mercoledì 31 agosto 2011

Agosto, il mese più freddo dell'anno - Playlist




1. We Know All About U - Ebony Bones
2. Disco Monster - Le Le
3. Jique - Brazilian Girls
4. Ritual Union - Little Dragon
5. No One DoesIt Like You - Departement Of Eagles
6. Last Year's Disco Guitars - Bishop Morocco
7. Hewlett's Daughter - Grandaddy
8. Lost At Sea - Cashier N° 9
9. Cobalt Cheeks - Kai Fish
10. Better Times - Beach House

sabato 27 agosto 2011

For My ☮ld Battered Soul - Playlist



  1. Isaac Hayes - Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic
  2. Harlem Underground Band - Smokin' Cheeba Cheeba
  3. Marlena Shaw - Woman Of The Ghetto (Live Version)
  4. Space Invadas feat. Spacek - Imaginist
  5. Gary Burton & Makoto Ozone - Afro Blue
  6. Outkast Feat Slick Rick - Da Art Of Storytellin
  7. Big Boi feat. Sam Chris - The Train Pt. 2
  8. People Under The Stairs - The Breakdown
  9. MFSB - Love Is The Message (Danny Krivit Re-Edit)
  10. Sabu Martinez - Afro Temple
  11. Labi Siffre - I Got The
  12. Gladys Knight & The Pips - If I were Your Woman
  13. Booker T. Jones - Representing Memphis
  14. De La Soul - Say No Go
  15. Love - Everybody's Gotta Live (DJ Catalist Remix)
  16. Michael Jackson - I Can't Help It (Tangoterje Remix)
  17. Arthur Russell - In The Light of The Miracle
  18. David Byrne & Caetano Veloso - Dreamworld
  19. Kid Cudi - 50 Ways To Make A Record
  20. Curtis Mayfield - Give Me Your Love

venerdì 26 agosto 2011

Funk“☮”delic - Playlist


                              

  1. Calvin Harris - Merrymaking At My Place
  2. Bibi Tanga & Le professeur Inlassable - It's The Earth That Move
  3. Dj Gruff - Sulle Trombe
  4. James Brown - People, get up and drive your funky soul
  5. Sharon Jones & the Dap Kings - Keep On Looking (Kenny Dope Remix)
  6. La Fine Equipe And Mattic - Freak The Funk
  7. George Clinton feat. Prince - Paradigm
  8. Mr Flash - Radar Rider
  9. Beastie Boys - Shambala
  10. Wendy & Lisa - Are You My Baby? (My Man's 12")
  11. The KDMS - Tonight
  12. Al Hudson & The Soul Partners - How Do You Do
  13. Matthew Dear - Don And Sherri
  14. Boxcutter - Panama
  15. War - The World Is A Ghetto (Special Us Disco Mix)
  16. Prince - It's Gonna Be A Beautiful Night (live)
  17. B.T. Express - Do It 'Til You're Satisfied (Long Version)
  18. Kokolo - Mind Power
  19. Van Hunt - Highlights
  20. Gal Costa - Vou Recomeçar

domenica 7 agosto 2011

Eric Emmanuel Schmitt: “L’avarizia è un rifiuto della condizione umana”


Per il romanziere e drammaturgo, autore, tra gli altri, di La parte dell’altro e Ulisse da Baghdad, l’avarizia forvia l’uomo dalla corretta direzione della vita. Sola maniera di guarirne: leggere Aristotele, Seneca, Pascal e Nietzsche.

- Sulla scala dei peccati capitali, a che altezza piazzerebbe l’avarizia?


La piazzerei molto in alto, perché è un peccato dal quale ne scaturiscono molti altri. Gregorio Magno parlava dei “sette figli dell’avarizia”: il tradimento, la frode, l’inganno, lo spergiuro, l’inquietudine, la violenza e la durezza d’animo. L’avaro in effetti strumentalizza gli altri, ai quali nega la parvenza di umanità e che rappresentano solamente, ai suoi occhi, l’occasione di alimentare il suo vizio. L’avarizia porta a quello che considero il più grave dei mali: l’indifferenza.

- Istintivamente, quale figura reale o immaginaria le suscita la nozione di avarizia?

Uno zio, che era talmente avaro da pulirsi le scarpe sullo zerbino del vicino! Nella sua vita tutto era così. Freddo come la cenere, viveva ogni festa familiare come un’aggressione perché gli toccava “spendere” del tempo, “dare” un po’ della sua vita, e tutto ciò gli era insopportabile. Spesso lo dimentichiamo ma l’avarizia è anche spirituale e psicologica, oltre che finanziaria.

- L’avaro è una delle figure principali della letteratura e del teatro, da Plauto a Molière, passando per Shakespeare. Quali sono i personaggi che le sono rimasti più impressi?


Ce ne sono tre: L’Arpagone di Molière, Père Grandet di Balzac e Scrooge del Cantico di Natale di Dickens. Nessuno nel XX secolo, perché, a parte Zio Paperone, che difficilmente viene considerato un personaggio della letteratura, la figura dell’avaro diventa rara nei romanzi e nel teatro a partire dalla fine del XIX.


- Per quale ragione?

