sabato 20 maggio 2017

Il mio Schulz segreto. Bruno Schulz raccontato da David Grossman

Bruno Schulz, autoritratto

Qualche anno fa, quando il mio operare su Facebook era più costante, partecipai a un gioco collettivo dove andavano elencati i dieci libri più amati. Trovando ingiusto doverne escludere parecchi dalla top ten, ripiegai su una soluzione trasversale che assomigliava a includere de iure portieri, difensori e mediani della grande letteratura a concorrere al Pallone d'oro, pur non segnando Nobel o Pulitzer. 
Infatti schierai undici titolari e scrissi: "Elencherò solo gli outsider: i libri venuti dal niente, fuori dai movimenti, dalle tendenze, dalle connessioni, dai filoni del mio gusto all'epoca in cui mi piombarono tra le mani. Insomma libri arrivati dal Nulliverso che mi crearono subbuglio:

1) Jean-Philippe Toussaint - La macchina fotografica (Guanda, 1991)
2) Bruno Schulz - Le botteghe color cannella (Einaudi, 1970)
3) John Gardner - L'orco (Einaudi, 1991)
4) Arnon Grunberg - Lunedì blu (Mondadori, 1996)
5) John Berger - E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto (B. Mondadori, 2008)
6) Alexandre Jardin - Fanfan (Sperling Paperback, 1993)
7) Sherrill Steven - La ragazza annegata (Minimum Fax, 2006)
8) Sergej Dovlatov - Il parco di Puskin (Sellerio Editore Palermo, 2004)
9) Bernard Quiriny - La biblioteca di Gould (L'orma, 2013)
10) Carlo Coccioli - Piccolo Karma (Mondadori, 1987)
11) Jean-Marc Parisis - Prima, durante, dopo (Bompiani, 2008)

Perchè riporto alla luce questa archeologia autoreferenziale, questa nazionale degli scrittori laterali? Per il semplice motivo che successivamente mi sono saltate all'occhio molte iniziative, articoli e uscite editoriali attorno alla figura mai troppo sviscerata di Bruno Schulz.
(A dimostrazione di come, ancora una volta, la mia presunzione di essere venuto a contatto con libri sconosciuti e di nicchia, sconfinava in Beozia).
Innanzitutto il bel libro di Nadia Terranova, Bruno. Il bambino che imparò a volare, e l'ottima lettura che ne trae 
Elisabetta Cremaschi nel suo sito Gavroche, ma soprattutto il meraviglioso racconto che David Grossman consegnò al New Yorker e all'Espresso, intitolato The age of genius, L'epoca geniale, nel giugno del 2009.




Lo stesso titolo poi verrà utilizzato dall'Einaudi per una raccolta di racconti dello scrittore polacco, la quale contiene, come postfazione, la traduzione del saggio di Grossman, qui però intitolato "Tutto il possibile infinito" (saggio che venne aggiunto anche all'edizione Mondadori del 2011 del libro di Grossman, Vedi alla voce: Amore).


Il mio Schulz segreto, The age of genius
La leggenda di Bruno Schulz, di David Grossman

Primavera del 1933. Il pomeriggio della domenica di Pasqua. Dietro il banco della reception di un piccolo hotel di Varsavia c'è Magdalena Gross. Magdalena è una scultrice e il suo piccolo albergo a conduzione familiare è un punto d'incontro di scrittori e intellettuali. Nella hall è seduta una ragazzina ebrea di circa 12 anni, nativa di Lódz. I genitori l'hanno mandata a Varsavia per riprendersi da una grave malattia. Un uomo piccolo, magro e pallido entra nell'hotel con una valigia. È un po' curvo, alla bambina - il suo nome è Jagoda Goldblum - sembra spaventato. Magdalena gli domanda come si chiama. "Schulz", risponde lui, "sono un insegnante, ho scritto un libro e..."Magdalena lo interrompe: "Da dove viene?". "Da Drohobycz". "E come è arrivato qui?". "In treno, passando per il ponte di Danzica". La donna ridacchia. "Danzica? Lei danza?". "Come? No, assolutamente no". 
L'uomo giocherella con l'orlo della giacca. Magdalena ride, divertita delle proprie spiritosaggini, strizza l'occhio alla bimba al di sopra della spalla di Schulz. "E cosa è venuto a fare qui?", gli chiede finalmente. "Sono insegnante di disegno al ginnasio, ho scritto un libro di racconti", sussurra lui, "sono venuto a Varsavia solo per questa notte, vorrei consegnarlo a Madame Nalkowska". Magdalena squadra l'uomo dall'alto in basso. 
Zofia Nalkowska è una famosa scrittrice e drammaturga nonché membro della commissione editoriale della prestigiosa casa editrice Rój. "E come farà arrivare il libro a Madame Nalkowska?", gli domanda con un sorrisetto. L'uomo balbetta, abbassa lo sguardo. Ma il suo tono è caparbio: qualcuno gli ha detto che Madame Gross conosce Madame Nalkowska. Se fosse così gentile da... Non appena pronuncia questa frase, Madame Gross accantona l'atteggiamento irrisorio. Forse perché l'uomo ha un'aria tanto spaventata, come intuisce la bambina Jagoda. Oppure per quella sua ostinazione quasi disperata. Magdalena Gross va al telefono, parla con Zofia Nalkowska e le dice dell'uomo. "Se dovessi leggere il manoscritto di ogni balordo che arriva a Varsavia", risponde Nalkowska, "non avrei il tempo di scrivere". Magdalena Gross le chiede di dargli un'occhiata. "Solo alla prima pagina", bisbiglia nella cornetta, "così ci liberiamo di lui". 
Zofia Nalkowska accetta a malincuore. Magdalena Gross riattacca. "Prenda un taxi. Madame Nalkowska la riceverà tra mezz'ora, per dieci minuti". Schulz esce di corsa. Dopo un'ora è di ritorno. Senza il manoscritto. "Cosa le ha detto Madame Nalkowska?", domanda Magdalena. "Mi ha chiesto di leggerle la prima pagina ad alta voce", risponde Schulz, "poi mi ha interrotto. Mi ha detto di lasciarle il manoscritto e di tornare qui all'albergo. Mi contatterà lei". Magdalena Gross gli offre un tè, ma lui non riesce a berlo. Aspettano in silenzio. L'atmosfera nella hall a un tratto si fa seria, tesa. Schulz cammina nervosamente avanti e indietro. La ragazza Jagoda lo segue con lo sguardo. Anni dopo, divenuta adulta, lascerà la Polonia e andrà a vivere in Argentina. Diverrà pittrice, sposerà uno scultore e racconterà questo episodio sessant'anni dopo, durante una visita a Gerusalemme. 
I tre aspettano. Ogni squillo del telefono li fa sobbalzare. Finalmente, verso sera, Zofia Nalkowska chiama. Le manca la voce. Ha letto soltanto trenta pagine. Ci sono cose che è certa di non avere capito eppure le sembra di trovarsi in presenza di una rivelazione. Forse la più importante rivelazione della letteratura polacca degli ultimi anni. Lei stessa sarebbe onorata di proporre il manoscritto - il più presto possibile - a una casa editrice. La bambina guarda Schulz che sembra sul punto di svenire. Gli portano una sedia. Lui vi si lascia cadere e si prende la testa fra le mani. 
Dei numerosi aneddoti, storie e leggende che ho sentito su Bruno Schulz questo mi commuove in modo particolare. Forse per via delle modeste circostanze in cui una stella tanto brillante è venuta alla ribalta, o forse perché è narrato dall'innocente punto di vista di una bambina, che osservava quell'uomo dall'aspetto fragile quanto quello di un bambino da un angolo della hall dell'albergo. Ed ecco un altro aneddoto: quando Schulz era ragazzo, una sera malinconica, sua madre Henrietta entrò in camera sua e lo trovò che nutriva con granelli di zucchero le ultime mosche rimaste al termine del freddo autunno. "Bruno", gli domandò, "ma che fai?". "Le sto irrobustendo per l'inverno". 

Bruno Schulz, uno scrittore ebreo polacco, nacque nel 1892 nella città di Drohobycz, in Galizia, una regione allora entro i confini dell'impero austro-ungarico e oggi dell'Ucraina. Non ha lasciato molti scritti: solo due raccolte di racconti, qualche decina di saggi, articoli, recensioni, oltre a disegni e schizzi. 
Ma questo poco racchiude un mondo intero. I suoi due libri: 'Le botteghe color cannella' (1932) e 'Il Sanatorio all'insegna della Clessidra' (1937) creano un universo fantastico ripercorrendo la mitologia privata di una famiglia, e il loro lessico è tanto ricercato e vivido da essere esso stesso protagonista e l'unica dimensione in cui quei racconti possano esistere. Schulz scrisse inoltre un romanzo intitolato 'Il Messia', andato perduto durante la guerra. Nessuno ne conosce la trama. Una volta incontrai un uomo al quale Schulz aveva mostrato l'incipit: parlava dell'alba che si levava su una città, della luce che si faceva sempre più forte, delle torri e guglie. L'uomo non vide altro.¹(ndr)
Alla pubblicazione del suo primo libro Schulz fu immediatamente riconosciuto come un raro talento, soprattutto dai circoli letterari polacchi e, negli anni, è divenuto una figura di notevole interesse per scrittori e lettori di tutto il mondo. Autori del calibro di Philip Roth, Danilo Kis, Cynthia Ozick, Nicole Krauss e altri ancora hanno parlato di lui, trasformandolo in un personaggio dei loro libri o rievocando la storia della sua vita. Schulz è uno di quegli autori la cui opera, come pure la personalità e la vita, è spesso soffusa da un alone di meraviglia e di mistero. "Era uno di quelli cui Dio ha passato la mano sul viso nel sonno, così che sanno ciò che non sanno, diventano pieni di congetture e di sospetti, mentre attraverso le loro palpebre chiuse passano i riflessi di mondi lontani". Così scrive Schulz a proposito di Alessandro Magno nel suo racconto 'Primavera'. E lo stesso potremmo dire facilmente di lui. E ho l'impressione che anche noi, suoi lettori, proviamo qualcosa di simile nel momento in cui i suoi racconti scorrono sotto i nostri occhi. 

