mercoledì 10 gennaio 2018

Protégées - Best Music 2017 - Pitch Black, Jazzonia & The Others.rar DISC 3: JAZZ: JAZZONIA (3xCD, 120xFILE)


DISC 3: Jazz, Ambient, Classical, Soundtrack, Unreleased, Electronic, World, Bossanova, Nu Choses, Ristampe




Trumpet, Siren [Sirenette], Siren, Flugelhorn [Reverse], Sampler [SPD-SX], Sampler, Executive Producer By Christian Scott aTudne Adjuah
Alto Saxophone By Braxton Cook - Bass By Kris Funn - Djembe, Bata, Congas By Weedie Braimah
Drums [Pan-African], Sampler [SPD-SX] By Joe Dyson - Drums, Sampler [SPD-SX] By Corey Fonville
Dunun [Dununba] By Chief Shaka Shaka
Executive Producer By Louis Marks
Flute By Elena Pinderhughes - Guitar By Cliff Hines
Mastered By Paul Blakemore
Piano, Electric Piano [Fender Rhodes] By Lawrence Fields
Producer By Chris Dunn
Written By Christian Scott aTudne Adjuah, Lawrence Fields

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2. Binker and Moses - Journey to the Mountain of Forever
3. Bob Chilcott - All Good Things

4. Ryuichi Sakamoto - Async


5. Phronesis - The Behemoth
6. Colin Stetson - All This I Do For Glory
7. Gavin Bryars & Blake Morrison - The Stopping Train



8. Bill Frisell & Thomas Morgan - Small Town
9. Kamasi Washington - Harmony of Difference

10. Burnt Friedman - Anthology (1980-2017)



11. Joep Beving - Prehension
12. The Heliocentrics - A World of Masks
13. Max Richter - Three Worlds: Music From Woolf Works



14. Denys Baptiste - The Late Trane
15. Arcadi Volodos - Volodos Plays Brahms
16. Hampshire & Foat - Galaxies Like Grains of Sand



17. Natasha Agrama - The Heart of Infinite Change
18. Duval Timothy - Sen Am
19. Otto Totland - The Lost



20. Django Bates & Frankfurt Radio Bigband - Saluting Sgt. Pepper
21. Bahla - Imprints
22. Louis Hayes - Serenade for Horace



23. Zara McFarlane - Arise
24. Craig Taborn - Daylight Ghosts
25. Nico Muhly - Howards Ends (Original Series Sountrack)



26. Courtney Pine - Black Notes from the Deep
27. Anouar Brahem - Blue Maqams
28. Charles Lloyd New Quartet - Passin' Thru



29. Four Tet - New Energy
30. Portico Quartet - Art in the Age of Automation
31. Peter Bernstein & Brad Mehldau - Signs LIVE!



32. Somi - Petite Afrique
33. Irreversible Entanglements - Irreversible Entanglements
34. Blay Ambolley - Ketan



35. Piri - Vocês Querem Mate?
36. Songhoy Blues - Résistance
37. Aaron Parks - Find The Way



38. Pantha du Prince - Coming Home
39. Mica Levi - Delete Beach
40. Eddie Palmieri - Sabiduria



41. Masakatsu Takagi – Kiss
42. Chick Corea & Steve Gadd – Chinese Butterfly
43. Lo Five ‎– When It's Time To Let Go

Playlist complessive su Youtube e Spotify:




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Bonus Album in Contumacia:
(Disco ascoltato nel 2017, ma uscito nel 2016)

BOHREN & DER CLUB OF GORE - BOHREN FOR BEGINNERS
[PIAS] Recordings





Le altre classifiche:

lunedì 1 gennaio 2018

Doonesbury, di Garry Trudeau: Una striscia su Donald Trump, un ricordo di Enzo Baldoni.



Una soap-opera. Forse un universo parallelo

Vi state occupando di storia o di sociologia americana? Allegri, c’è una buona notizia: finalmente potete disfarvi dei vostri libroni, delle vostre dispense, delle vostre collezioni di riviste specializzate.

E vai con la festa, Potrete lanciare dal sessantesimo piano il ponderoso Wedgwood, dopo averlo trasformato in una pioggia di striscioline che scendano planando giù giù fino alla Quinta Strada. Illuminare le notti di San Francisco con il rogo delle annate più recenti della American Review of Sociology. Varare nel Lago Michigan barchette leggere costruite con la solida carta dell’Abramson, del Toynbee, dell’Ebenstein. Salire su una mongolfiera colorata e lanciare all’attacco dell’Empire State Building squadriglie di aeroplanini di carta ricavati dai tre fondamentali tomi della Modem History of the United States of America. Trasformare gioiosamente in coriandoli le annate arretrate del New Yorker, di Rolling Stone, di Newsweek per coprire di una nevicata a colori i corrucciati testoni di pietra di Mount Rushmore.

Naturalmente terrete per voi le cose belle e leggere della vita: le foglie di Walt Whitman, le strade di Jack Kerouac, i mantra di Allen Ginsberg. Ma non vi occorrerà molto di più per capire come si sono evoluti, dagli Anni Settanta a oggi, la storia e il costume americano.

Perché finalmente è arrivato il più acuto, sorridente e divertente compendio integrato di storia e di sociologia dell’ultimo quarto di secolo: Flashbacks.

Esagero? Beh, sì. Un po’. Però...

Stiamo ai fatti. Il libro che avete tra le mani vi offre uno spaccato simbolico, affettuoso e sorridente ma estremamente acuto e penetrante della storia e della società americana.

Ci sono tutti: i bianchi, i neri, i gialli, i rossi, gli italiani, gli ebrei, i polacchi, gli studenti, gli operai, i telefonisti, i medici, gli handicappati, i disoccupati, gli economisti, i preti, i professori, gli avvocati, i poliziotti, gli agenti della CIA, quelli dell’FBI, i ricercatori di mercato, i giocatori di football, gli operatori di Borsa, i giornalisti, i rettori, i sindaci, i generali, gli spacciatori, gli agenti delle tasse, gli abbronzisti, i golfisti, i repubblicani, i democratici, i fascisti, i liberals, i radicals, i birdwatchers, i produttori di Hollywood, i drogati, gli idealisti, gli scoppiati, i vicini di casa, i genitori repressivi, i genitori fricchettoni, i genitori alcolizzati. Qualche gay.

