1. W'Happy Mama - Zap Mama
2. Get Out Da Way - Youngblood Brass Band
3. Somewhere Else To Drive - Los Disidentes Del Sucio Motel
4. Two Cousins - Slow Club
5. Claire - Baxter Dury
6. Dounia - Rokia Traoré
7. Home Is Where It Hurts - Camille
8. Simmerdown - Nostalgia 77 feat. Josa Peit
9. Other Lives - Tamer Animals
10. Trejeitos - Jun Miyake, Arto Lindsay & Zeno Ishida
giovedì 29 settembre 2011
Settembre, Meridiani & Paralleli - Playlist Settembre 2011
lunedì 19 settembre 2011
Habemus Papam, di Nanni Moretti - 2011
Fumata bianca. Decisamente, indiscutibilmente bianca. A dispetto di quanto ci si potesse aspettare, il Maestro affronta quello che entrerebbe di diritto nella cerchia dei nemici storici, per mera semplificazione bipolare o per più sottili tematiche affrontate in tempi più che sospetti, senza fare ricorso alla veemenza già prodigata al momento di mettere in discussione l’altro Totem sociale, quello civile, allora, senza quegli affondi che crudelmente avevano sviscerato la figura politica protagonista de “Il Caimano”. Resta certo perfettamente apprezzabile la fine strafottenza con la quale Moretti varca i confini inviolabili di un mondo agli antipodi del suo, del nostro, un mondo agli antipodi del mondo, recintando però furbescamente il film di un’aurea di tenerezza forse più inattesa che inconsueta. Sono gli strumenti stessi di Santa Romana Chiesa che il regista utilizza in questa sua scorribanda che ha piuttosto il passo della gita domenicale. E’ in primis il concetto di ascensione, pilastro della dottrina, senso unico in direzione della vita eterna, ad essere demistificato in un continuo senso alternato tra sacro e profano, divino e umano, terreno: questo saliscendi senza forzature riesce candidamente a mostrarci l’umanità più intima di un pugno di uomini, tutti papabili, che scivolano dall’alto della loro porpora giù nelle loro più profonde paure carnali, che nei loro pensieri rifiutano, scongiurano, la loro elezione, la sublimazione del loro mandato e della loro vocazione.
Scopriamo, ripartendo dalle paure umane per ritornare verso l’alto della materia divina, le prime tracce della depressione perfettamente dipinte nella Bibbia, per ridiscendere poi a picco nella noia materiale di uomini ormai liberati dal rischio ma costretti ai passatempi più popolari per sciogliere il loro dovere di presenza in un soggiorno obbligato da rendere quantomeno tollerabile. Questi repentini cambi di atmosfera sono sapientemente gestiti dal burattinaio Moretti, tanto dal regista quanto dal personaggio interpretato, che schernisce definitivamente la sacra istituzione ecclesiastica facendole pagare un ennesimo dazio alla storia, obbligandola a subire uno smacco umiliante, costringendola a fare ricorso ad uno strumento tra i più simbolici della modernità, quale la psicanalisi, che rimpiazza con l’uomo ed il suo inconscio la posizione centrale del Divino, rendendola così remissiva quando non trova altra via se non quella di rimettere alla scienza il suo pastore supremo.
Questo avviene tramite un ulteriore appropriazione da parte dell’autore di un elemento secolarizzato della pratica del credo, la confessione, sommessa prima, umanissima ammissione con lo sguardo nel vuoto del passato da parte del pontefice in pectore di aver soppresso una ben differente vocazione che lo possedeva in giovane età, confessione sostenuta nella sua antropica naturalezza da una notevole recitazione di Piccoli, folgorante e puerile allo stesso tempo, adagiata delicatamente su di un rocambolesco parallelismo con Čechov, palesata poi “apertis verbis” in una pubblica ammissione di piazza. Restano lievissime ombre, a voler stigmatizzare da un punto di vista più tecnico il film, lasciate impercettibilmente da un montaggio ripetitivo e scollato delle scene di massa, sicuramente dovuto a delle riprese di non semplice messa in opera sul sagrato di quei luoghi spaziali così protetti invero, meno protetti d’altronde di quelli comuni derisi bonariamente nella narrazione.
Voto: 7
Carlo Ligas


Voto: 7
Carlo Ligas
domenica 11 settembre 2011
Baby's got bass - intervista a Esperanza Spalding
Il contrasto tra l’Esperanza Spalding che potete vedere sul palco e quella della vita di tutti i giorni non si percepisce immediatamente, incontrandola a colazione, all’indomani del suo concerto sold-out all’ International Jazz Festival di Montréal. Sul palco è luminosa, un esuberante accordo maggiore, fluttuante dietro al suo basso all’ impiedi, gli occhi chiusi mentre canta rivolta verso le luci, un’ evangelista della gioia in varie metriche. Al mattino, invece, ci è apparsa più pacata e contemplativa, quasi schiva. Solo pochi minuti da dedicarci, a causa di un imminente volo per Parigi, poi Praga, poi Montreux, in Svizzera, dove vecchi e nuovi appassionati di jazz già fanno carte false per accaparrarsi un biglietto per assistere al suo concerto, in cui interpreterà Chamber Music Society, l’album che le è valso il primo Grammy come migliore rivelazione mai assegnato ad un(a) musicista di jazz in purezza.