Gli scrittori sono il prodotto ed il riflesso della loro epoca. Ora, la fine del XIX secolo è marcata da due fenomeni concomitanti: la de-cristianizzazione della società e lo sviluppo del capitalismo industriale. Dal momento in cui le nozioni di compassione, generosità, carità ed elemosina si affievoliscono, la nuova struttura economica delle società moderne favorisce l’apparizione di persone che non vedono nel prossimo nient’altro che uno strumento di produzione e di arricchimento, una semplice forza-lavoro. L’avaro diventa sempre meno motivo di scherno o di denuncia perché nel mondo contemporaneo si banalizza. Questa tendenza altro non ha fatto che accrescere lo sviluppo di una certa forma di capitalismo prima e di mondializzazione poi. Sottolineo tra l’altro che l’avarizia oggi veste abiti molto chic, che hanno nomi altisonanti come ecologia, controsviluppo, rifiuto del mercantilismo.. ottime cause che possono servire facilmente da formidabili pretesti ideologici all’avarizia. Ma non bisogna essere ingenui: quando l’avaro rigetta il consumismo non si tratta di un gesto o di una postura politica, lo fa per pura regola d'interesse. Se consuma poco, è perché consumare gli costa. Se gli regalassero delle cose da consumare, lo farebbe senza complessi, forse anche aldilà del suo reale bisogno.

- Come lei stesso ha sottolineato, il cristianesimo è stato a lungo un grimaldello di denuncia dell’avarizia. Si pensi a Giovanni Crisostomo che riteneva che l’avaro “immola la sua anima” o alla magnifica enciclica di Pio XI, “Quadragesimo anno”..

Nella patrisitica cristiana possiamo menzionare anche San Tommaso d’Aquino che sosteneva di tutto ciò che teniamo per noi oltre le nostre necessità che si tratta di furto, usurpazione. Ma dobbiamo soprattutto e prima di tutto evocare la figura stessa del Cristo che incarna un Dio povero e suggerisce un’autentica morale di povertà. Allo stesso tempo, non si tratta di condannare il possesso di beni o la ricchezza. Questo possesso non è un male in sé, ci permette di vivere, di realizzarci, di aiutare gli altri, di partecipare alla costruzione di una società felice. E’ un certo utilizzo di questi stessi beni che può avverarsi colpevole.


- La denuncia dell’avarizia è altrettanto forte presso le altre religioni?

Sì, tutte le grandi religioni rigettano, per dirla alla Pascal, questo “perverso passatempo” che è l’avarizia, che ci distrae dalla reale posta in gioco della vita. Nel giudaismo, ad esempio, ricorre l’idea che ogni ricco debba trasformarsi in mecenate. Quando si ha successo materiale, si deve contribuire all’istruzione e all’educazione altrui. Bisogna rendere in termini di opportunità intellettive tutto ciò che si è guadagnato in termini di denaro. L’islam non è da meno, e non senza una sottile ironia: un proverbio musulmano dice che “il denaro è un rimedio a tutto, fuorché all’avarizia”.


- Nella sua carriera di romanziere e drammaturgo, si è mai fatto tentare dall’idea di mettere in scena la figura dell’avaro?

Mi è successo una volta e del resto si tratta dell’unico personaggio negativo delle mie opere! Appare in “Hotel dei due mondi” (Commedia, 1999, ndt). Non ha un nome ben preciso, si chiama “il Presidente” ed è un perfetto idiota roso dall’avarizia. Sul suo letto di morte ascolta i discorsi dei suoi eredi e capisce, con suo grande rammarico, di essere stato per tutta la sua vita nient’altro che il loro contabile nonché tesoriere. E’ una delle caratteristiche principali dell’avaro: considerare la morte come acerrima nemica perché lo rende generoso, suo malgrado. Da cui il rifiuto da parte degli avari di voler invecchiare. Questa ossessione della morte è una posizione metafisica vera e propria. Corrisponde ad un rifiuto di cambiamento, di trasformazione, una negazione dell’avvenire e del divenire. L’avaro preferisce cristallizzare le cose, pietrificare l’effimero, lottare contro il naturale movimento della vita. Rifiuta l’idea che tutto passa, si modifica, si trasforma. Davanti ad un cielo che cambia, un ruscello che scorre, un legno che si consuma, egli si preoccupa, si dispera. Rifiutando la fragilità della condizione umana, provvisoria, mutevole, l’avaro manifesta la sua debolezza. Il mistero di questa condizione può essere vissuto con angoscia o con giubilo: l’avaro la vive senza dubbio con angoscia, nascondendo questo suo sentimento dietro alla facciata del denaro.

- Che si tratti di Montaigne, Agrippa d’Aubigné, i testi biblici o Jerome Bosch, che nel suo quadro “I sette vizi capitali” la rappresenta come un giudice che tende la mano dietro la sua schiena, l’avarizia è spesso messa in contrapposizione con la giustizia. E’ d’accordo con quest’ idea?