Le cameriere di snack-bar, le affittacamere, le femministe, le deputate, le nere in carriera, le casalinghe, le artiste, le attricette, le scultrici, le ragazzine, le studentesse, le incinte, le schiave d’amore, le neomamme, le speranzose, le deluse, le debuttanti, le promettenti, le preminenti, le signore molto bene, le cameriere delle signore molto bene. Neanche una lesbica.

I Viet-Cong, i Viet-Vet, gli afghani, gli iraniani, gli israeliani, gli iracheni, i salvadoregni, i cinesi, Kissinger, Begin e Sadat, Bani Sadr, Elvis Presley, Deng Xiaoping, Mick Jagger, Baby Doc, Jane Fonda, Liz Taylor, Frank Sinatra, Donald Trump, Lee Iacocca, Bill Gates, un occasionale lupo mannaro.

E, intrecciate a tutto ciò, le ultime sette presidenze degli Stati Uniti.

Nixon, la presidenza aggressiva: i bombardamenti segreti sulla Cambogia, le grandi manifestazioni pacifiste, la rivoluzione sessuale, le prime comuni, la marijuana, l’LSD, la liberazione della donna, il ritiro delle truppe americane dal Vietnam, la rovina del Watergate.

Ford, la presidenza incolore (Gerry Ford è stato l’unico, nella storia, a non essere mai stato eletto né presidente né vicepresidente: in seguito a uno scandalo di bustarelle sostituì il vicepresidente Spiro Agnew. Un anno dopo, lo scandalo Watergate lo proiettò sulla poltrona di Nixon). Che diavolo è successo durante il suo mandato? Qualcuno si ricorda qualcosa, a parte il fatto che inciampava dappertutto e la partecipazione di Zonker ai mondiali di abbronzaggio? Ah, già, la caduta di Saigon.

Carter, la presidenza velleitaria: la decadenza dell’immagine internazionale degli USA, la depressione economica, l’intervento russo in Afghanistan, l’intervento cubano in Angola, la caduta dello Scià di Persia, l’ascesa di Komeini, la beffa degli ostaggi americani in Iran, la perdita di fiducia nel sogno americano.

Reagan, la presidenza fortunata: gli scintillanti Anni Ottanta, l’ottimismo ritrovato, le ristrutturazioni selvagge, i successi di Borsa, la mini-invasione di Grenada, i party di Washington, l’esplosione delle filosofie new age, il bluff delle guerre stellari, Gorbaciov, la perestrojka, il problema dei senza- tetto, la caduta delle ideologie.

Bush, la presidenza sottotono: il ritorno della recessione dopo gli sperperi reaganiani, la perdita di posti di lavoro, il tramonto delle sicurezze della middle class, l’AIDS, la fine della guerra fredda, la caduta del Muro di Berlino, il massacro di Tien An Men. Solo la guerra del Golfo, coi suoi telegenici completini da deserto, riuscì a dare visibilità all’Uomo Invisibile.

E infine Clinton, la presidenza altalenante: le speranze deluse di un Kennedy mancato, i cambiamenti profondi nell'organizzazione del lavoro, gli scandali, i primi attentati terroristici sul suolo americano, i suicidi di massa delle sette religiose, l’esplosione di Internet e delle autostrade elettroniche, la guerra in Bosnia e in Albania, i ponti di Madison County, il processo a O.J. Simpson.

Sullo sfondo, tutti i cambiamenti della società occidentale: dalla televisione in bianconero ai milioni di colori di Internet; dalla famiglia nucleare alla famiglia policentrica; dagli hippies agli yuppies; dalla voglia di cambiare il mondo al cinismo diffuso; dai freaks ai nerds; dalle canzoni di protesta al rap; dall’amore libero alla paura dell’AIDS; dal babyboom alla new age; dal posto garantito a vita alla flessibilità del lavoro; dai primi spinelli all’ecstasy. Da «stasera bruciamo i reggiseni» a «stasera mi metto il wonderbra».

È un po’ per tutto questo che Doonesbury non è una striscia normale, che si conclude ogni giorno nelle quattro vignette canoniche e morta lì. Pian piano, anno dopo anno, seguendo il filo delle vicende politiche, dei cambiamenti sociali e delle storie personali, la striscia è cresciuta, si è arricchita, è diventata sempre più complessa.

A tutt’oggi conta ben 7 protagonisti, 15 comprimari, una cinquantina di personaggi secondari e più di 350 personaggi apparsi a vario titolo. È diventata una soap-opera: una grande soap-opera in cui i protagonisti si sposano, si lasciano, si perdono, si ritrovano, si amano, si fanno del male in un tourbillon di vite che si intersecano di continuo. C’è perfino il primo personaggio gay che appaia su un fumetto mainstream, Andy Lippincott, che, per giunta, muore di AIDS.

È la più complicata, arzigogolata e intricata soap-opera mai fumettata. Ma anche la più intrisa di umana pietà, di sensibilità, di passione civile.

L’approccio di Trudeau verso i difetti della società e le debolezze umane è acuto e tagliente ma conserva sempre un’ironia leggera, un tocco delicato e affettuoso (vogliamo chiamarlo, onore a Lubitsch, il Trudeau touch?) che penetra più a fondo del semplice, facile e in fondo antipatico sarcasmo. Guardate come tratteggia i suoi personaggi. Non sono caricature, sono ritratti. Hanno spessore. Mike, Joanie, Mark, Zonker, Boopsie sono umani, imperfetti, credibili. Vivono di vita propria, amano, muoiono, si sposano, si mettono le corna, si lasciano, scappano, mettono al mondo figli, si annoiano davanti alla televisione, ridono, piangono, soffrono, sono allegri o depressi, hanno tutti i tic, le manie, le passioni e i difetti delle società occidentali.