“Mi scusi, ma è stata fenomenale ieri sera.. - le dice una donna seduta al tavolo accanto – insomma.. meravigliosa!” – “Oh grazie!” risponde lei, quasi sorpresa. E’ degna di nota, Esperanza, in quella sala dell’hotel Hyatt’s, forse non tanto per quei capelli che la caratterizzano, legati in un’ elegantissima sciarpa, quanto per il suo sorriso, molto più zen di quanto ci si possa aspettare da una ventiseienne. Quando la fan è uscita di scena, lei ha scosso la testa: “insomma.. non so cos’altro dire..”. “Ieri sera è stata una ventata d’aria fresca, se capisce cosa intendo..” aggiunge Leo Genovese, il suo pianista, che intanto ci ha raggiunti. Il concerto si è aperto con Little Fly, un poema di William Blake che la Spalding ha messo in musica; è il pezzo principale dell’album, comincia con un violino che pettina le corde di seta del suo basso mentre il suo cantato non potrebbe essere più lieve. Il pubblico si è poi letteralmente liquefatto durante l’ emozionante Inùtil Paisagem, una composizione di Antonio Carlos Jobim che Esperanza canta in portoghese. Ad un certo punto ha chiuso gli occhi; “riesco a concentrarmi meglio sui suoni quando il mio cervello non deve dedicare energia alla vista..” dice. Due bis, poi il meritato riposo della band dietro le quinte.
“Ecco la mia famiglia brasiliana! – dice lei, raggiante, nel back stage – adesso sì che ci sono un sacco di capigliature bizzarre!”. Con “famiglia brasiliana” Esperanza intende la famiglia di Milton Nascimiento, il leggendario vocalist brasiliano, presente nel suo album.
Quindi baci e abbracci e chiacchiere fino a notte inoltrata e al mattino, al momento di fare i bagagli, è insolitamente svogliata, pigra. Ritardando ulteriormente ciò che dovrebbe fare, è salita sulla terrazza all’ultimo piano dell’hotel, ed è lì che abbiamo potuto scorgere meglio “l’altra” Esperanza. Vestita di nero, con le sue lunghe braccia da bassista aperte nel vuoto, ad un angolo della terrazza, col suo sorriso quasi mistico, come un albero maestro che conduce il folle veliero del jazz, in un glorioso mattino di Montréal, poco importa la direzione. Non che sia sempre così tranquilla, specie se è un po’ su di giri: “Nessuno ha il coraggio di dirmelo apertamente ma qualcuno nell’ambiente jazz non crede che il mio sia del vero jazz” si lascia scappare; “credo derivi dal vecchio pregiudizio che se una cosa è popolare, allora non è jazz”. Ma lei lo è. Il suo suonare, classicamente articolato, somiglia al suo cantare: leggero e deciso, incurante di disegnare forzatamente una melodia che definisca la felicità. Pratica lo scat, quella vecchia forma di improvvisazione vocale, così “ventesimo secolo”, fatta di parole senza senso, che i giovani che l’ hanno vista soffiare il titolo di miglior artista rivelazione del 2010 a Justin Bieber devono aver preso per una nuovo tipo di virtuoso cinguettìo.
Fermo restando che la Spalding non è una che fa rumore, che si mette al centro dell’attenzione: è piuttosto il tipo di persona che si rilassa con le faccende domestiche, pulendo casa, o meglio, case, una nel West Village, l’altra a Austin, profondo Texas. E sappiate che non è sbucata dal nulla: ha lavorato dietro le quinte per la sua intera vita da adulta. E’ cresciuta in un quartiere difficile di Portland, Oregon, frequentando poco la scuola ufficiale ma molto la Northwest Academy. “La nostra vita è determinata da circostanze, incastrate tra belle e brutte esperienze”. Ricorda i suoi primi approcci con la musica, gli album di Belafonte e Stevie Wonder “Li riascolto spesso, specie sotto Natale”. Ricorda sua madre, ragazza madre, di due figli. “Cantava per ogni cosa: quando cadevo, se mi facevo male, se avevo fame, per ogni circostanza mi cantava una canzone. Ogni volta che salivamo in macchina la radio era accesa”. Alla fine, la giovane studentessa di violino strappa un diploma superiore e si iscrive alla statale di Potland, dove suona basso. A Portland, la Spalding era sotto la tutela di Thara Memory, compositore e trombettista che ha suonato con il meglio della seconda metà del secolo scorso, da Dizzy Gillespie ai Commodores. Vince una borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston. Nel 2008 il suo album Esperanza viene accolto molto calorosamente da pubblico e critica. Nel 2009 incide Chamber Music Society, un disco che spazia dagli arrangiamenti orchestrali di Gil Evans fino al pop di Bobby McFerrin. Alcuni commenti: John Schaefer disse: “Rappresenta appieno la nuova mescola di generi che fino ad ora non riuscivamo a considerare se non separatamente” – “E’ incredibilmente intelligente, sono più vecchio di lei di un’ intera generazione eppure imparo qualcosa ogni volta che le sto accanto” Lyne Carrington, batterista preferito di Herbie Hancock, che l’ha accompagnata in Chamber Music Society.