Più precisamente, io l’opporrei alla liberalità. Ciò che dà valore al denaro è il fatto di poterlo spendere. Per l’avaro, il denaro deve essere trattenuto. Qui comincia la perversione. Una persona, nel corso della sua vita, si consuma e consuma ciò che ha guadagnato. L’avaro invece accumula. Allo stesso tempo è un grande collezionista di godimenti personali. Ritornando a quel mio zio, la sua giornata era carica di un’ infinità di piccole gioie. Per esempio, se il tempo era bello, sprizzava gioia da tutti i pori perché, potendo rincasare a piedi, risparmiava il biglietto del metrò. L’avaro si procaccia quindi una ventina di occasioni quotidiane di non spendere o di approfittare della generosità o dell’ingenuità altrui che sono per lui dei veri momenti di piacere. Ma è come Don Giovanni con le donne: la sua struttura mentale è nevrotico-compulsiva, è costretto continuamente a ricominciare perché ciò che crede di cercare non è in realtà ciò che cerca: dietro la ricerca del denaro si nasconde, mi ripeto, la negazione ed il rifiuto della vita nelle sue differenti tappe: nascita, sviluppo, invecchiamento, declino, morte. E’ perciò che, più avanza negli anni, più la sua avarizia si sviluppa: Già La Bruyère lo sottolineava: “l’avarizia è piuttosto un effetto dell’ età e del temperamento senile: i vecchi ci si abbandonano proprio come facevano ai piaceri durante la gioventù o all’ ambizione nell’età virile”.

- Come si diventa avari?

Spesso gli avari giustificano il loro comportamento (che non considerano come quello di un avaro ma piuttosto come quello di uno spirito ragionevole, economo) con un’ infanzia difficile o con il ricordo doloroso di un’esperienza familiare difficile. E’ una copertura, sovente. Si presentano come vittime del passato e temono di diventare vittime del futuro. A mio avviso, l’avarizia trae origine altrove ed in altre circostanze. Quando si prende coscienza della fugacità della nostra vita e di ciò che si possiede, ci sono differenti tipi di risposta. Si può comprendere ed ammettere che tutto è provvisorio e accettarne l’eventuale privazione, persino rallegrarsene. Si può anche considerare che niente appartiene a nessuno e diventare come Karl Marx o Arsenio Lupin. Ci sono poi invece quelli che decidono di attaccarsi saldamente alle loro cose, erigendo questo principio: non mi porteranno mai via ciò che ho. In effetti, il senso profondo di questa frase è: non mi porteranno mai via ciò che sono. L’avaro si procura l’essere attraverso l’avere, si costruisce una solidità ontologica, essenziale, attraverso il possesso. Ciò che tesorizza non è soltanto del denaro, è il suo essere profondo, è identità. Egli sogna in fondo di mettere la sua vita in cassaforte.

- Un elogio dell’avarizia è immaginabile?

Proviamoci: l’ avarizia comincia bene, in ogni caso, quasi come una virtù. Le sue fondamenta psicologiche affondano nell’esercizio della ragione: calcolo, previsione, rifiuto dei piaceri artificiali e materiali. Si fregia di nobili compagnie quali l’ intelligenza, la volontà, la saggezza. Ma quando questa legittima forma di preoccupazione economica degenera in forma di passione, tutto si guasta. I rapporti con gli altri e le attenzioni nei loro confronti sono soppressi e l’avarizia appare come una forma di dipendenza.

- Di malattia?


In un certo modo sì, l’ avarizia ha molti aspetti patologici.


- Ne conosciamo i sintomi e possiamo diagnosticarla ma possiamo curarla o guarirla?


Non conosco avari redenti. Ma, così come sono guarito io stesso, adolescente, dalla mia depressione, ascoltando Mozart che mi ha aperto gli occhi sulla bellezza del mondo, credo che si possa guarire l’avarizia attraverso delle letture filosofiche.


- Quali?


In primis Seneca e Aristotele, per la ricerca del giusto mezzo, il rifiuto dell’eccesso. Poi tutti i filosofi greci i cui testi dimostrerebbero all’avaro, che gode senza essere felice, che è possibile accedere ad una forma pura di felicità in questo piccolo mondo. Gli consiglierei anche un po’ di Nietzsche (a fine cura, direi) e “i Pensieri” di Pascal, che ci ricordano quanto la vita sia aleatoria e censurano la nostra condotta dal momento in cui si limita a delle pratiche utili soltanto a fuggire dalla nostra angoscia vitale, dal nostro faccia a faccia con la carne nuda dell’esistenza. E’ una lettura terrorizzante e consolante allo stesso tempo: ma del resto non è soltanto dopo che si è provato terrore che ci si può consolare? Il problema è che viviamo in un’epoca molle, che ha la pratica fin troppo facile dell’analgesico e preferisce fare ricorso alla chimica davanti ai problemi esistenziali. La gente è invitata a rifuggire ogni sentimento di sconforto mentre è solo da essi che si può trarre quel succo che chiameremo, eventualmente, saggezza. Come scriveva Spinoza: “bisogna amare il bisogno”.



Bio:
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a Sainte-Foy-lès-Lyon nel 1960. Come autore teatrale ha scritto numerose opere rappresentate in tutto il mondo. I suoi ro­manzi sono tradotti in molte lingue. Le Edizioni E/O hanno pubblicato Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Odette Toulemonde e Piccoli crimini coniugali, da cui sono stati tratti dei film, Milarepa, La parte dell’altro, La mia storia con Mozart, Quando ero un’opera d’arte, La rivale. Un racconto su Maria Callas, La sognatrice di Ostenda, Il visitatore, Il lottatore di sumo che non diventava grosso, Ulisse da Baghdad, La scuola degli egoisti, Concerto in memoria di un angelo, Quando penso che Beethoven è morto mentre tanti cretini ancora vivono..., La donna allo specchio, I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto, L’amore invisibile, La giostra del piacere, Elisir d’amore, Veleno d’amore e La notte di fuoco.