Sono come noi, come le persone che incontriamo nella vita di ogni giorno. Per questo è così facile identificarci con loro. Per questo ci sorprendiamo a simpatizzare coi problemi coniugali di Mike e J.J., a fare il tifo per Zonker che rifiuta di diventare adulto, a soffrire per Mark che fatica a tirar fuori dall’armadio la propria omosessualità.
Per questo, forse, Doonesbury è qualcosa di più di una soap-opera.

Forse è un universo parallelo, fatto di vite comuni, imperfette e a volte un po’ sdrucite. Così vere da somigliare tanto alle nostre.

Chapeau, Mr. Trudeau.

Enzo G. Baldoni

(postfazione da Flashbacks, Il meglio di Doonesbury dagli anni '70 a oggi, Ed. Baldini & Castoldi, 1995)


Qualche parola dall’autore

In un momento non ben specificato della vita, ma comunque nei dintorni della mezza età, si comincia a prestare sempre più attenzione ai complimenti. E ci si aggrappa ad ognuno di essi come se fosse l’ultimo. «Che bei cappelli», ad esempio, assume lo stesso valore di «Che idea geniale!». In termini di crescita personale è un significativo passo avanti rispetto alla sensazione di sottile inganno che accompagna il pur minimo elogio tributato ai piccoli trionfi di gioventù. Superato del tutto il pericolo di diventare un bambino prodigio, con le opportunità che ti si chiudono via via alle spalle come porte d’acciaio, diventa necessario trovare nei complimenti degli altri qualche indizio — anche minimo — che la tua vita è stata spesa nel modo migliore. O almeno al massimo delle tue potenzialità.

A dire il vero il massimo della potenzialità è sempre stata la mia via di fuga. So bene cos’è una vita di sani principi — molti nella mia famiglia hanno cercato di condurne una — ma credo proprio di aver scelto una strada più tortuosa. Dico più tortuosa perché chiunque può essere amato (beh, forse non proprio chiunque, ma chi è disposto a dedicare cinquant’anni della propria vita al servizio del prossimo forse ci riesce). È molto più difficile, invece di condurre una vita veramente dedicata alla collettività, sembrar parte di quella vita. È la menzogna che salva la pelle di chi scrive sui giornali. Purtroppo, nel caso del cartoonist politico, la gente ha già mangiato la foglia da un pezzo. Una delle mie vignette satiriche preferite, realizzata alcuni anni fa dal compianto B. Kliban, mostrava un cartoonist a passeggio, elegantissimo in foulard e giacca da camera, una donnina poco vestita appesa ad ogni braccio e un poliziotto che apre la strada al corteo, cacciando ai lati il popolo bue. Il poliziotto sbatte un povero pedone in mezzo al traffico, sbraitando: «Fai strada, maiale — arriva un cartoonist!».

Il gioco, naturalmente, sta tutto nel fatto che la società non ha il minimo rispetto per i cartoonist. Nella realtà capita spesso che un mio lettore mi abbordi con la frase: «Mi piace così tanto il suo... la sua... rubrica», coronando l’approccio con quell’espressione di sollievo tipica di chi è riuscito ad esprimere la propria ammirazione per il lavoro di un altro risparmiando ad entrambi la pena di nominarlo.

Perché un’arte che ha secoli di storia come l’illustrazione satirica viene considerata con tanto disprezzo? Beh, in parte perché lo merita. È un’arte che, dovendo raggiungere un pubblico vastissimo, deve ricorrere alla volgarità. Qualsiasi cartoonist europeo sotto contratto con un syndicate potrebbe confermarlo — se solo ce ne fosse uno. Perché il mondo delle Belle Arti sa perfettamente, ma non lo vuole ammettere, che fare il ruffiano è molto più difficile di quel che sembra a parole. Se non fosse così qualsiasi artista da quattro soldi sarebbe ricco e famoso, e nessuno chiederebbe finanziamenti al National Endowment of Arts.

L’altra ragione della poca considerazione in cui è tenuto il mio mestiere risiede, penso, nella sua natura deliziosamente ed essenzialmente effimera. Chi legge il giornale di ieri? Le vittime del cartoonist — scelte nelle storie del giorno — vengono travolte in fretta, di solito, dall’incedere maestoso della Storia. E ancora: i cattivi devono essere puniti al volo. Mettere qualcuno alla berlina è socialmente utile, solo se lo si fa al momento giusto. C’è un filone di satira garbata che preferisce risparmiare l’individuo ed attaccare piuttosto il vizio in generale. È una satira che è più corretto definire umorismo: basta ascoltare la voce della gente e limare un po’ quel che è troppo crudo, C’è un certo tipo di battuta alla Will Rogers — quell’umiliare con affetto i politici per l’ipocrisia e gli avvocati per l’avidità — che è in realtà profondamente cinico: attaccare un’intera categoria non lascia spiragli per la speranza.

Questo basta, credo, a spiegare la mia preferenza per gli attacchi individuali. Preferisco prendermela direttamente con Dan Rostenkowski o Johnny Cochran, perché è una satira che sottintende che la vita la facciamo noi con le nostre scelte, e che la loro morale non è la morale di tutti.

Mort Sahl racconta di essere andato da uno degli autori del Saturday Night Live quand’era ancora una trasmissione giovane e impetuosa. Era in programma un attacco a Kissinger e Sahl, che teneva un ampio archivio delle malefatte del Segretario di Stato, chiese timidamente all’autore perché se la prendeva con Kissinger. «Perché è al potere», rispose quello, compiaciuto. Tutto lì. Non per il Vietnam. Non per il Cile. Non per i bombardamenti segreti in Cambogia. Solo per il desiderio infantile di fare le boccacce a qualcuno munito di un po’ d’autorità.