Esperanza è molto critica a riguardo delle sue capacità musicali: “So di non essere un mostro di abilità in quello che faccio. Mi considero ancora una stedentessa. Ho raggiunto un certo livello di efficenza ma certe cose non vanno ancora. La cosa però non mi sconvolge, sono giovane”. Come ricevere un Grammy per un CD jazz semi-sperimentale, il secondo disco del doppio prodotto? Esperanza ci spiega: “Tutto era stato stabilito circa due anni prima, volevo fare un doppio album, un disco con i pezzi più da radio, quelli più cantabili, più accattivanti.. nell’altro invece solo pezzi più sperimentali, più azzardati. Quest’ultimo però fu inciso e diffuso per primo. Credo che a quel punto la mia etichetta pensò che realizzare l’altro sarebbe stato uno sbaglio. Mi sono detta <<almeno andremo in Europa a suonare in qualche Festival>>”. La sua definizione di pezzi da radio è escatologica: “Immaginate un pezzo che fa strabuzzare gli occhi ad una quattordicenne che mastica chewing gum mentre è in macchina con la sorella..” Ci piace immaginarlo anche un po’ venato di jazz, quel pezzo. Qualcosa ispirato da Court & Spark, l’album di Joni Mitchell che annovera la presenza di David Crosby, Graham Nash e Joe Sample al piano. Un pezzo vagamente Stevie-Wonderesco e infatti, sebbene la Spalding sia un’eccellente autrice, una delle sue reinterpretazioni preferite è Overjoyed. Ha anche presenziato al concerto in onore dello stesso Wonder, nonchè alle celebrazioni per l’assegnazione del Nobel a Barrack Obama, live in the White House. “Il presidente è stato gentilissimo, ci tengo a sottolinearlo”. Le piace aprire i suoi show con qualcosa di plateale: a Montreal, poco prima che il sipario si aprisse, si è accomodata in una sorta di salotto predisposto per l’occasione sul palco. Davanti al pubblico poi, ha sorseggiato un bicchiere di vino, si è tolta le scarpe e si è incamminata verso il suo strumento ed il microfono, mentre le luci conferivano un alone celestiale ai suoi capelli free style. “Mi piacciono le aperture un po’ eccentriche, sofisticate. Parto dal presupposto che per la maggior parte delle persone andare ad un concerto rappresenta la parte finale della giornata, ed inoltre è insito nel titolo stesso dell’album, la musica da camera è quella che si ascolta in un ambiente privato, perciò faccio un po’ come a casa mia, mi tolgo le scarpe ed il cappotto, mi verso del vino..”. Ad un certo punto ha tirato fuori il braccialetto rosso, suo marchio di fabbrica. “L’ho preso in un negozio ad un angolo del mio quartiere. La titolare mi ha detto che in Tibet si pensa che il corallo porti successo e felicità, ma non tutti possono permetterselo. Allora usano il vetro. Questo è quindi un amuleto per gente povera, ne regalo uno a tutti i miei amici”.
Della sua vita privata si conosce ben poco, solo che non è certo una da notti selvagge in città: “non sono quel che si direbbe una festaiola, al massimo dei concerti o un cinema”. Oppure a casa, dice, su Skype con gli amici o persa tra le sue letture, attualmente Staying Alive dell’eco-femminista Vandana Shiva e i poemi di Emily Dickinson. “Sono piuttosto introversa, è vero, ma amo la mia compagnia, la mia propria identità, il me personale. E’ così che la mia vita corrobora la mia musica”. Durante la settimana dell’incisione del suo album, in febbraio, passava le sue serate in un locale di Times Square, l’Iridium Jazz Club, a suonare il basso nelle performance di Mike Stern, un chitarrista possente che negli ’80 suonava con Miles Davis. Stern era felice di suonare con Esperanza e l’incitava a sentirsi libera di suonare a suo piacimento, lei che per rispetto preferiva restare più defilata, sul palco come negli arrangiamenti. “Ha un controllo del tempo meraviglioso, amo il suo suonare elettrico, ogni volta è un vero evento”. Mentre Stern improvvisava, la Spalding cantava e suonava e il pubblico sembrava svenire di piacere. “Io ne ero rapito ancora prima di salire sul palco con lei – prosegue Stern – mi ha parlato di Bach, mia madre suonava spesso Bach in casa, quand’ero bambino. Mi ha suonato una fuga in particolare, ma non la riconoscevo. Poi, simultaneamente alle note che faceva col suo basso, ha cominciato a cantare gli alti, cosa che, credetemi, è una vera prodezza. E’ speciale, mi ha davvero scioccato. E’ fantastica”.
