Mastered By Andrei Eremin Music & Lyrics By Sampa Tembo, Justin Smith, Kwesi Darko, Alejandro Abapo Photography & Artwork By Aisha Tuffa Big Dada Recordings, Ninja Tune, 2017
Il muso di un’automobile, una chitarra sul pavimento, una batteria, fiori appassiti, insegne lampeggianti di locali notturni, un volto sfocato in un angolo, in primo piano: la confusione di queste immagini è un segno dei tempi. Prince e la sua musica sono un segno dei tempi.
Quel volto appartiene al simbolo sessuale più forte della musica nera da James Brown e Marvin Gaye in poi, ad una star e, non dimentichiamolo, ad un innovatore. Come tutti i protagonisti dei cambiamenti, come tutti coloro che interpretano il feeling dei tempi e finiscono per trovarsi un metro più avanti degli altri, Prince ha fatto sua fino in fondo una storia, una tradizione musicale, per poi costruire qualcosa di radicalmente nuovo e sorprendentemente inedito.
Come Charlie Parker, che imparò a memoria ogni respiro degli assoli di Lester Young, dimenticò volutamente la lezione e cominciò a soffiare il suo blues. Come i Beatles e il rock’n’roll, Bob Dylan e Woody Guthrie. Come i veri artisti è continuamente in movimento. È un viaggiatore che, dopo essersi spinto in ogni direzione, ha trovato il suo posto in un luogo impreciso e lontano. Le sue antenne sono sempre pronte a recepire segnali, suggestioni ed ispirazioni per rimodellarle e trasformarle con sensibilità. E quanta fantasia! In “The Ballad Of Dorothy Parker”, uno dei momenti più strani ed intensi di tutto l’album, immagina un’avventura con una cameriera in un bar (sarà uno scherzo o si tratta veramente della scrittrice?) i due accendono la radio, Joni Mitchell canta “Help Me”, la canzone preferita da lei, squilla il telefono a spezzare la tensione e la magia di quell’incontro, la prossima volta lui agirà più in fretta. La prossima volta è appena girato il disco, “lt’: “Ci penso continuamente, baby. È tanto bello che deve essere un delitto. A letto, sulle scale, da qualsiasi parte va bene”. Una drum-machine ossessiva e martellante, una chitarra convulsa, lo stesso dei blues di Muddy Waters, delle pagine più appassionate di James Baldwin, se ne percepisce quasi l’odore — quello che James Brown chiamava “funky smell”. Ed è un altro segno dei tempi, talmente presente in Sign Of The Times che il titolo potrebbe diventare Beat Of The Times: da “Housequake” a “Hot Thing”, da “U Got The Look” a “lt’s Gonna Be A Beautiful Night” (un coro gioioso che unisce Prince & The Revolution e seimila “wonderful parisian”). Gli altri episodi, più intimi e rilassati, svelano, se mai ce ne fosse bisogno, il talento compositivo dell’ “uomo” e l’ingenuità quasi infantile di un musicista che si diverte ancora a giocare con le note, ad accostarle una all’altra quasi per caso, come se i colori si incontrassero da soli sulla tela. Ancora una volta Prince si nasconde dietro un personaggio indefinibile (vi ricordate Christopher, l’autore di “Manic Monday”?); ora è la volta di Camille in “lf I Was Your Girlfriend”: “Se io fossi la tua ragazza, ti ricorderesti di dirmi tutte le cose che hai dimenticato di dirmi quando io ero il tuo uomo?”. Queste sedici canzoni sono affascinanti e misteriose. E la cosa più bella è tentare di scoprirne il segreto.
Prince continua a cantarci le più belle favole del pop
moderno, ma si ostina a tacere la sua verità. Nessuno era riuscito a farlo parlare,
a tirargli fuori di bocca quell’ossessione di vita che lo tormenta e lo ha reso
inarrivabile. Qualcuno — naturalmente una donna — ha infine conquistato la sua
fiducia.
Un tempo lontano, quando ero molto piccola, mia madre aveva l’abitudine di leggermi sempre delle favole prima che mi addormentassi.