Perché scrivo queste cose? Soprattutto a seguito di una testimonianza commovente sugli ultimi istanti di vita di Bruno Schulz - di cui non si sa molto - e che ho appreso di recente. Prima di riferirla, però, vorrei parlare del mio Bruno Schulz, del modo in cui ha influenzato i miei scritti. Ho l'impressione che tutti coloro che amano questo autore abbiano una propria storia personale riguardo alle circostanze in cui lo hanno scoperto. Io mi imbattei in lui dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, 'Il sorriso dell'agnello'. Un bambino, quando nasce, sembra provenire dall'ignoto. La famiglia sente allora il bisogno di riconoscerlo come proprio, di rendere comprensibile, e forse anche un po' meno pericolosi, la sua novità, il suo mistero. I parenti si chinano sulla culla, osservano il neonato da vicino ed esclamano: "Ma guarda, ha il naso di zio Jacob! E il mento identico a quello di zia Malka!". 
Qualcosa di simile succede alla pubblicazione di un'opera prima. Critici e lettori si affrettano a informare il nuovo scrittore a chi si è ispirato, da chi è stato influenzato, e naturalmente, da chi ha copiato. Per inciso dirò che spesso, dopo aver letto le opere degli autori ai quali i miei critici sostenevano avessi fatto riferimento (quasi sempre per la prima volta), ho scoperto che avevano decisamente ragione. 
Un giorno ricevetti la telefonata di un certo Daniel Schilit, un ebreo polacco immigrato in Israele che aveva letto il mio libro. "Si nota subito quanto lei sia stato influenzato da Bruno Schulz", mi disse. Io, giovane ed educato, non lo contraddissi. 
In realtà prima di quel giorno non avevo mai letto niente di Bruno Schulz. Dopo quella telefonata, però, pensai di procurarmi un suo libro. Quella sera, a casa di amici, mi imbattei nell'edizione ebraica di 'Le botteghe color cannella'. Chiesi in prestito il volume e lo lessi nell'arco di poche ore. Ancora oggi faccio fatica a descrivere l'emozione che mi assalì. Giunto alla fine lessi l'epilogo del traduttore israeliano, Yoram Bronowski, e per la prima volta scoprii il modo in cui Schulz era morto. Nel ghetto di Drohobycz un ufficiale delle SS aveva approfittato del suo talento per decorare le pareti di casa e lo aveva preso sotto la sua protezione. Un avversario di quell'ufficiale aveva poi sparato a Schulz per strada, per provocare il rivale. Si racconta che quando i due nazisti si erano incontrati dopo l'assassinio, uno avesse detto: "Ho ammazzato il tuo ebreo", e l'altro avrebbe risposto: "Benissimo, e ora io ammazzerò il tuo". 
Ricordo di aver chiuso il libro, di essere uscito di casa e di aver vagato in un campo vicino per qualche ora. Camminavo come avvolto nella nebbia. Non ero in grado di rientrare e non volevo incontrare nessuno. Non capivo come si potesse continuare a vivere in un mondo in cui potevano accadere cose come queste, dove esistevano persone come queste, dove si potevano pensare cose come queste. Un mondo in cui c'era una lingua che permetteva di pronunciare frasi tanto mostruose. E ricordo anche che, unitamente al senso di paralisi, sentii risvegliarsi in me il bisogno di riscattare la vita e l'esuberanza che avevo scoperto in Bruno Schulz, nelle sue parole, nei suoi racconti. Riscattarli dalla crudeltà, dalla tirannia e dalla laconicità di quella frase: "Ho ammazzato il tuo ebreo". 
Non sempre uno scrittore è in grado di identificare il momento esatto in cui germoglia in lui l'idea di un libro. L'istante del concepimento. Dopo tutto così tanti pensieri e sentimenti si accumulano in un qualche punto dell'anima, per anni, prima di giungere a maturazione e sfociare nella scrittura. 
Eppure, sebbene per molti anni avessi voluto scrivere della Shoah, furono quelle due frasi - "Ho ammazzato il tuo ebreo" e "Benissimo, e ora io ucciderò il tuo" - a darmi la spinta finale, a rappresentare una sorta di scossa elettrica che innescò la stesura del mio romanzo 'Vedi alla voce: amore'. 

I numerosi ammiratori di Schulz conoscono la storia che ho qui riportato sulle circostanze della sua morte. Il poeta e scrittore polacco Jerzy Ficowski, uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Schulz, riferisce nel suo libro 'Regions of the Great Heresy' (le regioni della grande eresia) che poco prima di un massacro, noto come 'l'eccidio del giovedì nero', un ufficiale della Gestapo, tale Felix Landau, uccise un dentista ebreo di nome Lowe, protégé di un altro ufficiale nazista, Karl Günther. Fra i due non correva buon sangue e l'omicidio del suo protetto spinse Günther a cercare vendetta. Proclamando le sue intenzioni andò allora a cercare Schulz, beniamino di Landau e, approfittando degli eventi del giovedì nero, gli sparò all'angolo fra via Czacki e via Mickiewicz. "Secondo quanto riferiscono numerosi residenti di Drohobycz", scrive Ficowski, "nell'incontrare poi Landau, Günther proclamò solennemente: 'Tu hai ucciso il mio ebreo, e io ho ucciso il tuo'". 
Ficowski riporta questa storia con cautela e diffidenza. C'è anche chi la reputa una leggenda, una diceria, un aneddoto, ritenendo che Schulz sia stato effettivamente assassinato nel ghetto di Drohobycz, ma che le cose siano andate diversamente e quell'orrendo scambio di battute non sia mai avvenuto. Il dibattito tra i sostenitori delle diverse versioni perdura da decenni, senza che possa trovare apparente soluzione, e forse sarebbe bene ricordare le parole che lo scrittore argentino Ernesto Sabato scrisse in un contesto totalmente diverso: "Gli aneddoti sono sostanzialmente fedeli alla verità, proprio perché sono finzioni, inventati in dettaglio per adeguarsi con grande precisione a una certa persona". 
Ma anche se ritenessimo la conversazione tra gli ufficiali della Gestapo - Landau e Günther - pura invenzione, essa ci tocca nel profondo perché, malgrado tutto, è sostanzialmente fedele a una qualche verità tragica e ironica riguardante l'uomo Bruno Schulz, il suo senso di estraneità esistenziale, di impotenza, il suo modo di essere. Da quando ho capito che sarei diventato scrittore ho anche capito che avrei scritto della Shoah. Penso che queste due consapevolezze siano nate in me contemporaneamente. 
E più il tempo passava, più sentivo crescere in me la sensazione che non sarei stato in grado di comprendere la mia esistenza di uomo, di padre, di scrittore, di israeliano e di ebreo fintanto che non avessi scritto della vita che non avevo vissuto: all'epoca della Shoah, nello spazio della Shoah. In altre parole mi chiedevo come mi sarei comportato se fossi stato un ebreo all'epoca del dominio nazista, in un ghetto, in un campo di concentramento o di sterminio. 
Cosa avrei potuto fare per salvare qualcosa di me, del mio essere, in una realtà in cui le persone venivano spogliate non solo dei loro abiti, ma dei loro nomi e dei loro affetti, venivano quasi totalmente private della loro vita precedente - dei famigliari, degli amici, degli amori, della professione, del talento - sradicate dal contesto in cui vivevano e spinte da altri esseri umani al gradino più basso dell'esistenza, divenendo numeri stampati su un braccio, carne e sangue, creature destinate a essere sterminate con la massima efficienza. Volevo sapere cosa in me si sarebbe opposto a questo tentativo di annichilimento e avrebbe preservato una scintilla di umanità in un mondo interamente finalizzato a spegnerla. 

Quando terminai di leggere il libro di Schulz capii di aver trovato la chiave con la quale avrei potuto scrivere della Shoah. Non scrivere della morte e dello sterminio, ma della vita, di ciò che i nazisti avevano distrutto in maniera meccanica e su vasta scala. E non di una vita trascorsa fiaccamente, ma di una come quella che Schulz ci insegna nei suoi libri: vera, alla massima potenza, nella quale la gente che ho appena incontrato, l'attimo appena trascorso, la scena già vista migliaia di volte, la parola ripetuta e scritta all'infinito, si rinnovano incessantemente. 
Ricordo anche che, con l'arroganza del giovane scrittore, dissi a me stesso che volevo scrivere un libro che tremasse sullo scaffale. Vitale quanto un battito di ciglia nella vita di un uomo. In ogni pagina di Schulz, infatti, in ogni suo brano, la vita esplode ed è degna di questo nome. È ricca di contenuto, di significato e avviene simultaneamente in tutti i substrati del conscio e dell'inconscio, dell'illusione, del sogno, dell'incubo, dei sensi, dei sentimenti, di un linguaggio ricco di sfumature. Ogni riga è una ribellione contro ciò che Schulz definisce "il muro fortificato che grava sul significato". 
È una protesta contro la desolazione, la banalità, la routine, la stupidità, gli stereotipi, la tirannia del semplicismo, della massa, contro tutto ciò che è privo di audacia, di ispirazione, di nobiltà di spirito. E la storia - vera o presunta - dell'assassinio di Bruno Schulz ancora oggi ci sconvolge tanto perché crea un insopportabile conflitto tra il modo di pensare e di agire dei nazisti e ciò che l'uomo Bruno Schulz era riuscito a creare in forza della sua aspirazione, della sua elevazione spirituale. 
Nel racconto 'I manichini', Schulz scrive di suo padre: "Vale la pena notare come tutte le cose, a contatto con quell'uomo straordinario, risalissero in certo qual modo alla radice della loro esistenza, ricostruissero la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico, tornassero per così dire all'idea primigenia per distaccarsene poi a quel punto e volgere in quelle regioni dubbie, rischiose e ambigue che chiameremo qui, brevemente, regioni della grande eresia". 
Non c'è descrizione più azzeccata dello stile dello stesso Schulz, della sua ricerca costante del "nucleo metafisico" delle cose, ma anche del suo coraggio di cambiare, di punto in bianco, il proprio punto di vista e volgere, all'ultimo minuto, in maniera ironica e significativa, nelle "Regioni della Grande Eresia". È questa la forza di uno scrittore che non si fa illusioni circa la natura arbitraria, caotica e casuale della vita, eppure è determinato a costringere quell'esistenza banale e indifferente a capitolare, a spalancarsi, a rivelare ai nostri occhi il nucleo del significato celato nelle sue profondità. Oserei dire: il nucleo di un'umanità nascosta. E malgrado egli creda fermamente in un qualche 'significato', 'senso' o 'legge' che crea e guida tutto ciò che è al mondo - uomini, animali, piante, o anche oggetti inanimati ai quali attribuiva, sempre con un sorriso, un'anima e dei desideri - è altresì capace, nella frazione di un secondo, di sradicarsi da questa convinzione, di disconoscerla con una sorta di disperazione abissale, demoniaca, che accentua in noi la sensazione della sua profonda solitudine e l'intuizione che quest'uomo non poteva trovare consolazione in questo mondo. 

