrata nella canzone Scirocco di Francesco Guccini.

martedì 12 settembre 2017

COSMOPOINTS Vol. 01 is: Mac DeMarco (Writer: Roberto Bolaño)


Da un'idea di Nelly Simone e la manovalanza di Luca Tanchis: Compilations as neorealism.
Una monoalternanza intorno a un artista che resiste e poi non resiste alle interferenze dei satelliti. E, sorpresa, a volte succedono rivoluzioni compatibili.
A corredo, i libri che, in tutta questa cosmofonia, si nascondono ma, come "radiazioni fossili", suggeriscono le scelte musicali.
***
List of songs selected and compiled by Nelly Simone (www.instagram.com/theholdengirl/)
mixed, edited and sound effects by Luca Tanchis (www.mixcloud.com/LucaMrT )
Cover by Weisstub (www.instagram.com/weisstub/)



1 Magnolia - Playboi Carti
2 Baby You're Out - Mac DeMarco
3 blkswn - Smino
4 Salad Days - Mac DeMarco
5 All I Need - Noname feat. Xavier Omär
6 Moonlight On The River - Mac DeMarco
7 This Girl I Know - Oddisee
8 Another One - Mac Demarco
9 That's Just Me - Blackwave.
10 Chamber Of Reflection - Mac DeMarco





***
Associated Press (Nelly's choice):


Non si tocca mai il fondo e io non sono l'eccezione.
L'intervento della polizia era stato un colpo duro; anche se eravamo riusciti a fuggire, psicologicamente si trasformò in qualcosa di reale, il pericolo in agguato, che non era ancora stato capace di trovarci ma che era stato sul punto di farcela e che avrebbe continuato a provarci. La paura divenne tangibile, ero solo, avevo gli sbirri alle calcagna, mi consideravo innocente (non avevo fatto fuori nessuno, il resto era un gioco), dovevo cominciare a stare attento.
Se quella figlia di puttana di Ana non spuntava non era colpa mia, non era neppure perché avesse dimenticato l'indirizzo o perché credesse che lo studio fosse controllato. Semplicemente mi lasciava solo e se ne stava alla larga. Cominciai dalle solite cose: riordinai lo studio, spazzai, fregai, lavai e poi scesi e portai la roba sporca in lavanderia. Mi tirò su il morale. Mentre lavavano la roba comprai da mangiare e libri in un supermercato. Poi comprai un mangianastri e cassette dei Doors.
Rincasai carico e soddisfatto, mi preparai una cena abbastanza accettabile e per dessert me ne andai all'Arenas a vedere un paio di riproposte proprio accanto al commissariato di polizia. Mi addormentai ascoltando Plastic People, Camarillo Brillo, Hungry Freaks, The End, Twentieth Century Fox, Horse Latitudes.
Sognai che ero seduto su una sedia, senza fare niente, con le mani luccicanti. Poi mi rendevo conto di essere in un teatro e che vedevo Jim Morrison sulla scena. Sta per scoparsi il microfono!, pensavo. Sta per masturbarsi sulle nostre teste! Ma non faceva niente di tutto questo. Girava sul palco, evitava di guardare la platea, sembrava preoccupato. E non si sentiva nessun suono. Pensai allora che dal momento che Jim era morto doveva trattarsi di un film.
Il mattino dopo la prima cosa che feci fu ricordare il sogno. Mi sembrò triste. Poi pensai a quel "colpo al cuore" del 1971 in un albergo di Parigi. Era quella la cultura della nostra epoca: Morrison e gli altri cardiopatici. E Joyce. Era difficile pensare a due storie più opposte. La merda e la fantascienza. Vanno sempre insieme.
Ah, ero un sentimentale, non c'era niente da fare. Non avrei mai dovuto amare, nessuna statua, nessun mito. A che cazzo servivano?, mi domandai mentre davo un morso al mio toast; per esempio, adesso: avevo un mucchio di problemi e non me ne avrebbero risolto nessuno. Insomma, non dovevo neppure prenderla così, la realtà era in loro funzione.
Non mi piaceva leggere o ascoltare musica? La faccenda doveva finire lì. Il brutto era che lì non finiva.

(Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, di A. G. Porta e Roberto Bolaño - Sellerio, 2007)

sabato 17 giugno 2017

Richard Powers, Galatea 2.2, ovvero la singolarità e il suo Pigmalione


"Richard Powers, il protagonista, entra in contatto, dopo il ritorno dall’Olanda alla patria americana in veste di ricercatore umanista a contratto in una superuniversità di scienze cognitive, con il professor Lentz, autorità in fatto di neuroscienza, convinto che il meccanismo cognitivo ed emotivo del cervello umano sia teoricamente e praticamente replicabile artificialmente. Powers e Lentz, nel breve arco di due mesi iniziatici, giungono a programmare un cervello artificiale che sembra disporre di tutti i requisiti strutturali e reattivi di quello umano. Sullo sfondo c’è anche una struggente storia di amor perduto, che Powers fa convergere magistralmente nella tramatura del suo romanzo."
(Dalla recensione su Carmilla)


Le fornimmo un’immagine eidetica della Bibbia. Le opere complete di Shakespeare. Una piccola biblioteca su cd-rom, seicento volumi scannerizzati con cui avrebbe potuto trastullarsi. Anche quella, almeno suppongo, era una forma di inganno. Un esame con il libro aperto, quando invece il candidato umano doveva confidare solo sulla memoria. Ma del resto era proprio questo che volevamo verificare: se il silicio fosse una materia di cui potessero essere fatti i sogni. 
E oltre tutto, Helen non conosceva questi testi. Disponeva solo di una struttura digitale di tipo lineare, che poteva utilizzare per ritrovarli. Era come una bambina con computer incorporato. Un indice Hasher frontale la aiutava a localizzare quello che cercava. Poteva quindi trasferire l’intero testo sui suoi strati di input e avviare le proprie meditazioni. 
In questo modo poteva leggere anche di notte, senza nessuno intorno. E non aveva bisogno nemmeno di una lampadina. L’unica cosa che mancava alla sua educazione era il senso del pericolo. Del proibito. Il fattore di rischio. Qualcuno che potesse dirle di piantare tutto e andare a dormire. 
Con un salto di qualità prodigioso, Helen acquisì l’intero sistema di regole relative ai simboli della realtà fisica che era stato elaborato da Chen e Keluga, e lo fece in due diversi modi. A un livello elementare, inserimmo molte delle relazioni simboliche in vere e proprie strutture di dati, che poi connettemmo a una serie di giunture tra le reti che andavano a costituire la superrete unica, ottenendo che applicassero concretamente dei filtri semantici ai suoi pensieri. Ma Helen imparò il lavoro dei nostri colleghi anche provvedendo direttamente a raccogliere le loro conoscenze per poi incollarle, con dubbi risultati, alla sua riflessione platonica che, pesata e qualificata, si era già spinta ad altissimi livelli. 
La dimensione mondana era impressionante per proporzioni e più profonda di qualunque cavità marina. Alla fine, l’unico modo in cui si poteva tradurla era sotto forma di catalogo. 

Le parlammo dei biglietti per il parcheggio e delle offerte tre per due. Di forche, forchette, lingue biforcute e biforcazioni mai prese. Di resistenze e condensatori, di alteratori della verità, alternatori di corrente e stili di vita alternativi, dell’integrazione su larga scala e del fallimento del tentativo di salvare la società da se stessa grazie all’istruzione. 

Le parlammo della lana, del lino e del damasco. Le parlammo di frenuli e di freni, di banalità e banane, del sonar, dei semafori e di tutti i tipi di segnale che il corpo potesse produrre. Di moschee e mosche, di insettivori e insetticidi, di fusioni che durano una vita o un minuto solo. 

Le insegnammo cos’era la Commissione per le società e la borsa. Le parlammo dei collezionisti che si specializzano in oggetti di vetro risalenti agli anni Trenta. Del salto triplo e del bob a due. Di come i genitori si sforzassero da subito di insegnare ai figli la destra e la sinistra. Della defecazione, la respirazione, la circolazione. Degli appunti scritti su un post-it. Dei marchi registrati e della renitenza alla leva. Degli Oscar, i Grammy e gli Emmy. Della morte per infarto. Dell’esercizio divinatorio con una bacchetta di ontano. 

Le spiegammo come erano distribuite le note su un pianoforte. Le intestazioni delle lettere. I balli delle debuttanti. Le dirette radiofoniche e i docudrammi televisivi. I colpi di freddo e le febbri, con annesso un breve excursus su cinque secoli di cure. La Grande Muraglia e la Strada di Burma, la Cortina di Ferro e la Luce alla fine del Tunnel. L’aspetto della Terra vista dallo spazio. Un incendio che divampava da trent’anni sotto una cittadina della Pennsylvania, senza mai venire in superficie. 