A tutte preferivo la tenera storia del brutto anatroccolo di Andersen. Le uova che covava mamma anatroccola si erano da poco dischiuse, i piccoli vennero fuori tutti bellissimi salvo uno che era veramente brutto. Il mondo, purtroppo era molto cattivo ed esso, crescendo, veniva schernito da tutti. Così il brutto anatroccolo, con il cuore che gli batteva forte forte, correva a cercare protezione sotto l’ala della mamma…
Vivere nell’entourage di Prince durante il suo soggiorno, ritrovarsi quasi sempre a pochi passi da lui, usare lo stesso catering per mangiare, riuscire a fraternizzare con le poche persone che gli sono accanto da tempo, vincere la sua ritrosia a parlare con gli estranei diventandogli pian piano familiare, mi ha riportato alla mente quel momento della mia infanzia e quella favola malinconica che sembra calzargli a pennello.
Il lago dove il brutto anatroccolo si trasforma in regale cigno è il palcoscenico. L’ala sotto la quale andarsi a nascondere sin da bambino è spesso stata la musica, raramente la madre.
☮☮☮
Dice Prince: «Ero
diverso dagli altri ragazzini, piuttosto gracile e sgraziato, ma più
intelligente e molto più sensibile. Il pianeta dei bambini è un mondo a parte,
molto più crudele di quanto agli adulti è dato di pensare. A volte tornavo a
casa, affannato e piangente, salivo le scale di corsa per correre da lei... ma
non sempre la trovavo sola. Ho un ricordo netto di quella stanza dalle pareti
rese grigie dalla sporcizia raccolta dal tempo.., Il letto era sempre un po’
sfatto, la finestra dava su un cortile sporco e maleodorante: tutto
sottolineava l’incuria e le ristrettezze finanziarie. Una volta, distesa su
quel letto sul quale poche ore prima aveva trovato riposo un uomo che non era
mio padre — che a quel tempo già ci aveva abbandonati sconvolto dall’insuccesso
nel suo lavoro e dall’alcool sempre più padrone della sua vita — avevo visto
mia madre che sembrava riposasse. Spiavo il suo sonno e ad un tratto vidi tra
le sue gambe cadere un rivolo sottile di sangue che macchiava di rosso le
lenzuola... Il mio primo istinto fu di toccarla temendo si sentisse male, poi
scattò qualcosa nella mia fantasia di bambino che mi fece collegare quel sangue
a quell’uomo... Mi sentii perduto, colpito a morte... Fu in quel momento che
per me il senso dell’esistenza sembrò spaccarsi in due. Percepivo per la prima
volta la parola sesso in un modo diverso: sul letto di mia madre non c’era mai
stato del sangue finché aveva riposato con mio padre. Nella mia mente mi sembrò
di prendere coscienza della parola ‘peccato”. Fu in quell’occasione che sentii
in me per la prima volta il morso della gelosia. Mia madre era felice che io
fossi maschio, ne era così orgogliosa che più volte mia sorella — schernendomi
— mi ha raccontato che piccolissimo, mi lavava con estrema cura. Il fatto di
avere quell’attributo in più rispetto a lei, l’ha sempre un po’ infastidita
mentre per me ha provocato sempre il terrore di non essere all’altezza, e a
volte questa paura affiora ancora oggi».
Cosa vuoi dire esattamente?
«Non chiedermi se vuoi dire che a volte non mi sento maschio, ognuno è ciò che
veramente sente di essere e non ha bisogno di raccontarlo agli altri. Mia
sorella ha sempre desiderato essere un uomo e così mi sono chiesto tante volte
che divertente se riuscissero con un intervento ad attaccarle il pene. Aveva
delle bambole, sempre di seconda mano ma a lei non sembrava importare molto:
non la divertivano. lo, invece, passavo le ore ad agghindarle, a pettinarle i
capelli, ad inventare dei vestiti, poi, appena pronte le conducevo ad un ballo
immaginario dove le facevo danzare: ero il loro burattinaio».
Una passione che in definitiva ti è
rimasta... Hai creato personaggi come Vanity, Apollonia, la stessa Sheila E.
Sembrano avere tutte la stessa matrice: colore della pelle, modo di vestire e
si somigliano persino nei tratti, come mai?