All'inizio dell'estate del 2008, in una casa di riposo di Beer Sheva, incontro Zeev Fleischer, un uomo di 83 anni che per due anni, dal 1939 al 1941, era stato alunno di Bruno Schulz al ginnasio Sternbach, una scuola superiore ebraica situata in via Szaszkiewicz, poco lontano dal centro della città di Drohobycz, dove la lingua di insegnamento era il polacco. 
"Ufficialmente Schulz era insegnante di disegno e applicazioni tecniche", mi racconta Fleischer, "era una persona timida e molto chiusa. Agli occhi degli estranei non valeva granché. Perché? Perché un uomo deve guadagnare denaro! E chi scriveva 'scemenze' come Schulz, non era tenuto in gran conto. Veniva considerato 'segatura umana'. 
Era un insegnante strano. Aveva ottenuto l'impiego al ginnasio grazie a degli amici che si occupavano di letteratura e riconoscevano il suo genio letterario. Il suo primo libro 'Le botteghe color cannella', era già stato pubblicato nel 1934. Sapevano che Schulz non aveva chance di sopravvivere in un ambiente in cui contava solo il denaro, e avevano deciso di aiutarlo. Avrebbe dovuto insegnare disegno e applicazioni tecniche ma ben presto aveva capito che, in qualità di insegnante di disegno, non avrebbe ottenuto il rispetto dei ragazzi. E poi era una di quelle persone che sembrano chiedere scusa di esistere. Perciò può immaginarsi cosa succedeva durante le sue lezioni. La classe di Schulz era composta per lo più da ragazzi con problemi di disciplina. Lui sapeva che sarebbe diventato il bersaglio dei loro scherzi e penso che abbia capito che poteva salvarsi solo escogitando qualcosa. Così ha avuto un'idea geniale: si è messo a raccontare storie. 
Racconti estemporanei, inventati lì per lì. Era come se disegnasse con le parole. Lui parlava e noi lo ascoltavamo. Persino i più scatenati". Zeev Fleischer scoppia a ridere: "Non faceva altro. Penso che in tutto l'anno non abbia tracciato nemmeno una riga sulla lavagna. Raccontava storie. Entrava in classe, si sedeva, d'improvviso si alzava e si metteva a camminare su e giù, gesticolando. Raccontava con quella sua voce. E anche i ragazzi più turbolenti restavano incantati". 
Mentre Fleischer parla mi rammento di ciò che Schulz scrive nel racconto 'Le botteghe color cannella' a proposito del suo insegnante, il professor Arendt, che teneva lezioni notturne nel ginnasio dove Schulz aveva studiato da ragazzo e dove più tardi sarebbe divenuto insegnante: "A onor del vero non disegnavamo molto in quelle ore, e il professore non esigeva troppo da noi. Alcuni si portavano un cuscino da casa e si sdraiavano sui banchi per un breve sonnellino. E solo i più diligenti disegnavano proprio sotto la candela, nel cerchio dorato della sua luce. (.) Le candele si spegnevano lentamente sulle bottiglie. Il professore si tuffava in una vetrina fonda, piena di vecchi in-folio, di illustrazioni, incisioni e stampe fuori moda". 
Domando a Zeev Fleischer che voce aveva Bruno Schulz. "Era dominante, anche quando parlava in tono sommesso. Non c'erano imperativi nella sua voce. E avevamo sempre la sensazione che fra sé e sé sentisse. come dire? Una specie di musica. Parlava con timbro monotono ma espressivo. Non si curava di virgole o punti di domanda. Però ti rimaneva impresso. La sua pacatezza rimaneva impressa. La musica che racchiudeva. E anche noi alunni ci adeguavamo a quel tono. Probabilmente Schulz non sapeva parlare a voce alta. E aveva paura di noi", aggiunge Fleischer, "questo sì, era sempre sulla difensiva, e aveva uno sguardo spaventato. Perché c'erano ragazzi. la maggior parte lo riteneva un imbranato. Però quando raccontava, stavano zitti. Non capivano molto delle sue storie, ma le sentivano. E quello era un modo per lui di difendersi, così mi pare. Quando raccontava i ragazzi non lo prendevano troppo in giro. Non so se abbia mai scritto quei racconti. Non sarei in grado di ripeterli, non ricordo nemmeno specifiche parole. Ricordo però che erano qualcosa non di questo mondo. Mistici. Dopo la guerra ho telefonato a un mio compagno di ginnasio. Lui non si ricordava nemmeno di Schulz. Su di me, invece, le sue storie avevano avuto un effetto profondo. Forse per via di un certo complesso di inferiorità di cui soffro ancora oggi e di cui anche Schulz soffriva. E questo ci ha uniti. Poi ho cominciato a leggere i racconti che aveva pubblicato. A quell'età non li ho apprezzati. Erano troppo complicati per me, non capivo niente. Descrivevano una specie di realismo misterioso, romantico, mistico. Di solito io non leggo un libro una sola volta. I libri che si possono leggere una sola volta non mi interessano. Non fanno per me. Ho letto e riletto i libri di Schulz e se dicessi di averli capiti, non direi la verità". 
Zeev Fleischer è basso, segaligno, pelato. Porta un paio di occhiali enormi. Ha una voce profonda e calda. È arguto, lucido e ironico. Fa commenti pungenti e ha un senso dell'umorismo venato d'amarezza. Gli piace comporre poesie satiriche e aforismi che ha raccolto in un libro intitolato 'Sulle mie barche a vela'. Ma più che altro non perde occasione di ridere di sé, di sminuirsi, di degradarsi. La sua compagna, Paulina Zomerstein, una donna rotondetta, vivace e arguta, dice: "È fatto così. Soffre di un forte complesso di inferiorità!". 
"Bruno Schulz abitava di fronte alla casa di mia zia, in via Bednarska", prosegue Fleischer, "lo vedevo anche a scuola e i miei genitori conoscevano la sua famiglia. Nessuno però faceva caso a lui. Si sapeva che gli Schulz avevano un figlio e una figlia molto bravi, di successo. E poi c'era lui, Bruno. Aveva l'età di mio padre. Era più grande di me di 33 anni. Quand'era mio insegnante lo rincorrevo alla fine della lezione: 'Signor professore!', lo chiamavo. Così allora ci rivolgevamo agli insegnanti. Gli chiedevo spiegazioni sul racconto che avevamo appena sentito e lui mi parlava come se fossimo allo stesso livello, nonostante già allora si dicesse che era un grande della letteratura polacca. Era chiuso, palesemente insicuro. 
Entrava in classe, 'scusate se sono venuto', 'scusate se respiro'. Era fatto così. Camminava curvo. Tipico di lui". Aveva senso dell'umorismo?, chiedo. "Sì, ma molto particolare. Rideva di sé. Forse è una caratteristica tipicamente ebraica. Quando cominciava una storia sulle prime aveva un momento di indecisione. Ma non appena il racconto si dipanava e lui vedeva che la classe si calmava e i ragazzi stavano in silenzio, gli spuntava un sorrisetto un po' ironico. Ecco, ascoltano, stanno seduti, nessuno si muove. E quel sorriso. Schulz celebrava la sua momentanea vittoria, ma era anche come se ridesse di sé". 

Nel mio romanzo 'Vedi alla voce: amore' Bruno Schulz è un personaggio fantastico e reale a un tempo. Durante la guerra lo faccio fuggire da Drohobycz sotto il naso degli studiosi di letteratura e degli storici. Arrivato a una banchina del porto di Danzica si getta in mare per unirsi a un branco di salmoni. 
Perché salmoni? Forse perché la vita di questi pesci ha sempre incarnato per me l'istinto del vagabondaggio. I salmoni, si sa, nascono nei fiumi, in acqua dolce, e dopo qualche tempo si dirigono al mare, verso l'acqua salata. Una volta giunti lì, in milioni di esemplari, si imbarcano in un viaggio di migliaia di chilometri fino a che, d'improvviso, avvertono una sorta di stimolo interno. Allora invertono la rotta e intraprendono il viaggio verso casa, verso il luogo dove sono nati. Ripercorrono migliaia di chilometri, affrontando difficoltà e pericoli. A migliaia vengono divorati da pesci, aquile, orsi. Cadono preda delle reti dei pescatori. In numero sempre più ridotto risalgono i fiumi controcorrente, superando cascate di cinque o dieci metri, fino a che i pochi sopravvissuti giungono al punto esatto in cui sono nati e lì depongono le uova. Alla loro schiusa le larve nuotano sui cadaveri dei genitori e solo i pochi sopravvissuti a quel viaggio rifaranno il percorso. 
La prima volta che appresi del ciclo di vita dei salmoni sentii che in esso c'era qualcosa di molto ebraico: lo stimolo che si risveglia d'improvviso nella coscienza dei membri del branco e li induce a tornare al luogo in cui sono nati e dove si sono costituiti come gruppo, la forte pulsione a superare ogni ostacolo per arrivarvi. (E forse c'è qualcosa di ebraico anche nell'istinto di abbandonare la madrepatria e di vagare per il mondo, nel febbrile e costante impulso a spostarsi). 
Ma qualcos'altro mi aveva spinto a scegliere i salmoni. Qualcosa di profondamente legato all'opera di Bruno Schulz. Leggendo le sue pagine, infatti, mi ero reso conto come di solito, nella routine quotidiana, ci si sofferma a riflettere sulla vita soltanto quando la si sente fuggire via: quando invecchiamo, quando a poco a poco perdiamo la forma fisica, la salute e, naturalmente, quando ci viene a mancare un parente o un amico. Allora facciamo una pausa, sprofondiamo in noi stessi, e realizziamo che qualcosa in noi è scomparso per sempre. Che non saremo più come prima. 
Leggendo gli scritti di Bruno Schulz si ha però d'un tratto la sensazione che in ogni sua pagina le cose risalgano alla radice, al loro palpito di vita più autentico e forte. D'un tratto vogliamo di più. Ci rendiamo conto che è possibile volere di più. Che la vita va oltre ciò che si estingue e scivola via. Quando scrissi il capitolo 'Bruno' di 'Vedi alla voce: amore' e narrai la scena immaginaria in cui Bruno scappa dalla civiltà che lo aveva deluso e dal linguaggio umano che lo aveva tradito per unirsi a un branco di salmoni, sentii di essere molto vicino, grazie a quel personaggio fantastico, alla radice stessa della vita, al suo istinto primario, essenziale, apparentemente schematizzato dal lungo viaggio dei salmoni attraverso l'oceano. Un istinto di cui Bruno Schulz parla nei suoi libri e al quale anela in ognuno dei suoi racconti; una dimensione agognata che lui definisce "l'epoca geniale", in cui sussisteva l'ardente speranza di un significato, di una spiegazione, della convinzione che la vita potesse essere ricreata grazie alla forza dell'immaginazione, della passione, dell'amore. Un'epoca in cui la disperazione non aveva ancora sopraffatto tutte queste forze e il cinismo e il nichilismo non ci avevano ancora fagocitato. Un'epoca che era una sorta di fanciullezza perfetta, limpida, soffusa di luce dorata che, per quanto breve, un uomo ricorderà sempre con nostalgia e rimpianto. 
"Che è mai quest'epoca geniale e quando fu?" si domanda Bruno Schulz. E noi, suoi lettori, ci domandiamo con lui: c'è mai stata un'epoca di suprema ispirazione in cui l'uomo potesse tornare a essere bambino? In cui l'intero genere umano potesse tornare a essere bambino? Un'epoca in cui le mura fortificate della desolazione e della noia venissero abbattute e un flusso impetuoso, indomito e primigenio di vita, di esuberanza, di creatività, sgorgasse come una formidabile eruzione vulcanica? Un'epoca in cui le forme non fossero ancora rapprese intorno alla sostanza, in cui tutto fosse ancora possibile, malleabile, aperto e fanciullesco? 
"Quest'epoca geniale, dunque, ci fu o non ci fu?", si domanda Schulz. Chissà. E se ci fosse stata, sapremmo riconoscerla? Identificarla? Accettarne l'implicito invito? Oseremmo rinunciare ai sofisticati meccanismi di difesa da noi creati per proteggerci da tutto ciò che una simile epoca comporta? Dalla sua "primordialità" sfrenata, dalla sua irruente profusione? Meccanismi che, un poco per volta, sono divenuti una prigione per noi? Pochi anni dopo che Schulz scrisse queste righe iniziò un'epoca di natura completamente opposta: di brutalità assassina, di sterminio anonimo, "industriale". E proprio al suo agghiacciante invito risposero in molti, in moltissimi, con un entusiasmo sconfortante. 
In 'Vedi alla voce: amore' ho cercato di far rivivere, per qualche pagina, l'epoca geniale che Bruno Schulz propone nei suoi scritti. Ho parlato di un tempo in cui ognuno di noi è un artista, un creatore; in cui la vita di ogni persona è un'opera d'arte unica, peculiare. In cui noi adulti proviamo un dolore insopportabile per esserci pietrificati già bambini e avvertiamo l'istinto impellente di sciogliere la crosta formatasi intorno a noi. Un'epoca in cui ognuno percepisce e comprende che chi uccide anche un solo uomo distrugge un'opera d'arte unica, che mai potrà essere replicata. Un'epoca in cui non ci sarà possibile concepire frasi come: "Ho ucciso il tuo ebreo", "Benissimo e ora io ucciderò il tuo". 
Stalin ha detto una volta: "La morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è statistica". Quando leggo i racconti di Bruno Schulz riesco a sentire come in essi - in me - palpiti un istinto contrario a questa ignobile frase: l'istinto di riscattare la vita del singolo - unica e tragica - dalla "statistica", e anche, naturalmente (c'è forse bisogno di dirlo?) l'istinto di riscattare la vita e la morte dello stesso Schulz. 