Certo, è una cosa che funziona: l’umorismo che fa terra bruciata attorno a qualcuno è nato più o meno in quell’epoca e popola tuttora buona parte dell’industria dell’entertainment. Ma a Sahl — e al sottoscritto — è sempre sembrata un’occasione persa, un vero peccato che una satira così pungente, caustica e tagliente non puntasse un po’ più in alto, non cercasse di far scoccare una scintilla nelle teste del pubblico. Ma quel che è più grave è che un umorista senza umiltà, che galleggia sopra al resto del mondo come un petalo di rosa, finisce per mancare il bersaglio più grosso di tutti — se stesso. Un bersaglio da cui i grandi — Mark Twain, Woody Allen, Jules Feiffer — non hanno mai spostato la mira. Quando Walt Kelly scriveva: «Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi», cercava di dirci che la comédie humaine non risparmia nessuno, che siamo tutti insieme sulla stessa barca piena di buchi — questa.

Ecco perché in Doonesbury vivono personaggi d’ogni tipo, non solo politici. Perché ho bisogno di controfigure, di rappresentazioni fedeli della confusione che in me regna sovrana. Come dice Steve Martin, non si ride delle cose piacevoli. E sono venticinque anni che il mio mestiere è far ridere. La strip rimane un work in progress, una cronaca imperfetta dell’umana imperfezione. Sono in tanti a non poter sfuggire ad una parte di responsabilità in questa impresa: a tutti loro vanno i miei ringraziamenti più profondi. Fra loro ci sono mia moglie, Jane; il mio assistente alle chine e amico di lungo corso, Don Carlton; la mia cassa di risonanza nonché book editor, David Stanford; il mio strip-editor nonché bastione umano, Lee Salem; Mike Seeley, che guida il mio studio con deliziosa efficienza; e naturalmente Kathy Andrews e tutta la grande famiglia di amici e colleghi dell’Universal Press Syndicate. Se lascio fuori da questo elenco il mio boss, John McMeel, è per la migliore delle ragioni: siamo ancora nel bel mezzo delle trattative per il prossimo contratto.

Garry Trudeau
18 Ottobre 1995

(prefazione da Flashbacks, Il meglio di Doonesbury dagli anni '70 a oggi, Ed. Baldini & Castoldi, 1995)




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Bio: Garry Trudeau
Garretson Beekman Trudeau (New York, 21 luglio 1948) è un fumettista statunitense.

Ha frequentato l'Università di Yale verso la fine degli anni sessanta ed è lì che ha creato la sua opera più famosa, la striscia a fumetti Doonesbury, che era intitolata Bull Tales nelle prime edizioni.
Doonesbury è oggi pubblicata su quasi 1400 tra quotidiani e riviste nel mondo.
Trudeau è stato il primo disegnatore di fumetti a vincere un premio Pulitzer, nel 1975. Ha vinto anche un premio Oscar nella categoria dei cortometraggi animati con il film A Doonesbury Special.
Oltre alla striscia, Trudeau ha scritto commedie (Rap Master Ronnie e a Doonesbury musical) e la mini-serie televisiva Tanner '88, diretta da Robert Altman nel 1988.
Trudeau non appare spesso in pubblico. L'unica sua comparsa televisiva risale al 1971, dove in una puntata del quiz To Tell the Truth tutti i concorrenti tranne uno non riuscirono ad indovinare chi fosse.
Nel 2004 Trudeau, tramite la striscia a fumetti, ha messo a disposizione un premio di 10.000 dollari per chiunque portasse prova inconfutabile che George W. Bush avesse assolto ai suoi doveri militari negli anni settanta.
Nel 2013 ha ideato la serie televisiva Alpha House, prodotta e pubblicata da Amazon.com.


Bio: Enzo Baldoni
Enzo Baldoni (Città di Castello, 8 ottobre 1948 – Iraq, 26 agosto 2004) è stato un pubblicitario e giornalista italiano.

Baldoni svolgeva principalmente l'attività di copywriter presso la propria società Le Balene Colpiscono Ancora. Svolgeva inoltre volontariato presso la Croce Rossa.

Tra le passioni anche quella dei fumetti, di cui era un traduttore appassionato e accanito lettore. Tra le edizioni italiane da lui curate figurano le strisce a fumetti prodotte dal francese Gérard Lauzier e dagli statunitensi Garry B. Trudeau e Frank Miller. Partito dalle colonne delle riviste Linus e Corto Maltese, e inseguendo la propria passione per i viaggi, si ritrovò in breve tempo a scrivere di terzomondismo, guerriglieri, e situazioni estreme, seguendo il proprio pacifismo.

Collaborò con Diario, Specchio della Stampa, il Venerdì di Repubblica e altri periodici. Fra le sue passioni più tarde, Internet e i blog, ai quali dava un taglio giornalistico e dissacrante.

In Iraq come giornalista freelance, venne rapito presso Najaf il 21 agosto 2004 dall'Esercito islamico dell'Iraq, una sedicente organizzazione fondamentalista musulmana ritenuto genericamente legata ad al-Qaida. Dopo un ultimatum all'Italia per il suo ritiro di tutte le truppe entro 48 ore, venne ucciso: la data esatta e il luogo della morte non sono però mai stati accertati.

Tra i primi autori italiani a ricorrere al blog, associò la sua conoscenza del mondo pubblicitario in termini di comunicazione efficace, concisa e corretta, alla sua esperienza nell'utilizzo delle tecniche informatiche e delle dinamiche delle comunità virtuali. Era solito far passare concetti crudi in forma lieve e dissacrante. Usava accompagnare i testi dalle numerose fotografie di cui generalmente era autore egli stesso, nelle vesti di fotoreporter.

I suoi blog hanno spaziato da Timor Est alla Colombia, da Cuba all'Iraq.
Il suo nickname nel mondo digitale e nei suoi blog era Zonker, preso dall'omonimo personaggio della striscia fumettistica Doonesbury di Trudeau, del quale Baldoni curava la traduzione italiana. La più famosa mailing list da lui creata si chiama infatti Zonker's Zone. Blog Paralleli è l'unico ancora online.