Robert Sullivan, International Herald Tribune Style Magazine
Traduzione di Carlo Ligas
mercoledì 31 agosto 2011
Agosto, il mese più freddo dell'anno - Playlist
1. We Know All About U - Ebony Bones
2. Disco Monster - Le Le
3. Jique - Brazilian Girls
4. Ritual Union - Little Dragon
5. No One DoesIt Like You - Departement Of Eagles
6. Last Year's Disco Guitars - Bishop Morocco
7. Hewlett's Daughter - Grandaddy
8. Lost At Sea - Cashier N° 9
9. Cobalt Cheeks - Kai Fish
10. Better Times - Beach House
sabato 27 agosto 2011
For My ☮ld Battered Soul - Playlist

- Isaac Hayes - Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic
- Harlem Underground Band - Smokin' Cheeba Cheeba
- Marlena Shaw - Woman Of The Ghetto (Live Version)
- Space Invadas feat. Spacek - Imaginist
- Gary Burton & Makoto Ozone - Afro Blue
- Outkast Feat Slick Rick - Da Art Of Storytellin
- Big Boi feat. Sam Chris - The Train Pt. 2
- People Under The Stairs - The Breakdown
- MFSB - Love Is The Message (Danny Krivit Re-Edit)
- Sabu Martinez - Afro Temple
- Labi Siffre - I Got The
- Gladys Knight & The Pips - If I were Your Woman
- Booker T. Jones - Representing Memphis
- De La Soul - Say No Go
- Love - Everybody's Gotta Live (DJ Catalist Remix)
- Michael Jackson - I Can't Help It (Tangoterje Remix)
- Arthur Russell - In The Light of The Miracle
- David Byrne & Caetano Veloso - Dreamworld
- Kid Cudi - 50 Ways To Make A Record
- Curtis Mayfield - Give Me Your Love
venerdì 26 agosto 2011
Funk“☮”delic - Playlist
- Calvin Harris - Merrymaking At My Place
- Bibi Tanga & Le professeur Inlassable - It's The Earth That Move
- Dj Gruff - Sulle Trombe
- James Brown - People, get up and drive your funky soul
- Sharon Jones & the Dap Kings - Keep On Looking (Kenny Dope Remix)
- La Fine Equipe And Mattic - Freak The Funk
- George Clinton feat. Prince - Paradigm
- Mr Flash - Radar Rider
- Beastie Boys - Shambala
- Wendy & Lisa - Are You My Baby? (My Man's 12")
- The KDMS - Tonight
- Al Hudson & The Soul Partners - How Do You Do
- Matthew Dear - Don And Sherri
- Boxcutter - Panama
- War - The World Is A Ghetto (Special Us Disco Mix)
- Prince - It's Gonna Be A Beautiful Night (live)
- B.T. Express - Do It 'Til You're Satisfied (Long Version)
- Kokolo - Mind Power
- Van Hunt - Highlights
- Gal Costa - Vou Recomeçar
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domenica 7 agosto 2011
Eric Emmanuel Schmitt: “L’avarizia è un rifiuto della condizione umana”
- Sulla scala dei peccati capitali, a che altezza piazzerebbe l’avarizia?
La piazzerei molto in alto, perché è un peccato dal quale ne scaturiscono molti altri. Gregorio Magno parlava dei “sette figli dell’avarizia”: il tradimento, la frode, l’inganno, lo spergiuro, l’inquietudine, la violenza e la durezza d’animo. L’avaro in effetti strumentalizza gli altri, ai quali nega la parvenza di umanità e che rappresentano solamente, ai suoi occhi, l’occasione di alimentare il suo vizio. L’avarizia porta a quello che considero il più grave dei mali: l’indifferenza.
- Istintivamente, quale figura reale o immaginaria le suscita la nozione di avarizia?
Uno zio, che era talmente avaro da pulirsi le scarpe sullo zerbino del vicino! Nella sua vita tutto era così. Freddo come la cenere, viveva ogni festa familiare come un’aggressione perché gli toccava “spendere” del tempo, “dare” un po’ della sua vita, e tutto ciò gli era insopportabile. Spesso lo dimentichiamo ma l’avarizia è anche spirituale e psicologica, oltre che finanziaria.
- L’avaro è una delle figure principali della letteratura e del teatro, da Plauto a Molière, passando per Shakespeare. Quali sono i personaggi che le sono rimasti più impressi?
Ce ne sono tre: L’Arpagone di Molière, Père Grandet di Balzac e Scrooge del Cantico di Natale di Dickens. Nessuno nel XX secolo, perché, a parte Zio Paperone, che difficilmente viene considerato un personaggio della letteratura, la figura dell’avaro diventa rara nei romanzi e nel teatro a partire dalla fine del XIX.
- Per quale ragione?
Gli scrittori sono il prodotto ed il riflesso della loro epoca. Ora, la fine del XIX secolo è marcata da due fenomeni concomitanti: la de-cristianizzazione della società e lo sviluppo del capitalismo industriale. Dal momento in cui le nozioni di compassione, generosità, carità ed elemosina si affievoliscono, la nuova struttura economica delle società moderne favorisce l’apparizione di persone che non vedono nel prossimo nient’altro che uno strumento di produzione e di arricchimento, una semplice forza-lavoro. L’avaro diventa sempre meno motivo di scherno o di denuncia perché nel mondo contemporaneo si banalizza. Questa tendenza altro non ha fatto che accrescere lo sviluppo di una certa forma di capitalismo prima e di mondializzazione poi. Sottolineo tra l’altro che l’avarizia oggi veste abiti molto chic, che hanno nomi altisonanti come ecologia, controsviluppo, rifiuto del mercantilismo.. ottime cause che possono servire facilmente da formidabili pretesti ideologici all’avarizia. Ma non bisogna essere ingenui: quando l’avaro rigetta il consumismo non si tratta di un gesto o di una postura politica, lo fa per pura regola d'interesse. Se consuma poco, è perché consumare gli costa. Se gli regalassero delle cose da consumare, lo farebbe senza complessi, forse anche aldilà del suo reale bisogno.