L'unica testimonianza oculare dell'assassinio di Bruno Schulz nel ghetto di Drohobycz il 19 novembre 1942 è quella di un suo concittadino, Izydor Friedman, che si salvò dal massacro, scrive il poeta, scrittore e traduttore Jerzy Ficowski nel suo libro 'Letters and Drawings of Bruno Schulz' (lettere e disegni di Bruno Schulz), pubblicato in inglese nel 1988. 
Ficowski cita Friedman che sopravvisse agli orrori dell'occupazione nazista grazie a documenti falsi che lo identificavano col nome di Tadeusz Lubowiecki. E così racconta gli ultimi giorni di Schulz: "Eravamo buoni amici prima della guerra e siamo rimasti in stretto contatto fino al giorno della sua morte nel ghetto di Drohobycz. Lo Judenrat (il consiglio ebraico) del ghetto, sotto la supervisione della Gestapo, ci aveva assegnati a un lavoro in biblioteca. Questa consisteva in un magazzino dove venivano raccolti i libri di tutte le biblioteche pubbliche e delle principali private. La collezione più importante era quella dei gesuiti di Chyròw. C'erano 100 mila volumi che io e Schulz dovevamo catalogare oppure destinare al macero. Questo compito, che andò avanti per qualche mese, era piacevole e interessante per entrambi. Era una specie di paradiso paragonato alle mansioni che venivano imposte ad altri ebrei". L'intenzione delle parole di Friedman è ovviamente chiara, ma mi è difficile credere che Bruno Schulz fosse completamente indifferente al significato del compito che gli era stato imposto, all'ironia amara e crudele insita nel fatto che lui - lui! - dovesse decidere quali libri salvare e quali mandare al macero. "Parlavamo per ore", continua Friedman, "Schulz mi raccontò di aver affidato tutte le sue carte, i suoi appunti e la sua corrispondenza a un cattolico fuori del ghetto. Sfortunatamente non mi disse il nome dell'uomo, o forse l'ho dimenticato. Discutemmo anche della possibilità che Schulz fuggisse a Varsavia. Degli amici (.) gli avevano inviato una carta d'identità (falsa). Io gli diedi valuta e dollari. Ma lui continuava a rimandare la partenza. Non riusciva a trovare il coraggio di mettere in atto quel piano e aspettava che anch'io ricevessi i miei documenti ariani. Nel 1942, non ricordo la data precisa ma so che quel giorno è ricordato come il Giovedì nero, la Gestapo attuò un massacro nel ghetto di Drohobycz. Schulz e io ci trovavamo per caso nel ghetto, per comprare del cibo, anziché essere fuori, al lavoro. Sentimmo degli spari, vedemmo gente che scappava, e anche noi ce la demmo a gambe. Schulz era fisicamente più debole di me e fu fermato da un ufficiale della Gestapo di nome Günther che gli puntò la pistola alla testa e fece fuoco due volte. Quella notte andai a cercare il suo corpo. Frugai nelle sue tasche e consegnai i documenti e gli appunti che avevo ritrovato a suo nipote, Hoffman, che morì un mese dopo. Sul far del mattino lo seppellii nel cimitero ebraico. Dopo la liberazione di Drohobycz, nel 1944, non riuscii più a ritrovare la tomba". 
A detta di Ficowski è questa l'unica testimonianza oculare dell'assassinio di Schulz. Così pensavo anch'io fino a che, durante il colloquio con Zeev Fleischer, a Beer Sheva, lui mi raccontò quanto segue: "Nel 1942 ci fu un intero mese di rastrellamenti. Di solito quelle retate andavano avanti un giorno o due. I tedeschi catturavano la loro quota di ebrei e la cosa finiva lì. Ma quella volta erano andate avanti quattro settimane. Di notte era tutto tranquillo, di giorno i tedeschi ci davano la caccia. A quel tempo io ero ai lavori forzati nelle raffinerie di petrolio. Alle cinque del mattino ci dovevamo presentare davanti a casa e da lì andavamo al lavoro fino alle sette di sera. Io avevo un accordo con mia madre: in caso di pericolo, lei si sarebbe nascosta nel negozio di mio zio, una farmacia in una zona centrale del ghetto. Prima dell'occupazione nazista quello era un quartiere ebraico. C'era una piccola accademia talmudica e una scuola religiosa per bambini. In seguito i tedeschi vi avevano sistemato le sedi delle loro varie istituzioni, come lo Judenrat per esempio. Mio zio aveva un piccolo nascondiglio dietro una parete doppia ed eravamo d'accordo che, in caso di pericolo, mia madre si sarebbe rifugiata lì. Non l'avevo più vista dal giorno in cui erano cominciati i rastrellamenti. Avevo perso i contatti con lei ed ero andato a cercarla. Le volevo molto bene e avevo deciso, contrariamente a ogni logica, di recarmi nel luogo in cui pensavo di trovarla. E dovevo andarci di giorno, perché al buio io perdo completamente l'orientamento. Anche oggi. Quindi un pomeriggio mi sono detto, o la va o la spacca, vado a cercare mia madre. Per strada ho visto gruppi di tedeschi che non appena adocchiavano uno o più ebrei, aprivano il fuoco. Non era una di quelle retate in cui acciuffavano gli ebrei per spedirli via. Erano omicidi veri e propri. Cercavano ebrei e sparavano. Guardi, oggi ci chiamano eroi. Ma quali eroi, eravamo topi. La maggior parte di noi stava nascosta nel suo buco. Drohobycz è una città piccola e i nazisti ci davano la caccia casa per casa. Strada facendo ho visto gruppi di tedeschi coi quali c'era sempre anche un ebreo dell'Ordnungsdienst - una specie di forza ausiliaria incaricata di mantenere l'ordine - armato di randello, non di arma da fuoco. A un tratto ho sentito degli spari. Mi sono appiattito contro un muro e ho aspettato che cessassero. A quel punto ho visto due o tre ebrei passare vicino a una casa di via Czacki . Con loro c'erano dei tedeschi e degli ucraini armati che hanno sparato e gli ebrei sono caduti a terra. Ho aspettato che i tedeschi si allontanassero e poi ho oltrepassato i morti. C'erano cadaveri dappertutto. Venti metri più in là ce n'era un altro. I morti per strada erano cosa di tutti i giorni. La carcassa di un gatto ti avrebbe fatto più impressione. Io, come le ho detto, avevo visto cadere due o tre persone. Non sapevo chi fossero e non avevo notato niente di speciale. Avevo quasi oltrepassato i morti quando ho notato il pane, e mi sono avvicinato". Pane? Quale pane?, domando io, teso. " Ho visto spuntare qualcosa che assomigliava a un pezzo di pane dalla tasca del soprabito di uno dei corpi sul marciapiede. Non era un cappotto, ma un soprabito, di quelli che si indossano in autunno, nelle mezze stagioni. Mi sono avvicinato, probabilmente con l'intenzione di prendere il pane, e il morto si è girato. Cioè, l'ho girato io, toccandolo. Lo guardo e vedo che è Schulz, è la faccia di Schulz". 
Fleischer si interrompe, incrocia le mani sulla testa, fa un respiro profondo. E allora cos'ha fatto?, domando. "Non le so dire. era una cosa atroce, tanto che non sono sicuro. Cos'ho fatto? L'istinto era di prendere il pane e scappare via. Probabilmente però non l'ho fatto. Vede, chi non mangia. e noi non mangiavamo, ci nutrivamo di cose impossibili: minestre fatte di acqua e qualche erba. ed ecco, nella tasca del soprabito vedo. sembrava un grosso pezzo di pane. Mi sono avvicinato al morto, probabilmente con l'intenzione di prendergli il pane. Volevo sfilarlo e andarmene. Ho pensato persino che se fossi arrivato da mia madre col pane chissà come sarebbe stata contenta. Ma io sa, non potevo. Non so cosa ne ho fatto di quel pane. Penso di averlo lasciato lì. Sì, l'ho lasciato lì perché ho visto la faccia del morto. Aveva sangue qui e qui". 
Fleischer si indica la fronte, gli occhi, si copre l'intero viso col palmo della mano, "sono corso via e quella sera ho ritrovato mia madre". Ha riconosciuto Schulz non appena l'ha visto? "Certo. Innanzi tutto aveva una faccia molto particolare. Un naso. sa, un po' da topo. Ma aveva la fronte alta, quello l'ho notato perché i miei genitori dicevano sempre che una fronte alta è segno di grande intelligenza". 
E ricorda la sua espressione? "Nessuna espressione. Aveva il viso insanguinato. Probabilmente per via della caduta sul marciapiede. Le ho detto che non l'avevo notato quando era caduto. Avevo visto accasciarsi delle persone. Lui era fra loro, ma in quel momento non l'avevo riconosciuto". 
Ricorda cosa ha provato nello scoprire che il morto era Bruno Schulz?, domando. "Cos'ho provato? Un brivido, una sensazione di paura. Lei ormai capisce che era più di un maestro per me. Era una pietra miliare nella mia vita. Più di un parente, avevo un legame speciale con lui, lo sentivo vicino in molti sensi. Avevamo anche molti tratti in comune. le paure, la timidezza, l'insicurezza. Quando tutti lo prendevano in giro a me dispiaceva, mi identificavo con lui. E l'ho sempre ammirato per il modo in cui raccontava e noi riuscivamo a vedere la scena. Sentivamo l'odore delle cose che descriveva. Ricordo per esempio come aveva descritto il profumo della cannella che dominava la zona commerciale di Drohobycz. Io non l'ho mai sopportato, solo nelle sue storie mi piaceva. E ricordo la prima pagina di un suo libro, quando la serva Adele arriva dal mercato con una sporta piena di frutta. Se ne sente la fragranza! E a un tratto, eccolo lì, morto. Io avevo all'incirca diciassette anni, avevo già visto parecchi morti, ma era lui". 
Fleischer tace, si chiude in se stesso. "Guardi", continua poi, "è stata una cosa così improvvisa, questione di pochi istanti. Io volevo soprattutto ritrovare mia madre perché non ero sicuro che fosse arrivata dove avrebbe dovuto. Solo a causa di quel pane mi ero fermato e mi ero avvicinato al cadavere. Poi sono corso via e prima di sera ho ritrovato mia madre".
Le ha raccontato di Bruno Schulz?, chiedo. "No, non gliel'ho detto. Comunque non le avrebbe fatto impressione. La vita era quella: tirare sera. Le dico, non ho parlato di queste cose per molto tempo. Schulz ha cominciato a occupare i miei pensieri parecchi anni dopo la guerra. Anche subito dopo la guerra non ci pensavo molto". 
Domando a Zeev Fleischer se conosce la storia dell'assassinio di Schulz. "Certo che la conosco. C'era molta ostilità fra Landau e Günther. E Landau era il protettore di Schulz. Ma è una versione che faccio fatica ad accettare. Quando sento dire che fosse Günther a uccidere Schulz ho difficoltà a crederci. E lo sa perché? Perché Günther era un ufficiale di alto grado della Gestapo. Quindi non riesco a immaginarmelo mentre corre per strada per ammazzare Schulz. Avrebbe potuto eliminarlo in un altro modo. No, proprio non so. Ancora oggi non ho una risposta. Ci sono milioni di storie". 
Nei giorni seguenti il mio incontro con Zeev Fleischer mi sono trovato a ripensare alla scena del ragazzo chino sul cadavere del suo amato insegnante, al pezzo di pane che spuntava dalla tasca del soprabito. Qualcosa nel modo in cui Fleischer aveva parlato di quell'evento non mi dava pace. Gli ho telefonato e gli ho chiesto se se la sentiva, malgrado la difficoltà, di ripetermi il racconto. 
Con mia sorpresa si è mostrato molto disponibile: "Lui, il morto, era disteso su un fianco, non si riusciva a vederne il viso. Non era sulla schiena né sulla pancia. Era piegato così.". Fleischer mi dà una dimostrazione pratica della sua posizione e io ho pensato a Bruno Schulz riverso, curvo, com'era in vita. "E ho notato che aveva delle scarpe, tenisòwki, scarpe da tennis.". Poi, Fleischer mi descrive il pane. "Era una grossa pagnotta. Una specie di mattone. più fango che pane. Per metà segatura. Una specie di pezzo di fango cotto. Se la toccavi, il dito sprofondava come nella plastilina". E cosa è successo dopo?, domando io."Cos'è successo. L'ho presa. Le ho dato un morso? No, no. in ogni caso non posso dire con certezza cosa ho fatto di quel pane". 
Gli dico che il suo racconto non mi dà pace. Che il dilemma che aveva dovuto affrontare era più terribile ai miei occhi di ogni possibile risposta alla domanda se aveva preso o no quel pane; gli dico anche che sono sicuro che Schulz sarebbe stato felice di sapere che un suo alunno aveva preso il pane. Fleischer annuisce, ma fatica a concordare con me. "Non saprei. forse. Sì, certo, Bruno Schulz sarebbe stato felice". E chi no?, domando io. "Chi no? ", replica lui. "Oggi la gente vede le cose diversamente". 
Poi aggiunge: "Penso di averne mangiato, ma molto poco. Due o tre bocconi, non di più. Poi la pagnotta mi si è spezzata in mano. Volevo scappare. non ricordo". 
Gli chiedo se aveva portato un po' di quel pane a sua madre. Lui sostiene di non ricordare."Forse sì, forse no. anche se glielo avessi portato non le avrei detto da dove proveniva. A quel tempo non parlavamo molto". 
Dico a Fleischer che volevo credere con tutto il cuore che avesse mangiato un po' del pane di Bruno Schulz e che ci fosse stato tra loro un momento di comunione come quello. Lui si stringe nelle spalle. "Non lo so. Non ne sono sicuro. È stata una cosa così, impossibile da ricordare". Poi sospira: "È stato terribile, tutto, dall'inizio alla fine. In quei giorni pensavo soprattutto a mio padre, a mia madre e a me. Solo più tardi mi è tornata in mente questa cosa. Dopo la guerra. Per un anno o due sognavo i miei amici che camminavano in fila e non volevano parlarmi. Mi giravano le spalle perché io ero rimasto in vita e non li avevo aiutati. Sentivo che era quello il mio peccato. Lo sento ancora oggi. L'ho anche scritto in una poesia, qualche anno fa, in cui chiedo scusa di essere vivo". 