Tratto da Le Figaro Magazine, Luglio 2011
Intervista di Jean Christophe Buisson
Traduzione di Carlo Ligas
(L'articolo originale)

lunedì 1 agosto 2011

Luglio, col bere che ti voglio.. (Playlist 07/2011)


  1. Get In Line - I'm From Barcelona
  2. Shangri La - Yacht
  3. Gone - Endinig In Ing (special thanks to Alice)
  4. Secret Lover - Alessandro Magnanini feat. Jenny B
  5. My Private Night - Ralph Myerz & The Jack Herren Band
  6. It Doesn't Take A Whole Week - Karaocake
  7. Allured - Elephant
  8. Minnesota, WI - Bon Iver
  9. Majik Marker - Mini Mansions
  10. Le Bonheur? Mon Cul.. - Benjamin Biolay

sabato 16 luglio 2011

L'échappée belle



[...] d’altronde, nella famiglia di Carine, ci si sbottona in fretta nel bel mezzo del pasto per parlare di stranieri.
Suo padre li chiama Talebani, tutti. Dice : « Pago le tasse per permettere ai Talebani di fare dieci figli ». 
Dice : « Li sbatterei tutti su un bastimento e tirerei un siluro su quei parassiti, io.. » Gli piace dire anche : 
« La Francia è un paese di assistiti e di buoni a nulla. I francesi son tutti degli imbecilli. » E spesso, conclude così : « Io lavoro i primi sei mesi dell’anno per la mia famiglia e gli altri sei per lo Stato, allora non venitemi a parlare di poveri o di disoccupati, chiaro!? Io lavoro un giorno su due per far ingravidare a Mamadou le sue dieci negre allora non venite a farmi lezioni di morale!”

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Penso a un pranzo in particolare. Non lo ricordo con piacere. Era il battesimo della piccola Alice. Eravamo riuniti a casa dei genitori di Carine, vicino a Le Mans. Suo padre è gestore di un Casinò* (i piselli surgelati, non le roulettes e il black jack) ed è stato vedendolo sul suo selciato, tra il lampione in ferro battuto e la sua bella Audi che ho veramente capito il significato della parola fat. Quel misto di stupidità ed arroganza. Quell’ incrollabile autostima. Quel cachemire azzurro teso sul panzone e quella maniera strana – così calorosa – di tenderti la mano, odiandoti di già.
Mi vergogno a ripensare a quel pranzo. Mi vergogno e non sono la sola. Credo che neanche Lola e Vincent ne siano fieri.. Simon non c’era quando la conversazione è degenerata. Era in fondo al giardino a costruire una capanna per suo figlio. Dev’esserci abituato, lui. Senz’altro sa che è meglio allontanarsi dal vecchio Jacquot quando si sbraghetta. Simon è come noi: non ama le discussioni di fine banchetto, teme i conflitti e fugge i rapporti di forza. Sostiene che sia energia sprecata e che bisognerebbe risparmiare queste forze per scopi più nobili. Che la gente come suo suocero sono battaglie perse in partenza. E quando qualcuno gli parla dell’ascesa dell’estrema destra, scuote la testa: “bah.. è obbligatorio, umano.. è la melma in fondo al lago, occuparsene la farebbe soltanto risalire in superficie.” Come fa a sopportare questi pranzi di famiglia? Come fa ad aiutare suo suocero a tagliare la siepe? Pensa alle capanne del piccolo Léo. Pensa al momento in cui prenderà suo figlio per mano e spariranno da soli nel sottobosco silenzioso.
Mi vergogno perchè abbiamo taciuto quel giorno. Abbiamo di nuovo taciuto. Non abbiamo raccolto le provocazioni di questo bottegaio rabbioso che non vedrà mai più lontano del suo naso. Non l’abbiamo contraddetto. Non ci siamo alzati da tavola. Abbiamo continuato a masticare lentamente ogni boccone, accontentandoci di pensare che fosse soltanto un coglione, cercando di non far saltare le cuciture del nostro abito di dignità. Poveri noi. Vigliacchi, così vigliacchi..
Perchè siamo così, tutt’e quattro? Perchè le persone che urlano più forte degli altri ci impressionano? Perchè la gente aggressiva ci manda nel pallone? Cos’è che non va in noi? Dov’è il confine tra l’essere educati e l’essere pavidi? Ne abbiamo parlato spesso. Abbiamo ammesso le nostre colpe davanti a croste di pizza e portaceneri improvvisati. Non ci serve nessuno per farci chinare il capo. Siamo abbastanza grandi per piegarlo da soli.. e qualunque sia il numero delle bottiglie svuotate, arriviamo sempre alla stessa conclusione: che se siamo così, silenziosi e determinati ma sempre impotenti difronte agli imbecilli, è proprio perchè non abbiamo la minima particella di fiducia in noi stessi. Noi non ci amiamo. Non intendo personalmente. Non ci riconosciamo una tale importanza. Non abbastanza da sputare sul gilet di Don Molinoux. Non abbastanza da credere per un solo istante che le nostre grida potessero deviare lo scorrere dei suoi pensieri. Non abbastanza da sperare che il nostro moto di disgusto, i nostri tovaglioli gettati sul tavolo e le nostre sedie rovesciate possano in qualche modo cambiare l’andazzo del mondo.