L'eventualità di morire in Iraq
In nessun blog aveva postulato come possibile la propria morte in uno dei suoi viaggi, ma il primo giorno di attività del suo blog iracheno (Bloghdad), scrisse:
« Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di Zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato. »

Sulla morte e anche sul suo funerale Baldoni ritornò più volte, sia in e-mail personali che successivamente sono state pubblicate, sia in dichiarazioni pubbliche. Come per esempio in un intervento nella mailing list che gestiva:

« Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po' più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete.
Vorrei l'orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po' anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un'offesa alla morte, bensì un'offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski. »

mercoledì 8 novembre 2017

Aaron Swartz, Open Access to the hope


Persone che lasciano il segno: Aaron Swartz (8 novembre 1986 - 11 gennaio 2013)

A gennaio abbiamo perso Aaron Swartz, suicidatosi a 26 anni. O meglio, vista l’ampia portata e il profondo spessore del suo impegno: a gennaio tutti noi abbiamo perso Aaron Swartz.

Quando aveva 14 anni, Aaron ci diede l’RSS — il protocollo operativo che distribuisce automaticamente l’informazione su Internet. Due anni dopo, sviluppò l’architettura tecnica per Creative Commons — un sistema di licenze libere nel diritto d’autore per autorizzare la libera condivisione delle opere creative. In seguito contribuì al progetto Open Library per la catalogazione dei libri online. Liberò, in modo legale, i documenti giudiziari raccolti nel database federale a pagamento PACER, portando così alla drastica riduzione dei costi di molti servizi legali. Realizzò una componente tecnica fondamentale per il sito d’informazione Reddit, partecipando alla comproprietà di quell’azienda di grande successo. E, poco prima di morire, stava concludendo la messa a punto di una serie di strumenti capaci di rendere incredibilmente più efficace l’attivismo online.

Eppure Aaron non era soltanto, né soprattutto, un computer geek. Il suo tratto cruciale era l’impegno continuo per quel che credeva fosse giusto. Più di chiunque altro abbia mai conosciuto, Aaron seguiva soltanto il proprio istinto di giustizia. Aveva fatto fortuna quasi per caso, grazie al suo lavoro con Reddit, usandone poi i soldi per le battaglie che riteneva giuste — a prescindere dal contesto. Fino a quando una di queste battaglie non gli è sfuggita di mano.

Due anni prima di suicidarsi, Aaron venne arrestato dalla polizia di Cambridge, per essere entrato abusivamente nel campus del Massachusetts Institute of Technology (MIT) con “l’intenzione di commettere un reato grave”. In uno sgabuzzino del MIT era stato rinvenuto un computer riconducibile a lui che scaricava sistematicamente l’intero contenuto del database JSTOR — un archivio di articoli accademici. Secondo l’opinione della polizia di Cambridge, e poi del MIT e dell’FBI, e infine perfino dei servizi segreti, dev’essere proprio sbagliato scaricare milioni di documenti senza il permesso del sito che li ospita.

Aaron riteneva però che a sbagliare fosse quest’ultimo. Pur se non potremo mai sapere con esattezza le sue motivazioni, nei mesi precedenti all’arresto si era espresso in maniera sempre più esplicita contro l’ingiustizia ai danni del mondo in via di sviluppo nel mantenere sotto chiave le ricerche accademiche dietro il “paywall” dei Paesi ricchi. Qualcosa di ingiusto e di stupido. Nessuno degli autori dei testi che Aaron stava scaricando aveva intenzione di limitarne la distribuzione. E nessuno di loro riceveva compensi maggiori per via di quelle restrizioni.

Piuttosto, il fatto che JSTOR mantenesse il controllo di quei materiali non era altro che la conseguenza di un diritto d’autore fatto per il mondo fisico, di un sistema che non riusciva a star dietro alle novità imposte dal digitale.

JSTOR aveva fatto un buon lavoro ampliando la disponibilità delle ricerche accademiche tramite le biblioteche ed altri abbonamenti a pagamento. Aaron però appariva impaziente: quale poteva mai essere il motivo, chiese a me e ad altri, per bloccare l’accesso diffuso a questa mole di conoscenza? Qualche mese prima del suo arresto, disse agli studenti d’informatica della Università dell’Illinois di Urbana-Champaign che avevano l’“obbligo morale” di usare il loro accesso privilegiato a quella conoscenza per metterla a disposizione di tutti, in ogni parte del mondo. Presumibilmente la sua deviazione nello sgabuzzino del MIT era dovuta a quel medesimo “obbligo morale”.

È importante tenere a mente quanto fosse circoscritta la posizione di Aaron in questo caso. La sua critica, in parole e fatti, non era diretta al diritto d’autore in generale. Non venne accusato di aver scaricato l’archivio dei film della Sony o di aver creato un programma tipo Napster per facilitare l’accesso gratuito alla musica. La sua critica prendeva di mira un aspetto specifico: l’esistenza o meno di qualche buona ragione a livello di copyright per bloccare l’accesso a quei testi accademici. I rispettivi autori non erano d’accordo con una tale decisione: in fondo il “paywall” non portava loro alcun incentivo. Era un ostacolo tutt’altro che necessario e, secondo Aaron, immorale alla diffusione degli ideali dell’Illuminismo.

Eppure il tempo impiegato a predisporre quel computer nello sgabuzzino del MIT era soltanto una deviazione del suo percorso. Anche se Aaron viveva con passione quella causa, non si trattava certo della più importante. Non era neppure la battaglia che gli stava più a cuore quando venne arrestato. Nel gennaio 2011, il suo impegno era focalizzato per lo più sulla riforma politica.