«Non è voluto, è piuttosto che la mia attenzione viene presa da quel tipo di
donna. C’è a chi piacciono le bionde, io preferisco riconoscermi un po’ in
loro. La differenza del colore delle razze è una cosa che ho capito sin dai
primi anni di vita e per noi mezzosangue è proprio un discorso a parte: i negri
non ci considerano loro simili ma neanche i bianchi ed è frequente che ambedue
si diano da fare per farci sentire uno scherzo della natura. Qualche volta
hanno fatto nascere in me il desiderio di morire. È buffo, incredibile: neanche
questo è facile, anzi a volte è più difficile che lasciarsi vivere. La forza
che ci fa morire è in noi, ma occorre un’arte ben consumata per provocarla. La
mia rivolta alla voglia di morte l’ho sempre trovata nella musica, è stata
sempre la mia arma di difesa, di preghiera, il riscatto dalla sofferenza. Però
non ho ancora saputo trovare una mia normalità e sto ancora rincorrendo un po' di felicità. Vivo in un mondo mio sommerso di musica, che mi regala uno stato
d’incoscienza continua, come se fossi sospeso sui filo di fumo del più poderoso
dei joint, e mi dà la possibilità di attraversare le cose e guardare avanti
solo alla ricerca della verità».
Ma cos’è questa verità che cerchi,
questa scala che tenti di salire?
«Mi sono sentito tante volte vicino a Dio ed ho pensato di essere giunto alla
meta. Poi, però, ci sono state delle circostanze che me ne hanno allontanato. È come se Lui volesse mettermi alla prova continuamente prima di accettare che io
sieda ai suoi piedi. A volte L’ho sentito molto duro nei miei confronti, non mi
ha risparmiato neanche una delle prove brucianti per le quali sono passate...
Sono stato così spesso vicino all’inferno ma ho dovuto trovare sempre la forza
di venirne fuori da solo».
Non mi sembra un’affermazione giusta
detta da uno che è considerato il genio musicale dei nostri giorni e che
guadagna cifre da capogiro...
«Ciò che mi succede è meraviglioso ma non è questa la mia beatitudine, io lo
reputo il passaggio attraverso un inferno dalle sembianze piacevolmente
ingannevoli ma poi giunge sempre il momento della verità... Quello che agli
altri non è dato di vedere è tutta la merda attraverso la quale sono passato in
tutti questi anni, e malgrado questo cerco ancora di arrivare a Lui, di
arrivare alla verità. Quel giorno sarò in grado di dare agli altri molto più
che la mia musica».
Ma oltre ad offrire un motivo d’evasione
tu sei già molto di più per i giovani...
«Vuoi dire per i ragazzi di colore? Per un ragazzo che si afferma ce ne sono
migliaia e migliaia con un futuro mediocre o addirittura tragico. Ma quel
ragazzo che emerge per tutti gli altri è una speranza...».
Sei sempre circondato dagli specchi. Non
è un fatto casuale perché so che è una tua precisa richiesta, eppure si dice
che sia un’arma del demonio...
«Ho sempre avuto un debole per gli specchi e in particolare quelli a grandezza
d’uomo. Per me è come se aldilà dell’immagine riflessa si aprisse tutto un
mondo incantato. È come se ci fosse una porta tra due realtà: una visibile a
tutti ed una seconda che si mostra solo ai miei occhi. A volte vi trascorro
davanti dei periodi abbastanza lunghi, raramente per civetteria: sono sempre
alla ricerca di me stesso, così mi può capitare di ritrovarmi in quell’immagine
e di voler sfuggirvi per paura della realtà. È anche accaduto che assumesse le
sembianze di un maestro con il non facile compito di insegnarmi ad accettare le
mie paure, i miei difetti. Qualche volta mi sono specchiato e non mi sono
riconosciuto o piaciuto. In quei momenti mi sono sentito il burattinaio di me
stesso...».
Sul palco, nella scenografia che riporta
uno spaccato di Broadway, ci sono due scritte ben distinte: “Sex” e “Love”...
Dunque c’è differenza anche per uno come te, etichettato come il cantore del
sesso sfrenato...