Le mostrammo la differenza tra un triforium e un clerestorio. Rintracciammo nello spazio e nel tempo le famose rotte dei pellegrini. Le parlammo della conservazione e della refrigerazione dei cibi. Di come un tempo il sale valesse tanto oro quanto pesava. Di come le spezie avessero alimentato l’intera, tragica macchina dell’espansione umana. Di come l’invenzione della plastica avesse risolto uno degli incubi della nostra civiltà solo per crearne un altro. 

Le mostrammo Detroit, devastata da un’economia di tipo speculativo. Le mostrammo Saraievo nel 1911. Dresda e Londra nel 1937. Atlanta nel 1860. Bagdad, Tokyo, il Cairo, Johannesburg, Calcutta, Los Angeles. Subito prima e subito dopo. 
Le riferimmo barzellette dell’Africa orientale sui parenti acquisiti, o battute giavanesi su quanto sono stupidi gli abitanti di Sumatra. E ancora, barzellette da montanari sul rischio di vendere polpettine ebree senza licenza. La storiella del topo di campagna e del topo di città. Aneddoti su Tizio, Calo e Sempronio. Indovinelli con elefanti come protagonisti. Favole eschimesi in cui i pesci e gli orsi si fanno beffe della semplice idea che possa esistere un essere umano. 

Le parlammo di vendetta, perdono, contrizione. Le parlammo della vendita al dettaglio, delle tasse sul commercio, della noia, di un mondo nel quale senti parlare di tutto ma niente ti accade direttamente. Le dicemmo come la storia si svolgesse sempre in un luogo diverso da quello in cui ci si trovava. Le insegnammo a non procedere mai alla cieca e a non mandare mai un ragazzo a fare il lavoro di un uomo. Le raccontammo lo scandalo della collana della regina e l’embargo commerciale su Cuba. Il saccheggio di foreste grandi quanto un continente e la grande truffa della fusione fredda. Le parlammo dei codici a barre e della calvizie. Di lenti, lenticchie, lentezza. Delle speranze, vergogne, perversioni e dell’incerta sopravvivenza dell’umanesimo liberale. Della grazia, della disgrazia e delle seconde possibilità. Del suicidio. Dell’eutanasia. Del primo amore e dell’amore a prima vista. 



Helen doveva usare il linguaggio per creare i concetti. Le parole venivano per prime: era questo il principale ostacolo alla sua educazione. Il cervello faceva le cose esattamente al contrario. Manipolava i lessici della mente attraverso molteplici sotto- sistemi, e gli ultimi arrivati, i lobi più indispensabili, erano quelli che contenevano i nomi in sé. 
All’inizio dell’evoluzione non c’era la parola, ma il luogo su cui avevamo imparato a inchiodare la parola stessa. I lattanti registravano e trasmettevano dati sulle loro madri molto prima di aggiungere un nuovo elemento, cominciando a chiamarle ‘mamma’. Gli afasici, persino i sordomuti, tessevano sontuosi arazzi concettuali mediante i numerosi vettori dei loro corpi e in assenza anche di un solo verbo. 

Il sogno di Chen e Keluga mi sembrava sempre più disperato. Le regole lessicali del discorso non erano enumerabili. E ancor meno lo erano le regole dell’esistenza vissuta e provata. Leggevo a Helen frasi che potevano prestarsi almeno a una mezza dozzina di analisi, come a nessuna. Mi impietosivo per lei mentre snocciolavo le eccezioni alla categorizzazione di ‘albero’ effettuata da Chen e Keluga. Tutti gli alberi hanno le foglie verdi almeno in un periodo dell’anno, a meno che l’albero non sia un acero rosso, o un saguaro, o malato, quiescente, pietrificato, oppure allo stadio di pianticella, o visitato dalle locuste o dal fuoco o da una banda di bambini maligni, o ancora sia un albero genealogico, un albero della trasmissione, o ancora... Per stampare un dizionario che esaurisse le varie accezioni del termine sarebbe stato necessario abbattere tutti gli alberi del pianeta. 
Per non parlare degli alberi nella politica, nella religione, nel commercio o nella filosofia. Avrei potuto leggere a Helen la poesia nella quale si insisteva che nessuna poesia al mondo potesse eguagliare un qualsiasi albero. Ma non avrei mai potuto tracciare la differenza tra popolare e accademico, tra il significato terreno-e l’ermeneutica, tra la poesia e i versi, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, tra il termine ‘allora’ riferito al presente e al passato, tra una similitudine evocativa e la confusione più totale, tra il sentimentalismo prebellico e la poesiapaesaggio completamente spoglia d’alberi scritta subito prima della morte del poeta in una trincea francese. Le parole non sarebbero bastate a spiegare a Helen la differenza tra ‘poesia’ e ‘albero’. Poteva tracciare diagrammi, ma non affrontare la salita impervia verso un livello superiore. 