Insieme a David Segal, ex consigliere statale del Rhode Island, aveva lanciato un’organizzazione per promuovere l’attivismo online a cui aveva aderito un milione di persone, Demand Progress, mirata alla giustizia e alla parità sociale. E dopo l’inattesa vittoria che, grazie anche al suo contributo, portò al ritiro dell’ennesima normativa “anti-pirateria” voluta da Hollywood – il SOPA/PIPA, Stop Online Piracy Act e Protect IP Act — sognava di riproporre quella stessa tecnologia da lui ideata per collegare tra loro tutti gli attivisti interessati a rivitalizzare quella democrazia americana che troppi consideravano ormai perduta. A quel punto Aaron fu coinvolto in una vicenda di stampo kafkiano, una battaglia di due anni con un procuratore federale super zelante, deciso a dare una lezione a questo ragazzo per quell’atto illecito, senza però rendersi conto di contribuire così a trasformarlo in un martire.

Sapevo della disperazione che lo affliggeva mentre vedeva dissipare la sua fortuna in spese legali e ribadiva più volte che, all’interno della rete aperta del MIT, il suo comportamento non era affatto criminale. Le autorità si mostrarono però irremovibili. Come spiegò anzi al MIT lo stesso procuratore, furono proprio le proteste pubbliche di Aaron contro il procedimento giudiziario a farlo diventare un “caso istituzionale”. Ciò voleva dire, per come l’intendo io, che una punizione proporzionale al reato commesso era ormai fuori discussione. Aaron fu messo davanti alla minaccia di scegliere tra parecchi anni di carcere o rinunciare ai suoi diritti politici dichiarandosi colpevole di un reato penale. Di fronte a queste due opzioni, ne scelse una terza.

Molti di noi continueranno a chiedersi se avessero potuto fare qualcosa di più per salvare Aaron. È questa la crudele conseguenza di ogni suicidio.

L’autore di un rapporto sul comportamento del MIT durante il caso giudiziario lamentava che quanti tra noi “avevano agito da mentori per Swartz, aiutandolo a raggiungere… la genialità” non erano però riusciti a trasmettergli la “seykhel — bellissimo termine Yiddish per indicare la combinazione tra intelligenza e buon senso”.

Forse è così, ma rimango scettico. Aaron dimostrava una dose infinita di buon senso. Ma aveva anche un’urgente impulso verso la giustizia sociale. Il suo errore è stato quello di credere che il nostro sistema giudiziario avrebbe dimostrato sufficiente saggezza da riconoscere questo suo aspetto, e accordargli il perdono. Oppure che il MIT— dove aveva lavorato il padre e dove studiava il fratello, e con il quale aveva collaborato più volte — avrebbe esteso a quell’atto di hacking etico lo stesso atteggiamento tollerante già applicato tante volte ai suoi studenti.

Forse quelli tra noi che sono stati i suoi mentori avrebbero dovuto spiegargli meglio che queste istituzioni valgono meno di quanto egli credesse.

O magari dovremmo impegnarci nel renderle migliori di quello che lui pensava fossero già.

( Articolo originale di Lawrence Lessig pubblicato il 22/12/2013. Traduzione di Bernardo Parrella)

Lawrence Lessig insegna giurisprudenza e leadership presso la Harvard Law School.


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Eredità

Le persone ambiziose vogliono lasciare un’eredità ai posteri, ma di che tipo di lascito si tratta? Il criterio tradizionale è misurato dagli effetti delle nostre azioni. È così che gli avvocati più importanti sono i giudici della Corte Suprema, poiché le loro decisioni hanno effetti sull’intera nazione. E i matematici più affermati sono quelli che fanno scoperte significative, le quali finiscono per essere usate dalle moltitudini successive.

Un quadro piuttosto ragionevole. L’eredità di una persona dipende dall’impatto che produce, e il modo migliore per misurarlo è considerare gli effetti delle sue azioni. Ma ciò significa misurare con il metro sbagliato. La questione non riguarda gli effetti del proprio impegno, bensì come sarebbero le cose non se non avessimo fatto nulla.

Si tratta di situazioni ben diverse tra loro. È normale accettare il fatto che “certe idee sono mature per la loro epoca” e la storia tende a confermarlo.

Quando Newton inventò l’algebra, lo stesso fece Leibniz. La teoria dell’evoluzione delle specie tramite la selezione naturale di Darwin venne proposta anche da Alfred Russel Wallace. E quando Alexander Graham Bell inventò il telefono, così fece Elisha Gray (pare ancor prima di lui).

In questi esempi i fatti sono palesi: qualora Newton, Darwin e Bell non avessero fatto quelle scoperte, il risultato sarebbe stato sostanzialmente lo stesso — avremmo comunque l’algebra, l’evoluzione delle specie e il telefono.

Eppure costoro vengono salutati come eroi importanti e il loro lascito è immortale.
Se dovesse interessarci soltanto quest’aspetto, forse ciò sarebbe sufficiente.

(Pur trattandosi di un gioco alquanto pericoloso, perché il futuro potrebbe risvegliarsi in qualsiasi momento e rendersi conto che quell’adulazione è fuori luogo.) Qualora volessimo però capire effettivamente la portata del nostro impatto, anziché limitarci a registrarne il modo in cui questo viene percepito, allora occorre una riflessione più attenta.

Una volta ho incontrato un noto accademico, il quale aveva pubblicato svariati testi ampiamente riconosciuti come dei classici perfino al di fuori della sua disciplina, e mi offrì alcuni consigli per fare carriera in campo scientifico. (Mi sovviene anzi che ciò vale per due persone, a conferma che trattasi di un fenomeno di più ampia portata). Attualmente l’ambito x è assai “caldo”, mi disse, potresti davvero farti un nome dandoti da fare in quel campo. L’idea di fondo era che presto ne sarebbero nate scoperte importanti e, qualora mi fossi buttato in quel settore, avrei potuto essere io a farle.