- Come lei stesso ha sottolineato, il cristianesimo è stato a lungo un grimaldello di denuncia dell’avarizia. Si pensi a Giovanni Crisostomo che riteneva che l’avaro “immola la sua anima” o alla magnifica enciclica di Pio XI, “Quadragesimo anno”..
Nella patrisitica cristiana possiamo menzionare anche San Tommaso d’Aquino che sosteneva di tutto ciò che teniamo per noi oltre le nostre necessità che si tratta di furto, usurpazione. Ma dobbiamo soprattutto e prima di tutto evocare la figura stessa del Cristo che incarna un Dio povero e suggerisce un’autentica morale di povertà. Allo stesso tempo, non si tratta di condannare il possesso di beni o la ricchezza. Questo possesso non è un male in sé, ci permette di vivere, di realizzarci, di aiutare gli altri, di partecipare alla costruzione di una società felice. E’ un certo utilizzo di questi stessi beni che può avverarsi colpevole.
- La denuncia dell’avarizia è altrettanto forte presso le altre religioni?
Sì, tutte le grandi religioni rigettano, per dirla alla Pascal, questo “perverso passatempo” che è l’avarizia, che ci distrae dalla reale posta in gioco della vita. Nel giudaismo, ad esempio, ricorre l’idea che ogni ricco debba trasformarsi in mecenate. Quando si ha successo materiale, si deve contribuire all’istruzione e all’educazione altrui. Bisogna rendere in termini di opportunità intellettive tutto ciò che si è guadagnato in termini di denaro. L’islam non è da meno, e non senza una sottile ironia: un proverbio musulmano dice che “il denaro è un rimedio a tutto, fuorché all’avarizia”.
- Nella sua carriera di romanziere e drammaturgo, si è mai fatto tentare dall’idea di mettere in scena la figura dell’avaro?
Mi è successo una volta e del resto si tratta dell’unico personaggio negativo delle mie opere! Appare in “Hotel dei due mondi” (Commedia, 1999, ndt). Non ha un nome ben preciso, si chiama “il Presidente” ed è un perfetto idiota roso dall’avarizia. Sul suo letto di morte ascolta i discorsi dei suoi eredi e capisce, con suo grande rammarico, di essere stato per tutta la sua vita nient’altro che il loro contabile nonché tesoriere. E’ una delle caratteristiche principali dell’avaro: considerare la morte come acerrima nemica perché lo rende generoso, suo malgrado. Da cui il rifiuto da parte degli avari di voler invecchiare. Questa ossessione della morte è una posizione metafisica vera e propria. Corrisponde ad un rifiuto di cambiamento, di trasformazione, una negazione dell’avvenire e del divenire. L’avaro preferisce cristallizzare le cose, pietrificare l’effimero, lottare contro il naturale movimento della vita. Rifiuta l’idea che tutto passa, si modifica, si trasforma. Davanti ad un cielo che cambia, un ruscello che scorre, un legno che si consuma, egli si preoccupa, si dispera. Rifiutando la fragilità della condizione umana, provvisoria, mutevole, l’avaro manifesta la sua debolezza. Il mistero di questa condizione può essere vissuto con angoscia o con giubilo: l’avaro la vive senza dubbio con angoscia, nascondendo questo suo sentimento dietro alla facciata del denaro.
- Che si tratti di Montaigne, Agrippa d’Aubigné, i testi biblici o Jerome Bosch, che nel suo quadro “I sette vizi capitali” la rappresenta come un giudice che tende la mano dietro la sua schiena, l’avarizia è spesso messa in contrapposizione con la giustizia. E’ d’accordo con quest’ idea?
Più precisamente, io l’opporrei alla liberalità. Ciò che dà valore al denaro è il fatto di poterlo spendere. Per l’avaro, il denaro deve essere trattenuto. Qui comincia la perversione. Una persona, nel corso della sua vita, si consuma e consuma ciò che ha guadagnato. L’avaro invece accumula. Allo stesso tempo è un grande collezionista di godimenti personali. Ritornando a quel mio zio, la sua giornata era carica di un’ infinità di piccole gioie. Per esempio, se il tempo era bello, sprizzava gioia da tutti i pori perché, potendo rincasare a piedi, risparmiava il biglietto del metrò. L’avaro si procaccia quindi una ventina di occasioni quotidiane di non spendere o di approfittare della generosità o dell’ingenuità altrui che sono per lui dei veri momenti di piacere. Ma è come Don Giovanni con le donne: la sua struttura mentale è nevrotico-compulsiva, è costretto continuamente a ricominciare perché ciò che crede di cercare non è in realtà ciò che cerca: dietro la ricerca del denaro si nasconde, mi ripeto, la negazione ed il rifiuto della vita nelle sue differenti tappe: nascita, sviluppo, invecchiamento, declino, morte. E’ perciò che, più avanza negli anni, più la sua avarizia si sviluppa: Già La Bruyère lo sottolineava: “l’avarizia è piuttosto un effetto dell’ età e del temperamento senile: i vecchi ci si abbandonano proprio come facevano ai piaceri durante la gioventù o all’ ambizione nell’età virile”.