Così scrive Zeev Fleischer nella sua poesia 'Bronitza': ". spicco un balzo dietro a una curva | Non odo nessuno sparo | Sono salvo, vivo! | Perché!? Non c'è risposta | Caso, destino, fortuna | Domandare non serve | Ho vissuto la Shoah | Mi definiscono superstite | Ancora oggi non so | se sia un encomio, o un'ingiuria | Gli amici morti in sogno | deplorano il mio essere vivo". 
Zeev Fleischer ha incontrato Jerzy Ficowski, il biografo di Schulz, in Polonia nel 2003, in occasione di una intervista televisiva congiunta. 
Gli ha riferito la sua versione dei fatti, per quanto, a suo dire, non in dettaglio come riportata qui. Ha detto a Ficowski che non voleva che la sua testimonianza venisse pubblicata per non intaccare il mito della morte di Schulz. Ficowski gli ha risposto che dovevano rifletterci entrambi, e riparlarne. Non si sono più incontrati. Tre anni dopo Ficowski è morto. "Da allora ho cambiato opinione riguardo al mito", mi dice oggi Fleischer, "ho visto miti andare in frantumi, ideali crollare in mille pezzi. Si deve raccontare". La descrizione dell'assassinio di Schulz fatta dal suo amico Izydor Friedman è naturalmente diversa da quella di Fleischer e non posso stabilire con certezza quale delle due sia più accurata. È possibile che la verità non venga mai appurata, ed è pure possibile che dal punto in cui Fleischer si trovava al momento dello sparo non potesse vedere con precisione ciò che accadeva. Lui stesso conferma di non avere prestato attenzione al momento dell'omicidio. Non c'è però motivo di dubitare di quanto sostiene di aver provato nel trovarsi davanti al cadavere del suo insegnante e, in questo senso, le due versioni sono complementari. 
Dalla testimonianza di Fleischer desumiamo che Bruno Schulz ebbe un ultimo contatto umano dopo la sua morte, prima che il suo corpo venisse ritrovato e sepolto da Friedman. E quel contatto, per un istante, gli restituì la sua identità, il suo nome, il suo viso, la sua peculiarità. Lo riscattò dall'anonimato dell'omicidio, dall'ignobile "statistica". Evocò il bene, la dovizia e il nutrimento che il suo giovane discepolo vedeva in lui e gli concesse un ultimo atto di grazia nei confronti di un suo allievo persino dopo la morte. 
E ora, mentre scrivo, mi ritornano in mente le parole di Bruno Schulz: "Vale la pena notare come tutte le cose, a contatto con quell'uomo straordinario, risalissero in certo qual modo alla radice della loro esistenza, ricostruissero la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico.". Da qualche tempo ho preso l'abitudine di rileggere, più o meno una volta all'anno, i racconti di Schulz. È una sorta di 'revisione periodica' per me, un modo di rinforzare gli anticorpi contro la tentazione di cadere nell'apatia e nella grettezza. Ogni volta che apro un suo libro mi sorprende come questo autore, quest'uomo, che raramente aveva lasciato la sua città natale, abbia creato un intero mondo per noi, una realtà unica nel suo genere, e come ancora oggi, molti anni dopo la sua morte, continui a nutrirci con granelli di zucchero - e briciole di pane - irrobustirci in previsione di un gelido e infinito inverno.


David Grossman

¹ (ndr) Giorgio Van Straten, in Storie di libri perduti, dedica un capitolo a questo libro:
"Del resto Bruno Schulz, la sua vita, il suo libro scomparso hanno ispirato molti scrittori. Oltre a Grossman, Cynthia Ozick che ha scritto un romanzo proprio sul Messia e sulla sua misteriosa ricomparsa a Stoccolma —   e vedremo più avanti come la narrativa a volte anticipi la realtà  — e anche uno scrittore italiano, Ugo Riccarelli, nel suo Un uomo che forse si chiama Schulz. Succede che i libri scomparsi siano capaci di evocarne di nuovi, di spingere altri scrittori a scrivere, a riempire i vuoti che si sono creati. Ma il mestiere degli scrittori, come ha scritto una volta Mario Vargas Llosa, consiste nel «mentire con cognizione di causa». E non solo quando trasformano Bruno Schulz in un pesce. 
Per esempio siamo proprio sicuri che, come scrive Grossman, Il Messia sia sparito senza che nessuno l’abbia mai visto?
Intanto cerchiamo di appurare se quel libro sia effettivamente esistito. 
Bruno Schulz dà notizia che lo sta scrivendo in una serie di lettere a partire dal 1934 e fìno al 1939. Da queste lettere si capisce anche quanto fosse importante per lui, come fosse il Romanzo, davvero con la erre maiuscola, qualcosa che veniva dopo un periodo molto difficile anche per la rottura del suo fidanzamento con Jozefìna Szelinska che non era riuscita a convincerlo a lasciare il suo paese natale e andare a vivere con lei a Varsavia. Questo rapporto, fra l’altro, l’aveva portato a dubitare della sua appartenenza ebraica, fino a pensare di convertirsi al cattolicesimo (senza sapere che anche la sua fidanzata era una convertita). Probabilmente fu la fine di questa relazione a provocare un riavvicinamento alla cultura dei padri, alla cultura ebraica, nella quale la figura del Messia che deve ancora arrivare è centrale. 
Un altro elemento ci conferma che il romanzo esisteva ed era pressoché finito: Arthur Sandauer, un importante critico e intellettuale polacco che fu amico di Bruno Schulz, ha dichiarato che nel 1936, durante una vacanza, lo scrittore gli lesse l’inizio del Messia che suonava più o meno così: 

Sai, mi disse una mattina mia madre, è arrivato il Messia, è già nel villaggio di Sambor. 

Sambor era un paese molto vicino a Drohobycz. 
Dunque quel romanzo esisteva e di prove, se ce ne fosse bisogno, ne abbiamo anche altre. Innanzitutto possiamo leggerne due capitoli, Il libro e L’epoca geniale, che, forse perché compiuti e convincenti o forse perché espunti dal romanzo, furono inclusi da Bruno Schulz come racconti autonomi nella raccolta Il sanatorio all'insegna della clessidra. Questi due capitoli ci fanno capire la dimensione visionaria che il romanzo doveva avere, peraltro secondo le caratteristiche proprie anche della sua narrativa precedente. 
Poi ci sono i disegni, perché questo romanzo doveva essere un romanzo illustrato dallo stesso Schulz che, come ho già detto all'inizio, era un ottimo pittore."

Luca Tanchis

sabato 29 aprile 2017

Sergej Dovlatov, Il Parco di Puškin


Anarchico, vagabondo, individualista, solidale con ogni eversione solitaria: le narrazioni di Dovlatov posseggono un'incantevole forza di immedesimazione per il lettore. Voce narrante e protagonista insieme di storie che hanno l'inconfondibile marchio del vissuto, la prosa rapida e classica di Dovlatov dà un «ordine lirico» - è stato detto - a un caos naturale. E trascina in viaggi, lungo il percorso di una trama, in un mondo popolato di umoristi naturali, che esprimono la totale insensatezza esistenziale, la definitiva casualità che stringe nel paradosso ogni genere di personalità: siano essi i confusi emigrati ex dissidenti (come nei romanzi ambientati nell'America dell'esilio) siano gli stralunati ubriaconi, mezzi intellettuali mezzi barboni, suoi amici nell'URSS anni Settanta, come in questo romanzo. Nel parco letterario Puškin, per sbarcare il lunario, è finito a fare da guida uno scrittore dissidente e fallito: dissidente dal mondo e fallito a ogni possibile impresa, il negativo esatto di quello che Puškin rappresenta per la mitologia dominante. Nei suoi giorni ciondolanti incontra persone di ogni tipo, ma ciascuna di incerta identità, arcipelago di io separati contraddittori e fragili: l'alcolista razzista, mite e generoso; il dotto che ha letto tutti i libri ma è paralizzato dall'abulia; il funzionario del KGB che si scopre saggio paternalista e dissidente; il capellone perturbatore dell'ordine che nella sbronza si rivela un erudito. Due sole convinzioni illuminano il protagonista-narratore: l'ostilità verso la santità, cioè l'idea che il bene sia facile, naturale e riconoscibile; l'avversione contro ogni attivismo. Finché a sconvolgere quella folle armonia, alcolica e dissipata, piomba la moglie che sta per lasciare l'URSS alla volta di Chicago, approfittando di uno spazio apertosi per l'emigrazione. E le peripezie di Parco di Puškin mostrano il loro senso vero: la riflessione drammatica, di un grande scrittore, sul rapporto con la propria patria, con la propria lingua, col potere.