Le insegnai le componenti di un motore a combustione interna e come cambiare il denaro. Le dissi quanto mio fratello adorasse entrare nei negozi che vendevano ‘tutto a un dollaro’ e chiedere quanto costassero alcuni oggetti. Le dissi la barzelletta preferita di Taylor, quella del prete, dello scienziato e del critico letterario condannati tutti e tre a morte. Le parlai della WPA6 e del sistema di strade interstatali. Mi chiese perché ci fossero delle interstatali alle Hawaii. Non seppi cosa risponderle. 

Le raccontai come, da ragazzo, giocassi spesso a salvare dal diluvio universale i miei animaletti di plastica. Solo quando ero riuscito a guidarli tutti dentro una piccola scatola di cartone potevano considerarsi salvi. A quel punto cercavo un’arca di cartone ancora più piccola e le operazioni di salvataggio riprendevano, in condizioni più disperate. 
Le riferivo tutti questi dati, ricavandone un intreccio di frasi ben organizzate. Ma utilizzando solo quelle frasi non sarebbe mai arrivata all’essenza delle cose. Le dissi quale fosse il termine per la sensazione che proviamo quando un nome nel quale andiamo letteralmente a sbattere rinsalda il nostro legame con i concetti viventi sui quali è basato il nostro mondo. Ma appropriarsi di quel termine non le era di alcun aiuto che fosse anche remotamente paragonabile al sostegno che il nome stesso, piombando a cascata nei suoi circuiti, le garantiva. 
Seguire il flusso delle sensazioni mi condannava alla solitudine. Le immagini e i suoni si accumulavano. Un’immagine in bitmap, per quanto basata su algoritmi di compressione del tutto aleatori, valeva comunque molto più di un kilobyte di parole. Volevo costringerla a lavorare sui concetti. Costringerla a immergere le mani fino al gomito in quella pozza d’acqua di cui le parole erano meri sostituti.

Le feci ascoltare ancora Mozart. Anzi, una serie di Mozart di ogni natura e modello, da ogni epoca storica e da ogni continente. Lasciai che si soffermasse a meditare su una serie di rondò ripetuti all’infinito. Le restavo accanto e la guardavo mentre lottava con la canzone più banale trasmessa alla radio, lanciandosi nel tentativo di riprodurla e ricadendo sempre a un buon palmo di distanza dalla cadenza dolorosa del sentimento. 

(Galatea 2.2, Richard Powers, Fanucci 2003 - Trad. (straordinaria, ndr) di Luca Briasco
***
 Prima edizione: New York, 1995 - Editore: Farrar, Straus and Giroux

Richard Powers è un romanziere statunitense, da sempre interessato alle scienze e all'effetto che la sperimentazione scientifica estrema può avere sull'umanità. Laureato in Letteratura (che ha prediletto a Fisica, sua prima scelta), ha lavorato per tanti anni come programmatore, prima di fare della scrittura un lavoro a tempo pieno. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Tre contadini che vanno a ballare nel 1985 edito in Italia nel 1991, da Bollati Boringhieri), dedicandosi quindi alla carriera letteraria e accademica tra Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Vincitore di numerosi premi, tra cui il "MacArthur Fellowship" nel 1989 e il "Lannan Literary Award" nel 1999, in Italia ha pubblicato Il dilemma del prigioniero (Bollati Boringhieri, 1996), Galatea 2.2 (Fanucci, 2003) Sporco denaro (Fanucci, 2007), Il fabbricante di eco (Mondadori, 2008, che ha vinto il "National Book Award"), Il tempo di una canzone (Mondadori, 2010), Generosity (Mondadori, 2011) e Orfeo (Mondadori, 2014). Oltre a questi romanzi, è autore con Phillys Richardson anche di Modern Living. Guida alla casa contemporanea (L'Ippocampo, 2005).

Sito internet: www.richardpowers.net
Un'intervista: Intervista a Richard Powers su Galatea 2.2
Un articolo di Luca Sofri su Ray Kurzweil e le previsioni sull'intelligenza artificiale: Cosa mi aspetto dal domani


"Young Farmers", August Sander, 1914