- Come si diventa avari?
Spesso gli avari giustificano il loro comportamento (che non considerano come quello di un avaro ma piuttosto come quello di uno spirito ragionevole, economo) con un’ infanzia difficile o con il ricordo doloroso di un’esperienza familiare difficile. E’ una copertura, sovente. Si presentano come vittime del passato e temono di diventare vittime del futuro. A mio avviso, l’avarizia trae origine altrove ed in altre circostanze. Quando si prende coscienza della fugacità della nostra vita e di ciò che si possiede, ci sono differenti tipi di risposta. Si può comprendere ed ammettere che tutto è provvisorio e accettarne l’eventuale privazione, persino rallegrarsene. Si può anche considerare che niente appartiene a nessuno e diventare come Karl Marx o Arsenio Lupin. Ci sono poi invece quelli che decidono di attaccarsi saldamente alle loro cose, erigendo questo principio: non mi porteranno mai via ciò che ho. In effetti, il senso profondo di questa frase è: non mi porteranno mai via ciò che sono. L’avaro si procura l’essere attraverso l’avere, si costruisce una solidità ontologica, essenziale, attraverso il possesso. Ciò che tesorizza non è soltanto del denaro, è il suo essere profondo, è identità. Egli sogna in fondo di mettere la sua vita in cassaforte.
- Un elogio dell’avarizia è immaginabile?
Proviamoci: l’ avarizia comincia bene, in ogni caso, quasi come una virtù. Le sue fondamenta psicologiche affondano nell’esercizio della ragione: calcolo, previsione, rifiuto dei piaceri artificiali e materiali. Si fregia di nobili compagnie quali l’ intelligenza, la volontà, la saggezza. Ma quando questa legittima forma di preoccupazione economica degenera in forma di passione, tutto si guasta. I rapporti con gli altri e le attenzioni nei loro confronti sono soppressi e l’avarizia appare come una forma di dipendenza.
- Di malattia?
In un certo modo sì, l’ avarizia ha molti aspetti patologici.
- Ne conosciamo i sintomi e possiamo diagnosticarla ma possiamo curarla o guarirla?
Non conosco avari redenti. Ma, così come sono guarito io stesso, adolescente, dalla mia depressione, ascoltando Mozart che mi ha aperto gli occhi sulla bellezza del mondo, credo che si possa guarire l’avarizia attraverso delle letture filosofiche.
- Quali?
In primis Seneca e Aristotele, per la ricerca del giusto mezzo, il rifiuto dell’eccesso. Poi tutti i filosofi greci i cui testi dimostrerebbero all’avaro, che gode senza essere felice, che è possibile accedere ad una forma pura di felicità in questo piccolo mondo. Gli consiglierei anche un po’ di Nietzsche (a fine cura, direi) e “i Pensieri” di Pascal, che ci ricordano quanto la vita sia aleatoria e censurano la nostra condotta dal momento in cui si limita a delle pratiche utili soltanto a fuggire dalla nostra angoscia vitale, dal nostro faccia a faccia con la carne nuda dell’esistenza. E’ una lettura terrorizzante e consolante allo stesso tempo: ma del resto non è soltanto dopo che si è provato terrore che ci si può consolare? Il problema è che viviamo in un’epoca molle, che ha la pratica fin troppo facile dell’analgesico e preferisce fare ricorso alla chimica davanti ai problemi esistenziali. La gente è invitata a rifuggire ogni sentimento di sconforto mentre è solo da essi che si può trarre quel succo che chiameremo, eventualmente, saggezza. Come scriveva Spinoza: “bisogna amare il bisogno”.
Bio:
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a Sainte-Foy-lès-Lyon nel 1960. Come autore teatrale ha scritto numerose opere rappresentate in tutto il mondo. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue. Le Edizioni E/O hanno pubblicato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Odette Toulemonde e Piccoli crimini coniugali, da cui sono stati tratti dei film, Milarepa, La parte dell’altro, La mia storia con Mozart, Quando ero un’opera d’arte, La rivale. Un racconto su Maria Callas, La sognatrice di Ostenda, Il visitatore, Il lottatore di sumo che non diventava grosso, Ulisse da Baghdad, La scuola degli egoisti, Concerto in memoria di un angelo, Quando penso che Beethoven è morto mentre tanti cretini ancora vivono..., La donna allo specchio, I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto, L’amore invisibile, La giostra del piacere, Elisir d’amore, Veleno d’amore e La notte di fuoco.