«Il sesso è un pacchetto di patatine da consumare in fretta, come fosse nel
buio di un cinema. È un’esaltazione dei sensi come parte più scoperta e
animale, quasi uno scontro violento tra maschio e femmina. L’amore va vissuto
sulle ali degli angeli ma lo smog della città, la cortina di perfidia e di
lussuria lo rendono introvabile... Mi è anche capitato di credermi a cavallo su
quelle ali impalpabili ma ho dovuto ricredermi subito per non fare la fine di
Icaro. L’amore è una cosa che cerco quasi quanto la strada della verità, ma
ambedue racchiudono un’incognita che mi fa paura. Il sesso ha invece per me
pochissimi lati sconosciuti... Passata la pubertà, quando cominciavo a sentire
i primi morsi del desiderio, avevo alle spalle già la visione di tante
avventure da postribolo, sono cresciuto praticamente per strada: un inferno sul quale, ancora bambino, volavo con ali insicure. Non ci sono
state scoperte graduali, la mia verginità mi fu tolta molto presto ed accadde
in modo così crudo che ancora oggi quando mi capita di pensarci mi vengono i
brividi. La musica per me è stata come bagnarsi nell’acqua benedetta del
battesimo, mi ha innalzato a cime raggiungibili solo da pochi eletti e mi ha
posto su quell’altare dove l’immortalità la possono avere anche angeli dal
colore scuro... La musica mi ha dato la possibilità di mutare il senso del
racconto che la vita sembrava aver preparato per me. Mi ha dato la capacità di
donare dei sogni ed io voglio essere quello più violento e più sconcertante per
ogni sguardo: sia esso uomo o donna. Voglio che nella profondità del mio
sguardo, nella sessualità del movimento del mio corpo tutti possano ritrovare,
passo passo, il lento miracolo delle notti insonni. Dentro di me ancora non si
è placato il desiderio di lasciare un segno indelebile come un marchio a fuoco,
è ancora troppo vivo il ricordo di quando da bambino, mi sentivo un inutile e
insignificante fardello, un pacco postale spedito da madre a padre, da zii a
nonni ed amici, senza mittente perché non dovesse esserci un ritorno. Anche se
con il tempo ho perdonato, però non ho cancellato l’idea di essere stato messo
al mondo per ritrovarmi ai margini di una famiglia inesistente».
Ma è proprio questo
tuo passato che dovrebbe spingerti a cercare un rapporto più profondo con gli
altri! Invece sembri una persona molto sola ma anche senza molta voglia di
comunicare con il tuo prossimo... Durante il tuo soggiorno italiano ti sono
stati messi a disposizione alloggi principeschi in mezzo alla natura, eppure
hai trascorso il tempo quasi sempre tra quattro pareti, come mai?
«Ogni essere umano ha una sua reazione alle cose; io ho paura di chi mi
circonda e soprattutto dell’incognito. Durante una tournée, in particolare, non
si ha molto tempo di familiarizzare né con luoghi e né con le cose e questo
accresce il mio senso di solitudine, per questo ho l’abitudine di portare con
me molte cose che mi sono care per non sentirmi completamente sradicato. Tra le
tante, anche un televisore a 26
pollici ed uno schermo gigante su cui vedere i miei film
ed i miei video preferiti».
Ho dato un’occhiata alle tue video
cassette e ne ho scoperte due di concerti...
«Sì, le registrazioni dei concerti di Bruce Springsteen e Madonna, la più
sensuale ed eccitante rockstar degli ultimi anni: mi piace tutto di lei. Ma c’è
anche un’altra rappresentante del gentil sesso che mi piace anche se per motivi
diversi e dovresti già essertene resa conto visto che mi stai sempre attorno».
Stai alludendo a Rossana Casale vero?
Non fai che ascoltare “Destino”, una delle canzoni tratte dal suo album. In
effetti è una cosa che mi ha molto incuriosita anche perché l’ascoltavi già al
tuo arrivo...
«Ho sentito la registrazione del brano su una cassetta di un mio amico
americano che viene frequentemente in Italia, me ne sono subito appropriato ed
una volta giunto qui mi è servita per rintracciare l’album. Ero curioso di dare
anche un volto ed un nome a quella voce. Mi piacerebbe produrla in America, ho
saputo che parla bene l’inglese. Staremo a vedere».
Come fai a tenerti in forma?
«Per contratto sia in camerino che nel mio alloggio devono attrezzarmi una
minuscola palestra. Non è un capriccio ma è il modo migliore per conservare la
forma ed il fiato per affrontare il mio show...».
Ne hanno fatta di strada con te i
Revolution. Come mai non sono più con te?
«Semplicemente non c’era più strada da percorrere insieme, si rompono i
matrimoni, i rapporti tra padre e figlio, figuriamoci quelli di lavoro...».
Così pacato, così giudizioso... Eppure
in tempi non lontani hai fatto di tutto perché ti calzasse a pennello il
soprannome di “angelo perverso del rock” e tutt’ora, quando sei in scena non
sembri certo un asceta. Ma tu, chi
sei veramente?
«Non sono il diavolo, non sono un angelo, non sono una donna, non sono un uomo:
sono una cosa che non capirai mai... » canticchia facendo il verso ad una sua canzone. Dopo avermi lanciato uno sguardo divertito, mi volta
le spalle e se ne va ancheggiando!