(prefazione di Laura Salmon)





"Per quanto fosse strano, provavo qualcosa di simile all'amore.
Ma, a ben vedere, da dove poteva venire? Da quale discarica? Da quali meandri della mia vita misera e sfacciata? Su quale terreno isterilito e debilitato potevano crescere simili fiori tropicali? Sotto i raggi di quale sole? 
Mansarde di pittori rigurgitanti inutilità, signorine vestite in modo volgare...chitarre, un penoso frondismo... e di colpo, santissimo cielo, l’amore... 
Ma quant’è generosamente cieco questo re dell’universo!.. (…)

Ogni tanto capitavo da Tanja. Per tutta la settimana lavoravo dalla mattina alla sera. Poi andavo a trovare qualche amico. Me ne stavo in compagnia, discutevo di Nabokov, di Joyce, di hockey, di cani terrier. 
Capitava che mi ubriacassi e allora le telefonavo: 
— È un fenomeno mistico! — strillavo nel ricevitore. — Assolutamente mistico... Tutte le volte che ti telefono mi ripeti che sono le due di notte.. 
Poi vagavo trascinandomi fino a casa sua. L’edificio sembrava prorompere dalla fila, come volesse venirmi incontro. 
Tanja mi stupiva per la sua muta arrendevolezza. Non capivo cosa la guidasse, se l’indifferenza, la rassegnazione o l’orgoglio. 
Non chiedeva: 
«Quando vieni?» Oppure: «Perché non mi hai chiamato?» 
Mi colpiva per la sua immutabile disponibilità all’amore, alla discussione, al divertimento. Ma anche per l’assoluta mancanza d’iniziativa in tal senso... 
Era taciturna e tranquilla. Taciturna senza tensioni e tranquilla senza premonizioni. Era la silente tranquillità dell’oceano, che ascoltava indifferente lo stridio dei gabbiani.. 
Come tutti gli uomini superficiali non ero un tipo particolarmente cattivo. Avevo cominciato a ravvedermi e a scherzare. Dicevo: 
— Ci sono due tipi di fidanzati: i degenti e gli ambulatoriali. Io, ad esempio, sono un ambulatoriale...
E in seguito: 
— Ma cosa ci hai trovato in me?! Dovresti incontrare un brav’uomo! Un militare... 
— Mi mancano gli stimoli, — diceva Tanja, amare un brav’uomo non è interessante... 
Viviamo in un’epoca sorprendente: per noi «brav’uomo» suona come un insulto. «Però è un brav’uomo» lo diciamo di un fidanzato che ha l’aria di essere una totale nullità... 
Era trascorso un anno. Andavo da Tanja sempre più spesso. I coinquilini dell’appartamento mi salutavano e mi chiamavano se qualcuno mi telefonava. 
Erano comparsi alcuni dei miei effetti personali: uno spazzolino nel bicchiere di ceramica, un portacenere e delle pantofole. Una volta avevo piazzato sul tavolo la fotografia dello scrittore americano Saul Bellow. 
— Bellow, hai detto? — aveva ripetuto Tanja, — quello della rivista «Novyj Mir»? 
— Proprio lui, — avevo confermato... 
Ma sì, pensavo, mi sposo e non ci penso più. Mi sposo per senso del dovere. Supponiamo poi che tutto vada bene. Magari per tutti e due. 
In sostanza siamo già sposati e tutto procede normalmente. È un’unione priva di doveri. Cosa che garantisce una lunga durata... 
Ma dov’è l’amore? Dov’è la piena dei sentimenti? Dove sono la gelosia e l’insonnia? E le lettere mai spedite con l’inchiostro sbiadito dalle lacrime? Dove sono gli svenimenti alla vista del suo piedino? Dove sono gli amorini, i cupidi e le altre comparse di questo coinvolgente show? E infine, dov’è il mazzo di fiori da un rublo e trenta?!... 
A dir la verità, non ho neppure idea di cosa sia l’amore. Mancano radicalmente dei criteri. Un amore infelice, ancora lo capisco. Ma se tutto è normale? Secondo me è una cosa che suscita perplessità: nella percezione della normalità c’è una sorta di maleficio. Del resto il caos è ancora più spaventoso... 
Supponiamo di sposarci. Sarebbe comunque amorale. Perché la morale non accetta condizionamenti... 
La morale è qualcosa che deve scaturire in modo organico dalla nostra natura. Come dice Shakespeare: Natura, tu sei la mia dea! E chi è, a proposito, che lo dice? Edmond, un farabutto che ce n’è pochi... 
Così che, in definitiva, non ci capisco niente. 
Comunque il problema resta aperto. Chi può decidersi ad accusare di immoralità un falco o uno sparviero o un lupo? Chi può definire immorale una palude, una tempesta o l’afa del deserto?...
Una morale imposta è una sfida alle forze della natura. In poche parole, se mi sposo per dovere, farò una cosa immorale... 
Una volta era stata Tanja a telefonarmi. Di sua iniziativa. Considerato il suo carattere, era praticamente una diversione. 
— Sei libero? 
— No, mi spiace, — le avevo detto, — ho il teletype*... 
Ormai, da circa tre anni, a qualsiasi proposta inattesa reagivo con un rifiuto. L’enigmatica parola «teletype» avrebbe dovuto suonare persuasiva. 
— E arrivato mio cugino. Di primo grado. Da tempo volevo presentartelo. 
— Va bene, — avevo detto, — vengo. 
E perché non avrebbero dovuto presentarmi a un buon bevitore?!... 
Quella sera ero andato da Tanja. Per farmi forza avevo bevuto. Poi avevo rincarato la dose. Alle sette avevo suonato alla sua porta. E dopo un minuto, dopo una disagevole stipatura in corridoio, avevo visto il cugino. 
Si era seduto come fanno i miliziani, i cospiratori e i visitatori notturni, cioè di fianco al tavolo da pranzo. 
Il cugino aveva un’aria solida: sul rialto delle spalle, si ergeva un viso di terracotta, la cui sommità era coronata da vecchi ciuffi di erba indurita e impolverata. I padiglioni scolpiti sulle orecchie si perdevano nella penombra. Al baluardo della fronte ampia e robusta mancavano solo le feritoie. Le labbra semiaperte nascondevano un cupo abisso. I bulbi paludosi e baluginanti degli occhi, coperti da una membrana di ghiaccio, mi guardavano interrogativi. Come una fenditura nella roccia, la bocca celava una minaccia. 
Il caro cugino si era alzato e aveva proteso la sinistra come un carro armato. Quando la morsa mi aveva stretto il palmo, per poco non avevo emesso un gemito. 
Poi il caro cugino si era lasciato cadere sulla sedia cigolante. Le macine di granito si erano mosse. Per un istante un breve sisma distruttivo aveva trasformato il suo volto in un rudere. Poi, in mezzo a quelle rovine, era fiorita, per poi appassire istantaneamente, la pallida corolla purpurea del suo sorriso. 
Il congiunto si era presentato con sussiego: 
— Erich Maria. 
— Boris, — avevo risposto con fiacco fervore. 
— Ecco, adesso vi siete conosciuti, — aveva detto Tanja. 
Ed era andata in cucina a preparare. Io tacevo come fossi oppresso da un pesante giogo. Poi avevo percepito su di me uno sguardo deciso e freddo come la canna di un fucile. 
Una mano d’acciaio era scesa sulla mia spalla. La mia giacca d’un tratto aveva perso una taglia. 
Ricordo che avevo reagito con un gridolino insensato. Qualcosa di spaventosamente educato: 
— Si controlli, maestro! 
— Silenzio! — aveva proferito in tono minaccioso il mio dirimpettaio. 
E ancora. 
— E come mai, furfante, non ti sei ancora sposato!? Credi di svicolarla, carogna?! 
«Se questa è la mia coscienza», avevo pensato rapidamente, «ha un’aria molto, ma molto squallida...». 
Avevo cominciato a perdere la percezione della realtà. I contorni del reale si erano dissolti senza speranza. Il cugino-paesaggio si era allungato partecipe in direzione del vino. 
Avevo udito sotto le finestre lo sferragliare di un tram. Con un movimento dei gomiti mi ero aggiustato i vestiti.
Poi, in modo il più possibile convincente, avevo detto: 
— Suvvia, cugino, per cortesia evitiamo le mani! Da tempo mi apprestavo ad affrontare in modo costruttivo l’argomento matrimonio. Nella cartella ho anche una bottiglia di spumante. Un momento, prego... 
E con decisione posai la bottiglia sulla superficie lustra del tavolo... 
E così ci eravamo sposati. 
Il cugino, com’era emerso in seguito, si chiamava Edik Malinin. Faceva l’istruttore di arti marziali alla Società dei Sordomuti. 
E quella volta, chiaramente, avevo bevuto proprio troppo. Prima ancora di andare da Tanja. E chissà cosa m’ero messo in testa... 
Ufficialmente il matrimonio era stato celebrato in giugno. Prima dì partire per il lido di Riga, altrimenti non avremmo potuto prendere la stessa stanza in albergo... 
Erano passati gli anni. Non mi pubblicavano. Bevevo sempre di più. E in tal senso le mie giustificazioni erano sempre più numerose. 
Per lunghi periodi capitava che vivessimo del solo stipendio di Tanja. 
Nel nostro matrimonio convivevano i tratti della munificenza e dell’indigenza. Avevamo due abitazioni separate, alla distanza di cinque fermate di tram. Tanja aveva una stanza di circa venticinque metri, io ne avevo due anguste di sei e otto metri. Ad esprimersi in modo pomposo: lo studio e la stanza da letto. 
Dopo circa tre anni avevamo commutato il tutto in un discreto appartamento di due stanze. 
Tanja era una donna misteriosa. Sapevo così poco di lei che non finivo mai di stupirmi. Ogni aspetto della sua vita produceva in me l’effetto dello scalpore. 
Una volta mi aveva stupito una sua affermazione politica inaspettatamente dura. Prima di allora non avevo alcuna idea del suo orientamento politico. Ricordo che, dopo aver visto in un cinegiornale Griin, un membro del Politbjuro, mia moglie aveva detto: 
— Dovrebbero processarlo soltanto per l’espressione del viso.. 
Così tra noi si era instaurata una parziale solidarietà dissidente."