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a Sainte-Foy-lès-Lyon nel 1960. Come autore teatrale ha scritto numerose opere rappresentate in tutto il mondo. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue. Le Edizioni E/O hanno pubblicato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Odette Toulemonde e Piccoli crimini coniugali, da cui sono stati tratti dei film, Milarepa, La parte dell’altro, La mia storia con Mozart, Quando ero un’opera d’arte, La rivale. Un racconto su Maria Callas, La sognatrice di Ostenda, Il visitatore, Il lottatore di sumo che non diventava grosso, Ulisse da Baghdad, La scuola degli egoisti, Concerto in memoria di un angelo, Quando penso che Beethoven è morto mentre tanti cretini ancora vivono..., La donna allo specchio, I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto, L’amore invisibile, La giostra del piacere, Elisir d’amore, Veleno d’amore e La notte di fuoco.
Tratto da Le Figaro Magazine, Luglio 2011
Intervista di Jean Christophe Buisson
Traduzione di Carlo Ligas (L'articolo originale)
lunedì 1 agosto 2011
Luglio, col bere che ti voglio.. (Playlist 07/2011)
- Get In Line - I'm From Barcelona
- Shangri La - Yacht
- Gone - Endinig In Ing (special thanks to Alice)
- Secret Lover - Alessandro Magnanini feat. Jenny B
- My Private Night - Ralph Myerz & The Jack Herren Band
- It Doesn't Take A Whole Week - Karaocake
- Allured - Elephant
- Minnesota, WI - Bon Iver
- Majik Marker - Mini Mansions
- Le Bonheur? Mon Cul.. - Benjamin Biolay
sabato 16 luglio 2011
L'échappée belle
[...] d’altronde, nella famiglia di Carine, ci si sbottona in fretta nel bel mezzo del pasto per parlare di stranieri.
Suo padre li chiama Talebani, tutti. Dice : « Pago le tasse per permettere ai Talebani di fare dieci figli ».
Dice : « Li sbatterei tutti su un bastimento e tirerei un siluro su quei parassiti, io.. » Gli piace dire anche :
« La Francia è un paese di assistiti e di buoni a nulla. I francesi son tutti degli imbecilli. » E spesso, conclude così : « Io lavoro i primi sei mesi dell’anno per la mia famiglia e gli altri sei per lo Stato, allora non venitemi a parlare di poveri o di disoccupati, chiaro!? Io lavoro un giorno su due per far ingravidare a Mamadou le sue dieci negre allora non venite a farmi lezioni di morale!”
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Penso a un pranzo in particolare. Non lo ricordo con piacere. Era il battesimo della piccola Alice. Eravamo riuniti a casa dei genitori di Carine, vicino a Le Mans. Suo padre è gestore di un Casinò* (i piselli surgelati, non le roulettes e il black jack) ed è stato vedendolo sul suo selciato, tra il lampione in ferro battuto e la sua bella Audi che ho veramente capito il significato della parola fat. Quel misto di stupidità ed arroganza. Quell’ incrollabile autostima. Quel cachemire azzurro teso sul panzone e quella maniera strana – così calorosa – di tenderti la mano, odiandoti di già.
Mi vergogno a ripensare a quel pranzo. Mi vergogno e non sono la sola. Credo che neanche Lola e Vincent ne siano fieri.. Simon non c’era quando la conversazione è degenerata. Era in fondo al giardino a costruire una capanna per suo figlio. Dev’esserci abituato, lui. Senz’altro sa che è meglio allontanarsi dal vecchio Jacquot quando si sbraghetta. Simon è come noi: non ama le discussioni di fine banchetto, teme i conflitti e fugge i rapporti di forza. Sostiene che sia energia sprecata e che bisognerebbe risparmiare queste forze per scopi più nobili. Che la gente come suo suocero sono battaglie perse in partenza. E quando qualcuno gli parla dell’ascesa dell’estrema destra, scuote la testa: “bah.. è obbligatorio, umano.. è la melma in fondo al lago, occuparsene la farebbe soltanto risalire in superficie.” Come fa a sopportare questi pranzi di famiglia? Come fa ad aiutare suo suocero a tagliare la siepe? Pensa alle capanne del piccolo Léo. Pensa al momento in cui prenderà suo figlio per mano e spariranno da soli nel sottobosco silenzioso.
Mi vergogno perchè abbiamo taciuto quel giorno. Abbiamo di nuovo taciuto. Non abbiamo raccolto le provocazioni di questo bottegaio rabbioso che non vedrà mai più lontano del suo naso. Non l’abbiamo contraddetto. Non ci siamo alzati da tavola. Abbiamo continuato a masticare lentamente ogni boccone, accontentandoci di pensare che fosse soltanto un coglione, cercando di non far saltare le cuciture del nostro abito di dignità. Poveri noi. Vigliacchi, così vigliacchi..
Perchè siamo così, tutt’e quattro? Perchè le persone che urlano più forte degli altri ci impressionano? Perchè la gente aggressiva ci manda nel pallone? Cos’è che non va in noi? Dov’è il confine tra l’essere educati e l’essere pavidi? Ne abbiamo parlato spesso. Abbiamo ammesso le nostre colpe davanti a croste di pizza e portaceneri improvvisati. Non ci serve nessuno per farci chinare il capo. Siamo abbastanza grandi per piegarlo da soli.. e qualunque sia il numero delle bottiglie svuotate, arriviamo sempre alla stessa conclusione: che se siamo così, silenziosi e determinati ma sempre impotenti difronte agli imbecilli, è proprio perchè non abbiamo la minima particella di fiducia in noi stessi. Noi non ci amiamo. Non intendo personalmente. Non ci riconosciamo una tale importanza. Non abbastanza da sputare sul gilet di Don Molinoux. Non abbastanza da credere per un solo istante che le nostre grida potessero deviare lo scorrere dei suoi pensieri. Non abbastanza da sperare che il nostro moto di disgusto, i nostri tovaglioli gettati sul tavolo e le nostre sedie rovesciate possano in qualche modo cambiare l’andazzo del mondo.