Ci siamo: Random Access Memories arriva finalmente sugli scaffali. O almeno ciò che ne resta, giacché l’attualità ci ricorda solo quello a cui internet ha dato risalto da tempo. Da una settimana l’album è disponibile sulla rete: inizialmente con piccoli samples, per essere poi reso rapidamente pubblico sulla piattaforma di iTunes. Certo, l’entourage dei Daft Punk aveva anticipato per bene la cosa, un’operazione di promozione a raffica. Da circa una settimana quindi tutti conoscono il contenuto del disco più atteso dell’anno, tutti hanno potuto parlarne, esprimere la loro opinione. E così facendo, partecipare alla più formidabile operazione di comunicazione mai condotta, in questi ultimi anni, nel campo della musica contemporanea. Quindi, una domanda è sorta spontanea: c’era davvero bisogno che vi dicessimo cosa pensiamo di questo quarto album? La risposta è altrettanto spontanea: no.
Di sicuro sarete delusi: nel pezzo che seguirà, non leggerete niente che possa darvi la minima idea di ciò che noi pensiamo di Random Access Memories. Non una sola riga su questi tredici pezzi che abbiamo ascoltato come un tutt’uno e che gli specialisti, così come i neofiti, già vivisezionano ed analizzano. Questo per una ragione molto semplice: “RAM” (per farla breve, senza che nessuno ci veda un’allusione all’eponimo album di Paul McCartney) è un disco che appartiene già a tutti. Per la sua stessa natura, a causa del contesto, della personalità degli autori e dell’attesa che ha suscitato, fa già parte di quei totem universali sui quali ogni forma di critica è, infine, inutile. Il nostro avviso? Chi se ne frega. L’opinione dei colleghi parigini, americani, marsupiali? Altrettanto. Volendo parafrasare una celebre battuta estratta da non so quale western virile: “I pareri sull’album dei Daft Punk sono come i buchi del culo: tutti ne hanno uno”. Del resto, come potrebbero i giornalisti, dopo appena qualche giorno, pontificare su questo blockbuster che è stato pensato, minuziosamente elaborato, concepito durante cinque lunghissimi anni? È la prima trappola nella quale cadere ed è, ovviamente, facilissimo: pronunciarsi in maniera assoluta su questo disco, lungo e cosparso di trabocchetti, in un’epoca in cui tutto ci invita alla precipitazione. C’è dell’altro, che si ha un po’ la tendenza a occultare: l’opinione espressa da un media altro non è che l’opinione di un’unica persona, quella che la firma. Succede che in certi casi, più soggetti alla polemica, le opinioni non sono condivise, o addirittura sono contrarie: ci sono, di conseguenza, tante opinioni sul nuovo disco dei Daft Punk quanti giornalisti. In ordine sparso: quelli che lo adorano, quelli che lo detestano, quelli che pensano che erano meglio prima, quelli che ci ritrovano qualcosa, qua e là...poi ci sono quelli che... chi se ne frega, di nuovo...
Ma allora, perchè consacrare un pezzo così lungo all’uscita di “RAM”? Beh, semplicemente perchè ci sono mille cose da dire around the RAM.
Come a proposito dei Daft Punk, del resto: un argomento senza fine, in fondo. Argomento che non è soltanto una questione di musica, nel senso di materia sonora grezza, piuttosto di come riuscire a farne un mezzo capace di veicolare il sogno, ovunque sul pianeta. Daft Punk è un’idea, un’ideale, quasi: quello di un’opera totale che si piazza all’incrocio tra musica e cinema, tra underground e pop, tra la nostalgia per certi anni d’oro (tutti relativi) e l’ossessione per le tecniche di comunicazione più moderne. A questi livelli, non è più soltanto Musica nel senso stretto del termine: è strategia. I Daft Punk hanno ormai abbandonato da parecchio tempo il campo dell’avanguardia per occupare quello, molto più impattante, dell’entertainment. Questa mutazione è stata progressiva: in retrospettiva, il suo anno zero, coincide con l’uscita di “Discovery” (2001). L’odissea un po’ fanfarona comincia precisamente in quel momento, quando Thomas e Guy-Manuel decidono di comparire per la prima volta, al fine di creare rumore attorno all’uscita dell’album, col volto coperto da due caschi robotico-futuristici. Fino a quel momento, pochissimi conoscevano il loro viso, dissimulati com’erano dietro al culto dell’anonimato, così caro ai loro modelli, padri fondatori della techno. Paradossalmente, mostrandosi così mascherati, guadagnarono una fisionomia, anzichè perderla: quella di mutanti che non smetteranno di mescolare le piste tra umanità e tecnologia (filo conduttore della loro opera omnia), la fisionomia di supereroi che concentrano i loro poteri su di un unico obiettivo: conquistare il pianeta. Fino a quel momento, non si tratta di un cartone animato creato dal disegnatore di Albator (il figlio di Capitan Harlock), si tratta ancora di realtà. Una realtà che diventerà altrettanto rappresentativa e riconoscibile come con certi marchi-icona: Disney, Apple o Coca Cola.