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Cosa avrebbe pensato questo contribuente-modello vedendoci reagire così e lasciare la sua magione a testa alta? Avrebbe semplicemente logorato per tutta la sera sua moglie ripetendo: “Che stronzi. No, ma.. che stronzi. No, ma veramente.. che stronzi.” Perchè imporre questo a quella povera donna? Chi siamo noi per rovinare la festa a venti persone? 

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Potremmo anche dire che non si tratta di vigliaccheria. Potremmo anche ammettere che si tratta di saggezza.
Di saper prendere le distanze. Che non ci piace sguazzare nella merda. Che siamo più onesti di tutta quella gente che continua a sbraitare sterilmente. Sì, ci consoliamo così. Ricordandoci che siamo giovani e già troppo lucidi. Che siamo mille cubiti al di sopra di questo formicaio e che la stupidità non può scalfirci più di tanto.
Ce ne freghiamo. Abbiamo altro. Abbiamo noi stessi. Abbiamo un altro tipo di ricchezza. Basta sporgerci un po' in dentro. E’ pieno di cose nella nostra testa. Pieno di cose così distanti da questi rigurgiti razzisti. Ci sono la musica e gli scrittori. Dei sentieri, delle mani, dei rifugi. Delle scìe di comète scarabocchiate su ricevute di bancomat, delle pagine strappate, dei ricordi felici e dei ricordi orribili. Delle canzoni, dei ritornelli sulla punta della lingua. Dei messaggi in archivio, dei libri inconfutabili, degli orsacchiotti sdolcinati e dei dischi graffiati. 
La nostra infanzia, le nostre solitudini, i nostri primi turbamenti e i nostri progetti sul futuro. Tutte quelle ore a farsi la guardia e tutte quelle porte tenute. I flip-flap di Buster Keaton. La lettera di Armand Robin alla Gestapo e l’ariete di nuvole della poesia di Michel Leiris. La scena in cui Clint Eastwood si gira e dice Oh.. and don’t kid yourself, Francesca.. e "La meglio gioventù". I balli del 14 Luglio a Villiers. L’odore di mela cotogna in cantina. 
I nostri nonni, la sciabola del Signor Racine e la sua corazza luccicante, i nostri sogni da provinciali e le vigilie degli esami. L’impermeabile di Mademoiselle Jeanne quando fa per sedersi di dietro, sulla moto di Gaston. 
I fumetti di François Bourgeon e le prime righe del libro di André Gorz a sua moglie che Lola mi ha letto ieri sera al telefono dopo aver di nuovo ricacciato l’amore durante uno dei nostri down: “Stai per compiere ottantadue anni. Ti sei rimpicciolita di sei centimetri, pesi appena quarantacinque chili ma sei sempre bella, graziosa e desiderabile.” Marcello Mastroianni in Oci Ciornie e gli abiti di Cristobal Balenciaga. L’odore di polvere e di pane raffermo dei cavalli, la sera, quando scendevamo dal pullman. I coniugi Lalanne nel loro laboratorio, aldilà del giardino. La notte in cui abbiamo ridipinto Rue des Vertus e quella in cui abbiamo tirato una pelle di aringa sulla terrazza del ristorante dove lavorava quell’asino calzato di Padellone. E quel viaggio, sdraiati su dei cartoni, sul cassone di un camioncino, mentre Vincent ci leggeva L’Etabli ad alta voce. La faccia di Simon quando ha sentito Björk per la prima volta in vita sua e le arie di Monteverdi nel parcheggio di una discoteca. Tutte quelle stupidaggini, quei rimorsi e le nostre bolle di sapone al funerale del padrino di Lola.. I nostri amori persi, le nostre lettere strappate e i nostri amici al telefono. Quelle notti memorabili, la mania di voler sempre spostare tutto e la persona che faremo cadere domani rincorrendo un bus che non ci avrà aspettato. 
Tutto questo ed altro. Abbastanza per non farci il sangue amaro.
Abbastanza per non cercare di discutere con gli imbecilli. 
Che crepino. 
Creperanno, in ogni caso. 
Creperanno soli, mentre noi saremo al cinema.


Anna Gavalda, L'échappée belle 
*Casinò: Catena di generi alimentari. 
Traduzione: Carlo Ligas


domenica 10 luglio 2011

Brani di passaggio, giugno 2011


  1. Morning Glory Cloud - DM Stith 
  2. Everything Goes My Way - Metronomy 
  3. Long Time - Cake 
  4. The Best Person I Know - Cat's Eyes 
  5. J'ai deux Yeux - Le Prince Miiaou 
  6. Blue Suicide - Coma Cinema 
  7. Everglades - Rafale 
  8. The Flying Nun - 9 Lazy 9 
  9. Ma Benz (Cover) - Brigitte 
  10. Yesterday Was Hard On All Of Us - Fink