Secondo il mio metro personale, ne conseguirebbe un’eredità assai scadente. (Per quel che vale, non credo che nessuno dei suddetti rientri in questa categoria; ovvero, la loro reputazione è meritata anche in base a questi standard). Ancor peggio, dovremmo sapere come stanno le cose. Si presume che Darwin e Newton non abbiano avviato le loro indagini perché ritenevano che quel campo fosse “caldo”. Mettendo in pratica le loro idee, ritennero di produrre un impatto significativo, pur se ciò non si rivelò corretto. Ma se qualcuno decide di entrare in un certo campo scientifico semplicemente perché ritiene che presto ne scaturirà una scoperta importante, non potrà mai sperimentare una simile delusione. Al contrario, sarà cosciente del fatto che il suo lavoro produrrà scarso impatto, e dovrà operare in base a quest’impressione.

Lo stesso vale per altre professioni che erroneamente riteniamo importanti.
Prendiamo per esempio i giudici della Corte Suprema. Tradizionalmente lo si ritiene un impegno maestoso da cui derivano decisioni di estrema importanza.

A me sembra invece che il loro impatto sia alquanto ridotto. L’impatto maggiore deriva piuttosto dalle posizioni politiche del Presidente che sceglie quei giudici. In mancanza di un certo giudice, ne avrebbe trovato un altro da nominare in quel ruolo. L’unico modo per avere un impatto concreto come giudice della Corte Suprema sarebbe quello di cambiare le proprie posizioni politiche dopo essere stato nominato, e l’unico modo per prepararsi a una simile eventualità sarebbe quello di trascorrere la maggior parte della carriera facendo cose che si ritiene essere sbagliate nella speranza che un giorno si venga scelti come giudice della Corte Suprema. Qualcosa ben difficile da digerire.

Quali sono allora i lavori che lasciano un’eredità degna di questo nome Non è facile trovarne, poiché per loro stessa natura richiedono di fare cose diverse da quelle degli altri, e quindi si tratta di cose che non sono venute in mente a nessun altro. Una buona fonte è comunque cercare di fare qualcosa per cambiare il sistema, anziché per assecondarlo. Per esempio, il sistema universitario incoraggia a diventare professori per poi compiere delle ricerche in determinati campi (e quindi ci provano in molti); scoraggia invece la gente a cercare di cambiare la natura dell’università in quanto tale. 

Ovviamente fare cose come provare a cambiare l’università è ben più arduo che diventare semplicemente l’ennesimo professore. Ma per chi è genuinamente interessato a lasciare un certo tipo di eredità, non sembrano essere molte le scelte a disposizione.

(Post originale: Legacy, dal suo blog Raw Thought, 01/06/2006. Traduzione di Bernardo Parrella)

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La vita nel mondo dell’immoralità diffusa: l’etica dell’esser vivo

Pensavo di essere una brava persona. Di certo non avevo ho nessun essere umano, per esempio. Poi però Peter Singer mi ha spiegato che gli animali hanno una coscienza e per cibarsene dobbiamo ucciderli, fatto moralmente non troppo diverso dal far fuori qualcuno. Così decisi di diventare vegetariano.

Di nuovo, mi consideravo una brava persona. Ma poi Arianna Huffington mi disse che guidando un auto disperdevo fumi tossici nell’aria e finanziavo dittatori stranieri. Così sono passato alla bicicletta.

Ma poi ho scoperto che il sellino era stato cucito in fabbriche che sfruttano la manodopera dei bambini, mentre il telaio era fatto con metalli estratti devastando la terra. A ben vedere, ogni volta che compro qualcosa è probabile che, in un modo o nell’altro, quel denaro finisca per opprimere qualcuno o per distruggere il pianeta. E se capita che guadagni dei soldi, una parte va al governo che se ne serve per far saltare in aria la gente in Afghanistan o in Iraq.

Pensai così di poter vivere solo con quanto si trova nei cassonetti della spazzatura, come fa qualche mio amico. In tal modo non sarei stato responsabile di favorirne la produzione. Ma poi ho capito che c’è chi non esita a comprare quel che non trova nei cassonetti e se avessi preso qualcosa prima di altri, questi poi sarebbero comunque andati a comprarsela.

La soluzione dunque sembrava evidente: dovevo abbandonare le comodità moderne per andare a vivere in una caverna, nutrendomi di semi e bacche.

Probabilmente avrei emesso un po’ di CO2 e utilizzato ancora i frutti della terra, ma forse solo a livelli sostenibili.

Forse non siete d’accordo sul fatto che sia moralmente sbagliato uccidere gli animali o far saltare in aria la gente in Afghanistan. Ma sicuramente si può pensare che possa essere sbagliato, o almeno che qualcuno possa ritenerlo tale. E credo sia altrettanto chiaro che mangiare un hamburger o pagare le tasse contribuisce a queste cose – pur se in misura ridotta, o magari solo potenzialmente.

Anche se non vi sembra così, la vita quotidiana offre un milione di modi più diretti. Personalmente, penso che sia sbagliato sedermi al tavolo di un locale per abbuffarmi allegramente mentre qualcuno trasporta ancora cibo e qualcun altro lavora come uno schiavo in cucina. Ogni volta che ordino qualcosa da mangiare contribuisco a questa catena di trasporti e schiavitù. (Forse costoro ne ricevono denaro in cambio, ma probabilmente preferirebbero riceverlo direttamente da me).

Ancora, forse penserete che non c’è nulla di male, ma spero vogliate almeno ammetterne la possibilità. E naturalmente è colpa mia.

Laggiù nella grotta, pensavo di essere in salvo. Ma poi ho letto l’ultimo libro di Peter Singer. Fa notare che bastano appena 25 centesimi [di dollaro] per salvare la vita di un bambino (per esempio, con 27 centesimi si possono acquistare i sali per la reidratazione orale che salvano un bambino dalla diarrea mortale). Ma forse stavo comunque uccidendo qualcuno.

Per i motivi esposti sopra, non avevo giustificazioni morali per far soldi (anche se potrebbe valere la pena di versare un contributo per bombardare i bambini in Afghanistan onde aiutare a salvare bambini in Mozambico). Però anziché vivere in una caverna potevo fare volontariato in Africa Ovviamente, se scegliessi quest’opzione, ci sarebbero migliaia di altre cose che non potrei fare. Come posso decidere quale mia azione salverà più vite? Anche se prendessi tempo per calcolarlo, sarebbe tempo speso per me stesso piuttosto che per salvare delle vite.