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Cosa avrebbe pensato questo contribuente-modello vedendoci reagire così e lasciare la sua magione a testa alta? Avrebbe semplicemente logorato per tutta la sera sua moglie ripetendo: “Che stronzi. No, ma.. che stronzi. No, ma veramente.. che stronzi.” Perchè imporre questo a quella povera donna? Chi siamo noi per rovinare la festa a venti persone?
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Potremmo anche dire che non si tratta di vigliaccheria. Potremmo anche ammettere che si tratta di saggezza.
Di saper prendere le distanze. Che non ci piace sguazzare nella merda. Che siamo più onesti di tutta quella gente che continua a sbraitare sterilmente. Sì, ci consoliamo così. Ricordandoci che siamo giovani e già troppo lucidi. Che siamo mille cubiti al di sopra di questo formicaio e che la stupidità non può scalfirci più di tanto.
Ce ne freghiamo. Abbiamo altro. Abbiamo noi stessi. Abbiamo un altro tipo di ricchezza. Basta sporgerci un po' in dentro. E’ pieno di cose nella nostra testa. Pieno di cose così distanti da questi rigurgiti razzisti. Ci sono la musica e gli scrittori. Dei sentieri, delle mani, dei rifugi. Delle scìe di comète scarabocchiate su ricevute di bancomat, delle pagine strappate, dei ricordi felici e dei ricordi orribili. Delle canzoni, dei ritornelli sulla punta della lingua. Dei messaggi in archivio, dei libri inconfutabili, degli orsacchiotti sdolcinati e dei dischi graffiati.
La nostra infanzia, le nostre solitudini, i nostri primi turbamenti e i nostri progetti sul futuro. Tutte quelle ore a farsi la guardia e tutte quelle porte tenute. I flip-flap di Buster Keaton. La lettera di Armand Robin alla Gestapo e l’ariete di nuvole della poesia di Michel Leiris. La scena in cui Clint Eastwood si gira e dice Oh.. and don’t kid yourself, Francesca.. e "La meglio gioventù". I balli del 14 Luglio a Villiers. L’odore di mela cotogna in cantina.
I nostri nonni, la sciabola del Signor Racine e la sua corazza luccicante, i nostri sogni da provinciali e le vigilie degli esami. L’impermeabile di Mademoiselle Jeanne quando fa per sedersi di dietro, sulla moto di Gaston.
I fumetti di François Bourgeon e le prime righe del libro di André Gorz a sua moglie che Lola mi ha letto ieri sera al telefono dopo aver di nuovo ricacciato l’amore durante uno dei nostri down: “Stai per compiere ottantadue anni. Ti sei rimpicciolita di sei centimetri, pesi appena quarantacinque chili ma sei sempre bella, graziosa e desiderabile.” Marcello Mastroianni in Oci Ciornie e gli abiti di Cristobal Balenciaga. L’odore di polvere e di pane raffermo dei cavalli, la sera, quando scendevamo dal pullman. I coniugi Lalanne nel loro laboratorio, aldilà del giardino. La notte in cui abbiamo ridipinto Rue des Vertus e quella in cui abbiamo tirato una pelle di aringa sulla terrazza del ristorante dove lavorava quell’asino calzato di Padellone. E quel viaggio, sdraiati su dei cartoni, sul cassone di un camioncino, mentre Vincent ci leggeva L’Etabli ad alta voce. La faccia di Simon quando ha sentito Björk per la prima volta in vita sua e le arie di Monteverdi nel parcheggio di una discoteca. Tutte quelle stupidaggini, quei rimorsi e le nostre bolle di sapone al funerale del padrino di Lola.. I nostri amori persi, le nostre lettere strappate e i nostri amici al telefono. Quelle notti memorabili, la mania di voler sempre spostare tutto e la persona che faremo cadere domani rincorrendo un bus che non ci avrà aspettato.
Tutto questo ed altro. Abbastanza per non farci il sangue amaro.
Abbastanza per non cercare di discutere con gli imbecilli.
Che crepino.
Creperanno, in ogni caso.
Creperanno soli, mentre noi saremo al cinema.
Anna Gavalda, L'échappée belle
*Casinò: Catena di generi alimentari.
Traduzione: Carlo Ligas

domenica 10 luglio 2011
Brani di passaggio, giugno 2011
- Morning Glory Cloud - DM Stith
- Everything Goes My Way - Metronomy
- Long Time - Cake
- The Best Person I Know - Cat's Eyes
- J'ai deux Yeux - Le Prince Miiaou
- Blue Suicide - Coma Cinema
- Everglades - Rafale
- The Flying Nun - 9 Lazy 9
- Ma Benz (Cover) - Brigitte
- Yesterday Was Hard On All Of Us - Fink
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