Diciamocelo chiaramente: quella dei caschi, è stata la migliore idea che i due abbiano mai avuto.
Innanzitutto perchè indossandoli sono diventati istantaneamente riconoscibili da chiunque. Nell’immaginario collettivo, due tizi con un casco, sono i Daft Punk. È come un logo. Un robot qualsiasi non avrà mai l’impatto di questi due androidi (a meno che non parliamo di D2-R2 o Z-6PO, e nessun altro forse..). Inoltre, con questa trovata, i Daft Punk riescono a conciliare l’inconciliabile: ovvero celebrità e anonimato. Chi altro, nella costellazione dello star system, può raggiungere milioni di persone e allo stesso tempo poter andare a fare la spesa in tutta tranquillità? E chissà quanti fan si sono ritrovati a parlare con loro o a camminare al loro fianco senza sapere di essere ad un passo dagli Dei? E ovviamente, più di una teoria è scaturita a partire da questo stato schizofrenico, comodo ma aleatorio allo stesso tempo, perchè basato su un’incognita permanente: mai Daft Punk, sono davvero i Daft Punk? Esistono davvero? Esistono ancora? Rinchiusi nell’alto della loro piramide di luce, in posa per un set fotografico, digitalizzati in un videogioco? La sola certezza assoluta, è che ci sono due cervelli, dietro a quei caschi. Di un’intelligenza considerevole. Inoltre, e cominciamo a rendercene conto soltanto ora, l’aspetto più geniale di quest’idea dei caschi è che sono perfettamente refrattari allo scorrere del tempo: insomma, i Daft Punk non invecchieranno mai. Aldilà del denaro, della gloria e della posterità, è possibile immaginare qualsiasi altra star, che finisce immancabilmente per farsi liftare come un rovescio sulla terra battuta, poter fregarsene così altamente dello scorrere del tempo? A conti fatti, in vent’anni di carriera, i Daft Punk non hanno una sola ruga, non hanno borse sotto agli occhi, zero calvizie (una buona lega metallica non ha bisogno di shampoo anti-caduta). Tra trent’anni, potranno ancora tirare fuori un album retro-futurista, improvvisando un concerto con quei vecchiacci di Justice, Strokes, Kavinsky o Pete Doherty (che sarà in un polmone d’acciaio), celebrando quegli anni in cui la French Touch riciclava la French Touch, il Rock riciclava il Rock, prima che i veri robots prendano il controllo, eleggendo i Daft Punk a modello assoluto, matrice di tutte le tendenze a venire in materia di revival computerizzato. Nel mentre, generazioni e generazioni di nuovi fans saranno nate e senz’altro noi saremo ancora lì, magari ancora non per molto, comodamente allettati in una casa di riposo dove saranno diffuse le immagini delle serie TV degli anni 2000, cullati dal suono di un buon vecchio Harder, Better, Faster, Stronger, prima dell’arresto cardiaco che ci attende. Insomma, siamo ancora all’inizio.
Pensavate che “RAM”, con i suoi mentori e le sue referenze agli anni settanta potesse essere il loro canto del cigno?
Vi sbagliate. Questo disco marca il lancio di una terza, decisiva tappa nella carriera dei Daft Punk e accompagna naturalmente la nascita di una terza categoria di fans. Fino ad oggi, potevamo in effetti distinguerne due, ognuna delle quali non necessariamente incompatibile con l’altra. Da una parte, i fans della prima ora: che si tratti dei puristi che hanno avuto la fortuna di vedere il duo nei raves della metà degli anni novanta o di un più largo pubblico che li ha scoperti con la follia del video di Around the world, tutti concordano che “Homework”, il primo album che fece l’effetto di una bomba, sia stato il big bang dell’elettronica francese, la cui deflagrazione continua ancor oggi a nutrire e contaminare numerosissime produzioni contemporanee. Dall’altra parte, i fans della loro opera, intesa nella sua globalità: quelli che si sono incendiati all’uscita di “Discovery”, album dal suono kitsch, dagli universi visionari, dalla nostalgia galoppante per gli anni ’80, che seguiranno ogni epopea del tandem negli anni seguenti, estèti, gente qualunque, festaioli da sabato sera, giovani studenti, quadri dirigenziali, insomma, quei tutti che fanno chiunque.