Mi sembra impossibile essere nel giusto. Non solo ogni cosa che faccio sembra causare gravi danni, ma lo stesso vale anche per quel che non faccio. La ragione comune dà per scontato che la moralità sia difficile ma realizzabile: non mentire, non ingannare, non rubare. Appare comunque impossibile condurre una vita moralmente corretta.

Se però l’eticità perfetta è irraggiungibile, sicuramente devo comportarmi come meglio posso. (Dovere implica potere, dopo tutto). Peter Singer è un buon utilitarista, quindi forse dovrei cercare di massimizzare il bene che faccio per il mondo. Ma anche questo sembra uno standard incredibilmente oneroso. Dovrei fare a meno di mangiare non solo carne bensì tutti i prodotti di origine animale.

Dovrei non solo smettere di comprare cibo industriale ma di fare acquisti del tutto. Dovrei prendere dai cassonetti solo quel che è improbabile serva ad altri. E quindi dovrei vivere in un posto dove non disturbo nessuno.

Naturalmente tutte queste preoccupazioni e questo stress m’impediscono di fare del bene nel mondo. Riesco a malapena a fare un passo senza pensare a chi possa nuocere. Così decido di non preoccuparmi per il male che potrei arrecare per concentrarmi soltanto sul fare del bene – al diavolo le regole.

Ma ciò non vale solo per le regole ispirate da Peter Singer. Aspettare in coda alla cassa mi tiene lontano dal mio lavoro di salva-vite (e pagare mi sottrarrà dei soldi salva-vite) – allora è meglio rubare. Mentire, imbrogliare, ogni crimine può essere giustificato allo stesso modo.

Sembra un paradosso: nella mia per fare del bene ho giustificato il fare ogni sorta di male. Nessuno mi ha posto domande quando sono uscito per ordinare una succosa bistecca, ma quando ho rubato una bibita gassata tutti hanno sussultato. Esiste forse un senso nel seguire le loro regole o sono soltanto un ulteriore esempio dell’immoralità dilagante del mondo? C’è qualche filosofo che ha preso in considerazione questa faccenda?


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La Depressione

Sicuramente ci sono stati momenti in cui sei stato triste. Forse una persona amata ti ha abbandonato o un progetto è andato in frantumi. Il tuo volto diventa malinconico. Forse piangi. Ti senti inutile. Ti chiedi se vale la pena fare qualcosa. Tutto quello che pensi sembra squallido - le cose che hai fatto, le cose che speri di fare, le persone che ti circondano. Volete stare a letto e tenere le luci spente. L'umore depresso è così, solo che non viene per nessuna ragione particolare e non va via con una cura precisa. 
Andare fuori a prendere l'aria fresca o coccolarsi con la persona amata non ti fa sentire meglio, solo più arrabbiato di non riuscire a sentire la gioia che tutti sembrano sentire. Tutto diventa contrassegnato dalla tristezza.
Il meglio che potete fare è dire a se stessi che il vostro è un pensiero irrazionale, che è semplicemente un disturbo dell'umore, che dovresti continuare con la tua vita. Ma a volte è peggio. Ti senti come se venature di dolore stanno attraversino la tua testa, tu colpisci il tuo corpo, cerchi una fuga, ma non trovi niente e nessuno. E questa è una delle forme più moderate. 
Come afferma George Scialabba, 'la depressione acuta non dà la sensazione di essere malati, piuttosto sembra di essere torturati ... il dolore non è localizzato; corre lungo tutti i nervi, un fuoco incosciente. ... Anche se uno arriva a stare meglio, non potrà mai credere che finirà, o che qualcun altro abbia mai sentito qualcosa di simile '.
L'economista Richard Layard, dopo aver sostenuto che l'obiettivo della politica pubblica doveva essere quello di massimizzare la felicità, cominciò a scoprire quale fosse l'impedimento più grande alla felicità. La sua conclusione: la depressione. La depressione provoca quasi la metà di tutte le disabilità, interessa una persona su sei e spiega un'infelicità più attuale della povertà. E (importante per la politica pubblica) la terapia cognitivo-comportamentale ha un tasso di successo a breve termine del 50%. 
Purtroppo, la depressione (come altre malattie mentali, in particolare la dipendenza) non è considerata 'reale' sufficiente per meritare l'investimento e la consapevolezza di condizioni cliniche come il cancro al seno (1 su 8) o l'AIDS (1 su 150). 
E c'è, naturalmente, la vergogna.
Quindi spero che mi perdoniate per non essere più attivo. 
Ehi, comunque potrebbe essere peggio. Almeno ho un'assicurazione sanitaria adeguata.

(Post originale: Sick, dal suo blog Raw Thought, 27/11/2007. Traduzione di Luca Tanchis)



The Internet's Own Boy: The Story of Aaron Swartz è un film documentario statunitense del 2014, scritto, diretto e prodotto da Brian Knappenberger.

Sito dedicato alla sua memoria da Bernardo Parrella e Andrea Zanni, in continuo aggiornamento: aaronswartztributo.tumblr.com

Bio:
Aaron Swartz
(Chicago, 8 novembre 1986 – New York, 11 gennaio 2013) è stato un programmatore, scrittore e attivista statunitense, coautore della prima specifica del RSS e delle licenze Creative Commons. Ha cofondato Reddit e il gruppo di attivismo online DemandProgress. Faceva anche parte dell'Ethics Center Lab dell'Università di Harvard. Il 19 luglio 2011 era stato arrestato per aver scaricato 4,8 milioni di articoli scientifici dal database accademico JSTOR. Liberato dietro cauzione, era a New York in attesa di processo, con il rischio di vedersi infliggere una pena fino a 35 anni di carcere, quando si è tolto la vita l'11 gennaio 2013, impiccandosi nel suo appartamento di Brooklyn.