sabato 18 giugno 2011

NU THINGS [LA RIBALTA DEL MIO iPOD] - giugno 2011




Playlist Giugno 2011
  1. Motopony - King of Diamonds
  2. Giorgio Tuma - New Fabled Stories
  3. Via Audio - Babies
  4. Solex vs. Cristina Martinez & Jon Spencer - Racer X
  5. Drop The Lime - Hot As Hell
  6. Malakai - Fading World
  7. Connan Mockasin - Quadropuss Island
  8. Unknown Mortal Orchestra - Ffunny Ffrends
  9. Kid Francescoli - One Moment
  10. The Leisure Society - I Shall Forever Remain An Amateur 
  11. Hanni El Khatib - Build Destroy Rebuild
  12. Dale Earnhardt Jr. Jr. - Simple Girl
  13. Cuthead - Unacceptable Moustache Styles
  14. Charlotte Gainsbourg & Conor O'Brien - Memoir
  15. SebastiAn - Embody (DJ Premier 95 Break Remix)
  16. Mono In Vcf - Escape City Scrapers
  17. The Cavalcade - Voices
  18. Quakers & Mormons - New York Town
  19. Sufjan Stevens - Impossible Soul (Pt.1) 
  20. Sufjan Stevens - Impossible Soul (Pt.2)

martedì 14 giugno 2011

Piattaforma. Nel centro del mondo, di Michel Houellebecq

                                
Aumentai l'intensità dei baci. Lei venne di colpo, senza che me l'aspettassi, con un grande brivido di tutto il corpo.
"Vieni qui accanto a me... Mi sedetti sul divano. Lei si raggomitolò contro di me, poggiò la testa sulle mie cosce. "Quando ti ho chiesto cos'avessero in più di noi le thailan­desi, non hai risposto; ti sei limitato a mostrarmi l'intervista di un agente matrimoniale." 
"Che però diceva cose giustissime: molti uomini hanno paura delle donne moderne, perché in realtà vorrebbero sol­tanto una brava moglie capace di occuparsi dei figli e della ca­sa. E un antico sogno dell’uomo, ed è ancora attualissimo, ma in Occidente è diventato quasi impossibile confessarlo; ecco perché poi vanno a sposarsi le asiatiche." 
"Lo so..." Valérie rifletté un istante. "Però tu non sei così; per esempio, il fatto che io abbia un lavoro di grande respon­sabilità e uno stipendio alto non mi sembra che ti crei pro­blemi o che ti faccia paura. Eppure sei la stessa persona che invece di abbordarmi ha preferito andarsene in un salone per massaggi. E questo che non riesco a capire. Cosa hanno in più quelle ragazze? Fanno davvero l'amore meglio di noi?" 
Su quelle ultime parole la voce le si era leggermente incri­nata; ero molto colpito, mi ci volle quasi un minuto prima di riuscire a rispondere. "Valérie," riuscii finalmente a dire, "io non ho mai conosciuto una donna capace di fare l'amore co­me lo fai tu; il piacere che sei riuscita a darmi in queste ore è quasi incredibile." Tacqui un istante, poi aggiunsi: "Tu non puoi rendertene conto, ma devi credermi se ti dico che sei un'eccezione. Oggi come oggi sono rarissime le donne in gra­do di provare piacere e disposte a darne. Ormai sedurre e fa­re sesso con una donna che non si conosce è quasi esclusiva­mente fonte di problemi e frustrazioni. Se si pensa al livello delle conversazioni che bisogna subire per portarsi a letto una ragazza, e se si pensa che nella maggior parte dei casi la sud­detta ragazza si rivelerà una pessima amante, decisa a spac­carti i coglioni coi suoi problemi e ad attaccarti bottoni infi­niti sui suoi ex amichetti — facendoti capire, per inciso, che non sei proprio all'altezza — e che ti toccherà per forza passa­re con lei quantomeno il resto della notte... be', credo che a quel punto non ci sia molto da stupirsi se tanti uomini pre­feriscono togliersi il pensiero sganciando una piccola somma. Appena hanno un minimo di età e di esperienza, gli uomini preferiscono evitare l'amore; trovano molto più semplice an­dare a puttane. Ovviamente non mi riferisco alle puttane oc­cidentali, con quelle non vale proprio la pena, sono degli au­tentici relitti umani; ma non tutti possono permettersi di an­dare a puttane in giro per il mondo, anche perché non ne avrebbero il tempo, costretti come sono a massacrarsi di la­voro. Quindi finisce che la maggior parte di loro non fa nien­te; e alcuni, invece, ogni tanto si concedono un po' di turi­smo sessuale. E posso garantirti che si tratta dei più fortuna­ti: fare sesso con una puttana è comunque instaurare un mi­nimo di contatto umano. Perché poi ci sono quelli che tro­vano più semplice masturbarsi su Internet, o guardare video porno. Una volta che l'uccello ha sputato il suo schizzetto, si sentono in pace con se stessi." 
"Capisco..." disse lei dopo un lungo silenzio "Capisco quello che vuoi dire. E. non pensi che uomini e donne possa­no cambiare?" 
"No, non credo che le cose possano tornare indietro. Quel­lo che succederà, probabilmente, è che le donne diventeran­no sempre più simili agli uomini; per il momento, comun­que, hanno ancora la fissa della seduzione; invece agli uomini non gliene frega niente di sedurre, vogliono soprattutto scopare. La seduzione è importante solo per i maschi privi di una vita professionale eccitante o di altre forme di interesse. Ma prima o poi, con l'aumentare dell'attaccamento alla vita professionale, anche le donne finiranno per trovare più sem­plice pagare per scopare; e anche loro si dedicheranno al tu­rismo sessuale. Le donne sanno adattarsi ai valori maschili; certe volte devono sforzarsi, ma sono perfettamente in grado di farlo, è storicamente provato." 
"Sicché, in generale, siamo messi piuttosto male." "Molto male," dissi, con cupa soddisfazione. 
"E allora tu e io abbiamo avuto fortuna." 
"La fortuna ce l'ho avuta io incontrandoti." 
"Anch'io..." disse lei guardandomi negli occhi. "Anch'io ho avuto fortuna. Gli uomini che conosco sono una vera ca­tastrofe; non ce n'è più nemmeno uno che creda davvero nel rapporto amoroso, sicché si mettono a fare delle gran storie sull'amicizia, sulla complicità, su tutte queste stronzate che non significano assolutamente niente. Pensa, sono arrivata a un punto tale che non riesco più a sopportare la parola ami­cizia, mi saltano i nervi ogni volta che la sento. Oppure ci so­no gli altri, quelli che si sposano, quelli che si accasano più presto che possono e che poi pensano solo ed esclusivamente al lavoro. Tu non fai parte dì questa categoria, ovviamente, ma appena ti ho visto ho capito che non facevi parte neanche dell'altra, che non mi avresti mai parlato di amicizia, che non saresti stato così volgare. Ho sperato subito che saremmo an­dati a letto insieme, e che avremmo vissuto qualcosa di in­tenso; ma sapevo che poteva anche non succedere niente, an­zi, che era la cosa più probabile."