2013: annunciato a sorpresa ad inizio anno, “RAM”, che nessuno si aspettava, esce accompagnato da una campagna marketing sbalorditiva e rivela che la voglia di Daft Punk non si è mai assopita. Al contrario, è andata crescendo. In dieci anni (se ci basiamo più o meno su “Discovery”) è apparsa una nuova generazione di fans: giovanissimi, ascoltano la musica sui cellulari, comunicano coi social networks e costruiscono la loro cultura musicale quotidianamente su Youtube. È nata talmente dopo i Daft Punk che non ha avuto il tempo di crescere coi Daft Punk, ma si rende conto che la loro musica è una porta di Sesamo che può permetterle non solo di giustificare ciò che già ascolta (electro, R&B, stronzate varie) ma soprattutto di aprire tutto un insieme di vie verso il buon suono. Non hanno potuto apprezzare “Homework”, impegnati con il biberon, “Discovery”, distratti dalla ricreazione, ma faranno un trionfo di “RAM”, la loro “Sgt Thriller’s Nevermind Side of the moon”.
Riveniamo dunque su quest’oggetto del desiderio, già ora l’evento musicale dell’anno, giacché il più popolare. Si tratta, come detto, di un disco realizzato in cinque anni, all’antica, con musicisti in studio e (ufficialmente) nessuna macchina, almeno apparente, registrato tra Los Angeles e New York, con special guest di ieri (Nile Rodgers, Giorgio Moroder..) e di oggi (Pharrel Williams, Julien Casablancas..), con un budget totale che resterà segreto di Stato. Prima ancora che il disco appaia in rete, c’era già questa certezza: “RAM” sarebbe stato l’anti “Homework”. Fino ad oggi, i Daft Punk si erano sempre rimessi in questione ad ogni uscita di un nuovo album ma mai come in questa occasione avevano preso le distanze da ciò che aveva loro permesso di esistere, di acquistare legittimità. La forza di “Homework” era il suo geniale taglio amatoriale. Ciò che identifica oggi “RAM” è il suo professionalismo quasi ostentato. Essenzialmente, più niente deve, d’ora in avanti, eccedere, nella musica come nella maniera di venderla. Più che i suoi modelli storici, di cui è meglio tacere i nomi per preservarli da eventuali torti, “RAM” è senza dubbio il primo prototipo di disco “perfetto” ad essere mai stato concepito. Perfetto poichè totalmente eterogeneo e quindi suscettibile di avvicinarsi, con un pezzo o una altro, ad ogni membro della famiglia. Immaginando uno spot delirante, sarebbe qualcosa del genere: “L’ultimo dei Daft Punk? Un disco per i piccoli e per i grandi, da consumare senza moderazione. Provatelo!” Radio, TV, Web: tutti i canali tradizionali di ieri e di oggi ne sarebbero invasi. Da buoni ascoltatori che siete, vi sarete senza dubbio posti la domanda del perchè, oltre alle due referenze più palesi, la disco Moroderiana e il film Phantom of the Paradise e a qualche ospitata ben selezionata, i Daft Punk si sono divertiti a riempire il disco di una serie di piccole, accattivanti cosucce.
Qui sta il paradosso della storia: tentando di ritornare ad una certa forma di suono “caldo”, organico, quasi carnale, i Daft Punk non sono mai apparsi tanto inumani.