*Telescrivente, chiamata anche teletype o TTY, è un dispositivo elettromeccanico molto usato in passato per trasmettere messaggi di testo attraverso la rete telegrafica o telex.
(Sergej Dovlatov, Il Parco di Puškin, Sellerio editore Palermo - 2004)

Sergej Dovlatov e la moglie Tatiana Tolstaja nel 1990 a New York

Sergej Dovlatov (1941-1990), nato da una famiglia di gente di spettacolo, dopo una giovinezza sregolata si dedicò al giornalismo, lavorando per giornali di provincia, dai quali veniva regolarmente licenziato per indisciplina. Nel 1978 emigrò negli Stati Uniti, dove furono pubblicati i suoi racconti e romanzi, «commedie autobiografiche» pervase di umorismo instancabile e classicamente russo. Di Dovlatov, questa casa editrice ha pubblicato Straniera (1991, 1999), La valigia (1999), Compromesso (1996, 2000), Noialtri (2000), Regime speciale (2002), Il Parco di Puškin (2004), La marcia dei solitari (2006), Il libro invisibile (2007) e Il giornale invisibile (2009).

mercoledì 4 gennaio 2017

Protégées - Best Music 2016 - Pitch Black, Jazzonia & The Others.rar


The Others - Best Music 2016
Whatever, Pop, Rock, Post Rock, Pop Rocks, Noise, Mestizo


  1. Lambchop - Flotus
Label: Merge Records
Producer: Kurt Wagner, Jeremy Ferguson

Composer: Kurt Wagner
Musician: Kurt Wagner, Scott Martin, Matt Swanson, Matt Glassmeyer, Ryan Norris, Tony Crow, Alicia Bognanno



  1. Lambchop - Flotus
  2. C Duncan - The Midnight Sun
  3. Hanni El Khatib - Savage Times
  4. Andrew Bird - Are You Serious
  5. Leonard Cohen - You Want It Darker
  6. Bon Iver - 22, A Million
  7. Laura Mvula - The Dreaming Room
  8. Massive Attack - Ritual Spirit
  9. Niccolò Fabi - Una Somma Di Piccole Cose
  10. Cass McCombs - Mangy Love
  11. Paul Simon - Stranger to stranger
  12. David Bowie - Blackstar
  13. PJ Harvey - The Hope Six Demolition Project
  14. Thomas Cohen - Bloom Forever
  15. Bibio - A Mineral Love
  16. Giorgio Tuma - This Life Denied Me Your Love
  17. William Tyler - Modern Country
  18. Ben Watt - Fever Dream
  19. Mayer Hawthorne – Man About Town
  20. Howe Gelb - Future Standards




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Pitch Black - Best Music 2016
Hip-Hop, Post-Hip-Hop, Rap, Soul, Funk, R'n'B, Gospedelica, Abstract Ph"☮"nk



  1. Childish Gambino - Awaken, My Love!
Label: Glassnote
Producer: Donald Glover, Ludwig Goransson

Composer: Donald Glover, Ludwig Goransson
Musician: Donald Glover, Ludwig Goransson, Chris Hartz, Thomas Drayton, Ray Suen





  1. Childish Gambino - Awaken, My Love!
  2. Kid Cudi - Passion, Pain & Demon Slayin'
  3. De La Soul - And The Anonimous Nobody
  4. Kanye West - The Life Of Pablo
  5. Robert Glasper & Miles Davis - Everything's Beautiful
  6. Blood Orange - Freetown Sound
  7. Michael Kiwanuka - Love & Hate
  8. Charles X - Sounds of Yesteryear
  9. Isaiah Rashad - The Sun's Tirade
  10. Frank Ocean - Blonde
  11. Adrian Younge - Something About April II
  12. Terrace Martin - Velvet Portraits
  13. A Tribe Called Quest - We Got It From Here...Thank You 4 Your Service
  14. Pete Rock & Smoke DZA - Don't Smoke Rock
  15. NxWorries - Yes Lawd!
  16. Chance The Rapper - Coloring Book
  17. Anderson .Paak - Malibu
  18. Charles Bradley - Changes
  19. BJ the Chicago Kid - In My Mind
  20. DJ Shadow - The Mountain Will Fall




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Jazzonia - Best Music 2016

Jazz, Ambient, Classical, Soundtrack, Unreleased, Nu Choses


  1. Colin Stetson - Sorrow (A Reimagining Of Gorecki's 3rd Symphony)
Label: 52Hz
Producer: Colin Stetson

Composer: Henryk Gorecki
Musician: 
Colin Stetson, Gyda Valtysdottir, Rebecca Foon, Greg Fox, Grey McMurray, Ryan Ferreira, Justin Walter


  1. Colin Stetson - Sorrow (A Reimagining Of Gorecki's 3rd Symphony)
  2. Nels Cline - Lovers
  3. Brian Eno - The Ship
  4. Lesley Barber - Manchester By The Sea Soundtrack
  5. Cyrus Chestnut - Natural Essence
  6. Idris Ackamoor & The Pyramids - We Be All Africans
  7. Badbadnotgood - IV
  8. Tigran Hamasyan/Arve Henriksen/Eivind Aarset/Jan Bang - Atmosphères
  9. Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren - Mare Nostrum II 
  10. Tony Moreno Quintet - Short Stories
  11. Yann Tiersen - EUSA
  12. Ezio Bosso - And The Things That Remain
  13. Keith Jarrett - A Multitude of Angels
  14. Bill Evans - Some Other Time: The Lost Session From The Black Forest
  15. Sun Ra - Singles: The Definitive 45 RPM Collection, 1952-1991

lunedì 16 maggio 2016

PRINCE: Sign “☮” The Times, di Alberto Castelli


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☮☮☮

PRINCE
«Sign “☮” The Times»
Paisley Park, 1987 

Il muso di un’automobile, una chitarra sul pavimento, una batteria, fiori appassiti, insegne lampeggianti di locali notturni, un volto sfocato in un angolo, in primo piano: la confusione di queste immagini è un segno dei tempi. Prince e la sua musica sono un segno dei tempi. 
Quel volto appartiene al simbolo sessuale più forte della musica nera da James Brown e Marvin Gaye in poi, ad una star e, non dimentichiamolo, ad un innovatore. Come tutti i protagonisti dei cambiamenti, come tutti coloro che interpretano il feeling dei tempi e finiscono per trovarsi un metro più avanti degli altri, Prince ha fatto sua fino in fondo una storia, una tradizione musicale, per poi costruire qualcosa di radicalmente nuovo e sorprendentemente inedito. 
Come Charlie Parker, che imparò a memoria ogni respiro degli assoli di Lester Young, dimenticò volutamente la lezione e cominciò a soffiare il suo blues. 
Come i Beatles e il rock’n’roll, Bob Dylan e Woody Guthrie. 
Come i veri artisti è continuamente in movimento. È un viaggiatore che, dopo essersi spinto in ogni direzione, ha trovato il suo posto in un luogo impreciso e lontano. Le sue antenne sono sempre pronte a recepire segnali, suggestioni ed ispirazioni per rimodellarle e trasformarle con sensibilità.
E quanta fantasia! In “The Ballad Of Dorothy Parker”, uno dei momenti più strani ed intensi di tutto l’album, immagina un’avventura con una cameriera in un bar (sarà uno scherzo o si tratta veramente della scrittrice?) i due accendono la radio, Joni Mitchell canta “Help Me”, la canzone preferita da lei, squilla il telefono a spezzare la tensione e la magia di quell’incontro, la prossima volta lui agirà più in fretta. 
La prossima volta è appena girato il disco, “lt’: “Ci penso continuamente, baby. È tanto bello che deve essere un delitto. A letto, sulle scale, da qualsiasi parte va bene”. Una drum-machine ossessiva e martellante, una chitarra convulsa, lo stesso dei blues di Muddy Waters, delle pagine più appassionate di James Baldwin, se ne percepisce quasi l’odore — quello che James Brown chiamava “funky smell”.
Ed è un altro segno dei tempi, talmente presente in Sign Of The Times che il titolo potrebbe diventare Beat Of The Times: da “Housequake” a “Hot Thing”, da “U Got The Look” a “lt’s Gonna Be A Beautiful Night” (un coro gioioso che unisce Prince & The Revolution e seimila “wonderful parisian”).
Gli altri episodi, più intimi e rilassati, svelano, se mai ce ne fosse bisogno, il talento compositivo dell’ “uomo” e l’ingenuità quasi infantile di un musicista che si diverte ancora a giocare con le note, ad accostarle una all’altra quasi per caso, come se i colori si incontrassero da soli sulla tela. 
Ancora una volta Prince si nasconde dietro un personaggio indefinibile (vi ricordate Christopher, l’autore di “Manic Monday”?); ora è la volta di Camille in “lf I Was Your Girlfriend”: “Se io fossi la tua ragazza, ti ricorderesti di dirmi tutte le cose che hai dimenticato di dirmi quando io ero il tuo uomo?”.
Queste sedici canzoni sono affascinanti e misteriose. E la cosa più bella è tentare di scoprirne il segreto.

Alberto Castelli 9/10





(tratta da Rockstar, Maggio 1987, N.80)



Il piccolo grande uomo PRINCE: L’unica intervista




Prince continua a cantarci le più belle favole del pop moderno, ma si ostina a tacere la sua verità. Nessuno era riuscito a farlo parlare, a tirargli fuori di bocca quell’ossessione di vita che lo tormenta e lo ha reso inarrivabile. Qualcuno — naturalmente una donna — ha infine conquistato la sua fiducia.



Un tempo lontano, quando ero molto piccola, mia madre aveva l’abitudine di leggermi sempre delle favole prima che mi addormentassi. 
A tutte preferivo la tenera storia del brutto anatroccolo di Andersen. Le uova che covava mamma anatroccola si erano da poco dischiuse, i piccoli vennero fuori tutti bellissimi salvo uno che era veramente brutto. Il mondo, purtroppo era molto cattivo ed esso, crescendo, veniva schernito da tutti. Così il brutto anatroccolo, con il cuore che gli batteva forte forte, correva a cercare protezione sotto l’ala della mamma…
Vivere nell’entourage di Prince durante il suo soggiorno, ritrovarsi quasi sempre a pochi passi da lui, usare lo stesso catering per mangiare, riuscire a fraternizzare con le poche persone che gli sono accanto da tempo, vincere la sua ritrosia a parlare con gli estranei diventandogli pian piano familiare, mi ha riportato alla mente quel momento della mia infanzia e quella favola malinconica che sembra calzargli a pennello.
Il lago dove il brutto anatroccolo si trasforma in regale cigno è il palcoscenico. L’ala sotto la quale andarsi a nascondere sin da bambino è spesso stata la musica, raramente la madre.

