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venerdì 19 febbraio 2010

Seggio Komunale - All'Apice Dell'Istrice (2009)

Gran bel disco quello dei Seggio Komunale, la band capitanata da Iuri Melis (voce e chitarra) e formata da Massimo Mancini (basso), Maurizio Vizilio (batteria) e Daniele Cau (Piano e tastiere).
"All'Apice dell'Istrice" è un lavoro compatto, denso, suonato bruscamente alla grande e mixato lo-fi altrettanto bene (Davide Dessi ai cursori negli studi di Andrea Cutri). Dopo anni d'imprese soniche picaresche, il cerchio si chiude: tutte le influenze (Pulp, Billy Bragg, Oasis, Manic Street Preachers, Stone Roses) depositate in queste scorribande si amalgamano in una fortissima autonomia chiamata Seggio Komunal3. Il marchio di fabbrica è il continuo cambio di scena musicale (alla XTC per intenderci) all'interno dello stesso brano, la melodia si spezza e si ribalta per poi ripartire verso casa con il cuore contento e ossigenato. I testi ispiratissimi di Iuri sono i frammenti di un suo discorso amoroso che con sarcasmo, ma anche con liquida dolcezza, non fanno prigionieri e spazzano via la nostalgia-melassa da baraccone italpop. Due brani in particolare colpiscono per profondità e maturità: lo ska di "Folk-Punk" e la ballata rock "Plasticargentata" che ricorda meravigliosamente un disco affine a questo dei Seggio, "Venuti dalle Madonie a cercar Carbone" dei sottovalutatissimi Denovo. Insomma gran disco a volerlo guardare da "su giù destr sinistr".



Voto: 7
Luca Tanchis

martedì 27 ottobre 2009

Gonzales - Solo Piano (2004 - Kitty Yo), di Massimo "Mancio" Mancini


"Many whispers behind a laugh"


La produzione musicale attuale vive al 95% di apparenza, al 4,99999% di sostanza. Ma questi sono giudizi. Con Gonzo i generi non servono perchè sono presi a calci. Gonzales non è da nessuna parte. È semplicemente su una sedia, forse anche con l'alito alcolico. 
Stressato, piange e ride. Davanti a lui un piano. Beninteso, non compone, non nel senso intelletualistico e sistematico del termine. Semplicemente si apre. Così, dopo aver passato un decennio a produrre idee per dischi che vanno dal pop elettronico all'hip-hop, confezionando live performances eccentriche e guadagnandosi la fama di "schizzato", Gonzales stupisce tutti e rutta al mondo se stesso nudo a mezzo piano: Solo piano.



Non altro che 16 acquarelli. Il suono nitido del piano dal registro caldo, si sentono le meccaniche che lavorano: espediente voluto, perchè hanno sapore di marionetta e compongono intimamente le note stesse. 
Non è possibile parlare di questo disco dall'esterno. Basta con le concretizzazioni. Ascoltatevelo, entrateci. Fatevi del bene, o del male. Concedetevi poco più di 35 minuti di 16 sussurri agrodolci, intimi come il tramonto quando lo guardate da soli, o se volete il tè fumante mentre fuori diluvia e la vita chiede spiegazioni.



In pillole: c'è un girare intorno al minore che crea una sospensione, quasi interrogativa, accresciuta dalla brevità dei brani. Gogol è la summa di tutto questo e apre le danze, mistica come una Gnossienne. Ma l'ironia appare già nel maggiore del tema centrale. E basta...non è possibile oggettivare oltre. Gogol, Dot, Armellodie, Gentle Threat (fatevi avvolgere dal calore dei suoi toni bassi, al buio possibilmente, non abbiate paura, chiudete gli occhi, è terapeutica), Salon Salloon, Basamati e One note at a time sono la carta da parati che al momento tappezza le mie serate. 