“Humans after all”? Bisognava superare questo concetto. Stabilirsi infine e definitivamente come entità extraterrestre. Ovviamente tutti, o quasi, hanno seguito. A cominciare dai giornalisti che hanno assunto il ruolo delle agenzie di comunicazione in una campagna: come un organo ufficiale di propaganda. In Francia, a sorpresa, è stato Manoeuvre a sfoderare per primo una copertina di Rock&Folk coi Daft Punk. Hanno visto in “RAM” un disco perfettamente omogeneo (ah sì?), futurista da morire (ci siete ancora? Mi ricevete?) e così estremo nel prendersi rischi da poterne forse patire al momento dell’uscita (ma dai..). Delle lunghe interviste sono state accordate ai media generalisti più importanti e quelli che non hanno avuto questo favore hanno, al culmine dell’eccitazione, riempito pagine e pagine del tema più caliente del momento: alcuni lodando il disco prima dell’uscita, altri dando, con più moderazione, la parola agli esperti, altri ancora mettendo il duo sugli allori senza per altro avere granché da dire. E non stiamo considerando ciò che ne ha detto il web o semplicemente la gente. Col terreno così ben spianato, ufficialmente legittimato dal “i robots stanno tornando”, i Daft Punk possono oggi tranquillamente far atterrare la loro navetta sul pianeta Terra e contemplarne il paesaggio. Ovunque i fans vogliono avvicinarsi ai loro idoli immateriali, venuti da un mondo dove non esistono miseria, maltempo o conflitti. Dalla capsula fuoriesce l’oggetto della ricerca del Sacro Graal, un pezzo di plastica o di metallo, poco importa la forma che avrà, ma un pezzo di tecnologia di cui abbiamo bisogno e finchè ne resta, un pezzo della memoria del tempo passato e felice, così prezioso, qualcosa che ci permetta di fuggire, di crederci, dobbiamo sforzarci a crederci. Plastica o metallo, non sarà mai peggio della realtà che ci circonda.
“Popolo della Terra, possa questo disco portarvi la luce, un’altra visione del mondo, quel mondo di libertà, giustizia e pace al quale voi tutti aspirate." Possa salvarvi da ogni tentazione, da tutti i mali che vi affliggono e mostrarvi la retta via. Possa mostrarvi tutto ciò che l’ha modellato, Chic, Supertramp, Giorgio Moroder, Steely Don, Kool & The Gang, Alan Parson Project, 10 cc, Dennis Wilson, Kraftwerk, Roxy Music! Crescerete, brucerete le tappe, sfonderete i muri e non sarete mai più soli. Allora un giorno, forse, dopo aver assimilato le radici del mainstream che ha predisposto le vostre vite, vi rivolgerete a coloro che in quello stesso tempo hanno trasmesso un messaggio di resistenza. Perchè ritornerà il tempo della rivolta, popolo della Terra!”
C’erano una volta, tanto tempo fa, da una galassia lontana, due giovani uomini che si davano da fare per scoprire nuove vie nella musica.
Erano cresciuti con la cultura Pop, avevano preso una sberla sorprendente con l’avvento dell' House e della Techno e avevano, senz’altro per caso, avuto accesso a queste nuove macchine che, di lì a poco, avrebbero riempito le stanze dei loro compagni di classe e dei loro successori. Avevano talento, senza dubbio, talento che hanno utilizzato per cambiare i codici di questa musica sintetica e futuristica che rinviava alle sue radici nere. Il minerale che ne estraevano era grezzo, incandescente, denso, quasi radioattivo. Ben presto, esposto alla luce del sole, si è irradiato dappertutto con il suo splendore, come un enorme diamante ben intagliato. Le conseguenze furono importanti, per tutti coloro che subirono l'esposizione, ma anche per i due uomini che l’avevano messo a nudo. Lentamente ma con sicurezza, quel minerale ha compiuto la sua opera: cominciò inebriando chi ne entrava in contatto e ne faceva un uso indirizzato al divertimento di massa. Forse non era la miglior cosa da fare: tutti questi bagni con solventi commerciali potevano diluirlo. Ma il suo effetto si fece progressivamente più intenso e provocò delle mutazioni sui due uomini che già non erano più tali: il loro aspetto esteriore evolveva, come le loro attività, vieppiù divergenti da ciò a cui la natura li aveva inizialmente predestinati. Avanzavano verso un altrove, certo, ma non perdevano in fondo in profondità ciò che stavano guadagnando in polivalenza? Il problema è che si indebolivano: ben sfruttato da altri, quel minerale rinvigoriva. Non più sprigionato da loro due, diventò presto la palla di neve che ingrandisce e inghiotte la vallata. Allora, quando il tempo finì di risucchiare i poteri ai nostri supereroi, che ne mantenevano le forme ma non la sostanza, ridiventarono dei semplici mortali. Invitando alla loro tavola coloro che avevano in altri tempi conosciuto la stessa sorte, immortalando la scena, il banchetto, su di un pezzo di memoria vivente che riguardava soltanto quella dei loro prestigiosi ospiti.
E nel clamore generale, non abbiamo che due voci di robots.