☮☮☮






Dice Prince: «Ero diverso dagli altri ragazzini, piuttosto gracile e sgraziato, ma più intelligente e molto più sensibile. Il pianeta dei bambini è un mondo a parte, molto più crudele di quanto agli adulti è dato di pensare. A volte tornavo a casa, affannato e piangente, salivo le scale di corsa per correre da lei... ma non sempre la trovavo sola. Ho un ricordo netto di quella stanza dalle pareti rese grigie dalla sporcizia raccolta dal tempo.., Il letto era sempre un po’ sfatto, la finestra dava su un cortile sporco e maleodorante: tutto sottolineava l’incuria e le ristrettezze finanziarie. Una volta, distesa su quel letto sul quale poche ore prima aveva trovato riposo un uomo che non era mio padre — che a quel tempo già ci aveva abbandonati sconvolto dall’insuccesso nel suo lavoro e dall’alcool sempre più padrone della sua vita — avevo visto mia madre che sembrava riposasse. Spiavo il suo sonno e ad un tratto vidi tra le sue gambe cadere un rivolo sottile di sangue che macchiava di rosso le lenzuola... Il mio primo istinto fu di toccarla temendo si sentisse male, poi scattò qualcosa nella mia fantasia di bambino che mi fece collegare quel sangue a quell’uomo... Mi sentii perduto, colpito a morte... Fu in quel momento che per me il senso dell’esistenza sembrò spaccarsi in due. Percepivo per la prima volta la parola sesso in un modo diverso: sul letto di mia madre non c’era mai stato del sangue finché aveva riposato con mio padre. Nella mia mente mi sembrò di prendere coscienza della parola ‘peccato”. Fu in quell’occasione che sentii in me per la prima volta il morso della gelosia. Mia madre era felice che io fossi maschio, ne era così orgogliosa che più volte mia sorella — schernendomi — mi ha raccontato che piccolissimo, mi lavava con estrema cura. Il fatto di avere quell’attributo in più rispetto a lei, l’ha sempre un po’ infastidita mentre per me ha provocato sempre il terrore di non essere all’altezza, e a volte questa paura affiora ancora oggi».

Cosa vuoi dire esattamente?


«Non chiedermi se vuoi dire che a volte non mi sento maschio, ognuno è ciò che veramente sente di essere e non ha bisogno di raccontarlo agli altri. Mia sorella ha sempre desiderato essere un uomo e così mi sono chiesto tante volte che divertente se riuscissero con un intervento ad attaccarle il pene. Aveva delle bambole, sempre di seconda mano ma a lei non sembrava importare molto: non la divertivano. lo, invece, passavo le ore ad agghindarle, a pettinarle i capelli, ad inventare dei vestiti, poi, appena pronte le conducevo ad un ballo immaginario dove le facevo danzare: ero il loro burattinaio».

Una passione che in definitiva ti è rimasta... Hai creato personaggi come Vanity, Apollonia, la stessa Sheila E. Sembrano avere tutte la stessa matrice: colore della pelle, modo di vestire e si somigliano persino nei tratti, come mai?


«Non è voluto, è piuttosto che la mia attenzione viene presa da quel tipo di donna. C’è a chi piacciono le bionde, io preferisco riconoscermi un po’ in loro. La differenza del colore delle razze è una cosa che ho capito sin dai primi anni di vita e per noi mezzosangue è proprio un discorso a parte: i negri non ci considerano loro simili ma neanche i bianchi ed è frequente che ambedue si diano da fare per farci sentire uno scherzo della natura. Qualche volta hanno fatto nascere in me il desiderio di morire. È buffo, incredibile: neanche questo è facile, anzi a volte è più difficile che lasciarsi vivere. La forza che ci fa morire è in noi, ma occorre un’arte ben consumata per provocarla. La mia rivolta alla voglia di morte l’ho sempre trovata nella musica, è stata sempre la mia arma di difesa, di preghiera, il riscatto dalla sofferenza. Però non ho ancora saputo trovare una mia normalità e sto ancora rincorrendo un po' di felicità. Vivo in un mondo mio sommerso di musica, che mi regala uno stato d’incoscienza continua, come se fossi sospeso sui filo di fumo del più poderoso dei joint, e mi dà la possibilità di attraversare le cose e guardare avanti solo alla ricerca della verità».


Ma cos’è questa verità che cerchi, questa scala che tenti di salire?


«Mi sono sentito tante volte vicino a Dio ed ho pensato di essere giunto alla meta. Poi, però, ci sono state delle circostanze che me ne hanno allontanato. È come se Lui volesse mettermi alla prova continuamente prima di accettare che io sieda ai suoi piedi. A volte L’ho sentito molto duro nei miei confronti, non mi ha risparmiato neanche una delle prove brucianti per le quali sono passate... Sono stato così spesso vicino all’inferno ma ho dovuto trovare sempre la forza di venirne fuori da solo».

Non mi sembra un’affermazione giusta detta da uno che è considerato il genio musicale dei nostri giorni e che guadagna cifre da capogiro...


«Ciò che mi succede è meraviglioso ma non è questa la mia beatitudine, io lo reputo il passaggio attraverso un inferno dalle sembianze piacevolmente ingannevoli ma poi giunge sempre il momento della verità... Quello che agli altri non è dato di vedere è tutta la merda attraverso la quale sono passato in tutti questi anni, e malgrado questo cerco ancora di arrivare a Lui, di arrivare alla verità. Quel giorno sarò in grado di dare agli altri molto più che la mia musica».

Ma oltre ad offrire un motivo d’evasione tu sei già molto di più per i giovani...


«Vuoi dire per i ragazzi di colore? Per un ragazzo che si afferma ce ne sono migliaia e migliaia con un futuro mediocre o addirittura tragico. Ma quel ragazzo che emerge per tutti gli altri è una speranza...».


Sei sempre circondato dagli specchi. Non è un fatto casuale perché so che è una tua precisa richiesta, eppure si dice che sia un’arma del demonio...


«Ho sempre avuto un debole per gli specchi e in particolare quelli a grandezza d’uomo. Per me è come se aldilà dell’immagine riflessa si aprisse tutto un mondo incantato. È come se ci fosse una porta tra due realtà: una visibile a tutti ed una seconda che si mostra solo ai miei occhi. A volte vi trascorro davanti dei periodi abbastanza lunghi, raramente per civetteria: sono sempre alla ricerca di me stesso, così mi può capitare di ritrovarmi in quell’immagine e di voler sfuggirvi per paura della realtà. È anche accaduto che assumesse le sembianze di un maestro con il non facile compito di insegnarmi ad accettare le mie paure, i miei difetti. Qualche volta mi sono specchiato e non mi sono riconosciuto o piaciuto. In quei momenti mi sono sentito il burattinaio di me stesso...».

Sul palco, nella scenografia che riporta uno spaccato di Broadway, ci sono due scritte ben distinte: “Sex” e “Love”... Dunque c’è differenza anche per uno come te, etichettato come il cantore del sesso sfrenato...


«Il sesso è un pacchetto di patatine da consumare in fretta, come fosse nel buio di un cinema. È un’esaltazione dei sensi come parte più scoperta e animale, quasi uno scontro violento tra maschio e femmina. L’amore va vissuto sulle ali degli angeli ma lo smog della città, la cortina di perfidia e di lussuria lo rendono introvabile... Mi è anche capitato di credermi a cavallo su quelle ali impalpabili ma ho dovuto ricredermi subito per non fare la fine di Icaro. L’amore è una cosa che cerco quasi quanto la strada della verità, ma ambedue racchiudono un’incognita che mi fa paura. Il sesso ha invece per me pochissimi lati sconosciuti... Passata la pubertà, quando cominciavo a sentire i primi morsi del desiderio, avevo alle spalle già la visione di tante avventure da postribolo, sono cresciuto praticamente per strada: un inferno sul quale, ancora bambino, volavo con ali insicure. Non ci sono state scoperte graduali, la mia verginità mi fu tolta molto presto ed accadde in modo così crudo che ancora oggi quando mi capita di pensarci mi vengono i brividi. La musica per me è stata come bagnarsi nell’acqua benedetta del battesimo, mi ha innalzato a cime raggiungibili solo da pochi eletti e mi ha posto su quell’altare dove l’immortalità la possono avere anche angeli dal colore scuro... La musica mi ha dato la possibilità di mutare il senso del racconto che la vita sembrava aver preparato per me. Mi ha dato la capacità di donare dei sogni ed io voglio essere quello più violento e più sconcertante per ogni sguardo: sia esso uomo o donna. Voglio che nella profondità del mio sguardo, nella sessualità del movimento del mio corpo tutti possano ritrovare, passo passo, il lento miracolo delle notti insonni. Dentro di me ancora non si è placato il desiderio di lasciare un segno indelebile come un marchio a fuoco, è ancora troppo vivo il ricordo di quando da bambino, mi sentivo un inutile e insignificante fardello, un pacco postale spedito da madre a padre, da zii a nonni ed amici, senza mittente perché non dovesse esserci un ritorno. Anche se con il tempo ho perdonato, però non ho cancellato l’idea di essere stato messo al mondo per ritrovarmi ai margini di una famiglia inesistente».

Ma è proprio questo tuo passato che dovrebbe spingerti a cercare un rapporto più profondo con gli altri! Invece sembri una persona molto sola ma anche senza molta voglia di comunicare con il tuo prossimo... Durante il tuo soggiorno italiano ti sono stati messi a disposizione alloggi principeschi in mezzo alla natura, eppure hai trascorso il tempo quasi sempre tra quattro pareti, come mai?


«Ogni essere umano ha una sua reazione alle cose; io ho paura di chi mi circonda e soprattutto dell’incognito. Durante una tournée, in particolare, non si ha molto tempo di familiarizzare né con luoghi e né con le cose e questo accresce il mio senso di solitudine, per questo ho l’abitudine di portare con me molte cose che mi sono care per non sentirmi completamente sradicato. Tra le tante, anche un televisore a 26 pollici ed uno schermo gigante su cui vedere i miei film ed i miei video preferiti».

Ho dato un’occhiata alle tue video cassette e ne ho scoperte due di concerti...


«Sì, le registrazioni dei concerti di Bruce Springsteen e Madonna, la più sensuale ed eccitante rockstar degli ultimi anni: mi piace tutto di lei. Ma c’è anche un’altra rappresentante del gentil sesso che mi piace anche se per motivi diversi e dovresti già essertene resa conto visto che mi stai sempre attorno».

Stai alludendo a Rossana Casale vero? Non fai che ascoltare “Destino”, una delle canzoni tratte dal suo album. In effetti è una cosa che mi ha molto incuriosita anche perché l’ascoltavi già al tuo arrivo...


«Ho sentito la registrazione del brano su una cassetta di un mio amico americano che viene frequentemente in Italia, me ne sono subito appropriato ed una volta giunto qui mi è servita per rintracciare l’album. Ero curioso di dare anche un volto ed un nome a quella voce. Mi piacerebbe produrla in America, ho saputo che parla bene l’inglese. Staremo a vedere».

Come fai a tenerti in forma?


«Per contratto sia in camerino che nel mio alloggio devono attrezzarmi una minuscola palestra. Non è un capriccio ma è il modo migliore per conservare la forma ed il fiato per affrontare il mio show...».

Ne hanno fatta di strada con te i Revolution. Come mai non sono più con te?


«Semplicemente non c’era più strada da percorrere insieme, si rompono i matrimoni, i rapporti tra padre e figlio, figuriamoci quelli di lavoro...».

Così pacato, così giudizioso... Eppure in tempi non lontani hai fatto di tutto perché ti calzasse a pennello il soprannome di “angelo perverso del rock” e tutt’ora, quando sei in scena non sembri certo un asceta. Ma tu, chi sei veramente?


«Non sono il diavolo, non sono un angelo, non sono una donna, non sono un uomo: sono una cosa che non capirai mai... » canticchia facendo il verso ad una sua canzone. Dopo avermi lanciato uno sguardo divertito, mi volta le spalle e se ne va ancheggiando!



di Vivì Zizzo B.
Tratta da Rockstar, ottobre 1987, N.85