(tratto da "Piattaforma. Nel centro del mondo" di Michel Houellebecq - Bompiani 2003)

lunedì 13 giugno 2011

Edna O'Brien - Chiacchere di bottega con Philip Roth

               


ROTH: Nella mia prefazione al tuo libro "Un cuore fanatico" cito quello che Frank Tuohy, in un saggio su James Joyce, ha scritto su voi due: che mentre Joyce, in Gente di Dublino e in Ritratto dell’artista da giovane, è stato il primo irlandese cattolico a dare testimonianza delle proprie esperienze e del proprio ambiente, «il mondo di Nora Barnacle [l’ex cameriera divenuta moglie di Joyce] ha dovuto attendere le opere di Edna O’Brien». Quanto è stato importante per te Joyce? Un tuo racconto come “Tough Men”, che racconta il raggiro dì un bottegaio trafficone da parte di un truffatore itinerante, sembra uscito da una sorta di Gente di Dublino rurale, e tuttavia a quanto pare hai preferito non raccogliere la sfida delle sperimentazioni linguistiche e mitiche di Joyce. Che cosa ha significato Joyce per te? Che cosa hai tratto o appreso da lui? E quanto è intimorente per uno scrittore irlandese avere come precursore questo gigante della parola che ha ruminato tutto ciò che di irlandese aveva a disposizione? 

O’BRIEN: Nella costellazione dei geni, Joyce è una luce accecante e il padre di tutti noi. (Escludo Shakespeare perché per Shakespeare nessun epiteto umano è sufficiente). Quando ho letto Joyce per la prima volta, si trattava di un libretto a cura di T. S. Eliot comprato di seconda mano al porto di Dublino per quattro pence. Prima di allora avevo letto pochissimi libri, per lo più lacrimosi e improbabili. Ero un’apprendista farmaceutica che sognava di scrivere. Ed ecco I morti, e una sezione del Ritratto dell’artista da giovane, che mi colpirono non solo per l’incanto dello stile, ma anche perché erano cosi fedeli alla vita, erano la vita. Poi, un bel po’ di tempo dopo, ho letto l’Ulisse, ma da ragazza non ce l’ho fatta, era davvero troppo per me, troppo inaccessibile e troppo maschile, con l’eccezione della celebre parte di Molly Bloom. Ora considero l’Ulisse il libro più divertente, brillante e complesso, e meno noioso, che abbia mai letto. In qualunque momento posso prenderlo e leggere a caso qualche pagina, e mi sento come se avessi avuto una trasfusione di intelligenza. Quanto al suo essere intimorente, il confronto non è neanche in questione. Semplicemente, Joyce è oltre, al di là di tutti noi, «le lontane Azzorre», come avrebbe detto lui. 

ROTH: Torniamo al mondo di Nora Barnacle, alla visione del mondo delle Non Barnacle, quelle che restano in Irlanda e quelle che si danno alla fuga. Al centro di praticamente tutte le tue storie c’è una donna, per lo più una donna sola, che combatte l’isolamento e la solitudine, o cerca l’amore, o fa marcia indietro dopo essersi fortunosamente avventurata fra gli uomini. Ho l’impressione che tu scriva di donne senza un briciolo di ideologia, senza alcuna preoccupazione di sostenere la posizione corretta. 

O’BRIEN: La posizione corretta è scrivere la verità, scrivere quello che si sente senza badate ad alcuna considerazione pubblica e ad alcuna cricca. Io credo che un’artista non debba mai sostenere una posizione, né 
per opportunismo né per risentimento. Gli artisti detestano e diffidano delle posizioni perché sanno che nel momento in cui si sostiene una particolare posizione si diventa qualcos’altro: un giornalista, o un politico. Quello di cui sono alla ricerca è un pizzico di magia, perciò non intendo scrivere pamphlet o leggerli. Ho ritratto donne in situazioni di solitudine, disperazione e spesso umiliazione, molto spesso zimbello degli uomini e quasi sempre alla ricerca di una catarsi emotiva che non arriva. Questo è il mio territorio, che conosco grazie a una dura esperienza. Se vuoi sapere qual è per me il punto cruciale della disperazione femminile, eccolo: 
nel mito greco di Edipo e nella riflessione di Freud su di esso, il desiderio del figlio per la madre è contemplato; anche la bambina desidera la madre, ma è impensabile, tanto nel mito, nella fantasia, quanto nella realtà, che questo desiderio possa essere consumato. 