Hanno tirato in ballo Satie come ispirazione. Gonzales non solo deve conoscerlo, ma lo vive, perchè genuinamente, non da falsario, produce degli shock emozionali intensissimi che rievocano l'autore delle Gymnopedies e delle Gnossiennes. 
Ma questi shock non sono prestiti: sono suoi. Intimo, dolcissimo, a tratti di un'ironia spiazzante e anche teatrale, ma senza finzione. Non ci troverete solo una cosa: banalità. Fatevela voi la recensione.



Massimo "Mancio" Mancini

Bio:
Chilly Gonzales, pseudonimo di Jason Charles Beck (Montréal, 20 marzo 1972), è un pianista canadese residente a Parigi.
Sebbene sia molto conosciuto per il suo primo album (MC ed elettronica), è anche pianista, produttore e cantautore. Collabora regolarmente con i musicisti canadesi Feist, Peaches e Mocky. Ha inoltre collaborato con Jamie Lidell nell'album Multiply e con Buck 65 nell'album Secret House Against the World.
Dopo esperienze musicali eterogenee, nel 2004 Gonzales rivela un nuovo volto, con un album interamente strumentale, Solo Piano. Acclamato dal pubblico e dalla critica, si ispira al lavoro del pianista Erik Satie. Rimane il disco più venduto di Gonzales.
È fratello del compositore Christophe Beck.

lunedì 28 settembre 2009

Del perduto amor e non solo: Moloko - Statues (2003)

“No, I won't interfere
I'm the only sound you'll ever need to hear
Listen to my breath so near
Allow me to be every noise in your ear”

Statues è il prodotto di due ex-amanti che collaborano un'ultima volta prima di intraprendere strade diverse. Poco meno di un'ora per posare sul filo dieci sfere con identità diverse che stanno tra loro in forte relazione. Musica e parole cucite insieme elegantemente per comunicare un distacco, una disillusione, un desiderio che non è mai appagato completamente: la passione, seppure incontrollabile, è sempre rivolta a qualcosa di perso, di sfuggito.
Familiar feeling sembra riprendere il filo dal successo più limpido dei Moloko, The time is now, con il climax iniziale dei violini ad anticipare il ritmo acceso e senza rullante, basso molto presente e suoni acustici (notevole anche il remix di Martin Buttrich). Come on ironizza, scandita da un pattern di batteria inchiodato. Cannot contain this con i pad di tastiera soffici e l'elettronica della ritmica, tende il minore su una dimensione più eterea e sofisticata. La title track Statues, lenta e densa, ha delle aperture di violini sul finale di un'intimità che solo dissonanze accostate con amore possono offrire: parla di statue, separate e immobili. Forever more è l'opposto della precedente: i suoni crescono e si gonfiano, così come il ritmo scandito da rullanti che ricordano la dance anni '90. Ma ancora una volta è l'abbandono a farla da padrone. Segue l'rnb di Blow By Blow, dal sapore anni '80, mentre 100% fotografa il mix di acustico, ritmo ed elettronica ricercato dagli ultimi Moloko. The only ones rallenta, ma solo nel tempo: arpe e fiati la fasciano dedicandola ai “prone to addiction, users, jokers and the joke”, per poi atterrare su I want you, ultima dinamite sostenuta del disco, ballabile e passionale. Gli archi aprono e chiudono anche i 10 minuti di Over and Over, epilogo riepilogo dell'album, disilluso, rassegnato eppure così denso di passione e violini sul pattern infinito di basso e batteria, dalle parole quasi sospirate e dall'arpeggio di chitarra che fa da sfondo alla scena. L'atmosfera è quella di una fine, non di un lieto fine incolore.

I Moloko sono:
Roisin Murphy (voce) e Mark Brydon (produzione, basso e altro).
Poco menzionati dalla critica, purtroppo, gli altri due musicisti cardine della band: Eddie Stevens, tastierista e arrangiatore eclettico e scabinato, stile arancia meccanica: synth, violini e fiati trascinanti. Paul Slowly, batterista unico, raffinato e potente.

Massimo "Mancio" Mancini