ROTH: Tuttavia non puoi non tenere in considerazione i mutamenti di «coscienza» che si dice siano stati prodotti dal movimento femminista. 

O’BRIEN: Si, certe cose cono cambiate in meglio — le donne non sono un oggetto di proprietà, esprimono il proprio diritto a guadagnare quanto gli uomini, a essere rispettate, a non essere il «secondo sesso» ma nelle questioni sentimentali le cose non sono cambiate. L’attrazione e l’amore sessuale non nascono dalla coscienza, ma dall’istinto e dalla passione, e in questo uomini e donne sono radicalmente differenti. L’uomo ha ancora la maggiore autorità e la maggiore autonomia. E' biologico. Il destino della donna è ricevere lo sperma e trattenerlo, mentre quello dell’uomo è darlo, e nel darlo l’uomo consuma la propria energia, e di conseguenza poi si ritira. Mentre lei è in un certo senso nutrita, lui è all’opposto prosciugato, e per riprendersi ha bisogno di una fuga temporanea. Di conseguenza si ha il risentimento da parte della donna per essere stata abbandonata, anche se per poco; e da parte dì lui il senso di colpa per essersene andato; e soprattutto il senso di autodifesa necessario a ritrovarsi per potersi riaffermare. Perciò la vicinanza è sempre solo relativa. Un uomo può dare una mano con i piatti, e così via, ma il suo coinvolgimento è più ambiguo, e il suo sguardo più errabondo. 

ROTH: E non ci sono donne altrettanto promiscue? 

O’BRIEN A volte anche le donne lo sono, ma senza provare lo stesso senso di appagamento. Una donna, oserei dire, è capace di un amore più profondo e più duraturo. Aggiungerei anche che una donna ha più paura di essere lasciata. Questo vale ancora oggi. Entra in un qualunque negozio di abbigliamento, parrucchiere, palestra o mensa femminile e vedrai una quantità enorme di disperazione e competizione. La gente ha in bocca un sacco di slogan, ma sono solo slogan. Ciò che conta è quello che sentiamo e quello che facciamo. Le donne non sono più forti emotivamente di quanto siano mai state in precedenza. Semplicemente sono più consapevoli delle proprie emozioni. L’unica vera sicurezza sarebbe volgere le spalle agli uomini, staccarsene, ma questa sarebbe una piccola morte, almeno per quanto mi riguarda. 

ROTH: Perché scrivi cosi tante storie d’amore? E’ a causa dell’importanza del tema o perché, come molti altri nella nostra professione, quando sei cresciuta, hai lasciato la famiglia e hai scelto la solitaria vita dello scrittore, inevitabilmente quella dell’amore sessuale è diventata la sfera di esperienza più forte a cui continui ad avere accesso? 

O’BRIEN Prima di tutto credo che per me il fervore amoroso abbia rimpiazzato quello religioso. Quando ho cominciato a ricercare l’amore terreno (cioè il sesso), ho sentito che mi stavo allontanando da Dio. Rivestendosi del manto della religione, il sesso ha assunto proporzioni smisurate. E’ diventato l’aspetto centrale nella mia vita, uno scopo in sé. Sono stata molto vulnerabile alla sindrome Heathcliff /Mr. Rochester, e lo sono ancora. L’eccitazione sessuale è stata per molti versi legata al dolore e alla separazione. La vita sessuale è centrale per me, come credo per chiunque altro. Il sesso richiede un sacco di tempo, sia il pensarci sia il farlo, anche se spesso è il pensarci ad avere il posto d’onore. Per me è soprattutto un ambito recondito, che contiene elementi di mistero e di razzia. La mia vita quotidiana e la mia vita sessuale non sono un’unica cosa, sono separate. Parte della mia eredità irlandese!

ROTH: Qual è l’aspetto più difficile nell’essere una donna che scrive? In quanto donna incontri difficoltà che io come uomo non ho? E immagini che io abbia difficoltà che tu non hai? 

O’BRIEN: Credo che sia differente essere un uomo ed essere una donna, molto differente. Credo che in quanto uomo tu abbia dietro le quinte della vita un intero corteggio di donne che ti aspettano: potenziali mogli, amanti, muse, infermiere. Le donne scrittrici non hanno questo vantaggio. Gli esempi sono numerosi: le sorelle Brònte, Jane Austen, Carson McCullers, Flannery O’Connor, Emily Dickinson, Marina Cvetaeva. Mi pare che sia stato Dashiell Hammett a dire che non avrebbe voluto vivere con una donna che avesse più problemi di lui. Credo che i segnali che gli uomini ricevono da me li allarmino. 

ROTH: Dovresti trovare un Leonard Woolf. 

O’BRIEN: Non voglio un Leonard Woolf. Voglio Lord Byron e Leonard Woolf mescolati insieme.



(Intervista tratta da "Chiacchere di bottega - Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro", di Philip Roth. Einaudi 2004)